Tutto il resto può aspettare

Prendere una curva agli ottanta non è il massimo, soprattutto su una strada non illuminata. Dirò che c’era un cinghiale e ho sterzato per evitarlo. Cappottarsi è inevitabile. Era successo anche a Massimo e nessuno ne aveva dubitato. Il problema sarà spiegare perché mi sono ribaltato su questa strada. Puttane. Dirò che volevo vedere le puttane. Quando sei triste, non c’è cosa migliore. Noi lo facevamo sempre, prima di tornare a casa. Abbiamo iniziato che ancora non eravamo maggiorenni. Tranne Massimo, lui è più grande di un paio d’anni e la macchina era sua. Finito l’ultimo grammo d’erba e buttata giù l’ultima goccia di tamango, riempivamo quella maledetta Panda, partivamo da Piazza Vittorio e andavamo a vederle. Ogni tanto ci parlavamo pure. Una volta io, un’altra Davide, poi Fabrizio. Massimo mai, che doveva essere pronto a partire se passava la polizia. Immagino che per le puttane fosse noioso perdere del tempo con noi. Un giorno, però, la ragazza di Fabrizio l’ha scoperto e gli ha detto di smetterla. Ci abbiamo riso sopra. Poi è successa la stessa cosa a Davide e alla fine mi sembrava di essere in una canzone, solo che al posto del bar noi avevamo la macchina. Non conoscevo ancora Cristina. Quando ci siamo messi insieme, ho smesso anche io.

Non mi dà neanche il tempo di entrare in casa. Mi prende la testa tra le mani, mi bacia, sussurra qualcosa. Dice che ha sbagliato tutto, che adesso ha capito. Ride, sorride, piange. Mi guardo attorno, mentre mi trascina in camera sua. Non entro in questa casa da un paio d’anni. È uguale a quando l’ho lasciata. La casa, intendo. Lei, invece, è diversa. Non è più una ragazza. È come se si fosse liberata dell’età con una scrollata. Penso di amarla ancora.

Che poi secondo me anche una pianta si accorge di star morendo. Mi fa un po’ ridere pensare di essere estirpato da questo mondo. Fa molto filosofo, o scrittore. Io ci ho provato a fare lo scrittore, ma non avevo l’attitudine. O forse non è andata così. È che a un certo punto non me ne è più fregato niente. Da quando Cristina se n’è andata, non ho più avuto obiettivi. E’ tutto così vuoto, così grigio. A ogni modo, dicevo che non so se avrò il tempo di dire a qualcuno del cinghiale.

Resta accesa solo una piccola lampada. Lei è raggomitolata al mio fianco. Il letto è a una piazza e mi costringe a starle vicino abbastanza da sentirne il respiro caldo. Ha gli occhi grigi, o almeno è quello che sostiene. Ho smesso di dirle che secondo me sono verdi, di un verde bellissimo. Ho smesso di dirle tante cose. Una, però, provo a non reprimerla. Il tuo profumo mi fa sempre impazzire, dico. Lei sorride.

Facciamo finta che il cellulare sia ancora nella tasca destra dei miei pantaloni e che non si sia rotto: come lo prendo? Non sono mai stato molto atletico, ma sfido chiunque a stare a testa in giù – se non per vomitare, come facevamo noi – con le gambe piegate che fanno di tutto per caderti addosso, il braccio destro spezzato, il sangue che dalla fronte ti gocciola nei capelli e qualcosa che attraversa la spalla sinistra. Sfido chiunque nella mia situazione a prendere quel maledetto cellulare. Credo che la cintura di sicurezza mi abbia compresso al punto che lo stomaco mi si è piazzato tra i polmoni. Dovrò dire al meccanico che non è esploso l’airbag. L’assicurazione pagherà? Ma soprattutto, qualcuno passerà da queste parti? Tutto questo mi ricorda che volevo fare un’esperienza di rally. Solo che là ti fanno affiancare da un professionista. Io non capisco niente di motori, ma la velocità della macchina mi fa impazzire. Ogni tanto, quando torno a casa, sposto indietro il sedile e inclino lo schienale. Sostanzialmente resto sdraiato. Poi, quando so che la strada sarà libera, inizio a spingere come un dannato. È che mi sento libero.

Dimmi qualcosa che non so, chiede mentre le accarezzo i capelli. Sono morbidi, castani, mossi. Non so cosa dire. Non riesco a staccare gli occhi dalle sue labbra. Lei le fa vibrare, sottili, e insiste. La sua schiena è perfetta. Non come la mia, simile a una S. Ricordo che ero bravo con le parole, che in fondo era quello che volevo fare nella vita. Guardo per un istante il soffitto. Stringimi in un calice infuocato/fa di un ricordo l’odore che hai assaporato/io sono il do/la nota più bassa che tu hai trascurato. Sospira. Mi sei mancata, dico. Sai cosa? dice stringendosi a me. La guardo curioso. Non le stacco gli occhi dalle labbra. È strano, ma anche divertente. Se uno dei due morisse, per l’altro sarebbe una tragedia. Sorride. Già, dico. Si tende verso di me, mi prende la testa tra le mani e mi dà un bacio. Chiudo gli occhi. Tutto il resto può aspettare.

Mi sentivo libero quando scrivevo. Mi divertiva giocare con le parole e con lo stile. In redazione dicevano: bravo Valerio, hai talento. Mi piaceva mandare i miei racconti, pensavo di aver trovato finalmente qualcosa di vero, di sincero. Ma nella scrittura, di vero e sincero c’è poco o niente. In fondo, com’è che diceva quello stronzo del direttore? Che è come essere artigiani, apprendisti, garzoni. Che a furia di lavorare si diventa migliori. Ma lo si deve fare tutti i giorni. Ho mollato perché non trovavo niente di spontaneo nel dirsi mi alzo e lavoro per otto ore. Mi sono detto: è l’unico modo, c’è poco da fare, ma allora non mi va. Facciano loro. Continuino con le loro stupide gare. Io mollo tutto. Non mi piacciono le catene. Invece il parapendio sì. Non l’ho mai fatto, ma voglio provare da anni. Mi immagino con le cuffie – non so nemmeno se sia possibile – e Neffa che mi dice è il ritorno del guaglione sulla traccia. Cristo, quanto mi manca Neffa. Comunque poi mi butto giù, guardo la Morte in faccia e le dico buh.

Vado via da Torino, dico. Lei mi guarda. Pensa che non sia vero. Non sto scherzando. Si mette cavalcioni su di me, le mani sul mio petto. I capelli le cadono fermi nel vuoto. Anche i seni, con le punte all’insù. Penso che restare non sarebbe neanche male. Si china a baciarmi. Tanto ci vedremmo solo quando hai voglia di ricordarti cosa vuol dire essere amata, come in questi due anni dico. Lo so, dice. Non finirà mai, ma non ho voglia di pensarci. Per una volta voglio credere che esista solo il qui e ora. Che se sto bene adesso, non per forza starò male domani. Perché? chiedo. La nostra vita è questa. Strana, ma è questa.

Fuori dalla macchina c’è Cristina. Sono sicuro di averla vista, chinata a sbirciare dal finestrino. Ha cercato il mio sguardo e l’ha trovato. Un po’ come quando ci siamo conosciuti. Ero appena andato a vivere da solo, per scrivere senza distrazioni. C’era un locale sotto casa e la sera stavo sempre là, seduto al bancone, da solo. Bevevo vino e leggevo. Una sera, un gruppo di ragazze entra. Il proprietario le indirizza verso un tavolo nell’altra sala. Riuscivo a vedere solo un posto, quello dove era seduta lei. L’ho guardata per tutta la sera, finché non se ne sono andate. Ma il giorno dopo è tornata, da sola. E ora è qua, fuori dalla macchina, che poi è ancora sua. Ricordo ancora quando l’abbiamo comprata. Avevo ventiquattro anni e convivevamo da uno. Abbiamo preso una Seicento usata, molto usata. L’ha comprata lei, ma ha voluto cointestarla. Mi ha lasciato tre anni dopo. Ha detto che potevo tenermi la macchina, che lei aveva i soldi per comprarne un’altra. E io l’ho tenuta, l’unica cosa che mi ricordasse di lei ogni giorno, che ancora ne respiravo il profumo.

La portiera si apre e Cristina entra dal lato del passeggero. Guarda il parabrezza sfondato, poi me. Provo a sorridere. Non credo di esserci riuscito. È strana. Il suo colorito tende al grigio, come gli occhi. Ora che li guardo, penso che abbia ragione lei. Non so come, ma è riuscita a sedersi. Al contrario. Come me. Le chiedo come ha fatto. Lei mi guarda senza rispondere. Si tende verso di me, mi prende la testa tra le mani e mi dà un bacio. Io chiudo gli occhi. Tutto il resto può aspettare.

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