Parsifal

Trovò il cancello appena accostato. Lo aprì e seguì il sentiero fino al casolare. Prima di bussare, si guardò attorno. La luna rischiarava i rami spogli delle viti. D’inverno gli facevano sempre impressione. Si strinse nel cappotto e diede tre pugni al portone in rovere. Aspettò in silenzio. Gli aprì una ragazzina dai capelli castani che lo invitò a entrare. Nel camino, la brace illuminava fiocamente i pensili della cucina.
– Ti stanno aspettando – disse la ragazzina.
L’uomo percorse il corridoio buio accarezzando il muro. L’intonaco era scrostato. Si fermò sulla soglia della sala da pranzo e sbirciò dentro. Due uomini sedevano al tavolo, in fondo alla stanza. Entrò e andò loro incontro. Il pavimento scricchiolò a ogni suo passo.
– Massimo, qui. Vieni – gli disse il più alto, il più vecchio.
Non tornava a casa da quindici anni, eppure alle pareti erano appese le stesse nature morte che guardava da bambino e i suoi piedi calpestavano gli stessi tappeti polverosi. I suoi fratelli, invece, erano invecchiati. Luca, più grande di dieci anni, aveva gli occhi scavati e le guance asciutte. Enrico, il fratello di mezzo, aveva i capelli radi e il volto segnato dalle rughe; dimostrava più di quarantacinque anni. Si abbracciarono. Luca si sistemò a capotavola e fece segno ai fratelli di accomodarsi.
– Meglio così, – disse – circondato da ciò che amava: sua moglie e le vigne.
Enrico annuì.
– Mamma starà da me, – riprese Luca – lo abbiamo già stabilito. Ma il vigneto?
Lo sguardo di Massimo si perse nel vuoto, impegnato a ricostruire il volto del padre.
– Lo teniamo, – rispose – è tutto quello che ci rimane di lui.
Luca ed Enrico si scambiarono un’occhiata. Massimo era il più giovane, i suoi fratelli e suo padre non lo consultavano mai.
– Cosa fai a Torino? – gli chiese Enrico.
– L’operaio.
– Noi, invece, abbiamo un’impresa. Partire è facile; il difficile è rimanere, sempre.
Sentirono dei passi nel corridoio.
– Prima hai visto Lena, mia figlia. E tu figli ne hai? – incalzò Enrico.
Massimo fece segno di no.
– Cosa ne vuoi sapere, allora – sbottò, dando un pugno al tavolo. Fissò Massimo, come da ragazzi. Caratteri inconciliabili. Doveva sempre intervenire il padre, a modo suo.
– Beviamoci sopra – suggerì Luca. Prese tre bicchieri e una bottiglia di vino. La posò sul tavolo. Poi chiuse la questione.
– In banca ci sono trenta milioni. Li prendi e torni a Torino. Non ti preoccupi d’altro.
Notarono che la bottiglia era già stappata e mancava un quartino.
– Mamma mica beve, – sorrise Luca – questa è di papà. Sarà come bere con lui, testimone del nostro patto.
Riempì i calici.
– Prendete e bevetene tutti.
Quando il vino gli toccò la lingua, Massimo chiuse gli occhi. Era il loro vino. Ricordò il primo brindisi con suo padre e il profumo del mosto; il sudore della vendemmia e la soddisfazione nell’assaggiare il frutto del proprio lavoro. Vide il volto di suo padre e ricordò quella frase tanto un giorno tornerai, perché le origini non si dimenticano.

– Prendeteli voi, i soldi, – disse – il vigneto non si tocca. Non sono Giuda, non mi comprate con trenta milioni. Io a Torino ci torno, ma tra due giorni sono di nuovo qua e non vi ci voglio ritrovare a bere il sangue dei morti.

Inspirò l’aria notturna, fresca e tagliente. Guardò le viti innevate: pure, ma imperfette.

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