Io e Jacques

Sono stanco. Fuori piove ed è come se Jacques Brel fosse qui, accanto a me.
Schiacciamo i nostri nasi contro il vetro della finestra e ci limitiamo ad appannarlo, di tanto in tanto. Guardiamo le persone: i passi affrettati e le teste basse sotto gli ombrelli. Inutile alzare lo sguardo, se non puoi vedere il cielo.
Le colline fumano d’angoscia e le strade si lasciano impastare dai passi dei viandanti.
Il sole dice: oggi no.
Jacques prende la chitarra e torna accanto a me. Si accende una sigaretta e apre la finestra. Il freddo entra, del calore non c’è più traccia.
Suona qualcosa, Jacques penso.
La mano accarezza le corde, ma sono note di pianoforte.
Alla fermata, un uomo e una donna si abbracciano. Forse si baciano. Aspettano il pullman, o il tram, o che qualcuno dica loro: non potete. Fare cosa chiederanno loro? Amarvi si sentiranno rispondere. Ridacchieranno e risponderanno è vero, siamo amanti. Se ne andranno.
Proteggiamo meno i nostri misteri canta la cicca di Jacques.
Oh, Jacques caro, ma quali misteri? Non li vedi, vestiti ma nudi, rotolare nella pioggia d’ottobre, mentre il sole d’agosto ancora non li ha lasciati? Le mani intrecciate e i capelli bagnati del catrame che li lega ai loro peccati. Se solo potessero dirsi addio, le carni e le anime di cui son fatti, queste danzerebbero fino a noi, sospese come il giudizio di chi ne ha troppo, e si farebbero ritrarre da te e dalle tue parole.
Ma a te non serve, Jacques. Tu che hai gli occhi ribaltati al contrario e che dentro di te vedono tutto quel che basta a vivere felici. Una scena allestita, un palco rialzato e il sipario che si apre.
Oh, Jacques, guardala! Lei che non conosce più il sapore dell’acqua e sta sdraiata ad aspettare. E quando ti avvicini e sei già pronto a carezzarla, e capisci che non è te che aspetta. Guarda fuori, Jacques, presto! Prima che i tuoi occhi piangano, prima che le tue lacrime anneghino il tuo stomaco, tu guarda fuori! E cerchiamo i due amanti, che loro sanno.
Oppure no, lasciamoli stare. A cosa serve chiedere, se già sappiamo? Cosa abbiamo da dire noi, io e te, se non parole spezzate di malinconia, se non frammenti di un mondo che nessuno riesce a vedere. Allora restiamo qui, Jacques, in silenzio. Restiamo qui, dietro questo vetro appannato e freddo, con quello che vorremmo dire e che non riusciamo. Restiamo qui, Jacques, con la chitarra e la sigaretta, e aspettiamo che fuori qualcosa accada.

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Mi chiamo Lucy Barton (****)

Affronto la recensione di questo romanzo col più profondo rispetto nei confronti di un’autrice dalla prosa magistrale, dotata di una tecnica narrativa capace di far impallidire gran parte degli autori contemporanei e Maestra indiscussa dei dialoghi. Eppure, per quanto dopo questa premessa possa sembrare che questo romanzo sia perfetto, devo osarmi nel dire che no, che questo romanzo non è perfetto, e che per me ha un terribile ed enorme difetto. Ma andiamo per gradi.

Elizabeth Strout – già premio Pulitzer nel 2009 – decide di prestare la propria voce e la propria penna a Lucy Barton, rendendola così protagonista, narratrice e autrice del romanzo Mi chiamo Lucy Barton. Questo espediente narrativo, questo far dimenticare al lettore che la storia sia frutto di fantasia, permette un’immedesimazione totale: è come se Lucy Barton si stesse confidando con noi, come se ci avesse fatti accomodare in salotto, davanti a una tazza di tè, e avesse iniziato a raccontarci la sua vita, a partire da quel giorno che, ricoverata in ospedale, ha visto comparire sua madre ai piedi del capezzale.
Perché è proprio così che inizia il romanzo: con il ricovero di Lucy – molti anni addietro – e la comparsa di sua madre, con cui non aveva più alcun rapporto da molti anni. La donna non entra in scena con sciocchi preamboli: è là. Semplicemente compare e tutto quello che vorresti fare è interrompere Lucy – sempre davanti alla tua tazza di tè – e chiederle se la madre fosse davvero là, o se fosse un fantasma, un sogno. Una scelta fantastica, questa evanescenza, da parte della Strout.
Eppure la madre c’è ed è una certezza, una delle poche informazioni che abbiamo all’inizio del libro. Non sappiamo nulla di Lucy, noi. E allora apprendiamo che Lucy rimarrà ricoverata per nove settimane in un ospedale di Manhattan, proprio di fronte al grattacielo Chrysler, e che la madre resterà ai piedi del suo letto per soli cinque giorni. Cinque giorni sui quali viene distribuito gran parte del carico narrativo del romanzo. Sarà proprio questo breve arco di tempo a permetterci di approfondire il rapporto tra le due donne e di svelare lentamente il passato di Lucy.
La narrazione è però frammentaria. Alle scene in ospedale, alla delicatezza dei dialoghi tra madre e figlia, vanno ad alternarsi frammenti del passato di Lucy che lei stessa ci racconta, nel suo presente narrativo, in quegli anni di molto posteriori al suo ricovero in ospedale. Così la narrazione diventa una treccia, una spirale chiusa e inattaccabile: Lucy racconta dell’ospedale e ciò che avviene in ospedale ci racconta a sua volta frammenti della vita della nostra protagonista; ci fornisce personaggi e vicende che hanno caratterizzato un’infanzia dura e difficile. Quella stessa infanzia che ha spinto Lucy ad allontanarsi dalla propria famiglia e dalla propria madre, a renderla spietata. Sì: Lucy è spietata. È lei stessa a dircelo, sul finire del romanzo.
Così quello che per molti viene definito un rapporto d’amore tra una madre e una figlia che si riabbracciano dopo tanti anni, nonostante tutto, nel momento del bisogno, per me non fa altro che definire a trecentosessanta gradi Lucy Barton, una donna spietata. Non c’è amore in quell’ospedale. C’è una giovane donna che vuole la mamma e che allo stesso tempo le imputa la propria natura, la colpevolizza per un affetto che non ha mai ricevuto. A Lucy Barton non interessa ciò che dice sua madre, le importa solo di sentire quella voce, di poterla avere di sottofondo mentre sonnecchia. La stessa Lucy ci confida spesso di non ricordarsi di quello che è stato detto, che crede che le parole fossero quelle.
Mi sono chiesto se Lucy Barton sia egoista o semplicemente incapace di amare. Lei che, a differenza di suo fratello e di sua sorella, riesce a scrollarsi via un’infanzia carica di vergogna e a diventare qualcuno, una scrittrice, ma che sull’altare di questo successo sacrifica tutto, pur senza rendersene conto. Lei, che per prendersi ciò che la vita le deve di diritto, rinuncia alla famiglia, al marito, alle figlie. Tutto solo per poi dire ho sbagliato. Tuttora mi chiedo chi sia davvero Lucy Barton e ogni volta ho il timore di sbagliarmi, di non poterla conoscere davvero. Questo perché Elizabeth Strout ha creato un personaggio talmente tridimensionale da averlo reso umano. Pur seguendo la sua voce in prima persona, noi non riusciamo a capire nel più profondo cosa stia pensando. Proprio come se fosse vera, in carne e ossa. Non è un semplice personaggio romanzato. No: Lucy Barton si ribella alla sua vita e ai suoi lettori. Comanda lei.
I fatti sono quelli, inderogabili, scolpiti nel tempo passato. Sono delle certezze immutabili e definite dalla maestria della penna di Elizabeth Strout.
Eppure, quello che filtra dal malinconico racconto di Lucy Barton, è che non vi sia sentimento. Che è un controsenso di per sé. Come fa un romanzo a essere così umano e allo stesso tempo privo di sentimento? Però è quello che io ho recepito. Come se il laconico racconto di Lucy Barton su quella che è stata la sua vita, di come ormai le cose siano andate così, trasmettesse una rassegnazione difficile da digerire. I fatti vengono riportati, nulla più, con un distacco che ci fa sempre sentire un po’ messi da parte. Questo è l’unico aspetto che ho trovato fastidioso in questo romanzo, ma non riesco ancora a capire se sia un difetto oggettivo o soltanto insofferenza nei confronti di una donna, Lucy Barton, che ho iniziato a odiare ogni giorno di più.

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Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autrice: Elizabeth Strout
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo di copertina: 17,50 euro

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Uomini nudi (3/5)

Uomini nudi non è un libro facile da recensire.
Inizialmente pensavo lo fosse: un romanzo scorrevole – e capace di farsi letteralmente divorare – ti dà sempre questa illusione. Eppure, nel fissare i punti cardine di ciò di cui avrei voluto parlare, mi sono reso conto di alcune contraddizioni tenute accuratamente nascoste da una prosa magistrale e da uno stile di scrittura che, visto l’argomento trattato, non poteva essere che quello.
Ma andiamo con ordine.

Uomini nudi è ambientato in una Spagna in piena crisi economica; una crisi che ha costretto uomini e donne a cambiare le proprie abitudini e i propri stili di vita, togliendo loro la certezza del domani e costringendoli a vivere alla giornata.
In questo scenario si muovono i quattro personaggi principali – non me la sento di definirli protagonisti – del romanzo: Javier, Iván, Genoveva e Irene. Sono loro a portare avanti la storia, alternando i propri Io narrante in un corale intreccio di voci.
Come anticipato, la scelta di utilizzare questo tipo di narrazione in prima persona risulta vincente: da un lato permette di immedesimarsi con ciascuno dei personaggi e di comprenderne al meglio la psicologia, dall’altro garantisce un ritmo narrativo incalzante e privo di tempi morti.
Per quanto possa sembrare contraddittorio, però, è proprio qui che a freddo ho iniziato a intravedere una crepa in quello che sembrava un prodotto confezionato ad arte. I monologhi dei personaggi, così come il loro modo di raccontare uno stesso frammento narrativo, rivelano le profonde differenze strutturali che li caratterizzano, elevandone due a protagonisti e relegandone due a un ruolo meramente funzionale alla narrazione. Se due personaggi si evolvono in un arco narrativo ben studiato e privo di colpi di testa, con i rispettivi monologhi interiori a esplorarne l’animo in profondità, gli altri due si spengono in soliloqui ridondanti e fini a sé stessi, mascherati dalla sempre ottima prosa. Nulla che renda sgradevole la lettura – come ho detto, a caldo non ci si fa caso – semplicemente un’occasione persa da parte dell’autrice.
Occasione persa sopratutto perché il romanzo si concentra prevalentemente sull’esplorazione della psicologia dei personaggi per far conoscere al lettore quella che è la cruda realtà della crisi che attanaglia l’Europa: una crisi economica ma anche di valori. Cos’è disposto a fare un uomo pur di avere una vita tranquilla? Su quante azioni, reputate deplorevoli dall’opinione pubblica, è disposto a chiudere un occhio in nome di un futuro riscatto sociale? E soprattutto: questo riscatto sociale può avvenire? L’autrice è convinta di no. Quello che sembra voler farci capire è che la società è mossa unicamente dall’individualismo, che anche la ricerca di una relazione non è altro che un ulteriore strumento in grado di assicurare al proprio sé un’egoistica sicurezza. I rapporti tra le persone sono regolati da compromessi, soppesati in funzione del vantaggio che possono garantire: sono contratti di lavoro e come tali hanno un prezzo. In una società amorale, è la moneta che comanda. Tutto può essere acquistato e allo stesso tempo tutto perde di valore. L’uomo non può cambiare il proprio destino, può solo accettarlo. Ed è solo chi lo accetta, chi riesce a vivere nella condizione assegnatagli, che potrà salvarsi.
L’accettazione è la stessa cui deve rassegnarsi il lettore nel vedere la storia di questo romanzo precipitare su binari che conducono sempre più nelle profondità di un tunnel di cui non si vede la luce. Alla fine di tutto, letta anche l’ultima pagina, il lettore non potrà che arrendersi all’idea che il romanzo non poteva chiudersi in altro modo, che era cosi che doveva andare.

Alicia Giménez-Bartlett muove magistralmente i fili di questa commedia umana, aprendoci gli occhi su di una lotta di classe e su di una lotta tra sessi che si dimostrano latenti motori del nostro mondo. Si fa regista di uno spettacolo capace di tenerci incollati alle pagine per lunghe ore della giornata, prima di calare magistralmente il sipario e dirci ora che sai, prova a continuare a vivere come se nulla fosse.

 

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Titolo: Uomini nudi
Autrice: Alicia Giménez-Bartlett
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo di copertina: 16,00 euro

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Il mio 11 settembre

Capisci di essere arrivato a Ground Zero perché la città di colpo tace, come se le fronde degli oltre 400 alberi del parco riuscissero a trattenere le molte voci della città di New York. Ci vuole un po’ di tempo prima che le tue orecchie riescano a sostituire il vociare delle persone con il cinguettio degli uccelli e il rumore del traffico con il gorgoglio dell’acqua che scorre della fontane della rimembranza. Il tempo sembra fermarsi. O meglio: il tempo sembra essersi fermato quattordici anni prima. Ti guardi attorno sperduto: New York torna a essere a misura d’uomo.
Avvicinandoti alle due fontane, che poi sono due vasche ricavate dalle fondamenta delle Torri Gemelle, non puoi fare a meno di provare un senso di vuoto. Un senso di vuoto fisico, sì, ma anche spirituale. Perché ogni mattina, là, si aggiravano migliaia di persone e ora non più.
Di quegli uomini e di quelle donne, ora, non rimane altro che i nomi incisi sulle due cornici delle fontane. Inizi a leggerne uno, poi un altro, e vai avanti perché non riesci a fermarti. Vorresti sapere chi sono, la loro storia. È la forza nascosta di questo memoriale, il ricordarti che quelli non sono soltanto dei nomi. Sono quei nomi. E dietro quei nomi ci sono delle vite sgretolatesi in un istante che non è soltanto un istante, ma è quell’istante.
Tanti sono cognomi italiani, figli e nipoti di emigranti. Ti chiedi cosa li abbia portati là. In fondo conosci la risposta, ma cerchi un’individualità che forse non esiste.
Sottolinei i nomi con l’indice, come si fa quando si impara a leggere. Vuoi essere sicuro di non sbagliare neppure una sola lettera.
Ogni tanto una rosa rossa: il gambo infilato nel vuoto delle lettere di un nome. Emily, leggi. Ti dicono che oggi sarebbe stato il suo compleanno. Trattieni il respiro. La rosa non ha spine, ma è come se ti avesse punto comunque. È il compleanno anche di John. E di Mark e di Joy. Di Mary.
Fa male, sì.
Guardi l’acqua scorrere nelle vasche. Viene risucchiata non appena tocca il fondo. Vorrebbe riempire quel vuoto, ma non può farlo. Ti ricorda che non può farlo.
Abbandoni le fontane, ma vorresti tornare sui tuoi passi. Ti sembra di non aver dedicato abbastanza tempo a quei nomi.

Ti metti in fila per entrare nel museo. I parenti delle vittime entrano gratis. Torni bruscamente alla realtà. Esistono dei mariti, delle mogli, dei genitori e dei figli. Quel giorno non è poi così lontano. Per noi è storia, per loro sono quattordici anni.
Mostri il biglietto e ti avvii verso il controllo sicurezza. Svuoti le tasche, passi il detector. Ti chiedi se ce ne sia davvero bisogno. In un mondo normale no. Poi ti guardi attorno, pensi a cos’hai appena visto e cosa stai per visitare, e ti ricordi che qui di normale non c’è proprio nulla.

Ti trovi davanti una smisurata parete di mattonelle blu. Una frase al centro no day shall erase you from the memory of time. Virgilio.
Continui a scendere nelle viscere di quelle che erano le fondamenta delle due torri. Un pilastro è rimasto in piedi, ora è ricoperto di nomi e foto. Capisci che da quel momento non sarà facile.
Viene ricostruito quel giorno, ora per ora. Ti spiegano chi fossero i terroristi. Puoi guardarli in faccia, ci sono anche le loro foto.
Ti muovi tra camion dei pompieri distrutti ed effetti personali recuperati intatti ed esposti in piccole teche di vetro. Scarpe col tacco che non hanno più ritrovato i loro piedi, bambolotti, ventiquattrore. Un telefono nero. Alzi la cornetta e la porti all’orecchio. La voce di un uomo che dice alla moglie che la ama, che il volo è stato dirottato, che non si rivedranno mai più. Quell’uomo era sull’aereo, la donna no. Posi la cornetta e piangi.
Continui ad aggirarti nella ricostruzione di quel giorno spettrale, senza sapere che sarà sempre peggio. Ti trovi a fissare una foto di Mike Kehoe, un ragazzo vestito da pompiere immortalato su una delle scale mentre sgrana gli occhi verso la camera. Cosa sta succedendo si chiede. Mike, in quel momento, mentre aiutava nelle operazioni di soccorso, non sapeva che sarebbe sopravvissuto.
Prosegui, passi davanti a un’enorme bandiera americana fatta di brandelli mandati da ogni stato del mondo e cuciti insieme. La fratellanza esiste solo nei momenti drammatici?
Tra i molti oggetti personali raccolti, una bandana rossa attira la tua attenzione. Leggi il pannello descrittivo, scopri la storia di Welles Crowther, piangi. La rileggi, piangi di nuovo. L’uomo con la bandana rossa. Nei fumetti, il supereroe si salva sempre. È per questo che continui a rileggere quel maledetto pannello: speri che il finale possa cambiare. Non è così. Welles è morto. Ti allontani per riprendere il controllo sulla tua respirazione, ma dietro l’angolo vedi la proiezione di un filmato: una donna si lascia cadere da una finestra della torre in fiamme (Un passo appena). Un gesto ripetuto da più di duecento persone.
Nella sala regna il silenzio, ma tu vorresti scappare. Senti il frastuono dei pilastri che cedono, delle torri che crollano, le urla di chi cerca disperatamente aiuto senza trovarlo. Vorresti gridare anche tu, dire basta, ma non succede nulla. Così come non successe nulla quando sono state quelle persone a chiedere disperatamente che tutto finisse.
Ormai non ti importa più di quello che puoi vedere. Sei pronto a tutto. O quasi. Perché di trovarti davanti a un muro con sopra più di 2800 facce, proprio non te lo aspetti. Ti fermi, ti perdi nei loro occhi. Capisci cosa voglia dire vita spezzata. Alle tue spalle c’è una piccola saletta. Prima di entrare, scorri il dito sui dei pannelli touch-screen: puoi vedere la biografia di ciascuna vittima. Lo fai. Quando capisci di essere al limite, che forse quelle storie non volevi davvero conoscerle, sposti finalmente la tenda ed entri nella piccola saletta.
Da un altoparlante, la voce di una donna legge dei nomi. Per ogni nome, viene proiettata una foto sul muro. Un cenno biografico. E così per sempre, senza sosta. Le tue gambe non reggono e ti siedi su di una delle panche di legno ospitate dalle pareti nere. Ai lati di ogni panca c’è un distributore di fazzoletti. Decidi di alzarti prima di doverli usare. Alle tue spalle, mentre esci, quei nomi scanditi nell’eternità e il rumore di fazzoletti strappati via.
Via.

Via.
Esci dal museo e il gorgoglio dell’acqua delle fontane ti sembra ora l’infrangersi di una cascata. Puoi sentire quei nomi urlare e vedere le rose appassire. Entri di fretta nella Freedom Tower e sali al centoduesimo piano.
New York si estende davanti ai tuoi occhi. Cerchi la Statua della Libertà. La trovi.
Sorridi.

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Brucia la strega (1/2)

In questo momento non riesco a non pensare a Don Antonio e alle sue omelie. Una in particolare. Citava un passo del vangelo, forse Luca 15:2, che diceva più o meno vivrà nel fuoco della Bestia/brucerà il peccatore che ha dimenticato/come colui che ha tradito Cristo/ogni debito verrà pagato. Quella notte ho sognato di essere una strega, che molti uomini venissero a prendermi nel sonno e mi portassero in un bosco per bruciarmi viva. Il mio peccato? Aver fatto l’amore a quindici anni.

***

Eravamo al supermercato.
Sono scoppiata a ridere per una battuta di mio marito e, con un movimento brusco, ho fatto cadere un pacco di pasta dal carrello. Un signore si è avvicinato per raccoglierlo e io gli ho sorriso per ringraziarlo. Rimasti soli, mi è tornato da ridere. Non a mio marito, però. Mi ha guardata per qualche istante, poi si è limitato a dire vergogna.
Arrivati a casa, avevo appena posato le buste della spesa, quando mi ha afferrata per il polso e mi ha dato uno schiaffo in faccia. Io non me lo aspettavo e sono caduta per terra. Il pavimento era freddo; la mia guancia bruciava. Vergogna ha ripetuto e si è sfilato la cintura dai pantaloni. Io ho provato a replicare, ma la prima cinghiata mi ha ricacciato la voce in gola.

***

Non avevo fatto l’amore a cuor leggero, la prima volta. Come tutte le ragazze mi sono chiesta se fosse la persona giusta e se io fossi pronta. Ma il mio corpo, ormai, era quello di una donna e di donna erano anche le mie voglie. Così ho deciso di lasciarmi andare, felice e orgogliosa della mia decisione.
L’entusiasmo, o forse il non credermi più una ragazzina, mi ha portato a vedere mia madre come un’amica con cui confidarmi. E così ho fatto.
La mia era una madre moderna. Non se ne stava nell’angolo della cucina, zitta a guardare cosa facesse mio padre. No, lei era al passo coi tempi e spesso lo sfidava per dimostrargli che fossero sullo stesso piano. Così, subito dopo la mai confidenza, che aveva più il tono di una confessione, mi ha picchiata proprio come se fosse mio padre. E mentre lo faceva, continuava a darmi della svergognata e a chiedermi perché le avessi voluto fare del male. Perché la gente avrebbe parlato e loro che razza di genitori sarebbero stati, agli occhi degli altri?
Il lavandino era pieno dei miei capelli castani, strappati da quelle stesse mani in cui cercavo delle carezze. Ho contato le ciocche e per ciascuna di esse ho letto la definizione della parola vergogna.
La ricordo ancora adesso: vergogna s. f. Sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento, propri o altrui, sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti.

***

Io Massimo non l’ho mai giustificato.
Lui mi aveva picchiata e lo aveva fatto con crudeltà: la voce era fredda e pacata, la mano non aveva esitato. Non era stato un raptus. Eppure, ho creduto di doverlo aiutare. Aiutare, sì, perché da subito ho pensato che il suo fosse un problema. Ho sempre avuto la tendenza ad attribuire ogni azione, sbagliata o giusta che sia, a un fatto pregresso. Non so, magari qualcosa legato all’infanzia, su cui poi una persona costruisce un lato del proprio carattere. Ecco, quando mi ha picchiata, io Massimo lo conoscevo da otto anni e stavamo insieme da sette.
Ricordo quel ventiduenne gentile e sicuro di sé che mi fermava nei corridoi dell’università e che si faceva sempre avanti per offrirmi un caffè. Ricordo anche che più imparavo a conoscerlo, più quella sicurezza si mostrava fragilità. Massimo aveva paura che il suo ruolo di uomo venisse sovvertito. Per esempio aveva bisogno di pagare per me; oppure aveva bisogno che io non indossassi i tacchi, così da non essere più alta di lui. Aveva persino bisogno di diventare l’unica persona che riuscisse a farmi stare bene, perché credeva che solo così sarei rimasta con lui.

***

Anche se avevo solo quindici anni, dovevo sposarmi. Era questo che pensavano i miei genitori. Devi sposarti dicevano. Secondo loro – secondo tutti – solo il matrimonio avrebbe potuto restituirmi l’onore che avevo buttato via stupidamente. Me lo ripetevano ogni giorno, da quando avevano iniziato a parlarmi di nuovo. Io, però, invece di convincermene, iniziai solo a sentire crescere qualcosa dentro di me che mi avrebbe accompagnato per anni. Ogni volta che ero attratta da un ragazzo, o che più semplicemente sentivo il bisogno di averne uno, mi sentivo a disagio. Forse anche sporca. Di sicuro meritevole di una punizione. Sì, temevo che Dio mi avrebbe punita per le mie pulsioni impure.
Quando decidevo di andare a letto con un ragazzo, provavo uno sprizzante senso del pericolo e dello sbagliato. Mi lasciavo trascinare dalla passione e dai miei desideri, ma ero sempre consapevole che una parte di me pensasse che fosse sbagliato e che avrei dovuto fermarmi finché fossi stata in tempo. Durante i rapporti, il piacere schiacciava questa pulsione, ma, per quanto fossi trasportata e coinvolta, più i miei sensi si avvicinavano al culmine, più sentivo crescere, martellante, il senso di colpa. I miei orgasmi erano un’esplosione di gioia e tristezza allo stesso tempo ed era solo quest’ultima a trascinarsi fino alla fine, a tenermi compagnia anche quando ero rimasta sola nel mio letto.

***

Massimo non fu più lo stesso.
Forse è stato proprio il suo improvviso cambiamento a non farmi andare via, a convincermi che non potessi lasciarlo solo. Dopotutto negli anni avevo avuto anche io delle crisi e lui, rimanendo al mio fianco, mi aveva aiutata. Quando l’ho visto chiudersi sempre più in sé stesso e diventare solo uno spettatore del nostro rapporto, ho capito che aiutarlo fosse una mia responsabilità. Non ho mai sopportato chi distrugge una relazione solo perché sfaldare è più semplice che ricucire. E io ci ho provato: mi sono costretta ad arginare quella prima volta – che nella mia testa era anche l’ultima – nel cassetto delle esperienze sbagliate.
Una volta, a lezione, avevo sentito dire che persino un’esperienza negativa può essere un’opportunità. Ne ho fatto la mia filosofia di vita: trasformare una brutta situazione in un punto di partenza e non di arrivo. Io e Massimo avremmo potuto sfruttare l’occasione e, insieme, avremmo potuto cambiare e risolvere quelle debolezze della sua personalità che gli impedivano di vivere serenamente. E che la prima di queste sue fragilità si chiamasse vergogna, lo avevo ormai intuito.

***

E’ servito del tempo prima che riuscissi a trovarmi a mio agio con la mia sessualità. Ho dovuto fare un lungo lavoro su me stessa, a partire dalla rimozione di qualsiasi concetto cattolico che mi era stato inculcato durante l’infanzia. Forse è un po’ spietato affermare che il sesso e l’anima abbiano poco da spartire, ma la realtà ti costringe al cinismo. Mi sono ritrovata a usare gli uomini e a illuderli del contrario. Il modo migliore di sedurre è essere sedotti.
Per seguire l’università avevo dovuto trasferirmi. Dividevo un piccolo appartamento con una ragazza di Perugia. Spesso, quando uscivamo la sera, qualche ragazzo si faceva avanti per offrirmi da bere. Io accettavo. Non avevo remore nell’approfittare della stupidità maschile. Finivo il bicchiere, mostravo un bel sorriso e me ne tornavo a casa. Oppure decidevo di rimanere e di non tornarci da sola, a casa.
Avevo un’ottima media e agli occhi dei miei genitori era la dimostrazione che fossi diventata una brava ragazza. Come se non la fossi sempre stata… Poi è arrivato Massimo. Lui sì che speravo volesse offrirmi qualcosa. E infatti lo fece, più volte, ma io accettai solo la prima. Le altre, ognuno il suo. Con lui mi interessava avere un rapporto alla pari, anzi: con lui mi interessava avere un rapporto. Da allora, per anni, è stato l’unico uomo che ho frequentato.

***

Sapevo che Massimo sarebbe peggiorato.
Inizialmente sembrava non solo aver capito il suo errore, ma anche disposto ad affrontare i propri lati più torbidi. Io l’ho trattato amorevolmente, forse ancora più di prima, come se l’essere consapevole della sua debolezza mi spingesse a prendermi cura di lui. E’ stata la contraddizione maggiore con cui abbia dovuto convivere, perché io, quello schiaffo e quelle cinghiate, non ho potuto scordarli. Non era una questione di orgoglio ferito, si trattava proprio dell’essere stata ferita, nell’animo e fisicamente. Ho provato quel dolore che è figlio del tradimento e nella mia testa si è ricreata l’immagine di uno specchio che, illuminato al centro di una stanza buia, va in frantumi. Lo stesso specchio che avevo visto frantumarsi già una volta, da ragazza; l’identica sensazione di impotenza e incredulità, quando a mancare è proprio quell’appiglio che reputavamo eterno, solido, dalle radici profonde e incorruttibili. Avevo capito, inequivocabilmente, che tra me e Massimo era finita. Alle mie amiche, quando sfogavano le proprie frustrazioni di coppia, ripetevo che l’amore è solo un fatto di equilibrio e che i problemi devono essere relegati entro certi confini indelebili. Quando non si riesce ad arginarli, a ridurli, sforano e corrodono tutto e tu lo sai, tu te ne rendi conto, perché qualcosa in te muore e la senti morire, ma ormai non puoi più fare niente. Rattoppare è inutile. E’ tutto lì, l’amore.

***

Ero tornata ragazza. Era così che mi sentivo, che mi vedevo. Quando ero seduta al tavolino di un bar, mi sorprendevo a guardare un uomo poco distante: ne immaginavo il profumo, le carezze e persino l’intensità dei baci. Finivo per sorridere, imbarazzata ma felice. Finché non mi ricordavo di dover tornare a casa e di dover vedere Massimo, di dover passare del tempo con lui senza poterlo evitare. Vivevo di espedienti. La sera andavo a letto presto, anche se non avevo sonno, e se Massimo mi raggiungeva nell’immediato, fingevo di dormire. A fatica resistevo alle sue mani sul mio corpo. Avevo voglia, ma non con lui. Non cedevo. Non ero più una ragazzina, potevo controllarmi. L’astinenza mi confermò quello che già sapevo e cioè che non provavo più nulla per Massimo, nemmeno l’attrazione sufficiente per il sesso. Avrei potuto farlo, ma sarebbe stato come fare l’amore da sola. Era finita e me ne rammaricai. Era arrivato il momento di voltare pagina.

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Gli idioti del “Mein Kampf”

“E’ un pezzo di storia che fa ancora paura solo a parlarne. Ed è comprensibile perché gli uomini fanno scattare una legittima difesa contro il male assoluto. Parliamo di Hitler e del nazismo, la più grande tragedia – insieme al comunismo staliniano – del Novecento e tra le più orrende della storia intera del mondo.”

Questa è la motivazione fornita da Sallusti, direttore del quotidiano Il Giornale, a chi contesta la sua scelta di aver venduto, insieme al proprio giornale, una copia del “Mein Kampf” di Hitler.
Qualcosa di vero, in ciò che ha detto, c’è: è un pezzo di storia che fa ancora paura solo a parlarne.
E, difatti, io non ho problemi nel confessare che questa iniziativa mi ha terrorizzato. Io, che ritengo di essere un uomo di buona istruzione e di discreta cultura, che posso affermare di essere un lettore oggettivamente forte, sono terrorizzato e preoccupato dal gesto effettuato da Il Giornale. Attenzione: non perché sia la Storia di cui fa parte, a farmi paura; non perché voglia ignorare o dimenticare ciò che l’uomo ha dimostrato di poter fare, quando è la follia più pura ad animarlo.
Ciò che mi inquieta, al contrario, è che nessuno voglia vedere o voglia ammettere la gravità del significato che si cela dietro questa scellerata scelta editoriale. Ed è di questo che voglio parlare.

Ho detto di considerarmi in maniera oggettiva un lettore forte. Facciamo chiarezza con un po’ di numeri: il 9,1% delle famiglie italiane non ha alcun libro in casa e solo 4 persone su 10, nel 2015, hanno letto almeno un libro per piacere personale. I dati sono fonte ISTAT. Se già sembra poco – perché è poco – va ricordato che la categoria generica “libri” comprende quelli delle varie web-star, degli sportivi, dei personaggi televisivi, e ancora i libri di cucina, quelli che ti spiegano come avere una vita zen e quelli che ti ricordano dell’inferiorità del tuo partner semplicemente perché di sesso opposto. Tutte queste sottocategorie – che in verità sono molte e molte e molte di più – fanno sì che i numeri dell’ISTAT non sprofondino in qualcosa di ancora più raccapricciante. Dunque, per quello che credo io, potrebbe essere giusto affermare che mezza persona su 10 abbia letto un libro definibile tale. Non voglio iniziare qui una polemica sterile: il mercato editoriale continua a funzionare anche grazie ai libri di Cannavacciuolo, quindi non ho alcun problema con chi ne acquista una copia; al massimo, ho un problema con chi acquista solo quel libro. Io, però, sono un lettore consapevole e, in quanto tale, rivendico serenamente di aver letto testi pessimi come “50 sfumature di grigio”.
Detto questo, è evidente che molte di queste persone – che al più comprano i libri finti dell’Ikea per decorare casa – si ritrovano oggi con una magnifica copia del “Mein Kampf” di Hitler. Ho letto di persone che hanno affermato “meglio. Un libro in più. Sempre meglio che averne zero”. Sbagliato. Meglio averne zero. Perché un uomo che non ha mai avuto voglia di prendere in mano Melville, avrebbe dovuto andare in edicola (anche i quotidiani sono in crisi, sì), comprare un giornale – anzi, Il Giornale – e uscirne con il “Mein Kampf”? La risposta è semplice e intuitiva: perché è il “Mein Kampf”, perché è il testo scritto da Hitler.
Dunque, a mio modo, si delinea già che la maggioranza degli acquirenti sono divenuti tali in quanto attratti – spaventati o meno – dal fatto che fosse un testo di Hitler. Fa di loro dei nazisti? Certo che no. Ciò che è certo, però, è che parliamo di persone non educate alla lettura, quindi sprovviste dell’opportuno senso critico. E immagino che per affrontare il “Mein Kampf” serva molto senso critico.
Ora, cosa può succedere a degli uomini affascinati dal senso del proibito, attratti dalla figura di Hitler e sprovvisti della minima capacità di comprendere ciò che sta loro davanti, quella minima capacità che permette di stare dall’altra parte e di affrontare ogni lettera mettendola in dubbio e contestandola? Può succedere che dopotutto, non tutto è così sbagliato. D’altronde l’unico errore di Mussolini è di aver assecondato Hitler. Saranno loro dei potenziali nazisti? Certo che no.

Cerchiamo ora di identificare i lettori – occasionali o meno – de Il Giornale. La linea editoriale è schierata apertamente a destra e si è spesso dimostrata fiera conservatrice del populismo più becero. Stiamo parlando di un quotidiano che spesso e volentieri attacca il diverso, lo straniero, il più debole; un quotidiano che finge di non comprendere la gravità dell’attaccare l’Unione Europea e del farla passare, agli occhi dei propri lettori, come un cancro e non come la benedizione che è. I lettori di questo quotidiano, verosimilmente, ne condividono le idee. Non è il mio un attacco a chi si rivede in politiche di destra, è un attacco a chi è ignorante e si rivede nell’ignoranza, solo perché è di più semplice accesso e comprensione.
In un periodo storico drammatico di cui sono grandi protagonisti i flussi migratori, in cui la crisi finanziaria non vuole spiegare la propria natura a chi non ha voglia di cercarla, in cui ogni politico è un cialtrone e la figura di Putin viene idolatrata, come può essere visto un personaggio autoritario come Hitler?
In un’Europa in cui l’estrema destra risorge dalle proprie ceneri e le svastiche tornano disegnate sui muri; in un’Europa in cui ogni mussulmano è visto come un kamikaze; in un’Europa in cui ancora froci ed Ebrei; in un’Europa in cui se proprio c’è stato un olocausto, gli Ebrei se lo sono fatti da soli; in un’Europa pronta ad accogliere la Turchia di Erdoğan e che solo sottovoce è disposta a dire genocidio degli Armeni; ecco, in questa Europa, come si inserisce il “Mein Kampf” e l’ideologia che racchiude?
Dopo anni di bombardamenti mediatici, quante persone vulnerabili potrebbero cadere vittima di un testo che si è già reso capace di sedurre un popolo intero? La risposta, mettendo da parte la nostra arroganza, è: tante.

Questo mi sconvolge della viscida scelta de Il Giornale, di questa loro stupida provocazione passata come la volontà di, al contrario, informare. La verità è che è stato messo tra le mani di molte persone un testo che, altrimenti, queste non sarebbero mai andate a comprare. Ma se tu lo offri proprio lì, inviti all’acquisto. Quindi è sbagliato affermare che chi lo ha comprato, lo avrebbe fatto comunque. Proprio no. Giusto qualcuno, naturalmente.

Alla luce del mio ragionamento, reputo opportuno scagliarsi contro la finta classe intellettuale italiana, da quelle romantiche sfumature radical-chic, che, pur di rimanere fedele alla propria radicata controtendenza, afferma che non vi sia nulla di male in ciò che è stato fatto. Che il testo va letto e compreso. Vero. Verissimo. Ma quanti hanno, da soli, il mezzo per farlo? Badate bene, questa non è un’obiezione elitista. Questa è un’obiezione mossa dall’umiltà. Io, per diventare un lettore consapevole, ho avuto bisogno di essere educato. Chiunque, per diventare un lettore consapevole, ha bisogno di un lungo percorso fatto di libri e lezioni e cultura. Non ci si inventa lettori dall’oggi al domani. Non si diventa padroni di raziocinio prendendo delle proteine.
Quando difendete la scelta de Il Giornale, col vostro voler essere libertini a ogni costo, sostenete il voler dare il “Mein Kampf” in mano a chi fa fatica a leggere un post di Facebook che superi le cinque righe, a chi ha deficit di attenzione gravi nell’affrontare un articolo di giornale, a chi questo non lo leggo perché è troppo lungo.
Voi, signori miei, dall’alto della vostra profonda cultura accuratamente costruita a colpi di Kundera e Saint-Exupery, arrogate a voi stessi il diritto di consegnare il “Mein Kampf” a chi ancora crede che Corona abbia semplicemente fatto delle foto.
Dall’alto della vostra cultura artificiosa e fasulla, pretendete un libero accesso al “Mein Kampf”, dimostrandovi ottusi nel non comprendere quanto ciò possa essere pericoloso e dimostrando di non avere alcun timore nel parlare di un testo così spaventoso, di non aver alcuna concezione di ciò che il “Mein Kampf” ha rappresentato e rappresenta.
Allora, signori miei, un po’ di umiltà da parte tutti e venga riposta, per una volta, questa perenne voglia di contraddire e provocare, di scandalizzare.
Chi vuol capire e comprendere il “Mein Kampf” saprà sicuramente farlo anche senza che questo venga distribuito su scala nazionale da un quotidiano.

E a chi mi tacciasse di moralismo, posasse Kundera e leggesse De Amicis, che poi ne riparliamo.

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Parsifal

Trovò il cancello appena accostato. Lo aprì e seguì il sentiero fino al casolare. Prima di bussare, si guardò attorno. La luna rischiarava i rami spogli delle viti. D’inverno gli facevano sempre impressione. Si strinse nel cappotto e diede tre pugni al portone in rovere. Aspettò in silenzio. Gli aprì una ragazzina dai capelli castani che lo invitò a entrare. Nel camino, la brace illuminava fiocamente i pensili della cucina.
– Ti stanno aspettando – disse la ragazzina.
L’uomo percorse il corridoio buio accarezzando il muro. L’intonaco era scrostato. Si fermò sulla soglia della sala da pranzo e sbirciò dentro. Due uomini sedevano al tavolo, in fondo alla stanza. Entrò e andò loro incontro. Il pavimento scricchiolò a ogni suo passo.
– Massimo, qui. Vieni – gli disse il più alto, il più vecchio.
Non tornava a casa da quindici anni, eppure alle pareti erano appese le stesse nature morte che guardava da bambino e i suoi piedi calpestavano gli stessi tappeti polverosi. I suoi fratelli, invece, erano invecchiati. Luca, più grande di dieci anni, aveva gli occhi scavati e le guance asciutte. Enrico, il fratello di mezzo, aveva i capelli radi e il volto segnato dalle rughe; dimostrava più di quarantacinque anni. Si abbracciarono. Luca si sistemò a capotavola e fece segno ai fratelli di accomodarsi.
– Meglio così, – disse – circondato da ciò che amava: sua moglie e le vigne.
Enrico annuì.
– Mamma starà da me, – riprese Luca – lo abbiamo già stabilito. Ma il vigneto?
Lo sguardo di Massimo si perse nel vuoto, impegnato a ricostruire il volto del padre.
– Lo teniamo, – rispose – è tutto quello che ci rimane di lui.
Luca ed Enrico si scambiarono un’occhiata. Massimo era il più giovane, i suoi fratelli e suo padre non lo consultavano mai.
– Cosa fai a Torino? – gli chiese Enrico.
– L’operaio.
– Noi, invece, abbiamo un’impresa. Partire è facile; il difficile è rimanere, sempre.
Sentirono dei passi nel corridoio.
– Prima hai visto Lena, mia figlia. E tu figli ne hai? – incalzò Enrico.
Massimo fece segno di no.
– Cosa ne vuoi sapere, allora – sbottò, dando un pugno al tavolo. Fissò Massimo, come da ragazzi. Caratteri inconciliabili. Doveva sempre intervenire il padre, a modo suo.
– Beviamoci sopra – suggerì Luca. Prese tre bicchieri e una bottiglia di vino. La posò sul tavolo. Poi chiuse la questione.
– In banca ci sono trenta milioni. Li prendi e torni a Torino. Non ti preoccupi d’altro.
Notarono che la bottiglia era già stappata e mancava un quartino.
– Mamma mica beve, – sorrise Luca – questa è di papà. Sarà come bere con lui, testimone del nostro patto.
Riempì i calici.
– Prendete e bevetene tutti.
Quando il vino gli toccò la lingua, Massimo chiuse gli occhi. Era il loro vino. Ricordò il primo brindisi con suo padre e il profumo del mosto; il sudore della vendemmia e la soddisfazione nell’assaggiare il frutto del proprio lavoro. Vide il volto di suo padre e ricordò quella frase tanto un giorno tornerai, perché le origini non si dimenticano.

– Prendeteli voi, i soldi, – disse – il vigneto non si tocca. Non sono Giuda, non mi comprate con trenta milioni. Io a Torino ci torno, ma tra due giorni sono di nuovo qua e non vi ci voglio ritrovare a bere il sangue dei morti.

Inspirò l’aria notturna, fresca e tagliente. Guardò le viti innevate: pure, ma imperfette.

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Ciao, Gianmaria

Gianmaria l’ho conosciuto tanti anni fa, durante un viaggio in macchina Torino – Catanzaro. Mio padre, appena partiti, mise un suo disco. Mi disse di ascoltare, che era un poeta. Io non gli diedi retta, un po’ perché per me gli unici poeti erano Baudelaire e Verlaine, un po’ perché era quel principio di adolescenza in cui non puoi fare a meno che contraddire.

Nel 2012 frequentavo la Scuola Holden. Era novembre e dovevo scegliere da una lista i workshop ai quali avrei voluto partecipare. Uno di questi aveva come docente Gianmaria Testa. Ricordai quel viaggio in macchina Torino – Catanzaro e quel disco che non avevo voluto ascoltare. Fu naturale spuntare quel nome e metterlo in cima alle mie preferenze.

Arrivò in aula con addosso una maglietta nera e in spalla l’immancabile custodia della chitarra. La posò per terra, come farebbe un qualsiasi artista di strada, e si presentò Io sono Gianmaria. Ciao, piacere, salve a tutti. Prese la chitarra e si adoperò per accordarla. Io non sono un insegnante, quindi questa non è una lezione. Ci guardò, eravamo una quindicina. Vi va se parliamo un po’? E’ necessario parlare, solo così si può imparare qualcosa. Non ho mai avuto l’occasione di stare nella stessa stanza con quindici scrittori. E’ un’opportunità.

Ci chiese di raccontargli di noi, uno per uno. Era interessato alle nostre esperienze, alle nostre storie, con indosso l’abitudine di raccontarle nelle sue canzoni. Volle sapere se qualcuno di noi suonasse. Sì? Tieni la chitarra, facci sentire qualcosa. E così sedeva tra noi e si faceva spettatore. Gli occhi chiusi, ascoltava col cuore. Applaudiva, incoraggiava, dava consigli. Io ero capotreno, non mollare.

Tirò fuori dalla tasca del cappotto un ep ancora nel cellofan. Questo me l’hanno mandato da ascoltare. Lo facciamo insieme, avete voglia? Mise su il disco. Era osceno. Lui non si scompose. Cercava ciò che vi fosse di buono. Alla fine si arrese e spense lo stereo. Vi va una sigaretta?

Gli chiedemmo di suonare qualcosa per noi. Disse di sì, felice. Eseguì Ventimila leghe e ce ne spiegò il significato. Bisogna insegnare ai bambini – perché questa è canzone per i bambini – che non si deve temere il diverso, che non bisogna credere a dei coglioni razzisti – è chiaro a chi mi riferisca, è nel titolo – che siamo tutti uguali. 

La lezione era finita. Lui non se n’era accorto, noi nemmeno. Beviamo qualcosa, vi va? Brindiamo a quest’esperienza che ho fatto oggi, all’avervi potuto conoscere. 
Tirò fuori dalla borsa delle bottiglie di vino rosso, dei bicchieri e dei grissini. Forza, ragazzi!

Ero in balcone con un amico che fumava. Lui ci raggiunse e tocco i nostri bicchieri col suo. Chiese da accendere, poi cominciammo a parlare di scrittura e di musica. Mi ascoltava e annuiva. Lo ascoltavo e annuivo. Quanti anni hai, Andrea? Venti. Mi studiò. Mi mise una mano sulla spalla e bevve un sorso di vino, guardando dritto davanti a sé. Feci lo stesso. Vuoi fare lo scrittore? Sì. Fai bene, servono dei buoni scrittori. Già. Continuammo a bere.

Come ultima cosa gli chiesi di autografarmi dei cd. Sono per papà, ti ho conosciuto grazie a lui. Sorrise. A Pino, con affetto. Gianmaria.

L’ho visto per l’ultima volta l’anno seguente. La vecchia Holden chiudeva e lui venne a suonare per dirle addio. Eravamo tutti attorno a lui, i bambini sdraiati sul pavimento, chiusi in una grossa aula. Lo ascoltammo tutti, quel poeta umile e generoso, mentre ci raccontava storie di uomini come noi, come lui.
Un bicchiere di rosso vi va? chiese, posata la chitarra.

Lasciami andare

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Petaloso: l’ennesima occasione persa dall’Italia.

Probabilmente conoscete tutti la vicenda legata al termine petaloso e trovo quindi superfluo rimarcare che sia un neologismo “nato” dalla fantasia di Matteo, un bambino di terza elementare.
Come sapete, Matteo ha scritto petaloso in un tema scolastico e la sua insegnante, Margherita Aurora, dopo averlo evidenziato come errore, ha pensato che potesse essere una parola adeguata per la lingua italiana e, di conseguenza, meritevole di fare parte del nostro vocabolario.
Margherita Aurora ha così deciso di far valutare petaloso all’Accademia della Crusca e, una volta ricevuto il responso, ha deciso di condividerlo su Facebook.
L’Accademia della Crusca ha osservato che petaloso sia un vocabolo ben composto e molto chiaro e, di conseguenza, potenzialmente utilizzabile nella lingua italiana. Solo potenzialmente, però: affinché un termine venga riconosciuto come membro del nostro patrimonio linguistico, deve essere largamente diffuso tra il popolo. Insomma: deve essere un termine popolare.
Ha così preso vita una mobilitazione del web finalizzata alla promozione di petaloso. Una causa che ha visto coinvolti numerosi cittadini, importanti multinazionali e persino il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Questo, per il piccolo Matteo, deve proprio essere un sogno da cui non svegliarsi mai.

Qual è il problema, allora?
Il problema è che i sogni sono labili e il più delle volte tendono a degenerare in incubi. E’ esattamente quello che potrebbe accadere a Matteo e a petaloso, dopo che la sovraesposizione dei media – per una volta corretta, aggiungerei – ha sì reso di comune conoscenza la vicenda, ma, allo stesso tempo, l’ha costretta nello scoprire il fianco al cinismo fiacco e frustrato che popola internet.
Petaloso è stato preso di mira dagli internauti che non hanno esitato a trasformarlo nell’ennesimo fenomeno trash. Se da un lato è di facile deduzione lo sciacallaggio di numerose pagine Facebook, che non fanno altro che sfornare contenuti di infimo livello e che sono alla costante e perpetua ricerca di click da parte degli iscritti, dall’altro è ancora più agevole comprendere come gli stessi utenti agiscano con una cattiveria immotivata e gratuita, figlia dell’invidia e della sola capacità di non comprendere.
L’ignoranza – in Italia dilagante molto più che in altri stati dell’Unione Europa – impedisce di capire quanto petaloso sia non solo una speranza, ma soprattutto un’opportunità.

Innanzitutto l’insegnate andrebbe erta a emblema della buona scuola e contrapposta a tutto ciò che vi è di inadeguato all’interno dell’istituzione scolastica. Margherita Aurora ha dimostrato di non volersi limitare, come molte sue colleghe e colleghi, a bollare come errore una parola sbagliata. Al contrario, ha dato una lezione molto importante alla sua classe: un errore può essere trasformato in qualcosa di positivo e non sempre ciò che definiamo sbagliato lo è per forza. Margherita Aurora, incentivando Matteo, ha incoraggiato i suoi ragazzi a non essere degli studenti passivi e svogliati, ma parte della loro materia di studio: la cultura italiana.
Proseguendo, lo stesso Matteo, fatto tesoro di questa esperienza, potrebbe diventare un uomo che non sprecherà la propria vita davanti a uno schermo, senza avere la ratio per discernere ciò che non andrebbe mai e assolutamente toccato.
Forse Matteo, avendo una famiglia e dei docenti che lo incoraggiano, non si sentirà costretto a essere alternativo, a pensare che le persone intelligenti e furbe debbano per forza avere un pensiero alternativo e controcorrente. Forse Matteo si renderà conto che, prima di tutto, nella vita è necessario averlo un pensiero. Forse Matteo comprenderà che è dietro a un’iniziativa come quella della sua insegnante che si deve unire una Nazione, rivendicando la propria identità, e non dietro a vuoti slogan e luoghi comuni.

Quello che ho realizzato io in questi giorni passati in disparte a osservare, è che preferiamo un sistema scolastico che non funziona, che riempie di nulla le teste dei propri studenti; preferiamo degli insegnanti che si siedono dietro a una cattedra senza avere la più pallida idea di cosa voglia dire passione; preferiamo pensare che tutto ciò che vada oltre alle addizioni sia inutile nella vita comune, inutile per pagare le bollette; preferiamo sentirci superiori, metterci sempre in una posizione antagonista, credendoci cinici e furbi, senza capire che siamo figli del nulla che rappresentano gli anni zero; preferiamo parlare, sempre, senza avere cognizione di quello che diciamo.

Ecco perché credo che quella di petaloso sia l’ennesima buona occasione sprecata dal nostro Paese.
Ecco perché credo che quella di petaloso sia l’ennesima buona occasione sprecata da noi nuove generazioni.
Ecco perché io sostengo petaloso: perché avrei voluto trovarmici io, quindici anni fa, al posto di Matteo.

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Ehi, Sozaboy

Ehi Sozaboy.
Tanti amici che auspicano una carriera militare, o rimpiangono la leva obbligatoria, o pensano alla guerra non tanto come a qualcosa di necessario, ma proprio di normale, dovrebbero sentirsi chiamare ehi Sozaboy.

Sozaboy” è il titolo del romanzo più celebre di Ken Saro-Wiwa, l’intellettuale nigeriano assassinato – e non giustiziato – dal regime militare nel 1955, sotto la pressione della compagnia petrolifera Shell.

Un particolare macabro, ma che io trovo necessario: venne impiccato, ma il cappio fatto male impediva all’osso del collo di spezzarsi, strozzandolo solo; dovettero tirarlo su e lasciarlo cadere oltre la botola per ben quattro volte. Posso vederlo, Ken Saro-Wiwa, mentre si porta le mani al collo per allentare il laccio e piangendo chiede perché gli stiano facendo tutto questo.

Già. Perché tanta sofferenza?
E’ quello che si chiede Mene, il protagonista del romanzo. Che poi non è un romanzo, è il suo viaggio di formazione.
Anzi: è molteplici viaggi di formazione.

Sì, perché può esserlo per quel ragazzino che viene da Dukana, quel ragazzino con il serpente sempre ritto, attratto dall’uniforme e dal luccichio dei fucili; ma lo è anche per il ragazzino che viene da Dukana e vuole diventare un soldato per sentirsi importante; e forse anche per quel ragazzino che viene da Dukana e che pensa di conoscere la guerra perché ne ha sentito parlare, che sa come si combatte Hitla.

Oppure può esserlo per noi, che crediamo la guerra sia quella che ci mostrano ogni giorno in televisione, o nei film in cui Brad Pitt si barrica in un carrarmato e muore valorosamente dopo aver ammazzato mille nemici. Che poi, un nemico cos’è? Saro-Wiwa ce lo spiega: il nemico è un uomo con un’uniforme diversa che, come te, non sa per cosa stia combattendo. Ma la guerra è la guerra.

Sì, di sicuro può esserlo per noi. Noi che riusciamo a realizzare che la guerra c’entra con la morte solo quando fanno una strage nello stato accanto al nostro. Altrimenti, la guerra è semplicemente una cosa che esiste, da qualche parte. Che c’è sempre stata, insomma, e quindi amen. Perché la guerra piace a tutti, ma mica vogliamo finire in fanteria. No, a noi la guerra piace sì, ma quella che si combatte da casa, mentre mamma ci prepara un piatto di pasta per cena.

Sì, di sicuro può esserlo per noi che non sappiamo cosa sia un profugo e delle condizioni in cui i rifugiati hanno da sempre vissuto:
Questo campo è in realtà un vero e proprio letamaio umano e tutta quella gente che ora chiamano rifugiati ormai è gente che hanno gettato via come immondizia. Non servono più a niente. Non posseggono più nulla, in questo mondo. Neanche il cibo più comune da mangiare. E tutto quello che hanno, devono elemosinarlo prima di poterlo avere. Tutti i bambini hanno la pancia grande grande, come una donna incinta. E se tu vedessi le gambe e gli occhi. Sembra qualcosa che di solito vedi in un film o dentro la foresta malvagia degli incubi.

Già.
Ma quindi di cosa parla “Sozaboy”?

Sozaboy parla del male. Del male che è radicato nel mondo e che prende a schiaffi in faccia un ragazzo ingenuo come lo siamo, o lo eravamo, tutti. Parla di Mene, che finisce in una guerra più grossa di lui, decisa dai bianchi e combattuta dai neri, e che vuole solo ritrovare sua madre e sua moglie che ha più tette che anima. Sozaboy parla di una realtà che noi possiamo riuscire a vedere, a scoprire e a comprendere solo leggendolo. E solo leggendo, mi sento di dire. Perché è nei libri, in queste storie, che viene fuori la verità. E’ leggendo che viene il disgusto per la violenza, il ripudio per la guerra, e la voglia di non ascoltare mai più chi ti dice che è un suo diritto avere un fucile in casa e che il mondo è giusto, che deve funzionare così.

Per chi cercava una recensione, su internet ce ne sono sicuramente di esaustive.
Tutto quello che mi sento di dire io è che questo libro fa male. Molto male.

Ehi, Sozaboy.

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