AURORA

hopper giusto

Quando riaprì gli occhi, il sole era ormai alto. Si alzò e si diresse in cucina, senza badare al forte mal di testa. Sul tavolo c’erano un piatto di frittelle ed un bicchiere di latte, oltre a qualche crosta di pane e un barattolo di marmellata. Prese una frittella e l’addentò, andando verso la porta che dava sul negozio. Si poggiò allo stipite, alzando la testa ed esponendo il collo alla fresca corrente d’aria che attraversava la casa. Buttò un occhio al bancone e vide Elliott, occupato nella lettura di alcuni fogli stropicciati.
– Ha passato una buona serata, Mr. Jefferson?
– Eccellente, mio caro Elliott. – Ha bisogno di qualcosa, signore?
– Solo di respirare un po’ d’aria fresca.
Nel dirigersi verso l’uscita, si fermò, voltandosi per guardare il giovane Elliott. Ricevette uno sguardo mesto. Sospirò ed uscì. Elliott riprese a leggere, rimanendo, però, con la mente su Mr. Jefferson. Era chiaro che non si potesse più continuare così. L’attività richiedeva il contributo di entrambi e lui non poteva ricoprire sia il ruolo del dipendente che quello del proprietario. Avrebbe sempre potuto andarsene, ma era ancora riconoscente verso quell’uomo che gli dava lavoro ormai da molti anni. No, andarsene era escluso, ma avrebbe dovuto parlargliene. Il pomeriggio trascorse tra il via vai dei clienti, pochi, a dir la verità, e il riordino di documenti e bollette pagate.

– Sai qual è il problema delle tue frittelle?
– No – rispose Elliott, riempiendo d’olio una padella.
– Il problema delle tue frittelle è che non hanno il buco.
Elliott si voltò a guardare l’uomo che, sedutosi al tavolo, sorseggiava un bicchiere di vino.
– Non devono avere il buco, altrimenti sarebbero ciambelle – disse Elliott, offesosi.
– Ma che ciambelle! Lei le preparava col buco ed erano squisite.
– Non metto in dubbio, signore, che le ciambelle della signora fossero di ottimo gusto.
– Frittelle, frittelle…
Mr. Jefferson si volse a guardare il bosco dalla finestrella.
– Aurora… – sospirò

Erano ormai passate due ore da quando Mr. Jefferson si era congedato da Elliott, dirigendosi in paese da Morris. Elliott sapeva bene che Morris era il nome dietro il quale si nascondeva la bettola di Harwinton, luogo in cui si ritrovavano tutti gli ubriaconi del piccolo comune. Aveva visto ormai troppe volte l’impietoso ritorno a casa di Mr. Jefferson che, non molto tempo prima, era uno degli uomini più rispettabili di tutta la contea. Ora, invece, non veniva deriso solo perché si trascinava dietro pena e commiserazione. Una notte, aveva sentito raccontare Elliott da un automobilista di passaggio, era così ubriaco da essere salito sul tavolo della taverna e aver ululato alla luna. Poi, dopo una manciata di minuti, aveva deciso di ritirarsi, sputacchiando versi di una poesia che raccontava di un qualche amore perduto. Un po’ lo compativa anche Elliott. – Un uomo tutto d’un pezzo come Mr. Jefferson, – pensava tra sé e sé – ridursi così! Lo dicono tutti, ah! Ci sarà pur un modo per farlo rinsavire… Si rimboccò le coperte e, spenta la luce, iniziò a immaginare quello che avrebbe potuto dirgli. I pensieri lo trascinarono lentamente in un sonno profondo e ricco di ricordi.

– Lei si ricorda di quando mi assunse? – chiese l’indomani.
– Come se fosse ieri! Ti aveva accompagnato tuo padre. Diceva che non riuscivano a tenerti a bada, lui e la tua povera madre, pace all’anima sua, e che lavorare in un posto tranquillo e isolato come questo ti avrebbe fatto bene.
Mr. Jefferson posò la tazza di caffè che stava sorseggiando e si alzò, camminando per la stanzetta. Poi riprese.
– Eri proprio un imbranato. Ma posso anche capirti, eri solo un ragazzino. Anche se, e questo lo sai bene, diventi uomo quando la donna che ti ha messo al mondo non ha più latte da darti.
– Non sono d’accordo con lei, signore.
– Dici? Sono proprio curioso di sentire perché. Avanti. – disse Mr. Jefferson, strusciandosi l’indice sui folti baffi grigi.
– Io penso che lei non sia un uomo.
Elliott si senti d’un tratto forte, tanto da alzarsi ed andare incontro a Mr. Jefferson, indicandolo minacciosamente.
– Anzi, – riprese – io sono convinto che lei non sia un uomo. Lei è solo un bambino capriccioso. L’uomo che ho conosciuto io era ben lontano da quello che ho ora di fronte. Non era guardato male da tutto il paese, anzi! Lei era un punto di riferimento. Perché crede che mio padre abbia deciso di portarmi proprio da lei? Ma si guardi ora, invece. Lei è solo un bambino capriccioso ed impaurito. il ragazzo si era avvicinato ancora di più.
– E’ questo che pensi di me?
– Sì.
– Me ne duole. Convengo che tu possa avere ragione su alcune cose, ma credo, comunque, che tu ti stia sbagliando. Ora, se non ti dispiace, vado fuori ad aspettare il camion della fornitura. Elliott, preso alla sprovvista, rimase a guardarlo senza dire niente.

Quella sera Elliott rimase in silenzio per tutta la cena, con lo sguardo basso sul piatto colmo di brodo. Sapeva di aver esagerato, ma l’imbarazzo gli impediva di prendere l’iniziativa e scusarsi. Anche quando sentì la porta chiudersi dietro ai passi di Mr. Jefferson non riuscì a parlare. Avrebbe voluto fermarlo, dirgli di non andare in paese, che il mattino successivo sarebbe toccato a lui aprire l’attività. Si buttò sul letto ed iniziò a pensare ad una soluzione. Era evidente che lo sregolato stile di vita assunto da Mr. Jefferson era dovuto alla solitudine cui era stato abbandonato ormai da settimane. Questa, però, era una condizione che non poteva essere mutata, se non dalla donna responsabile dell’improvvisa follia di un uomo tanto per bene.
– La colpa, – pensò Elliott – è anche sua. Soltanto uno stupido potrebbe innamorarsi così di una donna che non ha passato, né futuro. E Mr. Jefferson, questo lo so bene, non è affatto stupido. Forse un po’ sempliciotto, questo sì. Ma nessuno dovrebbe lasciare che un uomo così buono si ritrovi in questa situazione. Se solo lui volesse parlarne con me, potrei consigliarlo, o almeno consolarlo.
Pensava questo, Elliott, poco prima di concedersi ad un sonno che proprio non voleva accoglierlo. Stava ancora rigirandosi nelle lenzuola ormai sudate, quando Mr. Jefferson entrò in casa, barcollando vistosamente. La cravatta blu, sempre ben portata, penzolava ora dai sudici e maleodoranti pantaloni di velluto.
– Ah, maledetti! – urlò – So che mi state guardando! Vi state avvicinando, lo so. Sento il vostro fetore dentro i polmoni, vili. Ma vi ammazzo tutti, tutti! Se pensate di intimorirmi… Ah, se vi sbagliate! L’uomo si zittì e si diresse verso un vecchio armadietto in legno scolorito. Il breve silenzio venne infranto da un primo sparo, il vetro della porta sul retro da un secondo.
– Richard!
Mr. Jefferson si volse di scatto a guardare Elliott, in piedi accanto alla porta della sua camera.
– Ti ho detto che non devi chiamarmi così. Solo lei poteva chiamarmi così.
Lo sguardo di Richard Jefferson era lo stesso di una bestia messa all’angolo, misto tra paura e rabbia. – Mr. Jefferson, – riprese con calma Elliott – posi quel fucile. Guardi come è ridotto, si lasci aiutare. E’ molto tardi e tra poche ore deve aprire il negozio. L’aiuto io, venga.
– Vuoi aiutarmi, eh? Allora prendi l’altro fucile e vieni con me. Insieme li sistemiamo, figliolo.
– Chi dobbiamo sistemare? – chiese pacato Elliott.
– I lupi. Non li senti? Sono vicini, vogliono il nostro sangue.
– Per favore, Mr. Jefferson, posi quel fucile.
Elliott si avvicinò lentamente all’uomo che, noncurante, continuava a tenere sotto tiro un punto imprecisato del bosco.
– Posso sentire il calore della loro bava colante, il loro respiro affannoso.
– Non c’è nessun lupo! – sbottò Elliott.
Mr. Jefferson si voltò, come se fosse stato colpito alle spalle. Abbassò il fucile e si fece verso il ragazzo in vestaglia grigia.
– Come hai detto? La sua ombra, disegnata dal fioco lume, ingabbiò Elliott.
– Deve smetterla! Non ci sono lupi e lei lo sa bene. E’ il whisky, o le altre schifezze che beve, a ridurla così. Sta diventando impossibile vivere con lei. Come si può restare con un vecchio ubriacone puzzolente che, invece di dormire, si mette a sparare a bestie immaginarie?
Mr. Jefferson si fermò. Di colpo sembrò essere lucido. Abbassò gli occhi stanchi e si poggiò al tavolo. – Vattene – disse con un soffio di fiato.
– Scusi, io..
– Vattene! – sbottò, prima di sedersi sulla poltroncina sgualcita.

Richard rimase fermo sulla poltrona anche quando il clacson di una Ford V8 lo svegliò. Sarebbero stati soldi persi, ma, ormai, cosa importava? Si mise in piedi e si portò davanti al piccolo specchio appeso alla parete. Fece difficoltà a riconoscersi negli occhi pesanti e la barba incolta nascondeva i lineamenti tanto gentili che lo caratterizzavano. I capelli brizzolati erano sporchi ed unti. Sorrise e digrignò i denti.
Tornò alla poltrona e prese il fucile. Si mise in tasca delle munizioni ed uscì, dirigendosi verso il bosco.
Si era addentrato ormai a sufficienza per non vedere più la stazione di servizio, né la strada, né la luce del sole di mezzogiorno. Le foglie e l’erba umidiccia rumoreggiavano ad ogni suo passo.
– Vi sento, eh! Vengo a prendervi. Non ho paura di voi. Questa è la vostra fine.
La sua voce si disperse lentamente tra i tronchi secolari ed i rami che si piegavano fino al suolo.

Mr. Jefferson continuò a vagare per quelli che potevano essere minuti, o forse ore. Il silenzio del bosco gli fece perdere sempre più la cognizione del tempo. Fu quando iniziò a sentire il peso della stanchezza che decise di tornare indietro. Il fucile era ormai diventato un bastone da passeggio, utile a spostare i ramoscelli che intralciavano il passaggio del vecchio benzinaio. Le cime degli alberi erano scosse dagli uccelli che, a differenza di Richard, sapevano individuare facilmente la via di uscita.

L’uomo dovette ammettere, dopo quella che parve essere una giornata, di essersi perso e di non avere un’adeguata cognizione. Iniziò, infatti, a dubitare sulla direzione da lui percorsa fino a quel momento. La convinzione di essersi mosso seguendo percorsi che l’avrebbero riportato indietro, lasciò spazio al dubbio di essersi, in realtà, allontanato dalla meta. Non sapeva quanto potesse essere profondo il bosco: di fatto sapeva solo che occupava una buona fetta della contea. Stanco, decise di sedersi alla base di un tronco isolato rispetto agli altri che, piuttosto, sembrava lo circondassero. La sua mente iniziò a tradirlo e cominciò a scatenare in lui domande sulla quantità di tempo trascorso in quella prigione naturale. Escluse fossero passate solo poche ore, ma non riuscì a mettere da parte l’idea che stesse vagando da giorni. D’altronde, il tempo era scandito solo dai momenti in cui decideva di fermarsi per dormire. Si specchiò in una pozzanghera e vide i propri lineamenti confusi. Per un attimo ebbe paura. Iniziò a credere che non sarebbe mai uscito e che Elliott non sbagliava. Elliott… Forse Elliott aveva ragione, su tutto, e lui l’aveva cacciato come il più spregevole dei predicatori. Ripensò al suo viso delicato, ai capelli castani ricchi di boccoli, alla sua voce rispettosa ma sicura. Se solo l’avesse ascoltato. Lui aveva provato a farlo ragionare, che caro ragazzo. Gli tornò in mente quel damerino che un uomo aveva accompagnato alla sua stazione di servizio, sette anni prima. Il padre aveva scongiurato Mr. Jefferson di prenderlo con sé, per tenerlo lontano dalla povera madre, che tanto male gli faceva vederla soffrire. E lui era già vittima del male. Il Diavolo l’aveva scelto per viverci dentro, diceva. Faceva ammattire tutti, ma soffriva. Era la malattia della madre a preparare la sua anima per l’Inferno. Ma Mr. Jefferson era un uomo rispettabile. Satanasso in persona rispettava Mr. Jefferson, che brava persona!
Richard sorrise al riaffiorare di quelle immagini nella sua memoria. Quanto voleva bene a quel ragazzo.
– Aurora, – urlò – è tutta colpa tua! Mi hai rovinato la vita, strega megera. Tu mi hai illuso, non lo dimentico. Tu mi hai illuso.
Ansimando, fece per alzarsi, ma un rumore di foglie mosse attirò la sua attenzione. Si voltò lentamente e vide due occhi gialli fissarlo.
– Vi ho trovati. Venite avanti. Sapevo di avere ragione. Elliott, ragazzo mio, ti sei sbagliato. Dove andate?
Si tirò su di scatto, non appena vide le due fessure gialle allontanarsi. Prese il fucile ed iniziò a inseguire l’animale, penetrando ancora una volta il bosco.
Ormai erano innumerevoli i passi che avevano condotto Richard Jefferson all’oscuro centro della selva. Il fucile spianato seguiva qualsiasi rumore sospetto. Il fitto silenzio faceva pensare che anche gli uccelli non osavano addentrarsi così tanto in quello che sembrava un bosco innocuo, posto dietro una stazione di servizio su una strada provinciale, scarsamente battuta. Il silenzio avvolgeva ogni cosa, sovrano.
Richard si fermò a guardare un grosso masso acuminato che gli stava di fronte. Si rese conto di essere in una radura di qualche metro di diametro. Avanzò e fece per passare intorno alla pietra, ma uno sbuffo gli gelò il sangue nelle vene e lo costrinse a voltarsi. Si accorse solo in quel momento di essere sempre stato scortato nel suo percorso. Decine di piccoli occhi gli stavano attorno, celandosi nella vegetazione.
Indietreggiò, tornando al centro della radura. Non riusciva nemmeno ad avere paura. Vide un’ombra ergersi sulla rupe, snella . Ne incrociò lo sguardo. Si perse in quegli occhi celesti, percorsi da scintilLe grigie.

– Erano tanti, Elliott. Tanti lupi, un branco enorme.
– Mr. Jefferson, le ho già detto che non ci sono lupi in quel bosco.
– Mi hanno indicato loro la strada del ritorno. Sarei stato perso, non trovavo più la via del ritorno.
– Questo l’ha già raccontato, signore. Devo, però, farle notare che ha già fatto cenno di questa vicenda al dottor Posck che, nel caso non si ricordasse, era uno degli uomini che l’ha ritrovato nel bosco.
– Già. Sarà andata così, ma io non ne sono ancora convito.
– Ora stia fermo, signore, e si riposi. Le preparo una fetta di carne, ha bisogno di tornare in forze. – Elliott, perché sei tornato?
– Vede, lei è stato davvero fortunato. Quando mi ha intimato di andarmene, mi sono sentito toccare nel profondo. Se posso osare, mi sono sentito tradito. Io le devo molto, questo lo sa. Se sono quello che sono, lo devo soltanto alla sua pazienza e allo stile di vita che ha voluto io seguissi. Io me ne andai, questo è vero, e di corsa. Dopo un giorno di cammino, però, mi resi conto che non era stato lei a dire tutte quelle brutte cose, ma il diavolo che, e ne sono certo, si era impossessato di lei.
– Quindi hai deciso di tornare – lo interruppe Mr. Jefferson.
– Non esattamente, – puntualizzò Elliott – ma mi faccia continuare. Io non ho avuto grandi esperienze, lei lo sa, ma mi resi conto che si sarebbe liberato del demonio solo se avesse visto tornare quella donna, Aurora.
Il volto di Mr. Jefferson si tese, la mascella si serrò.
– Ho fatto, quindi, quello che lei non ha mai avuto il coraggio, o l’ingegno di fare. Sono sceso in paese ed ho iniziato a chiedere di questa donna, ma nessuno ha saputo darmi informazioni. E’ come se fosse sparita nel nulla.
– E’ scappata lontano, lo sapevo – prese a dire Mr. Jefferson, gli occhi ormai lucidi.
– E’ fuggita ed io non ho fatto nulla per trattenerla. Anzi! Io l’ho fatta andare via. Io e io solo. Maledetta la mattina in cui venne qui, con quel suo cappello viola e tutti quei nastri e quell’abito che ne abbracciava il corpo. Che io sia maledetto! La più bella di tutte! La mia Aurora. Mai più sarà mia.
– Mi dispiace, signore. Le ha giocato un brutto tiro.
– No. No! – urlò Richard Jefferson.
– Sono desolato, signore.
– Lei mi ama! Io lo so! Tu lo sai, Elliott. La vedevi anche tu. Come può aver voluto farmi del male un angelo come lei?
– Avrà conosciuto qualcuno…
A quelle parole Richard Jefferson iniziò a tremare, la faccia tutta rossa. Elliott si rese conto del grave errore commesso e provò a tranquillizzarlo.
– No, no, no. Era per dire. Ma vedrà, conoscerà un’altra bella donna.
– Elliott, ragiona! Viviamo come due topi in una stazione di servizio di un minuscolo paese di una piccola contea. Non passa mai nessuno da queste parti. Non fraintendermi: io amo vivere qua, io sono felice della calma che ci circonda, ma per lei… sì, per lei avrei mollato tutto. Via da questo posto provinciale. Ah… saremmo andati in una grande città e poi chissà, forse anche io un giorno sarei stato padre…
– E’ come se tu lo fossi, Richard.
L’uomo abbozzò un sorriso, poi sembrò calmarsi. I suoi lineamenti si ridistesero e parvero ancora gentili, giovani. Elliott sentì l’impulso di abbracciarlo, ma non ebbe il coraggio.
– Mr. Jefferson, signore… Sono sicuro che anche lei l’ami e che, ovunque sia, si prenda cura di lei, la tenga sempre sotto i propri amorevoli occhi.
– Grazie, Elliott. Ma ora ti prego, lasciami solo. Devo riposare.

Lascia un commento

Archiviato in Racconti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...