LUCI A SAN SIRO

o.159418

Il signor Norta si affrettò ad uscire dal suo ufficio per andare alla macchina. L’improvvisa agitazione gli impediva di ricordarsi dove l’avesse parcheggiata, nonostante conoscesse molto bene quella zona. Lavorava infatti nella stessa agenzia di assicurazioni da più di vent’anni, ovvero  da quando si era trasferito a Milano per sposare Greta, una ragazza che aveva conosciuto in settimana bianca quand’era ancora ventenne. Ora che di anni ne aveva cinquanta, continuava a provare per lei lo stesso amore di quando l’aveva conosciuta.

Sua moglie era più giovane di due anni ed era figlia di un fornaio e di una maestra di scuola elementare. Entrambi avevano deciso che il futuro della ragazza allora sedicenne sarebbe stato nel mondo della moda, cosa non impensabile vista la sua bellezza.
Il primo appuntamento tra i due venne solo a due inverni di distanza dal loro incontro. L’agitazione del giovane signor Norta, quella sera, venne scalzata dalla malizia della ragazza che gli fece subito intendere la sua volontà di passare insieme quella lunga notte invernale.
L’iniziazione di Giovanni al sesso fece esplodere i suoi sentimenti per lei, al punto di farlo ripresentare, la sera seguente, alla porta dell’amata.
Era però all’oscuro del fatto che Greta con lui si fosse concessa solo una breve parentesi e che ormai era fidanzata da mesi con un boxeur di 23 anni. Lo stesso che aprì la porta a Giovanni.
I pugni presi quella notte, Giovanni non li ha più scordati. Così come non ha più dimenticato gli occhi di lei, bassi per la vergogna.
Col senno di poi, forse quelle botte sono state la scintilla che ha fatto fioccare qualcosa anche in Greta e che hanno permesso che si buttasse tra le braccia di Giovanni.
Ma ora che ha deciso di lasciarlo, tutto questo non ha più importanza.

Il signor Norta sapeva che qualcosa non funzionava più da tempo. Nessuna lite, tutto era sempre rimasto pacato. Questo senso di vuoto l’aveva turbato, gli aveva fatto pensare che qualcosa si stesse preparando a spostare gli equilibri della sua vita. E così fu.
Greta gli telefonò in ufficio. Gli disse che stava raccogliendo le sue cose, che stava andando via. Per sempre. Le mani del signor Norta lasciarono la presa sul telefonino che cadde sulla moquette senza fare rumore. Lo pestò con insistenza, come se fosse un mozzicone che non voleva spegnersi. Poi rimase fermo. Immaginò sua moglie nella loro camera da letto, davanti agli armadi in radica di noce, con le loro ante protese come braccia di amanti pronte ad accoglierla, e con le valigie ai suoi piedi. Poi la vide sul letto, nuda, avvinghiata ad un uomo che non era lui, a riempire la stanza con i suoi sussurri di piacere. Ma era una Greta più giovane, molto più giovane. La Greta che posava seducente per i fotografi più importanti dei primi anni ottanta; la Greta che mostrava orgogliosa i propri seni sulle spiagge di Lerici; la Greta che non si era ancora abbandonata all’alcol dopo la morte del padre.

Il cielo grigio di Milano era un telo strappato e gli ultimi raggi di sole si aggrappavano pigri ai palazzi più alti. I marciapiedi erano invasi da una folla che si spostava in ogni direzione, mentre le automobili procedevano con il loro lento incedere nel traffico. Le serrande dei negozi si abbassavano pesantemente come palpebre di occhi stanchi di osservare la città, mentre i proprietari si preparavano a viverla.
Il signor Norta si fermò davanti a un negozio ancora aperto e tentò di guardarsi nel riflesso della vetrina. Provò a guardarsi negli occhi, ma erano sbiaditi come il resto del corpo. Alzò la mano destra e la portò alla testa, a toccare i radi capelli rimasti. Pensò a quando era ancora un bambino dalla folta chioma riccia. Quello che più gli piaceva di quegli anni era il gelato di Mastro Mimmo. Ogni domenica, usciti dalla santa messa, i suoi genitori lo portavano a mangiare fuori e poi al cinema. Quando le spettacolo era finito, andavano a fare una passeggiata al parco e lì c’era il banchetto di Mastro Mimmo. Non si ricordava solo dei suoi gelati, ma anche del suo sorriso. Gli  faceva sempre tornare alla mente il congedo di Padre Marco, quell’andate in pace quasi sussurrato. E lui pensava di conoscerla davvero quella pace, mentre si gustava un cono nocciola e fiordilatte e guardava il sorriso di Mastro Mimmo che serviva altri bambini. Ma, quasi a segnare il passaggio dalla sua fanciullezza alla sua adolescenza, Mastro Mimmo scomparve e con lui anche le messe domenicali e i pranzi fuori e le passeggiate al parco.

Riuscì a trovare la macchina  dopo una buona mezzora. Entrò ma non la mise in moto. Cominciò a interrogarsi sul da fare. L’agitazione che l’aveva colto era ormai svanita e l’aveva riportato alla sua naturale razionalità. Quella stessa razionalità che gli aveva fatto preferire la facoltà di economia e commercio a quella di lettere, perché sì, diventare insegnante gli sarebbe piaciuto, ma facendo l’assicuratore avrebbe potuto mangiare molto di più. Di certo, se avesse insegnato, non avrebbe mai potuto abitare a San Siro. L’unica cosa che gli dispiaceva davvero del non essere diventato un maestro di scuola, era il non avere a che fare con i ragazzetti. Lui a casa ne sentiva la mancanza, perché pensava che ci fosse troppo silenzio. Avrebbe voluto avere dei figli, magari una femmina, ma Greta non aveva mai voluto affrontare il discorso. Quando erano giovani, perché una gravidanza avrebbe rovinato la sua carriera; più avanti perché i problemi di alcolismo erano un ostacolo non da poco e, anche se il suo psicologo diceva che il diventare mamma avrebbe potuto aiutarla, lei si era sempre rifiutata.
Era forse il sacrificio più grande che aveva fatto per lei. Più grande ancora dell’avere lasciato Novara e i suoi genitori. Ma ai tempi l’amore e l’ossessione per quella ragazza dagli occhi scuri gli avevano fatto accettare ciecamente la vita che avrebbe avuto, impedendogli di vederne ogni difetto.
Rimase ancora un momento con la testa appoggiata al sedile in pelle della sua Mercedes. Gli sembrò che la sua vita non avesse senso, di avere sbagliato tutto. Sorrise, beffardo. Poi mise in moto.

Il centro di Milano lo tenne con sé più di un’ora, prima che il traffico svanisse. Si ritrovò in un Corso Rembrandt stranamente deserto e pensò di poter recuperare parte del tempo perso. Forse sarebbe riuscito a trovare la moglie, magari ancora sul letto. Gli venne in mente che avrebbe potuto chiamare a casa per avere una conferma. Mise la mano destra nella tasca dei pantaloni di velluto per prendere il cellulare, ma era vuota. La sua perplessità svanì quando si ricordò di averlo rotto in ufficio. Il nervoso prese il sopravvento e gli fece premere allo stesso modo il piede sull’acceleratore.
Qualcosa attirò la sua attenzione. Fu questione di un istante. La vide sul marciapiede opposto. O almeno gli sembrò di vederla, che fosse lei. Voltò la testa istintivamente, per cercarla. Poi un rumore sordo, quasi un tonfo. Guardò la strada, ma non c’era nulla. Fermò la macchina e scese, per paura di averla danneggiata. Quando si volse indietro, capì quello che era successo, quello che aveva fatto. Una pozza di sangue colorava l’asfalto poroso ed una traccia rossa portava fino alla sua macchina. La luce dei lampioni illuminava quello che doveva essere il corpo di una ragazza, i capelli lunghi impiastricciati, la borsa in mezzo alla strada, il suo contenuto ovunque.
Alla luce dei lampioni si aggiunse quella dei fari delle macchine che si fermavano inchiodando in prossimità del cadavere.
Il signor Norta impallidì. Si voltò e si mise a correre.
Corse forse per minuti, forse per ore. L’adrenalina gli nascondeva la stanchezza. Ogni tanto controllava se qualcuno lo stesse seguendo, ma incrociava solo lo sguardo curioso dei pochi passanti che vedevano un uomo di cinquantanni correre come se fosse un ragazzino.

Si accorse di essere ai Navigli e decise di fermarsi. Entrò in una pizzeria e chiese una birra in bottiglia. Pagò ed uscì. Proseguì risalendo il canale. Man mano che la stanchezza per lo sforzo cominciava a farsi sentire, lui stesso iniziava a realizzare quale scelleratezza avesse compiuto. Ormai lo stavano cercando. Avrebbe passato il resto della sua vita in carcere, da solo. La sua vita non sarebbe stata solo priva di sua moglie Greta, ma anche dei pochi affetti che la riempivano. Avrebbe perso il suo lavoro e sarebbe stato per tutti un mostro. Anzi, il mostro. E forse non lo meritava? Non aveva forse portato via con sé una ragazza e aveva fatto scempio della sua vita?

Finì la birra, poggiato al muretto del canale. La città gli incuteva terrore. Sembrava che tutte le luci fossero dei piccoli occhi puntati su di lui. Loro sapevano cosa aveva fatto. Prima ancora della polizia.
Si arrampicò sul muretto e sospirò. Poi decise di svanire: come sua moglie, come quella ragazza, come la sua vita. Un tonfo sordo, poi nient’altro.

– Vuoi saperlo un segreto?
– Sì.
– Ti amo, Greta.
La ragazza arrossì.
– Ora tocca a me.
– Cosa?
– Il segreto!
– E qual è?
– Anche io. Ma non dirlo a nessuno.

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