RIFLESSIONE EDITORIALE

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Ieri mattina si discuteva con il direttore letterario di un’importante casa editrice italiana e devo ammettere di essere rimasto molto perplesso riguardo alcune cose. Il nocciolo della questione era la presunta colpa attribuita a chi si occupa di editoria in Italia nel non riuscire a promuovere adeguatamente un autore di novella pubblicazione. Quello che viene fatto per i giovani autori, non è forse pressoché simile a quello che gli stessi riuscirebbero a fare da soli, autoproducendosi? Il direttore letterario sosteneva di no e che se la speranza, oltre che unica ambizione, di questi giovani autori era di finire nella trasmissione di Fazio o cose simili, allora erano questi a sbagliare.
Su questo posso essere d’accordo. Ma c’è da fare un’osservazione, a mio parere. Perché, infatti, in vetrina si continua sempre a vedere Fabio Volo o chi per lui? Perché Alice Munro – che devo ammettere di non apprezzare – viene vagamente messa in mostra solo ora che ha vinto un Nobel? Di chi è la colpa se Fabio Volo è primo in classifica e Alice Munro quarta? Forse che le case editrici, soprattutto quelle di vasta distribuzione, puntino più al prodotto più commerciabile che a quello di maggiore e indiscussa qualità?

E ancora è stato detto che non è la casa editrice a fare il mercato, ma i lettori.
Bene.
Presupponendo che quello dell’editoria è un mercato che sta vivendo una crisi senza precedenti – a mio parere dovuta più ad una crisi culturale che economica – posso anche condividere la scelta di puntare forte su ciò che vende di più, ma siamo così sicuri che il mercato lo fa il cliente, o è solo un alibi? Com’è possibile, infatti, che nel momento in cui “Il grande Gatsby” è riapprodato al cinema, di colpo il libro ha fatto un boom di vendite? O meglio, com’è possibile che questo libro fosse letto anche da tanti giovanissimi, in cui non vedo un azzardo nel dire che probabilmente fosse il primo o il secondo libro a passare per le loro mani?
Se un ragazzo è disposto a leggere un libro non propriamente leggero come quello di Fitzgerald solo perché invogliato, siamo sicuro che tale fenomeno non si possa ripetere? Siamo davvero sicuri le case editrici non possano trovare idee di marketing tali da invogliare veramente le persone a leggere libri di qualità? O forse è solo meno rischioso e più redditizio continuare a propinare Fabio Volo e qualsiasi “sfumatura” ad una clientela non in grado di riconoscere il bello dal brutto. Perché ormai non si parla nemmeno più dello scritto bene e dello scritto male.

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