Quo vadis?

I

“Ho bisogno di un biglietto per Torino” disse l’uomo. Indossava un completo nero; sotto una camicia bianca di Sea Island, chiusa fino al colletto, stretto da una cravatta azzurra, con una fantasia a righe blu scuro. Dall’altra parte dello sportello una ragazza minuta prese a controllare sullo schermo del suo computer. Quando non digitava sulla tastiera, la mano destra accarezzava i capelli scuri, seguendone la lunghezza fino alle spalle, sulle quali ricadevano ordinati.
“Il primo treno parte alle diciannove e quindici” disse la ragazza alzando gli occhi sull’uomo. Questi fece “sì” con la testa, prima di spostare lo sguardo sul tabellone elettronico delle partenze. Per un attimo si chiese se fosse necessario tornare a Torino. Avrebbe potuto andare ovunque, o non partire affatto. Cominciò a pensare che stava reagendo in maniera spropositata; che in fondo non era successo nulla.
“Immagino lei preferisca un posto in Business Class” disse la ragazza.
“Preferisco l’economica” disse l’uomo.
La ragazza lo guardò.
“Sono trentotto euro.”
L’uomo sfilò dal portafoglio una banconota da cinquanta e gliela porse.
“Voleva anche il ritorno?”
“Non credo. No. Grazie” disse. Aspettò che la ragazza stampasse il biglietto, poi si allontanò.
Decise di andare alla banchina, anche se in anticipo di due ore. Il tabellone delle partenze indicava solo la destinazione e l’orario: era troppo presto perché informasse anche sul numero del binario. Lui, però, si diresse deciso al nove. Sapeva che il treno sarebbe passato da lì. Tutte le volte che era andato in stazione convinto di partire e tornare a casa, prima che gli venisse a mancare il coraggio e rinunciasse, aveva visto che quel treno si sarebbe fermato a quel binario.
Si sedette a una delle panchine e tirò fuori dalla tasca destra della giacca una busta da lettera piegata in due. Chiuse gli occhi, mentre ne percorreva la superficie con le dita. Ripensò alla prima volta che la prese in mano. Era in casa e stava lavorando nel suo studio, quando sentì il citofono suonare. Pensò fosse pubblicità – anche se accanto al portone una targhetta d’ottone informava che i condomini non desideravano riceverla – e rimase chino sul proprio lavoro. Quando suonarono una seconda volta, però, si decise a rispondere. Mentre aspettava l’ascensore, si chiese cosa avrebbe potuto consegnargli il postino: acquisti per corrispondenza non ne aveva fatti, quindi perché farlo scendere a firmare la ricevuta?
Il postino era un uomo sulla quarantina. Era basso, panciuto, con un cappellino giallo sulla testa, a coprirne le stempiature.
“Lei è il signor Borioso?” chiese.
“Sì.”
“C’è una lettera per lei, una raccomandata con ricevuta di ritorno.” disse “Mi deve mettere una firma qua”.
Porse all’uomo la lettera, poi mise una mano nella tasca posteriore dei pantaloni e ne tirò fuori un piccolo computer palmare.
“Scusi, dove devo firmare?” chiese l’uomo.
“Qua” ripeté e indico lo schermo.
Il signor Borioso guardò il postino raggiungere la propria vettura con passi corti e veloci, poi rimase fermo nell’androne del palazzo con la lettera in mano. Sopra c’era il suo indirizzo, in piccolo, e una grossa scritta a inchiostro blu, di chiara calligrafia femminile, che diceva “Per Iso”. Passò tutta la superficie della busta con l’indice e il medio della mano destra, seguendone le increspature filacciose. Aveva ricevuto altre volte lettere in carta di riso, ma erano passati ormai anni. Serrò la mascella e tornò in casa, pensieroso.

L’altoparlante annunciò un ritardo con seguenti scuse verso gli utenti e questo distrasse l’uomo dai suoi pensieri. Ma solo per un momento. Il fastidio che aveva provato quando aveva aperto la lettera, una volta tornato nel suo studio, non si era ancora consumato, nonostante fossero passati sei giorni. Si chiese allora se stesse facendo la cosa giusta: in fondo perché era là? Che motivo aveva di tornare a Torino?

II

“Lucia si sposa,” pensò “Lucia si sposa.”
Quand’era rientrato in casa, dopo che il postino gli aveva consegnato la lettera, e lui l’aveva aperta, s’era sentito mancare. Un invito al suo matrimonio. Ma con chi poi? Perché? E soprattutto non poteva lasciarlo in pace? La lettera diceva pressappoco “Saremmo felici se tu venissi al nostro matrimonio domenica venticinque marzo. Fabrizio e Lucia.” Un biglietto prestampato. Non gli sembrava possibile. Eppure -se lo ricordava – si erano promessi di sposarsi. Sotto il noce, in quel pomeriggio autunnale. Lei si era stretta a lui, aveva lasciato che la baciasse e poi gli aveva promesso che lui sarebbe stato suo marito.
L’altoparlante avvisò della partenza del treno.

A un’ora dall’arrivo lo scompartimento non si era ancora riempito. I due posti accanto a Iso erano liberi. Davanti a lui un uomo stava dormendo, la testa reclinata indietro e la bocca socchiusa. Aveva un maglione blu scuro, dei jeans che calzavano un po’ larghi e un paio di scarpe da ginnastica. Accanto a lui un bambino di otto – nove anni continuava a chiedere alla madre il telefono cellulare. All’ennesimo tentativo, questa si arrese e il bambino iniziò a premere il pollice su vari punti dello schermo del telefonino. Dopo qualche minuto lo restituì alla donna e prese a muoversi su e giù per il sedile in velluto sgualcito, scivolando fino al pavimento verdognolo. La madre continuava a dirgli di stare fermo, guardandosi attorno imbarazzata.
“Tirati su” disse. “Subito.”
Il bambino la ignorò, ma si fermò comunque. Prese a ispezionare Iso, affascinato dal suo completo nero. Iso guardò il bambino e poi la madre, che arrossì. Si soffermò sul seno, messo in risalto da un’abbondante scollatura. La maglietta scendeva sui fianchi aderendovi, lasciando scoperta parte della pancia. I pantaloni di velluto nero erano attillati alle gambe magre della donna e scomparivano dentro a un paio di stivaletti in pelle senza tacco. Iso pensò che non potesse avere più di trentacinque anni. Alzò lo sguardo fino ad incontrarne gli occhi: erano castani con delle scintille di nero. Lei si voltò a destra, verso il corridoio, e accavallò le gambe con fare provocante. Iso guardò il bambino, che adesso era seduto composto con la testa ciondolante in avanti, poi si alzò ed uscì dallo scompartimento, poggiandosi con la schiena al finestrino del corridoio. Si portò le mani al collo e strinse il nodo della cravatta, tirando in fuori il petto. La donna lo seguì, gli si fermò davanti e proseguì. Il suo modo di camminare, un piede davanti all’altro, scaldò il sangue dell’uomo che, dopo aver chiuso la porta dello scompartimento, le si fece dietro.
Bussò ai servizi.
“Occupato” disse la donna.
“Sono io” rispose Iso.
La porta si aprì ed entrò, noncurante che qualcuno potesse vederlo.
La donna si accese una sigaretta.“Fumi?” chiese.
“Ho smesso.”
Lei gliene porse una e lui se la portò alla bocca.
“Tuo figlio è rimasto da solo con quel vecchio” disse.
“Non gli succederà niente, per cinque minuti.”
“Sei sposata?”
“Ci stiamo separando” disse stringendosi il braccio sinistro sotto il seno.
“Tu sei sposato?”
“No.”
Lei lo guardò per un attimo, speranzosa, poi butto la sigaretta nel gabinetto. Gli si avvicinò e gli prese la testa tra le mani, carezzandogli le guance.

III

Quando la donna uscì, Iso si appoggiò con le mani sul lavandino e si protese in avanti, quasi a sfiorare lo specchio con il naso. Si guardò negli occhi. Erano verdi, piccoli, due fessure. Li chiuse. Rimase fermo e pensò a Lucia e al suo matrimonio. Si chiese se avrebbe potuto cambiare le cose e se lei lo amasse ancora, nonostante fossero passati così tanti anni, nonostante l’avesse abbandonata. Le immagini di quel giorno gli tornarono in mente, vive. Il sole di agosto, l’odore dei mobili in mogano di casa sua, le lacrime di sua madre e le spalle di suo padre.

Riaprì gli occhi e si sciacquò la faccia, poi uscì.

Trovò lo scompartimento vuoto. Un senso di delusione lo strinse. Sperava di ritrovare la donna e di poter continuare a giocare con la sua complicità, ma poi pensò che fosse meglio così, che di lei rimanesse solo un ricordo pronto a sbiadire.
Si sedette vicino al finestrino e guardò fuori, cercando di capire quanta strada ancora lo tenesse lontano dalla sua Lucia. Ricordò il suo viaggio di sola andata per Bologna. Il treno era pieno si ritrovò in piedi nel corridoio, a terra il suo borsone con dentro lo stretto indispensabile. Aveva avuto poco tempo per riempirlo, mentre sua madre continuava a urlare e tirarlo per un braccio, nel tentativo di fargli cambiare idea. Ma lui aveva già preso la sua decisione, il bisogno di uscire da quella casa e di lasciare Torino era troppo forte. Suo padre rimase in soggiorno a leggere il giornale, senza mai degnarlo di uno sguardo.

I suoi pensieri vennero interrotti dalla donna che si precipitò nello scompartimento.
“Mio figlio è sparito” disse sgomenta.
Iso esitò qualche istante, poi si alzò e si avvicinò alla donna.
“Quando sono tornata,” riprese lei “qui non c’era più nessuno. Ho fatto il giro di tutti gli scompartimenti, ma niente.”
La donna scoppiò a piangere e si lasciò andare tra le braccia di Iso che iniziò a sentirsi un po’ in imbarazzo, non tanto per la situazione in sé, quanto per l’idea che si stava facendo strada nella sua testa e cioè di essere colpevole della scomparsa del bambino. Come aveva fatto a lasciare che il suo egoismo e i suoi istinti prendessero il sopravvento sul buon senso? E lei, questa donna che stava sfruttando solo una nuova occasione per stringersi al suo corpo, che razza di madre era?
L’allontanò e le chiese se fosse andata dal controllore. La donna fece no con la testa. Iso uscì sul corridoio e si guardò attorno. Non c’era nessuno, al di fuori di un ragazzo che gesticolava animatamente durante una telefonata.
“Vieni,” disse alla donna “muoviti.”
“Cristina. Mi chiamo Cristina” rispose lei, asciugandosi gli occhi.
Iso non le rispose e si diresse verso la fine del vagone. Lei gli stava appena dietro e lo guardava.
“Non mi hai detto come ti chiami.”
“No” rispose Iso, senza voltarsi.
Cristina gli prese il braccio per farlo fermare.
“Smettila.”
Iso fece finta di niente.
“Ma cosa credi, che sia un oggetto? Finché dovevi divertirti, tutto sorrisi e attenzioni, e adesso che non ti servo più mi tratti come se fossi una puttana.”
“Sto cercando tuo figlio” rispose Iso senza scomporsi.
“Solo perché ti senti in colpa.”
Iso si fermò.
“Li conosco quelli come te. Quelli che muovono il culo solo per il proprio interesse. Ora ti senti in colpa e hai bisogno di levare questa macchiolina dalla tua coscienza. Ma ti dico una cosa, tesoro: sei così sporco che non cambierà niente. Ma tu ti sentirai felice, certo. Penserai di essere una brava persona. Ma non lo sei, credimi. Non lo sei.
Iso si girò bruscamente e la donna si sentì intimorita. La guardò negli occhi, ma lei abbassò lo sguardo. Rimasero così, fermi, in silenzio.

“Mamma.”
Iso e Cristina si voltarono. Davanti a loro, stava in piedi il bambino, tenuto per mano da un controllore.
“E’ lei la tua mamma?” gli chiese l’uomo.
Il bambino annuì. La donna andò ad abbracciarlo e scoppiò a piangere.
Il controllore le spiegò che il vecchio dello scompartimento doveva scendere e, non volendo lasciare da solo il bambino, vedendolo passare, aveva pensato di lasciarglielo in custodia. Di non preoccuparsi, che non era successo niente.
Cristina lo ringraziò e, preso per mano il bambino, fece per tornare allo scompartimento.
Quando gli passò accanto, Iso le sussurrò che doveva scendere.
Lei non lo guardò nemmeno e Iso la seguì con lo sguardo, finché la porta del vagone non le si chiuse alle spalle.
Si appoggiò con la testa al finestrino, stanco, e sospirò.

IV

Esistono due tipi di uomini: quelli che vivono per il futuro e quelli che vivono nel passato.
Con la mano già sul portellone, Iso provò a ricordarsi il sapore dell’aria di Torino. Chiuse gli occhi e inspirò, ignorando l’acredine del vagone. Per un attimo si vide bambino, con il pallone in mano e il fiume alle spalle e gli uomini sdraiati a dorso nudo sull’erba del parco, ad accarezzare i capelli delle loro donne; poi ragazzo, i portici di via Po a proteggere il suo amore per Lucia; infine uomo, l’aria pesante della città a spingerlo sul treno per Bologna.
L’emozione lo colse e decise di abbandonarsi al flusso di passeggeri che lo trascinò fuori dal treno.
Ma il passato è un biglietto di sola andata e questo Iso lo capì solo quando ad accoglierlo fu una stazione sotterranea, ai muri i cartelli che vietavano di fumare, e quell’odore che appartiene solo al progresso, a chi ti ricorda che non hai scampo.

Fuori, la luna aveva già abbracciato Torino. Quella stessa luna che era l’unica cosa di familiare riuscisse a vedere. Un tassista gli fece un cenno, pronto a sacrificarsi per un’ultima corsa. Confortato dal rifiuto di Iso, rientrò nel suo taxi e partì, le luci ancora spente. Iso lo guardò allontanarsi, prima di incamminarsi in direzione opposta. Si ricordava di un albergo del centro. Per quella notte sarebbe andato bene, il giorno dopo sarebbe tornato a casa.
Incrociò lo sguardo di Lucifero, l’angelo che sormontava il gruppo statuario di piazza Statuto. Si diceva controllasse l’ingresso dell’Inferno. Se lo lasciò alle spalle e imboccò una via Garibaldi stranamente deserta e buia. Le serrande dei negozi erano abbassate, eccetto quella di un piccolo bar-tabacchi, che illuminava uno scorcio di strada. Sotto i riflettori, un tavolino in ferro battuto e due sedie di plastica bianca. Si ricordò delle mattinate passate nei dehor dei bar a fumare, provando a leggere le storie scritte nei libri ingialliti e nei movimenti delle persone che scorrevano veloci davanti ai suoi occhi.
Decise di sedersi, ma in quel momento non aveva con sé né libri, né sigarette, né, tantomeno, c’era passaggio. Ordinò comunque un caffè e un pacchetto di leggere. Il sapore di tabacco trovò terreno lasciato fertile dal gusto forte del caffè e Iso si chiese come avesse fatto a privarsi di quel piacere per così tanti anni. Era a metà della terza sigaretta, quando il barista gli fece capire che stavano chiudendo. Iso la spense e si affrettò a pagare.

L’albergo era come lo ricordava: il portone rotto e la luce delle scale, debole, ammiccava con complicità ai pochi avventori.
Un uomo ubriaco dondolava, poggiato al bancone della reception, mentre una donna minuta, ma grassottella, sfogliava le pagine bianche del registro. Aveva i capelli corti e stinti e gli occhi di chi non ha più nulla da vedere.
– Vuoi una camera, tesoro? – chiese annoiata.
La voce della donna, poco più del ronzio prodotto dalle pale del lampadario, sembrò turbare l’ubriaco che, seppur con fatica, si voltò verso Iso. Un movimento macchinoso e speculare a quello del piccolo ventilatore da tavolo alle sue spalle. In quella stanza tutto pareva immobile, opera di uno scultore alle prime armi. L’aria stessa, pigra, restava indifferente alle pale e al ventilatore. Non c’era alcun motivo di muoversi.
– Se ne ha ancora una libera – rispose Iso.
– Prova con la tre, tesoro. La chiave è alla porta, tesoro.
Gli fece scivolare davanti il registro.
– Se aspetti qualcuno, tesoro, basta la tua firma.
– Nessuno, non aspetto nessuno.
– Vuoi un po’ di compagnia, tesoro? – chiese sporgendosi sul bancone.
– No, grazie – rispose Iso.
La donna rimase così, con gli abbondanti seni schiacciati contro il piano di legno scolorito.
– Offre la casa – disse l’ubriaco, senza muovere gli occhi dalla scollatura della donna. Questa rise di un sorriso di femmina.
Iso declinò ancora l’offerta e si diresse verso la stanza numero tre, lasciandosi alle spalle la profanità di quello strano presepe.

La chiave riposava nella toppa, impolverata, e brontolò non poco, prima di rassegnarsi al volere di Iso. La stanza era piccola e l’unica fonte di luce era una abat-jour che, più che illuminare, proiettava ombre sul grosso armadio della parete opposta. Al vetro della finestra era attaccato un foglio strappato, con la parolarottadi un nero sbiadito. Il letto era una branda verde, più corta del materasso che ospitava. Isò aprì l’anta dell’armadio a vi trovò coperte e lenzuola. L’unica traccia del cuscino era una federa sgualcita. Tornò alla reception con l’intenzione di cambiare stanza, ma non vi trovò né la donna, né l’ubriaco. Rassegnato, si mise la chiave in tasca e scese in strada. Era digiuno dalla sera precedente. Si ricordava di un locale vicino, con una bicicletta disegnata sull’insegna. Da ragazzo ci passava le serate.

Lo trovò con facilità, così come lo ricordava. Sbirciò dalla finestra se ci fosse un tavolo libero. Stava per entrare, quando la porta si aprì e la sorpresa lo bloccò, il braccio ancora per aria.

V

Iso sta scendendo in metropolitana, la stazione è quella del Lingotto. L’ha raggiunta dopo dieci fermate di pullman che potevano essere una sola. Ormai ha perso anche la cognizione del tempo. Gli rimane quella del luogo, del dove, ma non può sapere per quanto. Tutto quello che sa, che riesce a percepire, è che la sua testa si svuota sempre di più e ogni pensiero, ogni capacità logica, qualsiasi ragionamento, deve arrendersi davanti al rapido e sconsiderato avanzare di quella domanda composta da un’unica parola: perché? Già, perché Lucia gli ha fatto questo? Se solo avesse un briciolo di lucidità, si interrogherebbe sulla causa. Se solo avesse un briciolo di autostima, non continuerebbe a dirsi che è tutta colpa sua, che ad avere sbagliato qualcosa è stato lui. Eppure, si fidava di lei. L’errore, forse, è stato questo.

Iso sta scendendo in metropolitana, gradino dopo gradino, quando si sente afferrare il braccio. E’ una stretta salda, ma gentile. La stretta di un amico. Per poco non cade e tutto quello che è in grado di fare è balbettare parole. E tra queste c’è anche il nome di lui, Valerio, che un po’ come se fosse stato messo lì da qualcuno, gli restituisce uno sguardo severo e una frase che Iso ancora ricorda.
– Non esistono problemi grandi, ma solo uomini piccoli – ha la prontezza di dire Iso.
Questa volta è Valerio a rimanere disorientato, la mano ancora sulla maniglia, a tenere aperta la porta. Indossa una polo grigia e ha mantenuto un fisico asciutto. Si è fatto crescere la barba, ma la tiene curata, e i capelli neri si sono ritirati fino a lasciare una stempiatura che gli dà l’aria dell’uomo maturo. Dimostra esattamente l’età che ha: trentacinque anni. Né più, né meno.
Ci vuole qualche istante prima che riconosca Iso nell’uomo che gli sta davanti; poi si lascia andare in un abbraccio sincero, più da fratello che da amico. Lo invita a entrare e lo fa accomodare al bancone, come fosse suo ospite. Ma non gli si siede accanto, no. Aggira il bancone e si mette dall’altro lato. Prende un bicchiere, lo riempie, e glielo posa davanti.
– Offre la casa – dice, mentre riempie anche il suo.
Con un cenno richiama l’attenzione di un ragazzetto con il grembiule.
– Sono un con amico, – dice indicando Iso – sta’ un po’ al bancone.
Il ragazzetto annuisce.
Tocca il bicchiere di Iso, che ancora non si era brindato.
– Andiamo fuori, che si sta facendo ressa.

In principio c’è bisogno di tempo. Per quanto l’affetto sia profondo, sentono l’esigenza di argomenti da poco. Si comincia dalla sigaretta offerta – fumi ancora? – e si continua col locale. Che Valerio, quel pub in cui ci passavano le serate e che poi gli ha dato lavoro come cameriere, alla fine se l’è comprato. Si giustifica dicendo che gli piace avere le persone intorno e poterne leggere le storie nei movimenti. Dice che ne ha viste storie diventare un tutt’uno, là dentro. E lui? La ragazza ce l’ha, ma non si vogliono sposare.
– Alla fine che cambia? Nulla, no? – domanda a birra quasi finita.
Iso abbassa la testa. Sono seduti di fronte al locale, sul gradino di un negozio, le schiene poggiate a una serranda che sembra lamentarsene a ogni cigolio. Intorno a loro, ragazzi troppo piccoli si fingono uomini per una notte. Tutti uguali. Persino la voce di uno sembra uguale a quella dell’altro. Le ragazze mostrano le proprie nudità in nome di un’emancipazione ormai tradita.
– Sono tutti così, Iso. Alla loro età, io manco uscivo la sera.
Lo dice con la consapevolezza di aver pronunciato il falso.
– Lucia si sposa – dice Iso.
E’ in quel momento che tutto pare riempirsi del silenzio. Le stesse voci di strada sembrano abbassarsi, consapevoli che ormai si è fatto tardi, che la città è stanca e vuole dormire. Così ogni discussione diventa un sussurro e le strade cedono il posto al più totale immobilismo.
Immobile è anche Valerio, che non sa bene cosa dire. Quando per anni non hai notizie di un caro amico e poi te lo ritrovi davanti, desideri sempre che sia tutto come un tempo, che nulla sia cambiato di un dettaglio. Ma sono quei pensieri fittizi, figli della consapevolezza che siano situazioni non reali. Ma non questa volta. L’impressione è diventata certezza e ora è sicuro che Iso non sia cambiato. Forse è cresciuto, forse è invecchiato. Ma è rimasto lo stesso, è ancora un ragazzo. Un ragazzo che è scappato perché incapace di reggere una delusione, così egoista da non tornare nemmeno per il funerale del fratello. Non è bastato un morto suicida, ma un matrimonio sì. E Valerio glielo dice, non ha problemi. Lo dice con quella pacatezza che rende ogni parola efficace, una lama mascherata da carezza.
Iso non è mai stato capace di replicargli. Ha sempre recepito le sue parole come quelle di un padre cui obbedire incondizionatamente.
Ed è così che si salutano, alla chiusura del locale; come Iso si era salutato con suo padre, prima di partire. Con quella consapevolezza che spesso volersi bene non è abbastanza e che quella persona non la rivedrai più.

VI

Rientra in albergo che non è nemmeno più ora di dormire. Il bancone che fa da reception è orfano della donna minuta e grassottella. La porta numero 3, ancora intorpidita dal sonno, fa un po’ di capricci prima di aprirsi; quando decide di cedere, sbadiglia un cigolio.
Iso si lascia cadere sul letto con ancora le scarpe addosso. Anche se fuori il cielo sta schiarendo, lui ha bisogno di dormire, di chiudere formalmente quella giornata.
Il tonfo di una corda lasciata srotolarsi nel vuoto gli fa spalancare gli occhi. A pochi centimetri dalla sua faccia, le suole lucide di due scarpe da uomo. Sono da completo, con i tacchi ancora inviolati dall’usura. Oscillano descrivendo prima dei cerchi, poi degli ovali e, infine, delle ellissi. E così al contrario, per tornare dei cerchi. Iso ne segue il moto per qualche ciclo, prima di andare oltre. E oltre ci sono dei pantaloni neri con l’orlo curato e preciso, stretti alla vita da una cintura in pelle che ha il riguardo di non fare grinze. Senza pieghe è anche la camicia bianca di lino che, da dentro ai pantaloni, culmina in un colletto abbottonato e stretto da una cravatta scura, intonata con la giacca che segue ed esalta le forme del busto. Unica cosa stonata, e Iso l’ha pensato più di una volta, sono gli occhiali da sole. Dopo qualche istante decide di alzarsi e sfilarli.
L’ultima volta che aveva guardato negli occhi suo fratello, lui gli aveva negato un abbraccio. Li distanziavano pochi passi, ma era stata la rigidità delle pose a sancire la rottura del patto di sangue che Dio aveva stipulato facendoli nascere dalla stessa madre.
Ora che lo fissava, ritrovava lo stesso sguardo fermo. Suo fratello non aveva mai esitato in vita ed era sicuro non lo avesse fatto neanche nell’atto di ripudiarla. Anzi, era proprio nel rifiuto che acquisiva la sicurezza che da sempre li aveva distinti. Anche in quel momento, lui vivo e lui morto, era Iso a esitare. Allungò una mano verso le guance asciutte che gli stavano di fronte e, tremando, si impegnò di riscoprirne la cute. Era imperfetta come la ricordava, al pari di quella di un ragazzino che non è ancora in grado di nasconderla con la barba. Faticava a mantenere quel contatto e cercava incoraggiamento negli occhi scuri di lui, senza ricevere nulla in cambio. Doveva contare solo su di sé, nessun aiuto ormai.
– Ti ho sempre invidiato, – disse – e continuo a farlo. Anche ora.
Gli occhi fissi.
– Pensavo fosse una partita aperta, che si avesse deciso di non barare. Si giocava con le tue regole, che era il fratello maggiore a prendere d’esempio il minore.
Gli occhi fissi.
– E quando tutto era sul punto di cambiare, quando hai capito che ad aver sbagliato non ero io, ma tu…
Gli occhi fissi.
– Hai buttato tabellone e carte all’aria e mi hai lasciato da mettere a posto.
La sicurezza di star agendo nel giusto convinse la mano sinistra a emulare la destra. Stringendo la testa del fratello, Iso si accorse della vacuità del suo sguardo. Si avvicinò fino a che i nasi non si sfiorarono e le labbra non si rivelarono speculari tra loro. Forse aveva la presunzione di restituire la vita con un soffio, o più banalmente era l’istinto a muoverlo nella teatralità di un gesto tanto semplice.
– Ti perdono – sussurrò, le labbra appena schiuse.

***

Dal finestrino del taxi, Iso guardò il cielo diradarsi in un azzurro privo di convinzione, con i banchi di nuvole indecisi sul da farsi. Da ragazzo aveva imparato a riconoscerli: nimbostrati, stratocumuli, strati… Ricordava il nome solo di quelli portatori di pioggia, o che l’avevano appena scaricata. Sorrise ricordando della ragazza che aveva provato a insegnargli quei nomi, a fargli capire senza mezzi termini che la vita stessa era voglia e bisogno di conoscere ciò che ci circonda. Aveva perso tutto questo insieme alla sua innocenza, il giorno in cui l’aveva tradita. Era stata un’esperienza, ma col tempo aveva smarrito anche la necessità di farne di nuove.

Nello scendere dal taxi si chiese se l’unica cosa a tenerlo in vita non fosse Lucia, o il capriccio che incarnava. Perché era questa l’ultima idea che aveva trovato terreno fertile nella fragilità di Iso. Cos’era venuto a fare a Torino? Era uno sciocco a credere di poter cambiare qualcosa. Doveva accettare che Lucia avesse scelto di sposarsi e che lui fosse estraneo alla vicenda. Eppure, se di estraneità si poteva parlare, lei non avrebbe dovuto scrivergli. Quell’invito – e di questo Iso era convinto – rappresentava un’esplicita richiesta di aiuto, il messaggio imbottigliato che naviga nell’oceano, l’ultima richiesta di un impiccato prima che il collo si spezzi.

Fino a che punto potessero protrarsi la follia e la disperazione umana, Iso non lorealizzò nell’analizzare i propri pensieri, ma nel vedere le spesse tende nere che impedivano al sole di irradiare l’interno della seconda abitazione di via Santorre, nel precollina. Interno 2.
Citofonò.
L’apparecchio restituì la voce meccanica di una donna.
– Iso, mamma. Iso – rispose ancor prima che la voce gli chiedesse di identificarsi.

VII

Il cancello si aprì con uno schiocco secco e Iso si trovò davanti un giardino molto curato.
Percorse il vialetto in porfido che conduceva alla porta di casa, davanti alla quale sua madre, una donna alta e magra, lo aspettava con le mani al volto e un’espressione contesa da stupore e gioia.
La donna, ormai in lacrime, abbracciò il figlio.
Profumava di magnolia e cannella e Iso pensò che fosse la fragranza più adatta alla sua carnagione pallida.
Si ricordò dei pomeriggi passati con Lucia sulla riva del fiume e la testa poggiata sulla sua spalla; si spruzzava il collo di un profumo alla vaniglia che lo rilassava al solo respirarlo, dandogli un senso di protezione.
Quell’essenza materna ebbe un effetto simile: gli sciolse i muscoli, ma non lo fece sentire al sicuro.
Il rumore del traffico era attutito dalle chiome degli alberi che recintavano il cortile e i suoni che arrivavano a Iso erano fiacchi e confusi.
Chiudendosi il cancello alle spalle aveva accettato di uscire dalla realtà e dal tempo e dalle regole che lo governano, per entrare in una piccola bolla di vetro; e in quella bolla, in quel microcosmo che altro non era se non il suo passato, i ricordi la facevano da padroni. Erano ovunque e ricoprivano ogni cosa, piccoli come coriandoli e pericolosi come mine.

Entrarono in casa, madre e figlio, la più sacra tra le coppie.
La madre che trascinava il figlio, il Cristo che portava la croce: la sua sofferenza più grande e la sua unica possibilità di riscatto agli occhi di Dio.
Avanzarono con il loro incedere classico, trascinandosi per un corridoio dalle pareti bianche, scandite da numerosi quadri di natura morta. Iso li ricordava uno per uno ed essi gli ricordavano che nulla era cambiato.
Attraversarono una stanza piccola e scura, per poi ritrovarsi nella luce del soggiorno che le ampie tende bianche non riuscivano a trattenere. Molte volte, giocando, Iso vi si era nascosto dietro aspettando che il fratello lo trovasse. E quando ci riusciva, il sipario si apriva e i due si abbracciavano ridendo. Ma adesso erano solo delle tende.
La stanza dava un senso di soffocamento: ogni parete ospitava grossi mobili pieni di cianfrusaglie. Appese ai muri troneggiavano voluminose cornici di ottone, a protezione di tele scure e sgualcite. Il pavimento era un labirinto tra tavoli, tavolini e sgabelli, in un continuo incrociarsi di minuscoli percorsi che conducevano nel medesimo punto e in quel punto – e non avrebbe potuto essere altrimenti – c’era una poltrona di pelle dallo schienale alto e lucido. Di fronte, seppure nascosta, la televisione strideva in una voce ora di donna, ora di uomo.
Iso non esitò e, una volta scelto quello che pensava essere il tragitto migliore, lo percorse tutto d’un fiato, fino a destinazione, fino a che non fu davanti a quella poltrona e a suo padre.
I leoni ammazzano i cuccioli perché temono di essere ammazzati a loro volta. E’ la loro natura e nessuno può definirla deplorevole. Quando uno dei cuccioli riesce a scappare e a eludere la morte, il leone sa che da quel momento dovrà sempre guardarsi le spalle. Sa che verrà il giorno in cui dovrà smettere di ciondolare all’ombra di un’acacia per concludere il parricidio. Sa anche che non vi riuscirà e che l’unico epilogo accettato coincide con la sua morte.
Glielo leggeva negli occhi: lo odiava. Lo disprezzava al punto che poteva credergli: Iso, suo figlio, era morto da anni. Anzi, forse non era mai nato e l’unico figlio avuto era quello che aveva trovato appeso a una trave.

Don-Don-Dondolava mentre Iso comprava il biglietto del treno.
Don-Don-Dondolava mentre Iso si sedeva al suo posto.
Don-Don-Dondolava mentre il treno partiva.

Iso sapeva che sarebbe stato complesso, ma non pensava impossibile. Se si trovava in quella casa, era solo perché si era deciso a risolvere la questione una volta per tutte, o perlomeno scusarsi. In modo composto e adulto. Eppure ebbe l’impressione che suo padre volesse solo la teatralità. E lui, Iso, poteva dargliela?

VIII

Negli occhi di suo padre non riuscì a ritrovare i propri.
Al contrario, vi trovò languore.
In quello sì, poté rivedersi.
Provò rabbia. Una rabbia senza freni, insaziabile. Erano occhi di morto: lo fissavano senza guardarlo. Andavano oltre, a perdersi nei dettagli di qualcosa che forse nemmeno esisteva.
Si chinò su suo padre, sfiorandogli l’orecchio con le labbra appena schiuse.
– Sono stato io – disse.
Si tirò su e rimase in attesa. Cercò tra le rughe del padre un indizio che nascondesse una reazione alle sue parole. Ma erano rughe di morto.
Spazientito, tornò chino su di lui.
– Per questo me ne sono andato. Per questo non sono venuto al funerale. Solo per questo.
Sentì un fremito nel respiro dell’uomo.
– Tu mi hai spinto a farlo. Tu. E io sapevo che lui era d’accordo. Che lo voleva anche lui. A volte credo abbia passato tutta la vita a supplicarmi di farlo. Lui era migliore, sì, e il più capace. Ma una cosa, la più importante, quella che più avrebbe voluto realizzare, non è mai stato in grado di portarla a termine. Io, invece, il buono a nulla, non mi sono tirato indietro. Lui aveva paura, io no. Gli ho fatto capire che la paura precede sempre il sollievo, così come il dubbio precede sempre la certezza. Lui ormai sta bene. E’ a come sto io, che nessuno si interessa. E’ come sto io, che tu dovresti chiederti. Perché non me lo chiedi, papà, come mi sento? Io, che ho avuto la determinazione di trascinarlo fino a quella maledetta trave, che ho avuto la forza di sorreggerlo, che ho retto il suo sguardo fermo mentre il suo corpo si contorceva nella vuota penombra di un magazzino. Sono sopravvissuto, sono io quello vivo, eppure per tutti sono io quello dentro una bara. Per tutti: te, gli amici, Lucia. Ebbene, papà, guardami bene, perché quello uscito vivo da quell’inferno sono io. E non ho nessuna voglia di ritornarci.
Posò una mano sul ginocchio dell’uomo e ne sentì il corpo scosso da lievi spasmi. Si girò senza guardarlo e se ne andò, il silenzio della stanza scandito da singhiozzi.

* * *

Inspirò più aria che poté, perché cos’altro c’era da fare? Non si era mai illuso che dirlo a qualcuno, confessarlo, avrebbe cambiato qualcosa. Ormai aveva imparato a conviverci. All’inizio era stato difficile, sì. Voleva urlarlo al mondo, tornare a casa strisciando e piangendo, scivolare lui stesso nella fossa prima che vi calassero la bara del fratello. Poi, però, la realtà si era fatta ricordo e i ricordi, si sa, fanno in fretta a mischiarsi con la fantasia. Così lo stesso Iso aveva finito per dimenticarsi di ciò che aveva fatto molti anni prima. Non se ne era dimenticato, assolutamente, piuttosto lo aveva messo da parte, isolato. E ora che aveva finito per tirarlo fuori, senza alcun preavviso poi, si sentiva smarrito. Smarrito, ma con una nuova consapevolezza di sé. Un seme piantato inavvertitamente aveva picchiato a lungo il terreno nel tentativo di emergere e ora – ma Iso non ne era ancora conscio – era pronto a germogliare.

Si incamminò verso la sponda del fiume e ne seguì il corso per un paio di ore, dopodiché si fermò a una panchina per riposare. Davanti a lui, alcune canoe seguivano la corrente accompagnate dalle urla di un istruttore a bordo di un motoscafo. Iso guardò annoiato il ripetuto affondare e poi riemergere dei remi dal pelo dell’acqua. Provò a cercare qualcosa di interessante intorno a sé, ma tutto quello che trovò furono un cuore e due nomi incisi sulla corteccia di un albero. Ragazzini pensò.
Si alzò, deciso a tornare in albergo. Aveva bisogno di dormire ancora qualche ora, di chiudere gli occhi e dimenticare. Guardò un’ultima volta i due nomi sull’albero. Lorenzo ed Erica. Tra le radici, nascosto nei ciuffi d’erba, gli sembrò che qualcosa brillasse. Si avvicinò. Un piccolo coltello serramanico. Lo raccolse e se lo passò tra le mani. Lo soppesò. Lo fece scattare. La lama era ancora affilata. Capì che era nuovo, fresco, come l’amore che aveva inciso sulla corteccia. Lo mise in tasca.
Sorrise.
Lorenzo ed Erica

IX

Quella notte Iso dormì. Dormì come non gli era più riuscito da molto tempo. Fu un sonno ristoratore: cupo e privo di sogni.
Svegliatosi, seppe esattamente cosa fare.
Si vestì e recuperò dalla tasca della giacca la lettera di Lucia. Se la rigirò tra le mani, poi lesse l’indirizzo scritto sulla busta.
Uscì dalla stanza.
La proprietaria dell’albergo gli sorrise mentre le restituiva le chiavi.
– Di già, tesoro?
– Devo.
– Sicuro, tesoro? – ammiccò, i pesanti seni poggiati sulla scrivania – Non posso fare proprio nulla per te?

L’aria di Torino era pesante e Iso faceva una certa fatica a respirare. Pensò che presto sarebbe stato a casa. L’indomani, al più tardi.
Via Garibaldi era deserta. I lampioni spenti e il cielo cianotico. I bar iniziavano ad aprire. Sprazzi di luce sul suo cammino.
Non aveva molto tempo. Anche se il sole si nascondeva ancora dietro le colline, non aveva molto tempo. Doveva arrivare prima che lei potesse uscire. Se l’avesse persa, se si fossero sfiorati appena, sarebbe stato tutto inutile.
Camminava velocemente, come faceva da ragazzo. Se anche le serrande non fossero state abbassate, non si sarebbe lasciato distrarre.
Piazza Castello lo costrinse a indugiare. Trovarsi di fronte Palazzo Madama, così, con ai piedi le fontane e la statua gli aveva sempre restituito un certo senso di appartenenza, un orgoglio che gli aveva sempre fatto pensare io sono tuo e non ti lascerò mai.
Non provò nulla e forse se ne dispiacque.
Inconsciamente evitò via Po. Se avesse dovuto trovarsi di fronte piazza Vittorio, con alle spalle la Gran Madre, avrebbe retto? E così eccolo nel reticolo di traverse, in quel labirinto di parallele e perpendicolari che ricordava a memoria.
Contò i numeri.
Sei. Otto. Venti.
Trentadue. Quaranta. Cinquantaquattro.
Prese la lettera dalla tasca.
Cinquantaquattro.
Un portoncino in legno di castagno, con un pomo d’ottone consumato. Un gradino in pietra scura, ruvida.
Si guardò attorno. La strada era deserta.

Per un po’ stette seduto sul gradino. Poi i numerosi portoni della via iniziarono a riversare persone in strada, assonnate e frenetiche, e decise di alzarsi. Attraversò la strada e raggiunse il marciapiede opposto.
Rimase in piedi per ore e non pensò a nulla in particolare. Ogni tanto si rigirava la lettera tra le mani e l’annusava cercando di trovarci sopra ancora tracce di profumo. Si chiese se un profumo potesse sopravvivere alle poste e ai postini e alla tasca della sua giacca. E al profumo di un’altra donna, nel bagno di un treno. Si disse di sì, perché riusciva a ricordarselo e allora non importava che la busta ne fosse ancora impregnata. Quello che importava era che annusandola ne rievocasse il ricordo. Istintivamente se la portò alle labbra e la baciò, ma non successe nulla.

Poi accadde.
Il sole era alto e tra Iso e il cinquantaquattro era un costante viavai di macchine. Un SUV bianco si fermò in coda proprio davanti a lui, impedendogli di vedere il portoncino. Iso non ci fece caso. Poi, tra i clacson che suonavano minacciosi sentì un suono sordo e uno scatto metallico. Fu come un brusco risveglio. Si infilò tra le macchine e attraversò la strada. A pochi passi dal cinquantaquattro una donna che si allontanava, dandogli la schiena. Indossava degli stivali neri e dei jeans che si intravedevano sotto a un cappotto grigio. I capelli castani le cadevano sulle spalle, oppure scomparivano sotto a una sciarpa verde smeraldo. Sembrava dovesse cadere a ogni passo e a ogni passo faceva un piccolo saltello. Quante volte avevano scherzato su questo suo modo di camminare?
E ora era davanti a lui. Poteva guardarla allontanarsi sapendo che non sarebbe scappata e che gli sarebbero bastati pochi istanti per raggiungerla. Provò a immaginarsela. Forse i suoi lineamenti si erano induriti con l’età e non avrebbero più avuto nulla della ragazza che ricordava e forse le sue labbra sempre un po’ schiuse non sarebbero più sembrate chiedere di essere baciate e forse i suoi occhi non avrebbero più avuto quel velo che le dava un’aria così malinconica e forse… Basta, non poteva più aspettare. Si diede una sistemata al colletto della camicia e a quello della giacca.
La raggiunse in una manciata di passi e nel superarla riconobbe il profumo impresso sulla lettera. Sentì una stretta allo stomaco nel girarsi e nel fermarsi davanti a lei.
La guardò e le tempie si contrassero e la mascella si serrò.
Ebbe l’impressione di sentire il battito del proprio cuore e non parlò finché non lo sentì calmarsi.
Il silenzio.
Il prato e le carezze e i baci e i sorrisi e le risa e mi sposerai.
Il letto e le lacrime e i pianti e la rabbia e il dolore e mi sposo.
Il silenzio.
– Ciao Lucia.

Il silenzio.

X

Si sedettero su una panchina e si persero nel gorgoglio del fiume davanti a loro. Lucia avrebbe preferito l’intimità di un bar, ma Iso aveva insistito perché raggiungessero la sponda del Po e passeggiassero come da ragazzi. Non parlarono molto. La sorpresa iniziale di Lucia nel vedersi davanti Iso era svanita con il passare dei minuti. Aveva detto che in fondo se lo aspettava, perché lui era fatto così. Aveva anche aggiunto che non aveva molto tempo, che c’erano alcune faccende da sbrigare per il matrimonio. Guardavano le anatre immergersi nell’acqua.
Passeggiando, Iso aveva pensato a cosa dirle. Sin da quando gli era stata recapitata la lettera, aveva cercato di capire quali parole potesse usare per convincere Lucia. Ma in quel momento, su quella panchina, si rese conto che non c’era un motivo valido perché lei dovesse tornare da lui.
– Lucia, ricordi quanto eravamo felici?
– Io sono ancora felice.
La guardò stringersi nel cappotto. Si era seduta lontana da lui, come se non volesse rischiare di essere sfiorata.
– Lui ti rende felice?
– No, io mi rendo felice.
– E perché lo sposi?
Lucia si girò verso di lui, forse per la prima volta da quando erano seduti. Sembrava serena, di quella serenità che caratterizza chi ha già deciso.
– Perché è quello che voglio – si limitò a dire.
– Non perché lo ami?
– Forse. Ma non è importante. Preferisco la tranquillità. E non è l’amore a dartela.
– Io con te ero tranquillo.
– Allora non era amore.
– E cosa?
– Egoismo, penso. Magari ossessione.
– Egoismo?
– Io ti ho amato, Iso. E non sono mai stata tranquilla. Era come se tu avessi bisogno di qualcuno che si facesse carico dei tuoi problemi. Non che te li risolvesse, questo no, tu non hai mai voluto risolverli. Non potevo continuare. Convivevo con l’ansia, iniziavo a soffrire di attacchi di panico e tu non te ne sei mai accorto. Non riuscivo più a dormire. Il tramonto mi angosciava perché voleva dire che la notte era vicina.
Fece una pausa e Iso provò a interromperla.
– Sono cambiato – disse, ma Lucia sembrò non averlo sentito e continuò.
– Ricordo una notte, una delle ultime. Eravamo nel mio letto e tu dormivi. Mi sono svegliata, il tuo braccio intorno al mio corpo. Era un cappio. Mi sentivo soffocare e non riuscivo a liberarmene. Sentivo il tuo respiro sui miei capelli, caldo e ritmato. L’ho odiato. Ti ho odiato. Tu parlavi di sposarci e io non avrei potuto sopportare il tuo braccio e il tuo respiro ogni maledetta notte. L’ho capito in quel momento. Ho capito che era finita.
Iso non disse nulla, né si voltò verso di lei. Guardava l’acqua incresparsi. Quante volte gli era capitato di avere tante cose da dire e poi, quando arrivava il momento di tirarle fuori, gli era sembrato che non ne valesse più la pena? Da ragazzo, soprattutto, e anche con Lucia. Si sentiva impotente davanti alla risolutezza. Mise le mani nelle tasche della giacca, incapace di tenerle ferme. Con la destra accarezzava la superficie filacciosa della busta in carta di riso, con la sinistra sentiva il manico del coltello che aveva trovato il giorno precedente. Lorenzo ed Erica pensò.
Sentì Lucia dire qualcosa tipo mi dispiace. Rispose distrattamente .
Non si era illuso che la situazione potesse cambiare, in tutti quei giorni. Sapeva che qualcosa sarebbe successo, che in qualche modo sarebbe finita, e forse era là per quello. Forse aveva vagabondato solo per farsi condurre alla conclusione, per scoprire quale sarebbe stato l’epilogo e quale sarebbe stato il suo ruolo. Credette di averlo capito.
– Ora è meglio che vada, – disse Lucia – e per il matrimonio non ti preoccupare. Per l’invito, intendo. Se non vuoi, ecco.
Iso le sorrise, ma non fiatò. Anni prima, in quella situazione Lucia avrebbe detto però parlami, Iso, ti prego. Anni prima, però. Non era più così e infatti non si sentì in dovere di aggiungere altro. Anzi, sussurrò ora capisci?
Prima di alzarsi, gli si avvicinò.
– Penso sia un addio – disse.
Iso annuì.
Lucia lo abbracciò e chiuse gli occhi. Si stupì nel sentirsi ricambiata. Per un istante tornò ai tempi in cui era normale che si abbracciassero e le labbra le si arricciarono. Quando sentì la lama del coltello affondarle nella schiena strinse Iso appena un po’ più forte. Provò a contare quante altre volte la lama penetrò la sua carne ancora tenera, ma si fermò a quattro. Poi non ne fu più capace. Una lacrima le scivolò sullo zigomo e non andò oltre.
Iso la rimise seduta. Sembrava addormentata. Le diede un bacio sulla fronte sudata e si alzò. Non c’era nessuno e pensò che non si era nemmeno preoccupato di poter essere visto. Non gli importava, in fondo, ma meglio così. Chiuse il serramanico, lo soppesò e lo lanciò in acqua. Se ne andò senza guardarla un’ultima volta.

– Ho bisogno di un biglietto per Bologna – disse Iso.
– C’è un treno tra venti minuti – gli rispose la donna minuta dall’altra parte del vetro.
– Va bene.
– Classe?
– Non importa.
– Il ritorno?
– No, sola andata.
– Binario ventuno.

Prima di salire sul treno si fermò davanti a un cestino, prese la lettera e la buttò.

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