Carl e Jen

“Quando ero bambina, mio padre mi faceva sedere su una poltrona rossa. Sì, più o meno come questa. Diceva che era il mio trono e io la sua principessa. Avevo i capelli biondi, lunghi fino alla spalla, che finivano in boccoli. E un vestitino azzurro, sì. Lui si sedeva di fronte a me, al di là del tavolino, come te adesso.”

L’uomo abbassa di poco il giornale, per guardarla.

“E fumava la pipa, una vecchia pipa che aveva prima di conoscere mia madre. Aveva smesso, ma quando lei è morta ha ricominciato, finché non è morto anche lui.”

“Io non fumo la pipa” dice l’uomo.

“Sai Carl,” riprende la donna “lui non voleva che ti sposassi. Diceva che non avrei mai potuto essere felice con te. E sai perché lo diceva?”

“No, Jen. Avanti. Perché lo diceva?” dice Carl, ripiegando il giornale e posandolo.

“Perché era come te. O meglio, perché tu sei come lui.”

Carl non ha nulla da dire. Tutto quello che riesce a fare è lisciarsi i baffi e guardare sua moglie.

“Lui sapeva,” incalza Jen “che mi avresti trascurata. Mi avete messo entrambi su un trono e poi? Guardati, Carl. Guardati.”

E Carl prova a guardarsi, si alza pure. Decide di muovere i suoi passi silenziosi fino allo specchio sopra al pianoforte.

“Non capisco, Jen. Cos’ho che non va?”

La moglie, che ha seguito ogni suo movimento con una punta di divertimento, torna di colpo seria.

“Nulla. Proprio nulla” insiste Carl, ispezionando ogni suo profilo.

“Appunto.”

“Appunto cosa?”

“Persino tu, se ti guardi allo specchio, non vedi niente. Anzi, vedi il niente. Perché sei una nullità, Carl.”

Carl si volta verso la moglie, poi si ferma pensieroso. Non capisce perché gli stia facendo questo. Si è sempre assicurato di soddisfare ogni sua esigenza. Non ha nemmeno dovuto lavorare, pensa a tutto lui. E lei non se lo merita, lei che non è stata neanche capace di dargli un figlio. Questa storia del padre, poi. No, non può proprio accettare tutte queste cose.

“Jen, penso che dovresti portarmi più rispetto.”

“Rispetto!” gli fa il verso lei, prima di scoppiare a ridere. “E sentiamo, Carl, per cosa dovrei portarti questo rispetto?”

No. Questo non può proprio accettarlo. E’ pur sempre sua moglie!

“Non ti ho mai fatto mancare nulla, Jen. Dovresti essermi solo riconoscente. Se sei diventata la signora che sei, è solo grazie a me. E adesso basta, vattene a dormire. A quanto pare il brandy ti fa solo del male.”

“Oh. Non mi hai mai fatto mancare nulla. Ma non le senti le voci in giro? Possibile che siano arrivate a tutti tranne che a te?”

“Quali voci?”

“Quelle sulla moglie del grande Carl Hidle, che se la spassa allegramente con Billy Joy. Oh sì, Carl. Non hai idea di quante cose tu mi faccia mancare. Ma non preoccuparti, perché Billy riesce sempre a rimediare.”

Lo dice ridendo, con cattiveria.  E Carl non riesce proprio a spiegarsi questa crudeltà. Billy Joy, il ragazzetto che lavora nella drogheria del vecchio Murph. Sì, lo sapeva. Sapeva tutto. Quelle voci erano arrivate anche a lui, ma non le aveva mai ascoltate. Lui è fatto così. E anche adesso, le parole che sua moglie prova a piantargli come lame nel petto, non sono altro che un lontano ronzio che prova a distrarlo dalla sua vita.

“Oh Carl, come mi scopa bene Billy Joy! Lui sì che mi fa sentire una principessa.”

“Vuoi stare zitta, Jen?” urla.

“Attenzione! Carl si è arrabbiato!” lo canzona lei, sdraiandosi fin sui braccioli della poltrona.

“Ma guardati, Jen. Sei ubriaca e non sai nemmeno quello che stai dicendo. Te ne stai sulla tua poltrona, il tuo trono e mi punti il dito contro. Ma chi sei tu? Una viziata come tua madre. Sì, perché tua madre è stata la rovina di quel pover uomo che era tuo padre. Sempre con il suo bicchiere in mano, attaccata ai suoi soldi come una sanguisuga. E tu ne sei la degna erede.”

“Non ti permettere, Carl.”

Questa volta non lo dice ridendo. Le labbra si serrano in una sottile linea retta. Non le importa di quello che pensa Carl, è stato il mettere sullo stesso piano lei e sua madre ad averla risvegliata. Riprende il controllo di se stessa e si ricompone, dritta e poggiata allo schienale. Nella sua mano, il bicchiere trema. Di poco, ma trema.

“Voglio il divorzio.”

Lo dice velocemente, con un tono di voce impercettibile. Alza gli occhi al soffitto e stringe le labbra in una fessura. Sembra quasi lo faccia apposta: richiama al movimento ciascuno dei suoi muscoli facciali, a comporre mimiche definibili estreme. Agita le mani e riprende fiato e lo fa come se le due azioni fossero legate tra loro.

“Voglio il divorzio.”

Questa volta lo dice con calma. Dedica a ognuna delle tre parole il tempo di cui necessita. Le scandisce, ma sembra ripetere il tutto più per se stessa che per il povero Carl che, nel mentre, rimasto tanto fermo da sembrare rigido, si domanda se quelle che sente siano realmente le pulsazioni del suo cuore.

Tum. Tum. Tum.

No, Carl, non cadere. Fai qualcosa, presto: impedisci al tuo cuore di fermarsi proprio ora. L’orgoglio, Carl! Ma Carl non sembra volerci ascoltare e continua a precipitare. Giù, sempre più giù, nel nero abisso dell’amore. Si porta le mani al petto. Ci tiene, Carl. Ci tiene a quel matrimonio. Si porta le mani al petto per gridare il suo amore, ma l’urlo gli resta strozzato in gola, non vuole saperne di uscire. La bocca non ha spazio per far uscire la sua voce, è appena sufficiente a fare entrare l’aria di cui ha bisogno. Respira, Carl. Respira e urla e ama. Fai qualunque cosa, ma continua a vivere. Forza, Carl, forza!

Carl, però, non può più sentirci, né tantomeno ascoltarci. E’ in viaggio e non sa per dove. L’angoscia lo assale e lo rende consapevole del fatto che non avere più un corpo non ha alleviato il suo dolore. Forse Carl adesso crede che gli uomini abbiano un’anima e che i sentimenti ne facciano parte. Non potrebbe essere altrimenti. E che sollievo c’è nel morire, se le bestie peggiori continuano a girarti intorno, aspettando un tuo momento di debolezza? Oh, Carl, hai agognato così tanto la morte da rimanerne deluso. E’ così anche per gli altri uomini? Riponiamo davvero aspettative in un qualcosa che non potremo mai vivere? Forse Carl avrà modo di saperlo, dopotutto è in viaggio per il regno dei cieli. Si domanda cosa lo stia aspettando. Di fatto, Carl, si sente ancora vivo. Pensa ancora a quelle tre parole e di non essere più un uomo sposato.

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