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Quello che vi consiglio (per Natale)

Ultimamente riesco a trovare pace dallo stress solo nella lettura. Nonostante passi le giornate a studiare, nonostante un occhio un po’ troppo facile all’affaticamento, ho bisogno di leggere. Inutile dare scuse: se si vuole passare un po’ di tempo con un libro, questo tempo si trova. Io, ad esempio, leggo al mattino, facendo colazione; leggo sul pullman, andando all’università; leggo di pomeriggio, prendendo il caffè o sorseggiando un tè, e leggo la sera, prima di dormire. Il tempo, appunto, si può ricavare: basta sottrarlo allo scrolling inconsapevole su Facebook e Instagram. Se non riuscite, semplicemente leggere non è la vostra esigenza. Nel caso lo fosse – o conosceste qualcuno come me – quest’anno voglio consigliarvi qualche titolo che sarebbe perfetto come vostro – o come suo – regalo di Natale. Ho scelto cinque titoli, ma non ne ho scritto le recensioni che, se volete, trovate in gran quantità su internet. Giusto qualche riga e una citazione, nella speranza di incuriosirvi.

 

BORIS VIAN – LA SCHIUMA DEI GIORNI (Marcos y Marcos)
Se mi chiedeste quale emozione abbia provato leggendo questo romanzo, non potrei che rispondere tenerezza. E se mi chiedeste di cosa parli questo romanzo, non potrei che rispondere amore. Non perché trasudi sentimentalismo, o perché sia patetico: questo, Boris Vian non se lo sarebbe mai permesso. Il punto è che dietro tutte le stravaganze – geniali stravaganze – di Vian, si nasconde la pura essenza dell’amore. So che è poco, ma non voglio dire altro. Questo romanzo va scoperto – come ho avuto la fortuna di scoprirlo io – leggendolo. Non ci si può immergere nel genio di Vian vittime di pregiudizio. Voglio, quindi, che sia l’autore stesso a presentare quello che è uno dei miei romanzi preferiti, riportando qui la sua premessa.

L’essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto. In effetti, sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione. Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di esser formulate per essere seguite. Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington. Il resto sarebbe meglio che sparisse, perché il resto è brutto, e la dimostrazione contenuta nelle poche pagine seguenti deriva tutta la sua forza da un unico fatto: la storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi. La sua realizzazione materiale in senso stretto consiste essenzialmente in una proiezione della realtà, in un’atmosfera obliqua e surriscaldata, su un piano di riferimento irregolarmente ondulato e un poco distorto. Come si vede, è una tecnica confessabile, ammesso che ce ne siano.

 

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STIG DAGERMAN – IL NOSTRO BISOGNO DI CONSOLAZIONE (IPERBOREA)
Per chi non lo conoscesse, va premesso che Stig Dagerman è un autore difficile. Questo non perché a essere complessa sia la sua prosa – attuale, nonostante la sua produzione risalga alla prima metà del ‘900 – quanto perché a essere impegnativo è il suo pensiero. Per fortuna, verrebbe da dire. Dagerman, però, va affrontato con consapevolezza. Morto suicida nel 1954 a soli 31 anni, è riuscito a caricare la sua prosa di un impeto che può sembrare inarrestabile e spazzarti via. Una burrasca notturna da affrontare solo se ci si ritiene abbastanza forti da accettare di piegarsi come arbusti, fin quasi a farsi sradicare, per poi avere l’ostinatezza di tornare in piedi e guardare al nuovo giorno con la serenità di chi sa di avere imparato qualcosa di sé.
Il nostro bisogno di consolazione è un monologo del 1952 che Dagerman pubblicò su un periodico. Parliamo di una manciata di pagine, però fondamentali per chiunque combatta ogni giorno con se stesso, per migliorarsi, ma anche solo per capirsi. Fondamentali per chiunque, quotidianamente, si interroghi sul senso della propria vita.
Fondamentali per chiunque non abbia paura di confrontarsi con la parte più oscura del proprio animo.

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso  – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente. 

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LAURENT BINET – HHhH (EINAUDI)
Quello che vi propongo, è un romanzo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. A differenza dei numerosi romanzi anonimi e patetici sul tragico conflitto che ha colpito l’Europa meno di ottant’anni fa (è sempre bene ricordarlo), HHhH ci porta in Repubblica Ceca e ripercorre fedelmente i fatti che hanno portato nel 1943 alla morte del gerarca nazista Reinhard Heydrich per mano dei partigiani cecoslovacchi.
Ricordo che, appena terminata la lettura, fui pervaso dalla voglia di tornare a Praga e cercare i luoghi che videro aggirarsi gli eroi dimenticati di cui Binet si fa cantore, gli eroi silenziosi e ai più sconosciuti, che hanno contribuito ad arrestare il mostruoso ingranaggio nazista.

Ciò che ogni famiglia teme in quegli anni di ferro e di orrore accade una mattina a casa Moravec. Suonano alla porta, ed è la Gestapo. I tedeschi sbattono al muro la madre, il padre e il figlio, poi devastano freneticamente l’appartamento. << Dove sono i paracadutisti?>> abbaia il commissario tedesco, e l’interprete che li accompagna traduce. Il padre risponde a bassa voce di non conoscere nessuno. Il commissario torna a controllare nelle camere da letto. La signora Moravec chiede di poter andare in bagno. Un agente della Gestapo la schiaffeggia. Ma subito dopo viene chiamato dal suo capo e sparisce. Lei insiste con l’interprete, che la autorizza. Sa di avere solo pochi secondi. Così va a rinchiudersi in fretta nel bagno. Tira fuori la sua capsula di cianuro, e la morde senza esitare. Muore all’istante.

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MEYER LEVIN – COMPULSION (ADELPHI)
Ho finito da poco questo romanzo. Era impossibile staccarsene e le sue 580 pagine sono un ostacolo solo per gli sciocchi. Per tutti gli altri, infatti, sono una benedizione. E’ un romanzo-verità che anticipa di dieci anni il ben più celebre A sangue freddo di Truman Capote e ci racconta quello che è conosciuto come “il processo del secolo”, ovvero il processo Leopold-Loeb. Levin visse in prima persona la vicenda, seguendo il caso come reporter del Chicago Daily News, e la riporta con accurata fedeltà. A una prima parte più romanzata che mostra come i due criminali siano arrivati a compiere l’efferato omicidio, segue una seconda parte che racconta integralmente il processo, estremamente importante perché vide la difesa appellarsi ai cosiddetti alienisti per salvare i due imputati dalla pena capitale. Questo è uno degli aspetti più interessanti del romanzo, il vedere come, ricorrendo a un’ancora acerba e incerta psicologia, si sia provato a spiegare cosa avesse spinto due giovani prodigi, rampolli di due delle famiglie più ricche e prestigiose di Chicago, a sequestrare e uccidere a sangue freddo e senza movente un ragazzino.
Consiglio fortemente l’acquisto anche se non amanti del genere.

Il delitto era diventata la nostra ossessione. Lavoravo con Tom, sempre di corsa, sempre dietro alla polizia, accanto o davanti alla polizia, da un barlume di notizia all’altro, studiando e al contempo evitando gli altri giornalisti, e facendo congetture, immaginando, ascoltando, sempre più consapevole del fatto che in città stava diffondendosi un terrore mai sperimentato. La paura che il bambino ha dei lupi a caccia nella foresta, lupi che finiranno per divorarlo, anche se il bambino abita in una città in cui non esistono foreste, anche se gli è stato spiegato che nei dintorni non ci sono lupi – questa paura infantile sembrava essersi insediata nell’animo di tutti, a Chicago, e i lupi erano la minaccia primordiale, un animale ignoto, più feroce di qualsiasi altro animale mai incontrato dall’uomo. Si registrava un’ansia crescente, il presagio sempre più diffuso che ci fosse in città qualcosa di nuovo, di terribile e incontrollabile, una specie di nuovo germe omicida. 

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ALBERT CAMUS – LA PESTE (BOMPIANI)
Avrei potuto mettere Lo straniero, ma questo romanzo mi ha stregato al punto da farmi credere che ogni frase sia lì perché qualche forza astratta ha deciso che debba stare lì e che Camus non stesse facendo altro che trascrivere una qualche parola divina dettagli affinché spiegasse all’uomo il senso della vita. Non riesco a spiegarmi come la sensibilità di un autore possa essere tale da parlare all’umanità tutta di cosa significhi essere uomini. Perché è questo che fa Camus e lo fa con una maestria rara, perduta. La sua scrittura è limpida, priva di barocchismi che possano ostacolare la comprensione. Ogni significato ha il suo significante, senza errore.
Consiglio questo romanzo a chiunque sia disposto a leggere con calma e riflettere, senza la smania di arrivare all’ultima pagina e passare al prossimo libro. Camus va assimilato. Pagina per pagina, frase per frase, parola per parola.
Se riuscite, procuratevi l’ultima edizione Bompiani, perché la traduzione (di Yasmina Mélaouah) è molto fedele.

Venendo infine più espressamente agli amanti, che sono i più interessanti e di cui forse il narratore più parlare con cognizione di causa, costoro erano tormentati da ulteriori motivi di angoscia, fra cui occorre menzionare il rimorso. La situazione, infatti, permetteva loro di considerare i propri sentimenti con una specie di febbrile obiettività. E in quei casi era raro che non emergessero nitidamente le loro mancanze. La prima occasione era offerta dalla difficoltà che avevano a immaginare con esattezza la vita quotidiana dell’assente. Sa rammaricavano allora di essere del tutto ignari delle sue occupazioni; si accusavano della leggerezza con cui avevano tralasciato di informarsene e finto di credere che le occupazioni dell’amato non sono la fonte di ogni gioia per colui che ama. Da lì, era facile allora ripercorrere il loro amore ed esaminarne le pecche. In tempi normali sapevamo tutti, più o meno consapevolmente, che non c’e amore che non possa migliorarsi, e tuttavia accettavamo, in maniera più o meno pacifica, che il nostro restasse mediocri. Ma il ricordo è più esigente. E ne conseguiva che quella tragedia venuta dall’esterno, e che colpiva un’intera città, non ci recava soltanto una sofferenza ingiusta di cui avremmo potuto indignarci. Ci induceva anche a infliggerci personalmente un’ulteriore sofferenza e ci faceva così acconsentire al dolore. Era uno dei modi con cui la malattia distoglieva l’attenzione e confondeva le carte. 

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Reddito di cittadinanza

Ho notato una cosa, una cosa che mi piace poco e che è esplosa con la presunta vittoria del Movimento 5 stelle. Riguarda, ovviamente, il “reddito di cittadinanza” e quella enorme bufala che vi si nasconde dietro.
Da quello che ho capito – e potrei aver capito male – il “reddito di cittadinanza” è una sorta di assegno di disoccupazione che può essere erogato per circa un anno e che viene negato se il beneficiario, nell’arco di suddetto periodo, rifiuta tre offerte di lavoro avanzategli dal Centro per l’impiego. Non voglio soffermarmi sull’improbabilità di ricevere tre offerte di lavoro – e mi viene in mente il siparietto Porro-Bonafede – perché dovrei essere a conoscenza della durata minima del contratto proposto e di altri parametri che ignoro, così come tralascerò le questioni relative ai corsi di formazione e alle otto ore settimanali massime di impegno richiesto in progetti comunali.
Quello che mi interessa trattare riguarda le implicazioni sottintese da questo provvedimento, la concezione che ne hanno le persone – e il grosso degli elettori del Movimento – e le impressioni che ho avuto.
Un primo aspetto della questione è figlio di una costante che ho notato – e non solo io – durante tutta la campagna elettorale. E’ una caratteristica trasversale, che ha riguardato tutti i partiti politici, ed è una subliminale, tacita e implicita esclusione dalle parole “lavoro” e “crisi occupazionale” di tutti quegli impieghi che richiedono una persona laureata, una persona che, grazie a dei sacrifici, ha potuto specializzarsi in un preciso ambito, anche – e, forse, soprattutto – per poter aspirare a degli impieghi, se non più redditizi, almeno più gratificanti.
Quando io sento parlare di lavoro, invece, non colgo alcuna distinzione. “Ai nostri giovani manca il lavoro e bisogna fare qualcosa” si sente dire. La mia domanda, però, è: chi sono, questi nostri giovani? E quali sono, quindi, questi lavori? Stiamo maliziosamente ponendo su uno stesso livello – usando un criterio per nulla funzionale, quello dell’età – chi ha smesso di studiare in terza media e chi ha finito il proprio ciclo scolastico in un ITIS e chi ha continuato fino al raggiungimento di una laurea magistrale (o un master)? Mi sembra che la tendenza sia questa e, forse, il fatto che in Italia il livello di laureati sia molto basso è figlio anche di questo linguaggio fuorviante e, io credo, molto scorretto.
Questa è stata una delle grandi carenze che ho trovato nei programmi elettorali e nella comunicazione propagandistica, accompagnata da una generica riluttanza nel voler affrontare il tema dei “laureati” e di qualsiasi pianificazione di uno scenario lavorativo italiano che muti e si prepari ad accogliere quelle che ancora vengono definite “eccellenze” e che all’estero sono invece la normalità. I laureati non sono “cervelli”, sono normali cittadini con dei doveri e dei diritti, cittadini che hanno affinato le proprie competenze così da poter affrontare la realtà lavorativa che il secolo XXI ci propone.
Dicevo: quando si parla di lavoro e di occupazione giovanile, in Italia, ho sempre la percezione che ci si riferisca a lavori manuali, usuranti, lavori di un secolo passato e di un’epoca che è destinata a concludersi anche se vogliamo fingere che non sia così.
A questo punto entra in gioco il famoso “reddito di cittadinanza” proposto dal Movimento 5 Stelle. Questa misura ignora totalmente i laureati e non fa altro che svilirne e umiliarne il percorso di studi e le scelte di vita. “Se in Italia non c’è una sufficiente offerta lavorativa per voi, non è un problema nostro: voi siete dei parassiti”. E’ questo che sottende questa misura. Se rifiuti tre lavori, tre lavori che non c’entrano nulla col tuo titolo accademico, tu sei un parassita, un ingrato. Sei un fannullone. E io i soldi non te li do più. Perché, parliamoci chiaro, il problema non deriva dall’assenza di una concreta discussione politica su questi temi, no, il problema è che i laureati sono troppo presuntuosi, troppo viziati per poter capire che per vivere – e questo sia chiaro – si devono pulire anche i cessi.
Questa mattina mi sono inserito in un paio di discussioni, qui su Facebook, che riguardavano proprio il “reddito di cittadinanza” e sono rimasto basito – ma dovevo aspettarmelo – nel leggere queste accuse dirette a chi, come me, rifiuta questa generalizzazione del mondo del lavoro; a chi, come me, non vorrebbe soldi dallo Stato, bensì una pianificazione fin qui assente e che sarà il grande dramma di questo secolo italiano.
C’è un divario, in Italia, ed è quello tra chi non ha studiato e chi ha studiato. Se, una volta, chi aveva un titolo accademico veniva encomiato e rispettosamente chiamato “professore”, adesso è soggetto a biasimo, a disprezzo, a disapprovazione.
In Italia continua ad affermarsi – e sempre più – la tendenza a livellare verso il basso, verso l’ignoranza, verso un’omologazione su bassi livelli. A cosa serve, di fatto, un titolo accademico, se a essere coltivata con cura è la generale presunzione del sapere tutto? A cosa serve affinare le conoscenze e i giudizi, se la presunta “tuttologia” è così diffusa, così comune, così radicata?
Mi sono sentito dare del fannullone e un po’ mi è spiaciuto. Mi è spiaciuto perché mi impegno in quello che faccio, ma anche per i miei genitori, che fanno dei sacrifici per farmi studiare.
Ho letto della rabbia, nelle parole che mi venivano rivolte, e questa rabbia, ne sono convinto, è alimentata proprio da coloro i quali, alle ultime elezioni politiche, si sono presentati agli elettori come santoni con il lume della verità in mano, pronti a donarne la fiammella a chi li avesse seguiti ciecamente e fedelmente.
Sono una persona che studia e, in quanto tale, un fannullone. Mi piace. Finirò per abituarmici.

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Raccontami della Shoah

Sarò breve, davvero.
“Shoah” è improprio, esclude ogni vittima non appartenente al popolo ebraico. Mi riferisco agli Zingari, agli omosessuali, agli oppositori politici, agli handicappati. “Shoah” è un termine improprio, ma è quello usato in questi giorni sui giornali, nelle radio, in televisione e per comodità lo userò anche io.
Dicevo: sarò breve.
Ogni anno sentiamo parlare di: Shoah, Olocausto, genocidio, sterminio degli Ebrei. E ancora: piazzale Loreto, Duce, Fascismo, Mussolini; Auschwitz, Führer, Nazismo, Hitler.
Quest’anno: Liliana Segre, Gene Gnocchi, Claretta Petacci scrofa.

Indignatevi.

Voglio essere breve.
Tra una citazione di Primo Levi e un estratto video de La Grande Storia, mi chiedo: è così che pensate di sbrigarvela? Darci un contentino è la vostra messa della domenica? Cosa succederà, quando i reduci saranno chiusi nelle loro bare zincate? Basterà che i numeri di cui sono stati marchiati svaniscano nel consumarsi della loro pelle, perché quell’orrore venga cancellato dalla nostra Storia? Nostra, perché il Fascismo era cosa Nostra; perché dovremmo ricordarci – e tutti – che noi abbiamo combattuto una guerra stando da quella parte là; che noi abbiamo fatto salire al potere un uomo che Hitler, quello cattivo, coi baffetti, quello pazzo, ha preso a modello. Perché noi, intelligenti uomini occidentali, siamo il popolo che ha accettato anni e anni di dittatura. E ne eravamo felici. Quindi ogni tanto ricordiamocelo, che gli Ebrei li abbiamo ammazzati anche noi e non solo i Crucchi brutti e cattivi.

Ma non è questo il punto.
Il punto è: perché mi fate vedere quei filmati, perché mi fate vedere quei film, perché mi ricordate del binario di Auschwitz?
Non dovremmo fermarci tutti? Non dovremmo fermarci tutti un attimo, chiudere Facebook, ritardare la pubblicazione della prossima Instagram Story, mettere via quel libro che stiamo per fotografare e che tanto non leggeremo mai; ecco, fare tutto questo e molto di più e dire: vi prego, spiegateci come si è arrivati a deportare gli Ebrei. Vi prego, spiegateci come si è arrivati a crederci la pura razza italica. Vi prego, spiegateci come si è arrivati a sottostare a una dittatura che ha piegato il Paese e che macchierà le nostre coscienze per sempre.

Brucia il fantoccio della Boldrini.
La lettura del proclama “Basta invasione”.
Mussolini ha fatto cose buone.
I migranti devono essere respinti.
Prima gli Italiani.
Froci di merda.
Ebrei di merda.
Zingari di merda.
Basta Europa.
Viva Putin.
Viva Trump.

Vi prego, ricordateci di come tutto questo, di come tutto questo e un ceto medio che si sente massacrato e incompreso, di come tutto questo e una classe operaia che si sente sfruttata, di come tutto questo e le nuove e vecchie generazioni sono in conflitto, di come tutto questo e la nascita di movimenti, di come tutto questo e la necessità di un nemico interno, di come tutto questo e la rinascita del nazionalismo.

vi prego ricordateci di come tutto questo un popolo ci ha già portati a sterminarlo una volta

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Il mio primo populismo

L’altra mattina ero al mare. Erano appena le 9, ma il sole lasciava già intendere quanto avrebbe reso insopportabile quella giornata.
Pochi metri mi separavano dall’acqua e dal suo placido sciabordio sul bagnasciuga. La guardavo allungarsi verso di me, come stiracchiandosi, bambina appena sveglia, e poi ritrarsi d’improvviso e chiamarmi a sé, donna matura.
Anch’io ero assonnato e forse di cattivo umore. Mi ero svegliato presto, bruscamente, e davanti a me un giorno già scritto in ogni suo dettaglio, senza alcun imprevisto; nessuna avventura, né emozione impetuosa e inaspettata: è questa vita?
Eppure, alle mie spalle, le brulle colline calabresi, con le loro macchie di vegetazione fitta e improvvisa e i loro ruderi abbandonati da chissà quale padrone e in chissà quale epoca, illudevano di celare antichi segreti e di proteggerli agli occhi di chi non saprebbe a sua volta mantenerli.
Questo pensavo e la mia immaginazione galoppava senza briglie attraverso i troppi romanzi d’avventura che mi affollano la testa e spesso ne offuscano il giudizio.
L’orizzonte, a guardarlo, quel giorno mi ricordava che, seppur lontano, un limite sempre esiste e sempre esisterà.
Pensieri di morte, presenza costante.
Ma ecco, ecco una voce strapparmi via da me stesso ed evocare ricordi, ricordi remoti, ricordi di un tempo, di quando quell’orizzonte volevamo ancora raggiungerlo e magari lasciarcelo alle spalle, colonne d’Ercole della nostra età.
Ricordi, dice, ricordi quando da bambino raccontavi le barzellette e tutti ti stavano ad ascoltare, grandi e piccini? Quante ne sapevi, Andrea, quante…
La guardo, questa signora, presenza costante e invisibile delle mie estati. Le sorrido confuso e senza avere qualcosa da rispondere. Ha ragione, però. Ne sapevo tante e mi piaceva raccontarle.
E come le raccontavi, dice lei, in un modo che era impossibile non darti attenzione. Ed eri piccolo, eh, nemmeno dieci anni! Un oratore nato, aggiunge guardando mia madre.
Rispondo senza pensare, mentre il cielo sembra coprirsi per un istante e la mia testa svuotarsi dei tanti pensieri. Le mie labbra imbronciate si distendono in un sorriso vuoto e sereno: ecco la felicità!
Rispondo, dicevo, e per una volta nella vita mi sembra che la risposta sia quella giusta, l’unica possibile, quella che non ha nemmeno senso rifletterci sopra.
Dovevo fare il politico, allora, visto che sapevo far ridere.
Ecco.
Mi sfilo la maglia, entro in acqua, la testa sotto e del resto chi se ne frega.

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Ciao, Gianmaria

Gianmaria l’ho conosciuto tanti anni fa, durante un viaggio in macchina Torino – Catanzaro. Mio padre, appena partiti, mise un suo disco. Mi disse di ascoltare, che era un poeta. Io non gli diedi retta, un po’ perché per me gli unici poeti erano Baudelaire e Verlaine, un po’ perché era quel principio di adolescenza in cui non puoi fare a meno che contraddire.

Nel 2012 frequentavo la Scuola Holden. Era novembre e dovevo scegliere da una lista i workshop ai quali avrei voluto partecipare. Uno di questi aveva come docente Gianmaria Testa. Ricordai quel viaggio in macchina Torino – Catanzaro e quel disco che non avevo voluto ascoltare. Fu naturale spuntare quel nome e metterlo in cima alle mie preferenze.

Arrivò in aula con addosso una maglietta nera e in spalla l’immancabile custodia della chitarra. La posò per terra, come farebbe un qualsiasi artista di strada, e si presentò Io sono Gianmaria. Ciao, piacere, salve a tutti. Prese la chitarra e si adoperò per accordarla. Io non sono un insegnante, quindi questa non è una lezione. Ci guardò, eravamo una quindicina. Vi va se parliamo un po’? E’ necessario parlare, solo così si può imparare qualcosa. Non ho mai avuto l’occasione di stare nella stessa stanza con quindici scrittori. E’ un’opportunità.

Ci chiese di raccontargli di noi, uno per uno. Era interessato alle nostre esperienze, alle nostre storie, con indosso l’abitudine di raccontarle nelle sue canzoni. Volle sapere se qualcuno di noi suonasse. Sì? Tieni la chitarra, facci sentire qualcosa. E così sedeva tra noi e si faceva spettatore. Gli occhi chiusi, ascoltava col cuore. Applaudiva, incoraggiava, dava consigli. Io ero capotreno, non mollare.

Tirò fuori dalla tasca del cappotto un ep ancora nel cellofan. Questo me l’hanno mandato da ascoltare. Lo facciamo insieme, avete voglia? Mise su il disco. Era osceno. Lui non si scompose. Cercava ciò che vi fosse di buono. Alla fine si arrese e spense lo stereo. Vi va una sigaretta?

Gli chiedemmo di suonare qualcosa per noi. Disse di sì, felice. Eseguì Ventimila leghe e ce ne spiegò il significato. Bisogna insegnare ai bambini – perché questa è canzone per i bambini – che non si deve temere il diverso, che non bisogna credere a dei coglioni razzisti – è chiaro a chi mi riferisca, è nel titolo – che siamo tutti uguali. 

La lezione era finita. Lui non se n’era accorto, noi nemmeno. Beviamo qualcosa, vi va? Brindiamo a quest’esperienza che ho fatto oggi, all’avervi potuto conoscere. 
Tirò fuori dalla borsa delle bottiglie di vino rosso, dei bicchieri e dei grissini. Forza, ragazzi!

Ero in balcone con un amico che fumava. Lui ci raggiunse e tocco i nostri bicchieri col suo. Chiese da accendere, poi cominciammo a parlare di scrittura e di musica. Mi ascoltava e annuiva. Lo ascoltavo e annuivo. Quanti anni hai, Andrea? Venti. Mi studiò. Mi mise una mano sulla spalla e bevve un sorso di vino, guardando dritto davanti a sé. Feci lo stesso. Vuoi fare lo scrittore? Sì. Fai bene, servono dei buoni scrittori. Già. Continuammo a bere.

Come ultima cosa gli chiesi di autografarmi dei cd. Sono per papà, ti ho conosciuto grazie a lui. Sorrise. A Pino, con affetto. Gianmaria.

L’ho visto per l’ultima volta l’anno seguente. La vecchia Holden chiudeva e lui venne a suonare per dirle addio. Eravamo tutti attorno a lui, i bambini sdraiati sul pavimento, chiusi in una grossa aula. Lo ascoltammo tutti, quel poeta umile e generoso, mentre ci raccontava storie di uomini come noi, come lui.
Un bicchiere di rosso vi va? chiese, posata la chitarra.

Lasciami andare

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Petaloso: l’ennesima occasione persa dall’Italia.

Probabilmente conoscete tutti la vicenda legata al termine petaloso e trovo quindi superfluo rimarcare che sia un neologismo “nato” dalla fantasia di Matteo, un bambino di terza elementare.
Come sapete, Matteo ha scritto petaloso in un tema scolastico e la sua insegnante, Margherita Aurora, dopo averlo evidenziato come errore, ha pensato che potesse essere una parola adeguata per la lingua italiana e, di conseguenza, meritevole di fare parte del nostro vocabolario.
Margherita Aurora ha così deciso di far valutare petaloso all’Accademia della Crusca e, una volta ricevuto il responso, ha deciso di condividerlo su Facebook.
L’Accademia della Crusca ha osservato che petaloso sia un vocabolo ben composto e molto chiaro e, di conseguenza, potenzialmente utilizzabile nella lingua italiana. Solo potenzialmente, però: affinché un termine venga riconosciuto come membro del nostro patrimonio linguistico, deve essere largamente diffuso tra il popolo. Insomma: deve essere un termine popolare.
Ha così preso vita una mobilitazione del web finalizzata alla promozione di petaloso. Una causa che ha visto coinvolti numerosi cittadini, importanti multinazionali e persino il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Questo, per il piccolo Matteo, deve proprio essere un sogno da cui non svegliarsi mai.

Qual è il problema, allora?
Il problema è che i sogni sono labili e il più delle volte tendono a degenerare in incubi. E’ esattamente quello che potrebbe accadere a Matteo e a petaloso, dopo che la sovraesposizione dei media – per una volta corretta, aggiungerei – ha sì reso di comune conoscenza la vicenda, ma, allo stesso tempo, l’ha costretta nello scoprire il fianco al cinismo fiacco e frustrato che popola internet.
Petaloso è stato preso di mira dagli internauti che non hanno esitato a trasformarlo nell’ennesimo fenomeno trash. Se da un lato è di facile deduzione lo sciacallaggio di numerose pagine Facebook, che non fanno altro che sfornare contenuti di infimo livello e che sono alla costante e perpetua ricerca di click da parte degli iscritti, dall’altro è ancora più agevole comprendere come gli stessi utenti agiscano con una cattiveria immotivata e gratuita, figlia dell’invidia e della sola capacità di non comprendere.
L’ignoranza – in Italia dilagante molto più che in altri stati dell’Unione Europa – impedisce di capire quanto petaloso sia non solo una speranza, ma soprattutto un’opportunità.

Innanzitutto l’insegnate andrebbe erta a emblema della buona scuola e contrapposta a tutto ciò che vi è di inadeguato all’interno dell’istituzione scolastica. Margherita Aurora ha dimostrato di non volersi limitare, come molte sue colleghe e colleghi, a bollare come errore una parola sbagliata. Al contrario, ha dato una lezione molto importante alla sua classe: un errore può essere trasformato in qualcosa di positivo e non sempre ciò che definiamo sbagliato lo è per forza. Margherita Aurora, incentivando Matteo, ha incoraggiato i suoi ragazzi a non essere degli studenti passivi e svogliati, ma parte della loro materia di studio: la cultura italiana.
Proseguendo, lo stesso Matteo, fatto tesoro di questa esperienza, potrebbe diventare un uomo che non sprecherà la propria vita davanti a uno schermo, senza avere la ratio per discernere ciò che non andrebbe mai e assolutamente toccato.
Forse Matteo, avendo una famiglia e dei docenti che lo incoraggiano, non si sentirà costretto a essere alternativo, a pensare che le persone intelligenti e furbe debbano per forza avere un pensiero alternativo e controcorrente. Forse Matteo si renderà conto che, prima di tutto, nella vita è necessario averlo un pensiero. Forse Matteo comprenderà che è dietro a un’iniziativa come quella della sua insegnante che si deve unire una Nazione, rivendicando la propria identità, e non dietro a vuoti slogan e luoghi comuni.

Quello che ho realizzato io in questi giorni passati in disparte a osservare, è che preferiamo un sistema scolastico che non funziona, che riempie di nulla le teste dei propri studenti; preferiamo degli insegnanti che si siedono dietro a una cattedra senza avere la più pallida idea di cosa voglia dire passione; preferiamo pensare che tutto ciò che vada oltre alle addizioni sia inutile nella vita comune, inutile per pagare le bollette; preferiamo sentirci superiori, metterci sempre in una posizione antagonista, credendoci cinici e furbi, senza capire che siamo figli del nulla che rappresentano gli anni zero; preferiamo parlare, sempre, senza avere cognizione di quello che diciamo.

Ecco perché credo che quella di petaloso sia l’ennesima buona occasione sprecata dal nostro Paese.
Ecco perché credo che quella di petaloso sia l’ennesima buona occasione sprecata da noi nuove generazioni.
Ecco perché io sostengo petaloso: perché avrei voluto trovarmici io, quindici anni fa, al posto di Matteo.

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Ehi, Sozaboy

Ehi Sozaboy.
Tanti amici che auspicano una carriera militare, o rimpiangono la leva obbligatoria, o pensano alla guerra non tanto come a qualcosa di necessario, ma proprio di normale, dovrebbero sentirsi chiamare ehi Sozaboy.

Sozaboy” è il titolo del romanzo più celebre di Ken Saro-Wiwa, l’intellettuale nigeriano assassinato – e non giustiziato – dal regime militare nel 1955, sotto la pressione della compagnia petrolifera Shell.

Un particolare macabro, ma che io trovo necessario: venne impiccato, ma il cappio fatto male impediva all’osso del collo di spezzarsi, strozzandolo solo; dovettero tirarlo su e lasciarlo cadere oltre la botola per ben quattro volte. Posso vederlo, Ken Saro-Wiwa, mentre si porta le mani al collo per allentare il laccio e piangendo chiede perché gli stiano facendo tutto questo.

Già. Perché tanta sofferenza?
E’ quello che si chiede Mene, il protagonista del romanzo. Che poi non è un romanzo, è il suo viaggio di formazione.
Anzi: è molteplici viaggi di formazione.

Sì, perché può esserlo per quel ragazzino che viene da Dukana, quel ragazzino con il serpente sempre ritto, attratto dall’uniforme e dal luccichio dei fucili; ma lo è anche per il ragazzino che viene da Dukana e vuole diventare un soldato per sentirsi importante; e forse anche per quel ragazzino che viene da Dukana e che pensa di conoscere la guerra perché ne ha sentito parlare, che sa come si combatte Hitla.

Oppure può esserlo per noi, che crediamo la guerra sia quella che ci mostrano ogni giorno in televisione, o nei film in cui Brad Pitt si barrica in un carrarmato e muore valorosamente dopo aver ammazzato mille nemici. Che poi, un nemico cos’è? Saro-Wiwa ce lo spiega: il nemico è un uomo con un’uniforme diversa che, come te, non sa per cosa stia combattendo. Ma la guerra è la guerra.

Sì, di sicuro può esserlo per noi. Noi che riusciamo a realizzare che la guerra c’entra con la morte solo quando fanno una strage nello stato accanto al nostro. Altrimenti, la guerra è semplicemente una cosa che esiste, da qualche parte. Che c’è sempre stata, insomma, e quindi amen. Perché la guerra piace a tutti, ma mica vogliamo finire in fanteria. No, a noi la guerra piace sì, ma quella che si combatte da casa, mentre mamma ci prepara un piatto di pasta per cena.

Sì, di sicuro può esserlo per noi che non sappiamo cosa sia un profugo e delle condizioni in cui i rifugiati hanno da sempre vissuto:
Questo campo è in realtà un vero e proprio letamaio umano e tutta quella gente che ora chiamano rifugiati ormai è gente che hanno gettato via come immondizia. Non servono più a niente. Non posseggono più nulla, in questo mondo. Neanche il cibo più comune da mangiare. E tutto quello che hanno, devono elemosinarlo prima di poterlo avere. Tutti i bambini hanno la pancia grande grande, come una donna incinta. E se tu vedessi le gambe e gli occhi. Sembra qualcosa che di solito vedi in un film o dentro la foresta malvagia degli incubi.

Già.
Ma quindi di cosa parla “Sozaboy”?

Sozaboy parla del male. Del male che è radicato nel mondo e che prende a schiaffi in faccia un ragazzo ingenuo come lo siamo, o lo eravamo, tutti. Parla di Mene, che finisce in una guerra più grossa di lui, decisa dai bianchi e combattuta dai neri, e che vuole solo ritrovare sua madre e sua moglie che ha più tette che anima. Sozaboy parla di una realtà che noi possiamo riuscire a vedere, a scoprire e a comprendere solo leggendolo. E solo leggendo, mi sento di dire. Perché è nei libri, in queste storie, che viene fuori la verità. E’ leggendo che viene il disgusto per la violenza, il ripudio per la guerra, e la voglia di non ascoltare mai più chi ti dice che è un suo diritto avere un fucile in casa e che il mondo è giusto, che deve funzionare così.

Per chi cercava una recensione, su internet ce ne sono sicuramente di esaustive.
Tutto quello che mi sento di dire io è che questo libro fa male. Molto male.

Ehi, Sozaboy.

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L’importanza di scrivere

L’altra sera ho ricevuto un racconto via email.
Era di una ragazza con cui avevo scambiato giusto qualche messaggio.
Pochi giorni prima mi dice che le piace scrivere e le chiedo di mandarmi qualcosa, che sono curioso.
Così, superate le remore o la vergogna, un paio di sere fa si decide a mandarmi due vecchi lavori.
Mi dice che sono un po’ datati: 2010 e 2012.

La sera stessa, prima di dormire, decido di leggerli, che in fondo Mo Yan per una volta può aspettare.
So di non avere davanti il lavoro di una professionista, eppure c’è qualcosa che non mi fa levare gli occhi da quella pagina. Questo qualcosa è la sincerità con cui è scritta.
Quel racconto, a differenza di tanti altri che ho letto – e anche di parecchi romanzi – è puro, vero, credibile.
Leggendo quelle parole, mi è sembrato di conoscere quella ragazza da sempre e poco importava se la storia fosse autobiografica o totalmente inventata: io sapevo di star leggendo semplicemente lei.

Poi una frase: Tu che avevi la pazienza di un amore discreto e rassegnato…

L’ho trovata di una bellezza disarmante. Poche parole di una forza incredibile. Persino in questo momento non riesco a fare a meno di leggerle e rileggerle e leggerle ancora. Quella frase racchiude un mondo di emozioni e di immagini. Quella frase mi ha reso invidioso di non esserne l’autore.
Ho finito di leggere il racconto con i brividi, quasi vergognandomi dello star spiando – seppur con il permesso – la vita e il passato di questa ragazza.
Ero stanco, ma dovevo assolutamente leggere anche il secondo racconto.

Una volta finito, sono rimasto fermo. Poi ho spento la luce e mi sono messo a dormire.

Quando mi sono svegliato, però, ciò che avevo letto la sera precedente era ancora vivo nella mia testa. Era qualcosa che io stesso avevo vissuto.
Ho deciso, allora, di prendermi due giorni per pensarci sopra. Ne avevo bisogno.
Quei due racconti avevano stimolato non solo il mio lato creativo, dandomi subito la voglia di scrivere, ma anche la necessità di maturare una riflessione; la sensazione che ci fosse qualcosa che mi stesse sfuggendo e che fosse proprio lì, a due passi dal comprenderla.

 

Oggi ho finito di leggere il romanzo “Il supplizio del legno di sandalo” del sopracitato Mo Yan e ci sono arrivato.
Anche la sua scrittura era autentica e sincera. Per quanto stesse raccontando una storia, c’era lui. La fase della dissimulazione era superata, non c’era più bisogno di nascondersi dietro a una penna. E ho provato la medesima cosa nel leggere Benni, o Pennac, o McEwan, e altri grandi narratori. C’è sempre un momento in cui ti rendi conto che è tutto vero. Che sì, tutte quelle pagine servono a trasmettere qualcosa e arricchirti.
Eppure, tutti questi autori, sentendoli parlare ti fanno desiderare di non averlo mai fatto. Vorresti rimanere sulle loro pagine, perché sai che il modo in cui si comportano non è sincero. E’ quella la vera maschera.
Ma la loro natura, la loro essenza, è quella di cui sono intrise le loro parole.

E allora ho pensato che essere un grande narratore voglia dire avere il coraggio di raccontare sé stessi attraverso le storie di altri e abbattere quel noioso muro che troppa gente si diverte a erigere tra fiction e non fiction.
Che essere un grande narratore, come diceva Carver, è vedere ogni evento della propria vita, piacevole o spiacevole che sia, come un’occasione. Un’occasione per raccontare qualcosa, per fare letteratura, per esprimere sé stessi senza sigillarsi nella propria maschera pirandelliana.

Ed eccola, la meraviglia della letteratura! Eccola, la meraviglia dell’arte! L’arma di chi non ha paura di mostrarsi, dei coraggiosi che davvero non temono giudizio e non si vergognano di farsi denudare da chiunque, aspettandolo con il cuore in mano come il Cristo Misericordioso.

E allora scrivete! Scrivete tutti!  Che tutti scrivano e possano sentirsi, per una volta, vivi.
Questo è il mio invito a raccontarvi, a farvi conoscere, a non avere pudore o vergognarvi.
A essere dei bambini che non guardano indietro con rammarico e avanti con rassegnazione.

Per quello che riguarda i due racconti, non smetterò mai di ringraziare quella ragazza per avermeli fatti leggere. Per avermi dato modo di migliorarmi e soprattutto, per aver mostrato uno scorcio della meraviglia che sta dentro di lei.
Anche se non lo ha mai pensato, anche se non ci ha mai creduto, anche se la scrittura rimarrà sempre il suo piacevole passatempo, lei è un’autrice migliore di un mucchio d’altri che possono vedere il proprio nome dietro la vetrina di una libreria.

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Supportami

Ho voluto fare un esperimento, un azzardo.
Da oggi è disponibile su Amazon Racconti Raccolti“, un ebook che raccoglie sei miei racconti al prezzo simbolico di € 0.99.
I racconti, escluso uno, sono tutti editi qui sul mio blog e quindi fruibili gratuitamente.

Allora perché farlo?
Perché in questi giorni ho letto ovunque commenti di persone che si aspettano che un prodotto artistico – chiamiamolo così – libro o disco che sia, venga distribuito gratuitamente perché “l’arte deve essere accessibile a tutti”. Sono pienamente d’accordo, ma solo nella misura in cui si parla di fissare un tetto massimo per un prodotto.
La verità, però, è che un prodotto artistico – continuiamo a chiamarlo così – richiede ore e ore di lavoro. Ecco: quello che molti fanno difficoltà a capire è che questo è un lavoro.

Dietro ai miei racconti c’è la fatica dettata dalla speranza di consegnavi un prodotto al massimo delle mie capacità, un prodotto in cui metto tutto il mio impegno affinché possa essere qualitativo; e tutto questo mentre continuo la stesura del mio romanzo.

Insomma, la mia “arte” sarà sempre fruibile a tutti gratuitamente, ma se qualcuno volesse sposare la mia causa e supportare il mio lavoro, beh, potete farlo con meno di 1€.
Alla peggio, mi accontento anche di una recensione su Amazon e di una condivisione.

Grazie a tutti,
Andrea

 

Se siete interessati, potete trovarlo qui.

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La scuola che non funziona

Oggi stavo sistemando la mia libreria e, nello spostare alcuni volumi da una mensola, ho trovato una pila di vecchi numeri del giornalino scolastico per cui scrivevo al liceo.
Ho iniziato a sfogliarli distrattamente, finché non mi sono capitate tra le mani le fotocopie di un tema scolastico.
Incuriosito dalla consegna – “Un ministro ha recentemente affermato che di cultura non si mangia. Cosa ne pensi a riguardo? Argomenta la tua risposta.” – mi sono messo a leggerlo, ma la mia testa si è persa, vittima di un’epifania.

Era uno dei primi giorni nella mia nuova classe. Ripetevo il secondo anno di liceo scientifico, dopo una rocambolesca bocciatura di cui non mi sono mai vergognato e cui devo molto. Avevo deciso di rimanere nella stessa sezione: sperimentale in scienze + pni. Questo voleva dire avere più o meno gli stessi insegnanti.
Mi avevano assegnato un posto in ultima fila, nell’angolo. Non sarebbe stata facile.

La professoressa di italiano era diversa da quella che avevo avuto l’anno precedente. E’ una materia in cui sono sempre andato bene, con una certa predisposizione, ma qualcuno del corpo docenti confida ai colleghi che a scrivere sono proprio un incapace – e questa persona, oltre a non essere la mia insegnante di italiano, non aveva mai letto un mio tema.

La nuova professoressa di italiano assegna un compito da fare a casa: scrivere una pagina ispirandosi a “L’addio ai monti” de “I promessi sposi” di Manzoni. L’elaborato viene poi consegnato il giorno seguente per essere valutato.

Passata una settimana, la professoressa restituisce i temi con i rispettivi voti. Non aspettavo altro. Ero felicissimo e curioso di sapere come fossi andato.

Manca solo più il mio, ma l’insegnante, invece di consegnarmelo, mi chiede di alzarmi in piedi.
Io lo faccio, mentre i miei nuovi compagni, con i quali non c’era ancora stato tempo sufficiente per socializzare, si girano a guardarmi.

L’insegnante mi chiede da dove ho copiato il tema.
Io resto incredulo.
Mi rivolge nuovamente la domanda, calma, mentre lei e tutti i miei compagni mi guardano con sospetto.
Rispondo che non l’ho copiato, che l’ho scritto io.
Lei non ci crede.
Ripeto di non averlo copiato e inizio ad agitarmi e a non capire il perché di quell’accusa.
L’insegnante resta impassibile: non l’ho convinta.
Vado alla cattedra e recupero il tema: nessun voto.

Quando la mia testa è tornata al presente, ho sentito la stessa stretta allo stomaco di quel giorno; sono stato male così come lo ero stato quel giorno, quando ero un ragazzino di sedici anni che non capiva perché nessuno credesse che fosse in grado di scrivere un buon tema come quello.

Quel giorno ho capito che non sarei partito allo stesso livello degli altri, che per molto tempo sarei stato senza motivo la pecora nera, quello incapace di prendere un buon voto per proprio merito.

E ho imparato che se vieni bocciato, se sei un disastro in matematica, per molti di quelli che si occupano della tua formazione, di arricchirti, sarai un disastro in tutto, incapace persino di scrivere un buon tema. D’altronde, come per tutte le cose, in Italia non esiste il beneficio del dubbio: o innocenti, o colpevoli.

Questo è il tema incriminato:

Ed eccola là, la flotta che tanto lontano mi porterà dalla mia città. I miei occhi non potranno più soffermarsi sulle candide mani delle donne, intente a filare ai telai, né la serenità potrà impadronirsi della mia faccia, nel vedere i pastorelli guidare le greggi di pecore, su per le imponenti rocce dell’Attica. Resteranno sfocati ricordi, nel susseguirsi di uomini armati che passeranno davanti ai miei occhi, come un branco di cervi in fuga da un cacciatore, così incauto da aver attirato la loro attenzione. Non sarà più il tempio della pallade Atena, ove da bambini facevamo impazzire le nostre madri, assalendoci armati di legni d’ulivo, a farmi ombra … Bensì le alte e splendenti mura di Ilio, che dovremo abbattere per volere di un re ingordo di potere. Non saranno più le leggiadre fanciulle della mia gente ad allietarmi, la mia famiglia non sarà più meritevole di attenzione … lo sarà unicamente il mio corpo, protetto da un bronzeo scudo e da una tagliente lama. Non più i seni delle giovani ateniesi attireranno i miei sguardi, ma lo faranno le rozze forme dei dadi intenti a rotolare su di uno sgabello, accompagnati dalle imprecazioni degli avidi scommettitori. Il mio è un addio, perché so di non tornare. È un addio alle caldi estati che, per venti lunghi anni, hanno accompagnato la mia vita. È un addio ai visi dei miei genitori, ricchi d’amore e malinconia, perché, dopotutto, il destino di un figlio è perire in battaglia, assai prima dei suoi cari. È un addio alla bella Agave, che per prima assaporò le mie labbra e che sarà destinata a vedermi tornare sul mio scudo, o a non ritrovarmi affatto.

La partenza non è mai dolce ed ancor meno lo è se imposta da estranei, ma che importa? Cosa importa della mia morte o di quella di altri mille? Non siamo tutti destinati a morire? Non siamo destinati tutti a dare il nostro addio a questo mondo, in attesa che il traghettatore ci porti dai nostri padri? Cosa importa se oggi o domani … Terra natia, madre dei miei padri … io oggi ti dico addio e ti ringrazio per tutti i tuoi doni. Per la pioggia, pronta a coprire il mio volto straziato dalle lacrime. Per il sole, che sempre ha illuminato il suo sorriso. Per il cibo, di cui ho potuto nutrirmi e per la dimora che sempre ho avuto. Ti ricorderò, mentre la gelida lama si bagnerà del mio caldo sangue, affondando nella mia troppo giovane carne. Il calore del sole, sulle navi che mi porteranno al mio crepuscolo, non sarà mai così opprimente da farmi dimenticare di te. Né così devastante sarà la fatica da rematore. Né così malvagia, la morte che mi strapperà dalle tue braccia … addio …

 

 

 

 

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