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Brucia la strega (1/2)

In questo momento non riesco a non pensare a Don Antonio e alle sue omelie. Una in particolare. Citava un passo del vangelo, forse Luca 15:2, che diceva più o meno vivrà nel fuoco della Bestia/brucerà il peccatore che ha dimenticato/come colui che ha tradito Cristo/ogni debito verrà pagato. Quella notte ho sognato di essere una strega, che molti uomini venissero a prendermi nel sonno e mi portassero in un bosco per bruciarmi viva. Il mio peccato? Aver fatto l’amore a quindici anni.

***

Eravamo al supermercato.
Sono scoppiata a ridere per una battuta di mio marito e, con un movimento brusco, ho fatto cadere un pacco di pasta dal carrello. Un signore si è avvicinato per raccoglierlo e io gli ho sorriso per ringraziarlo. Rimasti soli, mi è tornato da ridere. Non a mio marito, però. Mi ha guardata per qualche istante, poi si è limitato a dire vergogna.
Arrivati a casa, avevo appena posato le buste della spesa, quando mi ha afferrata per il polso e mi ha dato uno schiaffo in faccia. Io non me lo aspettavo e sono caduta per terra. Il pavimento era freddo; la mia guancia bruciava. Vergogna ha ripetuto e si è sfilato la cintura dai pantaloni. Io ho provato a replicare, ma la prima cinghiata mi ha ricacciato la voce in gola.

***

Non avevo fatto l’amore a cuor leggero, la prima volta. Come tutte le ragazze mi sono chiesta se fosse la persona giusta e se io fossi pronta. Ma il mio corpo, ormai, era quello di una donna e di donna erano anche le mie voglie. Così ho deciso di lasciarmi andare, felice e orgogliosa della mia decisione.
L’entusiasmo, o forse il non credermi più una ragazzina, mi ha portato a vedere mia madre come un’amica con cui confidarmi. E così ho fatto.
La mia era una madre moderna. Non se ne stava nell’angolo della cucina, zitta a guardare cosa facesse mio padre. No, lei era al passo coi tempi e spesso lo sfidava per dimostrargli che fossero sullo stesso piano. Così, subito dopo la mai confidenza, che aveva più il tono di una confessione, mi ha picchiata proprio come se fosse mio padre. E mentre lo faceva, continuava a darmi della svergognata e a chiedermi perché le avessi voluto fare del male. Perché la gente avrebbe parlato e loro che razza di genitori sarebbero stati, agli occhi degli altri?
Il lavandino era pieno dei miei capelli castani, strappati da quelle stesse mani in cui cercavo delle carezze. Ho contato le ciocche e per ciascuna di esse ho letto la definizione della parola vergogna.
La ricordo ancora adesso: vergogna s. f. Sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento, propri o altrui, sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti.

***

Io Massimo non l’ho mai giustificato.
Lui mi aveva picchiata e lo aveva fatto con crudeltà: la voce era fredda e pacata, la mano non aveva esitato. Non era stato un raptus. Eppure, ho creduto di doverlo aiutare. Aiutare, sì, perché da subito ho pensato che il suo fosse un problema. Ho sempre avuto la tendenza ad attribuire ogni azione, sbagliata o giusta che sia, a un fatto pregresso. Non so, magari qualcosa legato all’infanzia, su cui poi una persona costruisce un lato del proprio carattere. Ecco, quando mi ha picchiata, io Massimo lo conoscevo da otto anni e stavamo insieme da sette.
Ricordo quel ventiduenne gentile e sicuro di sé che mi fermava nei corridoi dell’università e che si faceva sempre avanti per offrirmi un caffè. Ricordo anche che più imparavo a conoscerlo, più quella sicurezza si mostrava fragilità. Massimo aveva paura che il suo ruolo di uomo venisse sovvertito. Per esempio aveva bisogno di pagare per me; oppure aveva bisogno che io non indossassi i tacchi, così da non essere più alta di lui. Aveva persino bisogno di diventare l’unica persona che riuscisse a farmi stare bene, perché credeva che solo così sarei rimasta con lui.

***

Anche se avevo solo quindici anni, dovevo sposarmi. Era questo che pensavano i miei genitori. Devi sposarti dicevano. Secondo loro – secondo tutti – solo il matrimonio avrebbe potuto restituirmi l’onore che avevo buttato via stupidamente. Me lo ripetevano ogni giorno, da quando avevano iniziato a parlarmi di nuovo. Io, però, invece di convincermene, iniziai solo a sentire crescere qualcosa dentro di me che mi avrebbe accompagnato per anni. Ogni volta che ero attratta da un ragazzo, o che più semplicemente sentivo il bisogno di averne uno, mi sentivo a disagio. Forse anche sporca. Di sicuro meritevole di una punizione. Sì, temevo che Dio mi avrebbe punita per le mie pulsioni impure.
Quando decidevo di andare a letto con un ragazzo, provavo uno sprizzante senso del pericolo e dello sbagliato. Mi lasciavo trascinare dalla passione e dai miei desideri, ma ero sempre consapevole che una parte di me pensasse che fosse sbagliato e che avrei dovuto fermarmi finché fossi stata in tempo. Durante i rapporti, il piacere schiacciava questa pulsione, ma, per quanto fossi trasportata e coinvolta, più i miei sensi si avvicinavano al culmine, più sentivo crescere, martellante, il senso di colpa. I miei orgasmi erano un’esplosione di gioia e tristezza allo stesso tempo ed era solo quest’ultima a trascinarsi fino alla fine, a tenermi compagnia anche quando ero rimasta sola nel mio letto.

***

Massimo non fu più lo stesso.
Forse è stato proprio il suo improvviso cambiamento a non farmi andare via, a convincermi che non potessi lasciarlo solo. Dopotutto negli anni avevo avuto anche io delle crisi e lui, rimanendo al mio fianco, mi aveva aiutata. Quando l’ho visto chiudersi sempre più in sé stesso e diventare solo uno spettatore del nostro rapporto, ho capito che aiutarlo fosse una mia responsabilità. Non ho mai sopportato chi distrugge una relazione solo perché sfaldare è più semplice che ricucire. E io ci ho provato: mi sono costretta ad arginare quella prima volta – che nella mia testa era anche l’ultima – nel cassetto delle esperienze sbagliate.
Una volta, a lezione, avevo sentito dire che persino un’esperienza negativa può essere un’opportunità. Ne ho fatto la mia filosofia di vita: trasformare una brutta situazione in un punto di partenza e non di arrivo. Io e Massimo avremmo potuto sfruttare l’occasione e, insieme, avremmo potuto cambiare e risolvere quelle debolezze della sua personalità che gli impedivano di vivere serenamente. E che la prima di queste sue fragilità si chiamasse vergogna, lo avevo ormai intuito.

***

E’ servito del tempo prima che riuscissi a trovarmi a mio agio con la mia sessualità. Ho dovuto fare un lungo lavoro su me stessa, a partire dalla rimozione di qualsiasi concetto cattolico che mi era stato inculcato durante l’infanzia. Forse è un po’ spietato affermare che il sesso e l’anima abbiano poco da spartire, ma la realtà ti costringe al cinismo. Mi sono ritrovata a usare gli uomini e a illuderli del contrario. Il modo migliore di sedurre è essere sedotti.
Per seguire l’università avevo dovuto trasferirmi. Dividevo un piccolo appartamento con una ragazza di Perugia. Spesso, quando uscivamo la sera, qualche ragazzo si faceva avanti per offrirmi da bere. Io accettavo. Non avevo remore nell’approfittare della stupidità maschile. Finivo il bicchiere, mostravo un bel sorriso e me ne tornavo a casa. Oppure decidevo di rimanere e di non tornarci da sola, a casa.
Avevo un’ottima media e agli occhi dei miei genitori era la dimostrazione che fossi diventata una brava ragazza. Come se non la fossi sempre stata… Poi è arrivato Massimo. Lui sì che speravo volesse offrirmi qualcosa. E infatti lo fece, più volte, ma io accettai solo la prima. Le altre, ognuno il suo. Con lui mi interessava avere un rapporto alla pari, anzi: con lui mi interessava avere un rapporto. Da allora, per anni, è stato l’unico uomo che ho frequentato.

***

Sapevo che Massimo sarebbe peggiorato.
Inizialmente sembrava non solo aver capito il suo errore, ma anche disposto ad affrontare i propri lati più torbidi. Io l’ho trattato amorevolmente, forse ancora più di prima, come se l’essere consapevole della sua debolezza mi spingesse a prendermi cura di lui. E’ stata la contraddizione maggiore con cui abbia dovuto convivere, perché io, quello schiaffo e quelle cinghiate, non ho potuto scordarli. Non era una questione di orgoglio ferito, si trattava proprio dell’essere stata ferita, nell’animo e fisicamente. Ho provato quel dolore che è figlio del tradimento e nella mia testa si è ricreata l’immagine di uno specchio che, illuminato al centro di una stanza buia, va in frantumi. Lo stesso specchio che avevo visto frantumarsi già una volta, da ragazza; l’identica sensazione di impotenza e incredulità, quando a mancare è proprio quell’appiglio che reputavamo eterno, solido, dalle radici profonde e incorruttibili. Avevo capito, inequivocabilmente, che tra me e Massimo era finita. Alle mie amiche, quando sfogavano le proprie frustrazioni di coppia, ripetevo che l’amore è solo un fatto di equilibrio e che i problemi devono essere relegati entro certi confini indelebili. Quando non si riesce ad arginarli, a ridurli, sforano e corrodono tutto e tu lo sai, tu te ne rendi conto, perché qualcosa in te muore e la senti morire, ma ormai non puoi più fare niente. Rattoppare è inutile. E’ tutto lì, l’amore.

***

Ero tornata ragazza. Era così che mi sentivo, che mi vedevo. Quando ero seduta al tavolino di un bar, mi sorprendevo a guardare un uomo poco distante: ne immaginavo il profumo, le carezze e persino l’intensità dei baci. Finivo per sorridere, imbarazzata ma felice. Finché non mi ricordavo di dover tornare a casa e di dover vedere Massimo, di dover passare del tempo con lui senza poterlo evitare. Vivevo di espedienti. La sera andavo a letto presto, anche se non avevo sonno, e se Massimo mi raggiungeva nell’immediato, fingevo di dormire. A fatica resistevo alle sue mani sul mio corpo. Avevo voglia, ma non con lui. Non cedevo. Non ero più una ragazzina, potevo controllarmi. L’astinenza mi confermò quello che già sapevo e cioè che non provavo più nulla per Massimo, nemmeno l’attrazione sufficiente per il sesso. Avrei potuto farlo, ma sarebbe stato come fare l’amore da sola. Era finita e me ne rammaricai. Era arrivato il momento di voltare pagina.

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Shankara, la perla d’Oriente

Nella sua lunga storia il piccolo comune aveva sempre avuto delle elezioni ufficiali, adeguandosi in questo modo all’Estero, ma i capi della comunità venivano scelti in maniere molto più traverse e discutibili. Si può dire che quella di Ogniranza sia una vera e propria democrazia diretta e che i cittadini esercitino il diritto di assegnare il potere senza passare da alcuna burocrazia. Già in antichità, mentre i grandi imperi si preoccupavano di introdurre nuovi metodi elettivi in grado di coinvolgere maggiormente il popolo, Ogniranza vantava una solida stabilità sociale e politica. Ci si era accorti che la migliore filosofia consistesse nella semplicità: le cose facili sono le più funzionali e il volerle complicare è una tendenza innata nell’uomo, una sorta di entropia barocca. Tutto va agghindato, l’arte povera è per i non abbienti.
Ogniranza aveva sperimentato più forme di governo, attraversando ogni sorta di utopia, dalla dittatura all’anarchia e dall’oligarchia al principato.
Nell’anno della fondazione, il 1050 a.C., Ogniranza si presentava come il più classico degli agglomerati umani: la tribù. La sedentarietà non era ancora così radicata nel mondo e, per quanto fossero numerose le comunità che decidevano di stanziarsi all’interno di labili confini, non erano rari i casi in cui gruppi di persone che sentivano di possedere ideali e principii affini decidevano di abbandonare le proprie terre natie. Nello specifico, la comunità ognirante nacque dall’incontro incestuoso di cavalieri e contadini. Questi erano il gradino più basso di ogni piramide sociale, appena al di sopra degli schiavi, mentre i cavalieri stuzzicano l’immaginario collettivo dall’alto dei loro destrieri. Insomma, gli uni con la schiena piegata sul terreno, verso il basso; gli altri con la schiena ben dritta, verso l’alto, elevati ancor più dalle loro cavalcature. Due estremi senza alcun punto in comune. Apparentemente.
Ma si sa, non esiste uomo senza vizio.
E certo questa fu la giustificazione che si diede Prius, influente cavaliere della guardia del re DI QUALCOSA nel giacere con la regina, nonché moglie del suddetto.
E certo questa fu la giustificazione che si diede Ultius, insignificante contadino delle terre del re DI QUALCOSA, nel giacere con la regina, nonché moglie del suddetto.
E certo questa non fu la giustificazione che si diede Dain, re DI QUALCOSA, nel trovare Prius e Ultius giacere con la regina, nonché propria moglie.

Prius e Ultius furono molto fortunati. Quello, infatti, fu l’unico anno in cui nel regno DI QUALCOSA venne sospesa la pena di morte. Gli eruditi avevano suggerito al re di prendere questa decisione perché, a loro dire, terrorizzare i sudditi si era rivelato più volte una scelta controproducente. Re Dain, uno di quei re che vogliono essere ricordati per la loro magnanimità, si scoprì entusiasta di potersi mostrare così progressista agli occhi degli altri sovrani e accettò di buon grado la proposta.
E chissà cosa sarebbe successo, se il cuore del buon re avesse retto e non avesse deciso, invece, di esplodere al pari di un fiore che sboccia. Forse egli stesso si sarebbe accorto che, per governare, il pugno duro serve eccome! Che i servi hanno bisogno di limiti imposti dai padroni, così come gli angeli e le cose tutte hanno bisogno di Dio. E un buon sovrano è questo che non deve far dimenticare ai propri sudditi: come Dio, egli può privarli di ogni cosa, perfino della vita, e in qualsiasi momento. Solo in questo modo i ruoli vengono rispettati. Ma, come dicevamo, il povero re Dain non ebbe possibilità di rimediare allo sbaglio commesso e i due traditori vennero banditi e null’altro.
La pena di morte, reintrodotta dal sovrano seguente, Tyrano, recuperò ben presto l’anno perduto e collezionò ottantasette teste nel solo primo mese di attività. Ma quello che successe nel regno DI QUALCOSA, dopo l’allontanamento dei padri fondatori di Ogniranza, è ininfluente al proseguo della nostra storia e non deve interessarci.

Prius e Ultius erano due uomini affini, due anime che Dio avrebbe fatto incontrare anche se fossero nate agli estremi opposti del globo. L’unico ostacolo tra loro era l’appartenere a due classi sociali profondamente diverse. Con l’esilio questa unica barriera fu abbattuta e i due uomini capirono di avere un destino in comune. Il peccato e il sesso che l’aveva originato, nonché l’eguale pena subita, appianarono le divergenze e i pregiudizi radicati nella testa dei due. Certo, la prima volta non fu facile. Prius era alto e vigoroso, la pelle liscia e un portamento che non l’avrebbe mai lasciato confondere con uno di quegli altri: bassi e tarchiati dalla zappa, la pelle ustionata dal sole sempre presente, schiavista per diletto, rozzi e grezzi; insomma: uno come Ultius. E Prius lo guardò dall’alto al basso, quella prima volta. Lo guardò con la sufficienza di chi crede che la vita in certi corpi sia proprio uno spreco. E che gli occhi neri e lerci di un contadino non si abbassassero davanti ai suoi, verdi come le foglie della più in salute tra le piante, lo irritava e non poco. In altra sede, quell’insolenza sarebbe stata punita con un bel fendente tra mento e spalle. Ah, se solo la regina gli avesse permesso di tenere le armi con sé… Non riusciva a capire cosa ci trovasse, in quell’essere, e si chiese quanta perversione scorresse nelle vene di una donna non solo così potente, ma anche di una raffinatezza famosa in tutto il regno.

– Vi ho convocati qui perché questa notte ho sognato di voi – disse la regina.

Congedò gli uomini di scorta con un cenno. Rimase in silenzio e Ultius non poté fare a meno di volgere la più totale attenzione all’ambiente che li ospitava. Il soffitto si ergeva forse sei metri al di sopra del suo naso schiacciato, sorretto da mura in pietra calcarea accuratamente ridipinta di bordò; sulla sommità, alte finestre lasciavano che la luce, filtrata da fini tende color panna, disegnasse morbide ombre sulla parete opposta, mettendone in risalto lunghi arazzi mai stufi di raccontare le gesta della stirpe reale. E poi mobili d’oro e legno massiccio, intarsiati di lapislazzuli e pietre preziose di ogni genere, a occupare la vastità della stanza come tante isole puntellano il più bello dei mari. Così al centro di quell’arcipelago, come un meraviglioso vulcano, si ergeva il letto della regina: un baldacchino alto come possono esserlo due uomini che si sorreggono l’uno sulle spalle dell’altro, racchiuso da spessi teli ricamati dalle migliori filatrici del regno; e il cuore, grande quanto una qualunque stanza da letto, già placava gli animi più focosi mostrando loro la quantità di cuscini pronti a ospitarne lo stanco riposo. E infine, quella conchiglia non poteva lustrarsi di perla migliore: la regina Shankara. Ora che lo sguardo si era fermato su di lei, non gli riusciva più di distoglierlo. Il suo nome raggiungeva ogni confine del regno e si erano sprecate leggende sulla sua bellezza. Qualcuna la voleva alta e bionda come una ninfa del nord, altre un’Ispanica dal sangue guerriero; e ancora una raminga che aveva stregato re Dain con un filtro d’amore. Ma la verità era diversa e Ultius non poteva conoscerla. Perfino Prius, così vicino alla famiglia reale, ignorava cosa ne fosse di Shankara prima di essere regina. Eppure, a osservarla, qualcosa si smosse nella memoria del contadino. Quella lunga chioma nera che ricadeva con una compostezza quasi selvaggia sulle spalle della donna e quella carnagione olivastra che la rendeva unica all’interno del regno, gli fecero riaffiorare le parole di un viandante ospitato forse un paio di lustri addietro. Questi diceva di aver fatto parte della scorta che aveva portato la regina Shankara a re Dain. Viene dalle terre d’oriente, dove le lettere degli uomini si chiamano numeri, ed è figlia di un importante sovrano, da anni in guerra contro re Dain. I due regni, logori dal conflitto, hanno tentato di sancire una pace duratura tramite un legame di sangue. Così la più giovane, nonché più bella, delle figlie del sovrano d’Oriente, è stata data in sposa a re Dain, che era ancora un giovane condottiero. Shankara è il suo nome. Partì bambina e arrivò donna.
Solo allora Ultius si accorse dell’inumana bellezza che gli stava di fronte, a pochi passi, vestita di un sari che lasciava vederne il corpo e, allo stesso tempo, ne nascondeva i tratti più desiderati.
Non riuscì ad alzare lo sguardo al di sopra di quelle labbra, tinte del colore del sangue, finché non scoccarono.

– Di te ho memoria, Prius. Sei a capo della scorta di mio marito. Immagino, invece, che tu sia solo uno spregevole contadino, ma per me non fa differenza. Se è la volontà degli dei… Ho sognato di questo momento in una notte come tante altre. Vivo in un palazzo grande quanto un qualsiasi regno a noi confinante e la mia stanza potrebbe ospitare le famiglie di un’intera città. Forse questo è il desiderio di molti, ma non il mio. È la solitudine a riempire il vuoto tra queste mura fredde, mentre io nascondo il mio volto sotto a quella pila di inutili cuscini. Ho provato a dare vita a qualcosa che potesse avvicinarsi alla mia infanzia, o almeno ai ricordi confusi che le appartengono, ma è stato tutto vano.

Si avvicinò con passo fermo a uno degli arazzi celebrativi e lo sfiorò con le dita, più simili a quelle di una bambina che non aveva mai dovuto adoperarle, che a quelle di una giovane donna.
Il tempo sembrò fermarsi, mentre la regina leggeva impassibile la storia raccontata da quelle trame filate con così tanta cura. Il respiro dei due uomini era l’unica testimonianza dello scorrere dei secondi, l’unico appiglio della stessa Shankara nel pantano nutrito da una fanciullezza che, lieve come un canto lontano, le si insinuava nella testa ricordandole cosa fossero l’innocenza e la felicità, ma senza riuscirvi.

– La verità è che la mia stessa infanzia non mi appartiene più. Non troverete gioia nella mia ricchezza. Io stessa sono ricchezza, merce scambiata in nome del nulla: la pace. Un padre dovrebbe essere pronto alla guerra, se qualcuno volesse privarlo della propria bambina… Ma non il mio. Forse non ne ho mai avuto uno.

Continuava a guardare l’arazzo, parlando più a se stessa che ai due uomini.

– Durante il viaggio che mi ha condotto in questo regno, sono riuscita a convincermi di essere solo questo, un oggetto che due uomini potenti si scambiavano in segno di ammirazione. Ed è ciò su cui è fondata la devozione per mio marito, re Dain. La scarsa stima che avevo di me, nascondeva ai miei occhi la vera natura di quel ragazzo così debole da terminare una guerra solo per avere una bambina che scaldasse il suo letto. Perché è questa che è stata la mia vita, quella di una bambina abbandonata e sedotta, convinta di avere trovato un fratello maggiore, forse un vero padre, e non un mostro che la illudeva sulla vera natura del volersi bene.

Si voltò, gli occhi lustrati come boccioli dalla rugiada.

– Guardate il mio regno! – disse allargando le braccia – Ma gli dei mi hanno parlato. Sì, quegli stessi dei che mi hanno abbandonata nel corso di tutta la mia esistenza. Quegli stessi dei che ho giurato di odiare molto tempo fa. Dapprima erano ombre, poi le ombre si sono animate e parole di un linguaggio antico, primitivo, hanno mosso le mie stesse labbra. Non posso svelarvi ogni cosa, perché il futuro non vedrebbe la luce, ma la mia vita ha trovato un senso. I battiti che il mio cuore ha speso sinora, non sono stati vani come credevo. Ora io so di essere importante, ora io conosco il mio scopo.

Aveva la testa bassa, ma teneva lo sguardo alto: una tigre sicura dei propri passi.
Ultius sentì le sue mani ordinargli di seguirla verso il letto e si lasciò andare, così come una bestia trascinata per il collo capisce di non poter fare nulla e segue rassegnata il suo destino.

 

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Nella sua lunga storia il piccolo comune aveva sempre avuto delle elezioni ufficiali, adeguandosi in questo modo all’Estero, ma i capi della comunità venivano scelti in maniere molto più traverse e discutibili. Si può dire che quella di Ogniranza sia una vera e propria democrazia diretta e che i cittadini esercitano il diritto di assegnare il potere senza passare da alcuna burocrazia. Già in antichità, mentre i grandi imperi si preoccupavano di introdurre nuovi metodi elettivi in grado di coinvolgere maggiormente il popolo, Ogniranza vantava una solida stabilità sociale e politica. Ci si era accorti che la migliore filosofia consistesse nella semplicità: le cose facili sono le più funzionali e il volerle complicare è una tendenza innata nell’uomo, una sorta di entropia barocca. Tutto va agghindato, l’arte povera è per i non abbienti. Ogniranza aveva sperimentato più forme di governo, attraversando ogni sorta di utopia, dalla dittatura all’anarchia e dall’oligarchia al principato.
Nell’anno della fondazione, il 1050 a.C., Ogniranza si presentava come il più classico degli agglomerati umani: la tribù. La sedentarietà non era ancora così radicata nel mondo e, per quanto fossero numerose le comunità che decidevano di stanziarsi all’interno di labili confini, non erano rari i casi in cui gruppi di persone che sentivano di possedere ideali e principii affini decidevano di abbandonare le proprie terre natie. Nello specifico, la comunità ognirante nacque dall’incontro incestuoso di cavalieri e contadini. Questi erano il gradino più basso di ogni piramide sociale, appena al di sopra degli schiavi, mentre i cavalieri stuzzicano l’immaginario collettivo dall’alto dei loro destrieri. Insomma, gli uni con la schiena piegata sul terreno, verso il basso; gli altri con la schiena ben dritta, verso l’alto, elevati ancor più dalle loro cavalcature. Due estremi senza alcun punto in comune. Apparentemente.
Ma si sa, non esiste uomo senza vizio.
E così viene tramandato che i due padri fondatori di Ogniranza sono un contadino, Ultius, e il cavaliere capo della scorta del re di Tyrania, Prius. In quell’unico anno, il re decise di sospendere la pena di morte, confidando di apparire un progressista agli occhi dei sovrani dei regni confinanti e di ingraziarsi gli intellettuali che lo avrebbero così elogiato. Il povero re si chiamava Dain e in giovinezza fu un temibile condottiero; da anni in guerra con il Sovrano d’Oriente, decise di arrestare le proprie mire espansioniste in cambio della più preziosa tra le ricchezze dell’avversario: sua figlia Shankara. Nonostante fosse poco più che una bambina, si parlava della sua bellezza in ogni angolo del mondo conosciuto. Shankara, la perla d’Oriente. E come una perla, il padre la infiocchettò e spedì al giovane Dain in segno di rispetto.
Partì bambina, arrivò donna.
Se il capriccioso Dain fosse stato cosciente della rovina cui stava andando incontro, forse non avrebbe provato così tanta soddisfazione nel vedersela recapitare a palazzo e l’eccitazione nel gustarne il corpo appena spogliato del sari, sarebbe sfumata all’istante.
Passarono gli anni e Shankara li trascorse prigioniera di un palazzo vasto quanto un regno, di una stanza che avrebbe potuto ospitare le famiglie di un’intera città. Ma ai suoi occhi le pareti di quella camera erano sempre più opprimenti e non bastava l’averle dipinte di bordò, decorate di arazzi che inventassero un’infanzia smarrita, o ancora aver fatto di un baldacchino sontuoso la propria capitale. Regina di quell’harem, Shankara crebbe ostile a re Dain, oltre che al proprio padre, e agli dei; quegli stessi dei che, in una delle poche notti libere dalla veglia, le si palesarono in sogno come ombre confuse, depositarie di un linguaggio primitivo e solenne. Avrebbe avuto modo di riscattarsi. Avrebbe avuto modo di vendicarsi. Non si erano dimenticati di lei. Shankara, la perla d’Oriente, avrebbe cambiato per sempre il corso della storia.
Svegliatasi, non perse tempo. Diede ordine di trovare quei due, Prius e Ultius, secondo le disposizioni degli dei. Avrebbe aspettato seduta al suo specchio e sarebbe stata pronta, la più bella di tutte. La perla d’Oriente sarebbe tornata a brillare.
Li trovarono e glieli consegnarono. Il contadino e il cavaliere. E lei li accolse, li accolse tra le sue gambe come una madre accoglie tra le braccia un figlio ritrovato dopo tanto tempo. Le pareti si tinsero di un rosso più acceso, di quella stessa passione che per la prima volta fece chiudere le tende di quel baldacchino.
La perla d’Oriente continuava a brillare.
Fu re Dain a riaprirle, quelle tende, e a trovarsi davanti a quella conchiglia di corpi che gelosamente custodiva la sua perla. Nessun urlo, giusto un sibilo. Forse un sussurro. E il cuore del re esplose come un bocciolo in fiore.
Prius e Ultius, in assenza della pena capitale, vennero banditi e catapultati dal regno di Shankara a quello di nessuno, fatto non di morbide lenzuola, ma di lande desolate.
Della regina, invece, nessuno sentì più parlare. Ma è quello che spetta a chi veramente decide di scrivere la storia.

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Rael, lo spirito della palude (o studio su “Racconti fantastici di Liao” di Pu Songling)

C’era un tempo un ricco funzionario del ministero che si chiamava Alheen. Era un uomo molto importante e quando camminava per strada tutti si affrettavano a inchinarsi per riverirlo. Aveva una barba nera molto lunga e molto folta di cui era orgoglioso e tutti i bambini della città di Ahreheo sognavano di averne una bella come la sua. Gli anziani dicevano che la sua barba era così pesante da andare a fondo in una bacinella d’acqua, anziché galleggiare.
Era molto arrogante e maltrattava tutti quelli che il suo rango gli permetteva di maltrattare. Molti erano i poveri e i mendicanti che aveva picchiato con il suo bastone di giada bianca. Al ministero lo temevano tutti, soprattutto una vecchia puzzolente che faceva le pulizie e che lui prendeva sempre a sputi, calci e bastonate mentre i funzionari guardavano e ridevano.
Un mattino, dopo essersi lavato e cambiato d’abito, Alheen notò nel lavandino un pelo lungo e bianco. Dapprima lo scambiò per il baffo della tigre Saar, spirito di Ahreheo, e se ne rallegrò perché compariva solo alle persone illustri in segno di buon auspicio. Dopo averlo osservato con attenzione, però, gli sembrò invece un pelo della sua barba e si preoccupò molto perché non ne aveva mai perso uno e non ne aveva mai avuto uno bianco. In preda all’agitazione e ai brutti pensieri, si affrettò a uscire.
Alheen non si presentò al ministero e tutti furono sorpresi perché era andato anche il giorno che era morta sua moglie.
La voce si sparse veloce veloce e alcuni funzionari dissero di aver visto Alheen correre per le vie di Ahreheo senza fermarsi, come se il demone Aru muovesse le sue gambe per produrre calore con cui bruciare la legna dell’Inferno. Altri ancora riferirono che l’Imperatore lo aveva chiamato alla Capitale perché voleva farlo governatore della regione.
Sentendo fare questi discorsi e dire tante bugie, la vecchia puzzolente che faceva le pulizie al ministero affermò di sapere dove fosse Alheen e che lo avrebbe detto in cambio di una ciotola calda di brodo di lepre e una caraffa di vino. Tutti erano curiosi e così le promisero ciò che voleva.
La vecchia puzzolente si sentì importante e disse che Alheen era andato in gran segreto dal contabile Turuc e che lei lo sapeva perché lo aveva seguito.
A quel punto tutti scoppiarono a ridere e così anche la vecchia puzzolente scoppiò a ridere e chiese la sua ricompensa. Così i funzionari continuarono a ridere più forte e la presero a turno a calci nel sedere dicendole che quello era il suo premio per essere una spiona e di continuare a lavare i pavimenti, o le avrebbero dato altre ricompense.
Ma Alheen era andato davvero dal contabile Turuc, che era un suo uomo di fiducia e caro amico. Ogni anno Turuc contava i peli della barba di Alheen e riportava il numero su un foglio segreto che nascondeva. E ogni anno Turuc contava cinquemilaquattrocentosettantatré peli di colore nero.
Anche se li avevano contati pochi mesi prima, Alheen gli raccontò del suo ritrovamento e lo pregò di controllare.
Così Turuc contò cinquemilaquattrocentosettantadue peli di colore nero e tutti e due rimasero in silenzio.
Così Turuc ricontò cinquemilaquattrocentosettantadue peli di colore nero e tutti e due rimasero in silenzio.
Poi Alheen scoppiò a piangere e cominciò a darsi pugni sulla testa e Turuc lo fermò prima che si strappasse la barba a grandi ciuffi.
Alheen era disperato e Turuc era dispiaciuto per l’amico. Provò a consolarlo ma non ci riuscì e allora gli disse dopotutto è solo un pelo bianco e menomale che ne è caduto uno bianco!
Ma Alheen si arrabbiò molto e gli disse stupido, non lo sai che se cade un pelo bianco da una folta barba nera è presagio di grande sfortuna? Sei davvero un figlio di un cane e me ne vado prima di prenderti a bastonate!
E infatti dopo pochi giorni Alheen fu colpito da numerose sventure.
Ogni mattino trovava nel lavandino numerosi peli e la sua barba diventava sempre più striminzita e tutti i bambini della città di Ahreheo lo prendevano in giro e gli tiravano addosso le pietre quando passava. Alheen anche dimagrì molto perché tutto il cibo che comprava veniva divorato dalle formiche prima che riuscisse a mangiarlo. Era così asciutto da sembrare un fantasma delle paludi e, siccome molti al lavoro si spaventavano nel vederlo, il magistrato gli ordinò di rimanere a casa per curarsi e non tornare finché non fosse guarito.
Nessuno riconosceva più Alheen e tutti lo scambiavano per un mendicante pidocchioso.
Lui si sentiva a poco a poco morire perché nessuno gli dava del cibo e in casa non ne aveva più.
Così un giorno andò nella locanda di Shyin dove andava sempre, ma Shyin non lo riconobbe e lo cacciò via a manate. Allora provò nella locanda di Assaji dove anche andava sempre, ma Assaji non lo riconobbe e lo cacciò via a calci. Allora provò nella locanda di Semin dove anche andava sempre, ma Semin non lo riconobbe e lo cacciò via a bastonate.
Ormai rassegnato e col corpo livido, Alheen il ricco funzionario del ministero si trascinò verso l’uscita della città, deciso a farla finita.
Proprio mentre superava l’ultima casa, vide uno splendido edifico che non aveva mai visto prima. Era una grossa locanda con enormi tavoli in legno e stendardi dorati a forma di dente di tigre. Alheen pensò che un posto così bello non lo aveva mai visto ed era strano e che avrebbe tanto voluto andarci. Ma nessuno lo avrebbe voluto e lo superò.
Una voce di donna però lo chiamò signore! signore! e lui incredulo si girò e vide questa donna vestita da cameriera che gli faceva segno di avvicinarsi. Lui non si mosse e così la donna andò da lui, lo prese sottobraccio e lo fece sedere a uno dei tavoli. L’uomo rimase meravigliato, ma non fece in tempo a parlare perché la donna scomparve nella locanda.
Dopo un po’ che l’aspettava, la donna tornò con un vassoio pieno di cibi di ogni tipo e Alheen divorò tutto con grande voracità, senza preoccuparsi di sporcarsi tutta la faccia. Tanto non sono più io pensò.
La donna portò molti vassoi per molto tempo e Alheen mangiò tutto.
Perché siete così buona con uno schifoso mendicante chiese e la donna rispose io so chi siete voi. Siete voi che non lo sapete più. Ma io vi voglio aiutare e ora che avete mangiato potete partire. Partire per dove? chiese Alheen. Per le paludi. Dovete cercare Rael lo spirito della palude. Sono sicura che vi si mostrerà e vi aiuterà, anche se vi farà credere di no. Voi fate tutto quello che vi dice e sarete chi eravate.
L’uomo ringraziò la donna molte volte chinando il capo e uscì dalla città.
Arrivò alle paludi dopo molte ore. La notte non lo spaventava più, perché egli stesso era un fantasma e gli spiritelli facevano i dispetti solo agli uomini.
Cercò e cercò, ma non trovò nulla. Era disperato ma continuò a vagare per le paludi.
A un certo punto vide una palla di luce bianca sopra a una pozza di acqua putrida.
Vieni qui e purificati disse la voce di donna più bella che avesse mai sentito.
Alheen pensò che fosse Rael e fece ciò che gli era stato comandato.
Sei proprio uno scemo iniziò a canzonarlo la voce. Sei uno scemo, stupido puzzone di un mendicante fantasmino. Adesso che sei entrato nella pozza il tuo fetore è come quello di dieci elefanti morti. Fai così schifo che le acque non ti annegano perché nemmeno la Morte ti vuole con lei.
Alheen disse è vero.
Adesso devi saltellare come le pulci che vivono nelle tue orecchie e poi rotolare come i maiali nel fango.
Sì disse Alheen e lo fece.
Adesso devi bere tutta l’acqua che puoi bere e non devi né vomitare né cacarti addosso.
L’uomo bevve tutta l’acqua putrida e con grande forza di volontà riuscì a non vomitare e a non cacarsi addosso.
Bravo scemo disse la palla di luce bianca fai più schifo dell’acqua in cui sguazzi.
E sparì.
Alheen scoppiò a piangere e decise di ammazzarsi. Così si inginocchiò e mise la testa sott’acqua e si obbligò di respirare.
Proprio quando i polmoni erano pieni di melma putrida, Alheen spalancò gli occhi e vide una giovane sott’acqua come lui che lo guardava. Era sicuramente la ragazza più bella che avesse mai visto e subito s’innamorò. Lei lo prese per i capelli e lo fece riemergere. I polmoni si riempirono di aria e Alheen vide che la ragazza aveva orecchie di volpe. Capì che era Rael lo spirito della palude. Tu sei un uomo povero, perché sei sempre stato povero disse Rael e dopo un po’ tutte le verità degli uomini si mostrano per quelle che sono. Alheen sapeva che era vero e rimase zitto. È scritto che tu farai cose importanti ma tu hai già sprecato metà della tua esistenza e non hai fatto nulla di buono. Gli dei ti hanno dato tanti talenti e tu li hai usati per accontentarti di una vita mediocre da uomo mediocre e allora è giusto tu muoia e che i tuoi talenti vengano riassegnati a un uomo migliore di te. Alheen sapeva che era tutto vero e allora disse voglio cambiare, ti prego dimmi cosa devo fare, tu hai ragione perché io sono un uomo piccolo piccolo e tu una una giovane ragazza grande grande. Mettimi alla prova, io farò tutto ciò che mi comanderai e non ti deluderò. Rael lo guardò sospettosa, poi gli sorrise e gli disse di tornare a casa. Alheen si innamorò del suo sorriso e tornò a casa pensando solo a esso.
Trascorsero molti giorni e Alheen recuperò l’aspetto e la salute di un tempo: persino la barba ricrebbe folta, nera e rigogliosa. Il suo prestigio tornò a precederlo e per strada tutti lo riverivano e nelle locande tutti lo servivano. Il magistrato gli restituì il suo impiego e tutte le voci su di lui cessarono.
Una sera stava mangiando un cosciotto di capra quando sentì bussare alla porta. Aprì e si trovò davanti la vecchia puzzolente. Ho fame gli disse inginocchiandosi e sbattendo molte volte la fronte contro il terreno. Alheem scoppiò a ridere e stava per chiuderle la porta in faccia, quando si ricordò di cosa volesse dire morire di fame. Allora si affrettò ad aiutare la vecchia puzzolente ad alzarsi e la fece entrare.
La vecchia teneva lo sguardo basso e si vergognava molto, ma Alheen la fece accomodare alla sua tavola e le servì tutte le pietanze che aveva cucinato per sé. La vecchia mangiò tutto molto in fretta e dopo aver ringraziato andò via.
Alheem era molto felice ed ebbe un sonno riposante e ricco di sogni, come non ne aveva da tempo.
Il giorno dopo al ministero vide che la vecchia puzzolente veniva derisa e presa a calci da due giovani funzionari e si ricordò dei calci e delle bastonate che aveva ricevuto anche lui. Allora ordinò smettetela! e li fece frustare cinquanta volte per uno. Da quel giorno nessuno maltrattò più la vecchia.
La sera stessa, all’ora di cena, sentì nuovamente bussare alla sua porta. Era la vecchia che inginocchiata sbatteva la fronte contro il terreno dicendo ho fame. Alheen la portò in casa e la sfamò con tutto il cibo che aveva.
Lei sorrise soddisfatta e sazia e lui si innamorò del suo sorriso.
Così fu per molte sere e molte cene, finché Alheen disse io sono un uomo solo e vedovo e la mia casa ha bisogno di una donna. Io amo il tuo sorriso e soddisfarti mi rallegra e fa sentire un uomo migliore. La donna arrossì e rimase davvero sorpresa quando Alheen le chiese vuoi sposarmi?
Due settimane dopo erano marito e moglie e al matrimonio non era andato nessuno, dato che tutti ridevano della vecchia puzzolente e dicevano che Alheen era diventato matto.
Ma Alheen non se ne curò, perché era molto innamorato e non gli importava d’altro.
Passarono molti giorni e molte notti, quando una sera la vecchia disse non mi sento molto bene e si ammalò.
Alheen era in pena per la sua sposa e il suo animo soffriva.
Mentre piangeva e accendeva numerosi bastoncini di incenso agli dei, pregandoli di salvare sua moglie, successe qualcosa di straordinario.
La vecchia gli disse avvicinati al letto e accarezzò la sua faccia e la sua barba. Alheen piangeva e la donna, veramente colpita per quanta devozione il marito avesse per lei, sorrise. Subito, il suo corpo divenne luce blu e poi azzurra, fino a diventare una palla di luce bianca.
L’uomo non capiva, ma invece di spaventarsi rimase immobile, pronto ad affrontare ciò che sarebbe accaduto.
Ora che ti sei salvato disse la palla di luce bianca riavrai indietro tua moglie.
La luce esplose e tornò a essere corpo e carne.
Alheen ci mise un po’ a riaprire gli occhi accecati dalle scintille bianche e quando riuscì trovò davanti a sé, seduta sul letto, Rael lo spirito della palude.
La giovane ragazza disse hai fatto ciò che volevo quando ero una palla di luce bianca nella palude e mi hai dimostrato rispetto e fedeltà quando ero una vecchia puzzolente. Ora io sono tua moglie perché da molto tempo siamo sposati e la volontà degli dei si realizzerà.
Alheen, grazie a una serie di eventi straordinari, divenne imperatore e con la sua saggezza evitò molte guerre e salvò molte vite. Sotto di lui, il regno fu prospero e la vita serena. Dall’unione con Rael ebbe tredici figli e morì a centotrentasette anni insieme alla propria moglie. Il suo spirito salì in Paradiso e divenne Imperatore del Regno dei Cieli con la sua fedele Rael come regina.

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L’importanza di scrivere

L’altra sera ho ricevuto un racconto via email.
Era di una ragazza con cui avevo scambiato giusto qualche messaggio.
Pochi giorni prima mi dice che le piace scrivere e le chiedo di mandarmi qualcosa, che sono curioso.
Così, superate le remore o la vergogna, un paio di sere fa si decide a mandarmi due vecchi lavori.
Mi dice che sono un po’ datati: 2010 e 2012.

La sera stessa, prima di dormire, decido di leggerli, che in fondo Mo Yan per una volta può aspettare.
So di non avere davanti il lavoro di una professionista, eppure c’è qualcosa che non mi fa levare gli occhi da quella pagina. Questo qualcosa è la sincerità con cui è scritta.
Quel racconto, a differenza di tanti altri che ho letto – e anche di parecchi romanzi – è puro, vero, credibile.
Leggendo quelle parole, mi è sembrato di conoscere quella ragazza da sempre e poco importava se la storia fosse autobiografica o totalmente inventata: io sapevo di star leggendo semplicemente lei.

Poi una frase: Tu che avevi la pazienza di un amore discreto e rassegnato…

L’ho trovata di una bellezza disarmante. Poche parole di una forza incredibile. Persino in questo momento non riesco a fare a meno di leggerle e rileggerle e leggerle ancora. Quella frase racchiude un mondo di emozioni e di immagini. Quella frase mi ha reso invidioso di non esserne l’autore.
Ho finito di leggere il racconto con i brividi, quasi vergognandomi dello star spiando – seppur con il permesso – la vita e il passato di questa ragazza.
Ero stanco, ma dovevo assolutamente leggere anche il secondo racconto.

Una volta finito, sono rimasto fermo. Poi ho spento la luce e mi sono messo a dormire.

Quando mi sono svegliato, però, ciò che avevo letto la sera precedente era ancora vivo nella mia testa. Era qualcosa che io stesso avevo vissuto.
Ho deciso, allora, di prendermi due giorni per pensarci sopra. Ne avevo bisogno.
Quei due racconti avevano stimolato non solo il mio lato creativo, dandomi subito la voglia di scrivere, ma anche la necessità di maturare una riflessione; la sensazione che ci fosse qualcosa che mi stesse sfuggendo e che fosse proprio lì, a due passi dal comprenderla.

 

Oggi ho finito di leggere il romanzo “Il supplizio del legno di sandalo” del sopracitato Mo Yan e ci sono arrivato.
Anche la sua scrittura era autentica e sincera. Per quanto stesse raccontando una storia, c’era lui. La fase della dissimulazione era superata, non c’era più bisogno di nascondersi dietro a una penna. E ho provato la medesima cosa nel leggere Benni, o Pennac, o McEwan, e altri grandi narratori. C’è sempre un momento in cui ti rendi conto che è tutto vero. Che sì, tutte quelle pagine servono a trasmettere qualcosa e arricchirti.
Eppure, tutti questi autori, sentendoli parlare ti fanno desiderare di non averlo mai fatto. Vorresti rimanere sulle loro pagine, perché sai che il modo in cui si comportano non è sincero. E’ quella la vera maschera.
Ma la loro natura, la loro essenza, è quella di cui sono intrise le loro parole.

E allora ho pensato che essere un grande narratore voglia dire avere il coraggio di raccontare sé stessi attraverso le storie di altri e abbattere quel noioso muro che troppa gente si diverte a erigere tra fiction e non fiction.
Che essere un grande narratore, come diceva Carver, è vedere ogni evento della propria vita, piacevole o spiacevole che sia, come un’occasione. Un’occasione per raccontare qualcosa, per fare letteratura, per esprimere sé stessi senza sigillarsi nella propria maschera pirandelliana.

Ed eccola, la meraviglia della letteratura! Eccola, la meraviglia dell’arte! L’arma di chi non ha paura di mostrarsi, dei coraggiosi che davvero non temono giudizio e non si vergognano di farsi denudare da chiunque, aspettandolo con il cuore in mano come il Cristo Misericordioso.

E allora scrivete! Scrivete tutti!  Che tutti scrivano e possano sentirsi, per una volta, vivi.
Questo è il mio invito a raccontarvi, a farvi conoscere, a non avere pudore o vergognarvi.
A essere dei bambini che non guardano indietro con rammarico e avanti con rassegnazione.

Per quello che riguarda i due racconti, non smetterò mai di ringraziare quella ragazza per avermeli fatti leggere. Per avermi dato modo di migliorarmi e soprattutto, per aver mostrato uno scorcio della meraviglia che sta dentro di lei.
Anche se non lo ha mai pensato, anche se non ci ha mai creduto, anche se la scrittura rimarrà sempre il suo piacevole passatempo, lei è un’autrice migliore di un mucchio d’altri che possono vedere il proprio nome dietro la vetrina di una libreria.

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Supportami

Ho voluto fare un esperimento, un azzardo.
Da oggi è disponibile su Amazon Racconti Raccolti“, un ebook che raccoglie sei miei racconti al prezzo simbolico di € 0.99.
I racconti, escluso uno, sono tutti editi qui sul mio blog e quindi fruibili gratuitamente.

Allora perché farlo?
Perché in questi giorni ho letto ovunque commenti di persone che si aspettano che un prodotto artistico – chiamiamolo così – libro o disco che sia, venga distribuito gratuitamente perché “l’arte deve essere accessibile a tutti”. Sono pienamente d’accordo, ma solo nella misura in cui si parla di fissare un tetto massimo per un prodotto.
La verità, però, è che un prodotto artistico – continuiamo a chiamarlo così – richiede ore e ore di lavoro. Ecco: quello che molti fanno difficoltà a capire è che questo è un lavoro.

Dietro ai miei racconti c’è la fatica dettata dalla speranza di consegnavi un prodotto al massimo delle mie capacità, un prodotto in cui metto tutto il mio impegno affinché possa essere qualitativo; e tutto questo mentre continuo la stesura del mio romanzo.

Insomma, la mia “arte” sarà sempre fruibile a tutti gratuitamente, ma se qualcuno volesse sposare la mia causa e supportare il mio lavoro, beh, potete farlo con meno di 1€.
Alla peggio, mi accontento anche di una recensione su Amazon e di una condivisione.

Grazie a tutti,
Andrea

 

Se siete interessati, potete trovarlo qui.

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GIUDA

Giuda-Iscariota

Mi trascinarono sullo sterrato tenendomi per i capelli. Quando si furono stancati, me li tagliarono. Io non volevo. Io non capivo. Mi spogliarono e mi picchiarono. Quando fui esanime, si allontanarono. Sperai fosse tutto finito, ma in cuor mio sapevo che non era così.
Tornarono presto, ma non si avvicinarono.
Poi la prima pietra fu scagliata e mi colpì la spalla. Non dissi niente.
La seconda mi ruppe il ginocchio.
La terza il cranio.
Ma io rimasi zitto.

– Non lo posso fare, Maestro.
– Cerca di capire.
– Chiedilo a Marco, a Matteo. Loro ti seguiranno.
– Tu sei l’unico, fratello mio.
– Non lo voglio fare.
– Tu sei “colui che serve”. E’ nel tuo nome. E’ nel tuo sangue.
– Mi uccideranno.
– E’ nel volere di Dio.
– Sia fatta la sua volontà.
– E così sia.

Un bacio. Con un bacio. Morire per un bacio.
E dimenticarsi di quando si era bambini, di quando si giocava insieme. O forse ricordarlo troppo bene. Ai ricordi non puoi scappare. Io non ci sono riuscito. Non ho potuto. E non avrei voluto.

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ALBERGO A ORE

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– Me li hanno incartati nei bianchi lenzuoli e l’ultimo viaggio l’hanno fatto da soli. Però non è giusto morire a vent’anni e poi proprio lì.
– La morte non ha luogo, o età.
Il vecchio pescatore prese un verme e lo poggiò alla pietra che gli stava accanto, poi estrasse un piccolo coltello dalla tasca.
– Né specie – aggiunse, affondando la lama nell’esca.
Il ragazzo rimase a guardarlo in silenzio.
– Come San Pietro, gli ho dato le chiavi. Gli ho dato le chiavi di quel paradiso e ho chiuso la stanza sul loro sorriso.
– Ognuno è mano del Signore.
– Perché io? – urlò il ragazzo, alzandosi.
Il pescatore si girò a guardarlo.
– Dove hai detto che lavori?
– Io lavoro al bar d’un albergo a ore. Porto su il caffè a chi fa l’amore.
– E allora.
– Allora cosa?
– Ti sei risposto da solo.
Il vecchio ritrasse la lenza dall’acqua.
– Diavolo! – imprecò, vedendo l’amo privo di esca e preda.
– Vedi? Tu sei un verme.
– Come ti permetti, vecchio?
– Lui, – continuò tranquillo il vecchio indicando il cielo – ti ha infilzato all’amo della sua canna e ti ha usato. A differenza mia, però, ha fatto pesca grossa.
Bestemmiò e prese un’altra esca dal barattolo che teneva in tasca.
– E come pensi che ci si senta? Mi hanno chiesto una stanza. Gli ho fatto vedere
la meno schifosa, la numero tre… Puliti, educati, sembravano finti. Sembravano proprio due santi dipinti.
– E pure i santi muoiono – tagliò corto il vecchio.

– Sorella Luna, tu che ci guardi sempre, in silenzio di madre, ti prego, portami via. Fammi fuggire, che nessuno possa riconoscere in me quello che ha dato loro le chiavi di quel Paradiso. Io porto su il caffè a chi fa l’amore. E fanno su e giù, coppie tutte uguali, e non le vedo più, manco con gli occhiali. Perché loro, invece, li ho visti così bene? Perché so che non potrò più dimenticarmi delle loro facce? L’acqua del fiume scorre e pulisce e ci cambia e, forse, pur io avrei bisogno di lavarmi via questo rimorso, questa convinzione che mi infilza. Tu, pallida, che mi guardi a fare, se poi non consigli?
Il ragazzo si avvicinò alla riva e rimase a guardare l’acqua.
– lo sarò un cretino, ma, chissà perché, non mi va di dare a nessuno la chiave del tre.
Raccolse un sasso e lo lasciò cadere.
– Non l’avevo mai data a nessuno. E ho messo nel letto i lenzuoli più nuovi.
– Né fiori, né gente. Soltanto un furgone, ma, là dove stanno, staranno benone – canticchiò, mentre l’acqua gli cingeva la vita.

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IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

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– Perché non vuoi più giocare? – chiese Giorgio.
– Perché bari – rispose Elena.
– Non è vero.
– Si. Sei un barone.
Elena si alzò e andò a sedersi sul letto, sul quale rimase a braccia conserte.
– Sei tu che non sai giocare – ridacchiò Giorgio.
Elena non rispose.
– Aiutami a mettere a posto.
– No.
Il bambino si alzò da terra e si avvicinò al letto, poi prese una bambola di pezza che ne stava ai piedi.
– Se non mi aiuti le strappo i capelli – disse, stringendo la bambola per il collo.
– Ridammela – urlò Elena, alzandosi.
– No. Adesso glieli strappo tutti.
Elena scoppiò a piangere e corse fuori dalla cameretta.
– Mamma, Giorgio vuole tirare i capelli alla signora Maria.
Sentendo quelle parole, il bambino lanciò la bambola sul letto.

– Non è vero, – urlò – è sul letto. Io non l’ho toccata, è una bugiarda.

– Sei ancora arrabbiato con me? – chiese Elena.
Giorgio la ignorò e continuò a disegnare.
– Cosa fai? – chiese la bambina avvicinandosi al fratello.
– Io con te non ci parlo – rispose.
– Sei una spia, – continuò – e sei anche bugiarda.
– Scusa – sussurrò la bambina.
– No.
– Posso disegnare anche io?
Senza aspettare la risposta, prese un foglio e un pennarello.
– Facciamo il gioco delle macchie? Chi le fa più belle vince.
Giorgio si portò le mani alle orecchie e cominciò a urlare per coprire la voce della sorella.
Elena, di tutta risposta, prese il foglio sul tavolo e lo strappò, guardando il fratello negli occhi.
Giorgio non picchiava mai Elena, perché sapeva quello che lo aspettava dopo. Non aveva tanto paura di sua madre, perché, alla fine, erano solo urla, quanto di suo padre che, infastidito e disturbato nel suo riposarsi, zitto zitto ne dava e tante. Non si picchiano le donne, diceva sempre. E lui pensava che sua sorella non era mica una donna, piuttosto una strega che faceva di tutto pur di rovinargli la vita. Se stava facendo i compiti, ad esempio, lei iniziava a canticchiare stupide filastrocche e si rifiutava di smettere, motivando con un ” avevi solo da finirli prima “. In compenso, lui non poteva fare nulla che la disturbasse, perché Elena chiamava subito la mamma che, un po’ perché era la femminuccia di casa, un po’ perché era la più piccola dei due, la proteggeva ciecamente, attribuendo al figlio anche colpe che non aveva. Giorgio aveva provato a dirlo, che voleva una stanza tutta sua e non una, come invece era, da dividere con il suo ospite indesiderato. Ma gli avevano detto che non si poteva fare, perché la sorella aveva paura a stare da sola, mentre avere un’altra persona nella stanza la rassicurava e faceva dormire.

– Giorgio, – l’aveva svegliato una notte – posso stare con te nel letto?
Vedendo che il fratello si girava dall’altro lato, lo scosse con la mano e continuò.
– C’è l’uomo nero, ho paura.
Giorgio non rispose, ma, come faceva sempre, si spostò un po’, facendole spazio nel letto. Elena gli si stringeva e gli dava un bacio sulla guancia, per ringraziarlo, e lui, anche se la notte ne faceva segreto, sorrideva e si sentiva sempre un po’ più grande.

Quando la mamma li aveva richiamati a sé, nel piccolo soggiorno, per dare loro quella notizia, entrambi erano dapprima rimasti fermi, ancora increduli, per poi iniziare a saltare ed abbracciarsi. Tornare da soli a casa, dopo la scuola, voleva dire essere grandi e di certo avrebbero avuto, finalmente, un motivo di vanto nei confronti dei loro compagni. Giorgio non sarebbe più stato deriso per quella volta che se l’era fatta addosso, in classe, ed Elena avrebbe di certo ricevuto le attenzioni del bambino più grande.
Così accettarono di buon grado di ascoltare tutte le istruzioni e le raccomandazioni della madre. Il padre, quella sera, gliele aveva ripetute. Non dovevano separarsi per alcun motivo, non dovevano parlare con gli sconosciuti, né accettare da loro caramelle o altri regali. Poi li aveva portati alla finestra e aveva indicato loro l’unico incrocio che avrebbero dovuto attraversare, in quelle poche centinaia di metri che separavano la scuola elementare dalla loro casa.
Quelle istruzioni, Giorgio ed Elena, le seguivano sempre alla lettera, diligentemente, e nessuno dei due aveva mai pensato di disobbedire.
Venne il giorno, però, in quei primi della primavera, che Giorgio dovette rimanere a letto con l’influenza e la sorella s’era ritrovata sola nel ricoprire, ogni giorno, quella distanza che a lei sembrava così lunga, senza nessuno con cui parlare. Era un mercoledì quando Giorgio, seppure febbricitante, s’era accorto che stava aspettando Elena più di quanto avveniva normalmente. Rimase con gli occhi fissi sull’orologio appeso di fronte al suo letto e ne seguì le lancette fino a che non indicarono le tredici e diciotto, orario in cui sentì la chiave girare nella porta e vide la sorella entrare in stanza e buttare lo zaino per terra.

– È tardi – disse, indicando l’orologio.
– La maestra ci ha fatti uscire dopo, perché doveva finire di parlare di Giulio Cesare.
– È tardi – ripeté.
– Se non lo dici a mamma e papà, ti lascio usare i miei pastelli nuovi – lo pregò Elena, col grembiule blu in mano.
Giorgio sorrise.
– Però non me li rompi – aggiunse la bambina.
– No.
L’unica cosa che gli piaceva davvero della sua cameretta, pensava Giorgio, era che la portafinestra dava su un piccolo giardinetto, tutto loro. Quando faceva bel tempo, lui ed Elena uscivano fuori a giocare e non era come ai giardinetti, dove avevano sempre da contendersi con altri bambini ora il pallone, ora la corda per saltare. E poi la stanza era luminosa di pomeriggio e Giorgio poteva mettersi per terra a disegnare, ma in ombra la mattina e il risveglio non era forzato dalla luce del sole. Giorgio era felice che la veneziana fosse rotta, perché poteva addormentarsi guardando la luna. Sperava che i genitori non l’aggiustassero più. Al contrario, Elena non riusciva a dormire se non con il fratello, perché vedeva le cose e si spaventava. Le ombre dei rami di un albero erano fauci di orsi e altre bestie, il fischio del vento il loro ruggito.
Giorgio era alla fine della sua convalescenza e, quando tornò la sorella, stava disegnando coi pastelli, guardandosi nello specchio delle principesse e facendo uccidere la signora Maria ad un soldato.
– Non hai più niente da darmi – disse annoiato.
– Non è vero – rispose Elena, facendo attenzione alla sua bambola.
Tirò fuori dalla tasca del grembiule dei cioccolatini e glieli porse.
– Li ha portati a scuola Michele, oggi è il suo compleanno – si affrettò a dire.
Giorgio si fermò a guardarla e si domandò cosa ci trovassero gli altri, in quella bambina dagli occhi scuri ed i capelli biondi. Si strinse nelle spalle e continuò a colorare un cavaliere accanto ad un drago, con un orso morto accanto.
– Questi sono con la nocciola, come piacciono a te – insistette, porgendoglieli.
– Non li posso mangiare. Ha detto mamma che il cioccolato mi fa male, perché lo stomaco non sta bene. Devi darmi qualcos’altro.
– Ma ti ho dato tutto – replicò la bambina, rimettendosi i dolci nella tasca.
– No – disse Giorgio, guardando la mensola sopra il letto di Elena.
A malincuore vi si avvicinò e tirò fuori un quadernetto rosa, chiuso con un piccolo lucchetto.
– Tieni, – disse – però non dire niente.
Giorgio si portò la mano alla bocca, mimando il gesto di chiudere una cerniera.
– Sei il fratello migliore del mondo.
– Sì.
Di pomeriggio, la madre aveva controllato la gola a Giorgio e, soddisfatta, aveva detto che era quasi guarito. Lui aveva provato a tossire, ma si era sentito dire che era una pessimo attore. Lunedì avrebbe potuto tornare a scuola. Giorgio annuì alla domanda se avesse fatto i compiti, ma dentro di sé sapeva che non era affatto vero e che, a dirla tutta, non si era nemmeno preoccupato di chiederli a qualcuno.
– Sono contenta che stai meglio – gli disse Elena.
Giorgio restituì uno sguardo poco entusiasta.
– Così possiamo di nuovo andare a scuola insieme.
Questa volta Giorgio sorrise.
– Giorgio.
Nessuna risposta.
– Giorgio – sussurrò ancora Elena.
– Cosa vuoi?
– Non riesco a dormire. Posso stare nel letto con te?
Giorgio, come sempre, le fece spazio.
– Grazie.
Giorgio si alzò all’improvviso.
– Elena. Elena, svegliati.
– Dimmi
– Guarda! Guarda fuori. C’è qualcosa.
Elena si tirò su e guardò l’ombra che la luna allungava sul letto.
– E’ lui. Quello del diario. E’ l’uomo nero – urlò Giorgio, terrorizzato.
Due occhiali si schiacciavano sul vetro esterno della portafinestra, i palmi delle mani sudati.
Elena si risdraiò, coprendosi.
– Non ti preoccupare, – disse – è il mio fidanzato.

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ABBIAMO TEMPO

OMAGGIO A BALTHUS

– Monsieur! Monsieur! Monsieur Sabél!
– Chi? Chi è?
– Monsieur Sabél, un’intervista per favore. “Le Figaro”, siamo “Le Figaro”.
– Oh, mon dieu! Non ci parlo con voi.
– Monsieur Sabél! Dove andate? Rallentate, vi prego!
– Cosa volete dalla mia misera vita?
– Un’intervista dal più grande artista di Parigi!
– Ma cosa volete capirne, voi, di arte!
– Sabél, s’il vous plaît…
-Senta: lei non è che un culo, ma un culo senza musica, eh!
– Monsieur?
– E salutatemi Gaston.

Monsieur Sabél non era un artista qualunque. Prima di tutto era un uomo, poi un ubriacone e solo dopo un pianista e pittore di nota fama. A Parigi tutti dicevano che era uno stravagante disadattato, ma qualcuno mormorava fosse anche un genio. Tra le voci che circolavano sul suo conto, quella riguardante la sua collezione di ombrelli era certamente la più curiosa. Pareva, infatti, che andasse comprando ombrelli di ogni tipo, anche a paia, ma nessuno gliene vide mai usare uno. “Ne ha a centinaia,” – diceva il proprietario di una boutique in St. Germain des Prés – “ e mica pregiati, eh! Madame, si fidi, quell’uomo è pazzo. Pazzo!”.

– E con questo fanno esattamente trecentotrentatre.
Monsieur Sabél chiuse dietro di sé la porta di legno massiccio che separava la camera da letto dal salone. Si affacciò alla finestra, osservando il passeggiare delle persone lungo il boulevard. Sbuffò e tirò le tende, nascondendo il proprio appartamento all’esterno. Sì portò sul divano e si sedette, poggiando le mani sulle ginocchia. Rimase a guardare per qualche secondo la tela sul cavalletto, di fronte a sé.
La sua attenzione venne distolta da un grosso gatto  nero che aveva individuato nelle sue cosce il posto perfetto per riposarsi.
–  Claude-Achille, pesi. Scendi.
Il gatto stese le zampe anteriori davanti a sé ed iniziò a fare le fusa.
– Non incanti un vecchio orso come me, lo sai bene. Dovrei metterti a dieta, majesté. Te e gli altri tuoi compari. Ne discuteremo questa sera a cena con Pablo, faglielo sapere.
Claude-Achille aprì un occhio giallognolo e sbadigliò. Poi si lecco la zampa sinistra e continuò a mormorare apprezzamenti a modo suo.
– Ho preso un altro ombrello, – disse – questo ha il manico in radica di ciliegio. L’ho chiuso insieme agli altri, ora sono trecentotrentatre. Forse non dovrei comprarne più, il tre non si ripeterebbe ancora. Dovrei arrivare a tremilatrecentotrentatre, ma sento di non avere abbastanza tempo. Mi sento stanco, Claude-Achille. Sì, lasciamo che restino così, pochi ma di perfetto numero. Ora spostati, devo cambiarmi.
Il gatto spalancò gli occhi quando si vide sospeso per aria e trattenne il fiato durante tutto il tragitto divano-cesta.

– Sai, amico mio, – prese a dire Monsieur Sabél, sfilandosi il pigiama – la gente è veramente stupida. Prima un ometto impertinente ha iniziato ad inseguirmi perché rilasciassi un’intervista a quel loro giornale, quello che da poco la moglie del ministro gli ha ammazzato il direttore. Se pensano che il mio nome serva ad intrattenere un gregge di bigotti, si sbagliano. Sono impazziti tutti, qua. Io non mi ci ritrovo più. Me li immagino, a parlottare dei miei ombrelli e a chiedersi cosa me ne faccia. Oppure ad indignarsi del mio uscire in pigiama. Che male c’è poi? Preferirebbero sfilassi nudo per Champs Elysées, forse? Avremmo dovuto andarcene, magari in Amérique.
Claude-Achille aveva assunto nella cesta la forma di una ciambella e poltriva rumorosamente.
– Stupido gatto. Forse avrei dovuto trovarmi una donna, altro che voi bestiacce.

Monsieur Sabél passò la serata a suonare il pianoforte per i suoi gatti, che restavano a sonnecchiare sul divano. Le note di Bach ed Haendel uscivano cupe dal mezza coda. Quando finì, si voltò verso il divano, ricevendo un cenno di assenso da Claude-Achille.
– Questi, cari miei, erano dei signori degni di essere chiamati così. Non come quegli artistelli da quattro soldi che suonano in quelle tristi serate di cabaret. I veri personaggi non verranno mai compresi dalle persone, ahimè.
Dopo aver bevuto un bicchiere di Bordeaux, Monsieur Sabél si sistemò, nel suo abito di velluto nero, sul divano e si addormentò con i suoi sette gatti.

– Quest’oggi, – disse – non aspettatemi per pranzo. Ho intenzione, infatti, di fare una lunga passeggiata lungo la Senna. Saltare un pasto, d’altronde, non potrebbe farvi che bene.
Messosi un pigiama blu, la bombetta ed il cappotto, uscì.

Camminando,  Monsieur Sabél si fermava spesso a guardare le foglie secche ai piedi degli alberi. Ogni tanto si chinava, ne raccoglieva una e la conservava tra le pagine di un libro che teneva sottobraccio. Da buon parigino era affezionato alla Senna, quasi quanto lo era alla sua solitudine. Sapeva di non essere in grado di relazionarsi con le altre persone, tanto ne era infastidito, quindi preferiva non forzare la mano e restare tranquillo. La vita era troppo breve per dedicare tempo agli altri; solo gli sciocchi potevano privarsi del proprio tempo così gratuitamente. Una donna, però, l’avrebbe voluta, ora che non era più così giovane. Era l’unica cosa che si rimproverava. Ma, ormai, come ripeteva sempre, si era abituato ad amare i suoi gatti e loro non avrebbero gradito l’essere spodestati.
Poco prima del tramonto si sentì in balia della stanchezza e decise di mettersi sulla via del ritorno.

– Claude-Achille, Pablo, venite a vedere quante belle foglie ho trovato.
I due gatti arrivarono veloci, stiracchiandosi.
– Penso siano perfette per la tela. Sono così entusiasta, finalmente sarà finita. Sarà rivoluzionaria. Ora vi faccio vedere.
L’uomo si avvicinò alla tela e tenne con le mani le foglie nei punti in cui avrebbero dovuto stare.
-Vedete? Non trovate sia finalmente completa?
I due gatti rimasero a fissare la tela: due cerchi di ragazzi e uomini che ballavano nudi, tinti di rosso acceso, al chiaro di luna, coperti da un ombrello aperto, incollato al dipinto, sul quale cadevano le foglie tenute della dita di Monsieur Sabél.
– Bella, vero? – incalzò l’uomo – ma la completerò domani, non bisogna mettersi fretta. Poi ora sento il mio corpo pervaso dalla stanchezza. Forse è meglio che mi metta a dormire.
I due gatti scesero dal divano miagolando e iniziarono a strusciarsi contro le gambe del padrone che, ridacchiando, si rese conto di non aver dato loro da mangiare dalla sera prima.
– Avete ragione, amici miei.
Mentre erano intenti a cibarsi, Monsieur Sabél si tolse il pigiama e si mise l’abito di velluto nero della sera prima. Riempì di vino il bicchiere e si mise sul divano.

Il sole era già alto da molto tempo e Claude-Achille e Pablo si cimentavano, insieme agli altri gatti, in una serie prolungata di miagolii dettati dalla fame. Si avvicinarono al divano ed il primo vi saltò sopra, assicurandosi di essere il più fastidioso possibile. Iniziò a camminare avanti indietro, poi salì sul petto di Monsieur Sabél e rimase fermo, acquattato. Non vedendo reazione, cominciò a mordicchiargli la folta barba grigia e i capelli mossi. Non vedendo reazione, guardò Pablo. Si accoccolò sul petto dell’uomo e sbadigliò. Pablo e gli altri gatti lo seguirono, accomodandosi lungo la figura.

“Lui e i gatti,” – diceva il proprietario di una boutique in St. Germain des Prés – “ tutti insieme, eh! Madame, si fidi, li hanno trovati tutti insieme sul divano”.

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LUCI A SAN SIRO

o.159418

Il signor Norta si affrettò ad uscire dal suo ufficio per andare alla macchina. L’improvvisa agitazione gli impediva di ricordarsi dove l’avesse parcheggiata, nonostante conoscesse molto bene quella zona. Lavorava infatti nella stessa agenzia di assicurazioni da più di vent’anni, ovvero  da quando si era trasferito a Milano per sposare Greta, una ragazza che aveva conosciuto in settimana bianca quand’era ancora ventenne. Ora che di anni ne aveva cinquanta, continuava a provare per lei lo stesso amore di quando l’aveva conosciuta.

Sua moglie era più giovane di due anni ed era figlia di un fornaio e di una maestra di scuola elementare. Entrambi avevano deciso che il futuro della ragazza allora sedicenne sarebbe stato nel mondo della moda, cosa non impensabile vista la sua bellezza.
Il primo appuntamento tra i due venne solo a due inverni di distanza dal loro incontro. L’agitazione del giovane signor Norta, quella sera, venne scalzata dalla malizia della ragazza che gli fece subito intendere la sua volontà di passare insieme quella lunga notte invernale.
L’iniziazione di Giovanni al sesso fece esplodere i suoi sentimenti per lei, al punto di farlo ripresentare, la sera seguente, alla porta dell’amata.
Era però all’oscuro del fatto che Greta con lui si fosse concessa solo una breve parentesi e che ormai era fidanzata da mesi con un boxeur di 23 anni. Lo stesso che aprì la porta a Giovanni.
I pugni presi quella notte, Giovanni non li ha più scordati. Così come non ha più dimenticato gli occhi di lei, bassi per la vergogna.
Col senno di poi, forse quelle botte sono state la scintilla che ha fatto fioccare qualcosa anche in Greta e che hanno permesso che si buttasse tra le braccia di Giovanni.
Ma ora che ha deciso di lasciarlo, tutto questo non ha più importanza.

Il signor Norta sapeva che qualcosa non funzionava più da tempo. Nessuna lite, tutto era sempre rimasto pacato. Questo senso di vuoto l’aveva turbato, gli aveva fatto pensare che qualcosa si stesse preparando a spostare gli equilibri della sua vita. E così fu.
Greta gli telefonò in ufficio. Gli disse che stava raccogliendo le sue cose, che stava andando via. Per sempre. Le mani del signor Norta lasciarono la presa sul telefonino che cadde sulla moquette senza fare rumore. Lo pestò con insistenza, come se fosse un mozzicone che non voleva spegnersi. Poi rimase fermo. Immaginò sua moglie nella loro camera da letto, davanti agli armadi in radica di noce, con le loro ante protese come braccia di amanti pronte ad accoglierla, e con le valigie ai suoi piedi. Poi la vide sul letto, nuda, avvinghiata ad un uomo che non era lui, a riempire la stanza con i suoi sussurri di piacere. Ma era una Greta più giovane, molto più giovane. La Greta che posava seducente per i fotografi più importanti dei primi anni ottanta; la Greta che mostrava orgogliosa i propri seni sulle spiagge di Lerici; la Greta che non si era ancora abbandonata all’alcol dopo la morte del padre.

Il cielo grigio di Milano era un telo strappato e gli ultimi raggi di sole si aggrappavano pigri ai palazzi più alti. I marciapiedi erano invasi da una folla che si spostava in ogni direzione, mentre le automobili procedevano con il loro lento incedere nel traffico. Le serrande dei negozi si abbassavano pesantemente come palpebre di occhi stanchi di osservare la città, mentre i proprietari si preparavano a viverla.
Il signor Norta si fermò davanti a un negozio ancora aperto e tentò di guardarsi nel riflesso della vetrina. Provò a guardarsi negli occhi, ma erano sbiaditi come il resto del corpo. Alzò la mano destra e la portò alla testa, a toccare i radi capelli rimasti. Pensò a quando era ancora un bambino dalla folta chioma riccia. Quello che più gli piaceva di quegli anni era il gelato di Mastro Mimmo. Ogni domenica, usciti dalla santa messa, i suoi genitori lo portavano a mangiare fuori e poi al cinema. Quando le spettacolo era finito, andavano a fare una passeggiata al parco e lì c’era il banchetto di Mastro Mimmo. Non si ricordava solo dei suoi gelati, ma anche del suo sorriso. Gli  faceva sempre tornare alla mente il congedo di Padre Marco, quell’andate in pace quasi sussurrato. E lui pensava di conoscerla davvero quella pace, mentre si gustava un cono nocciola e fiordilatte e guardava il sorriso di Mastro Mimmo che serviva altri bambini. Ma, quasi a segnare il passaggio dalla sua fanciullezza alla sua adolescenza, Mastro Mimmo scomparve e con lui anche le messe domenicali e i pranzi fuori e le passeggiate al parco.

Riuscì a trovare la macchina  dopo una buona mezzora. Entrò ma non la mise in moto. Cominciò a interrogarsi sul da fare. L’agitazione che l’aveva colto era ormai svanita e l’aveva riportato alla sua naturale razionalità. Quella stessa razionalità che gli aveva fatto preferire la facoltà di economia e commercio a quella di lettere, perché sì, diventare insegnante gli sarebbe piaciuto, ma facendo l’assicuratore avrebbe potuto mangiare molto di più. Di certo, se avesse insegnato, non avrebbe mai potuto abitare a San Siro. L’unica cosa che gli dispiaceva davvero del non essere diventato un maestro di scuola, era il non avere a che fare con i ragazzetti. Lui a casa ne sentiva la mancanza, perché pensava che ci fosse troppo silenzio. Avrebbe voluto avere dei figli, magari una femmina, ma Greta non aveva mai voluto affrontare il discorso. Quando erano giovani, perché una gravidanza avrebbe rovinato la sua carriera; più avanti perché i problemi di alcolismo erano un ostacolo non da poco e, anche se il suo psicologo diceva che il diventare mamma avrebbe potuto aiutarla, lei si era sempre rifiutata.
Era forse il sacrificio più grande che aveva fatto per lei. Più grande ancora dell’avere lasciato Novara e i suoi genitori. Ma ai tempi l’amore e l’ossessione per quella ragazza dagli occhi scuri gli avevano fatto accettare ciecamente la vita che avrebbe avuto, impedendogli di vederne ogni difetto.
Rimase ancora un momento con la testa appoggiata al sedile in pelle della sua Mercedes. Gli sembrò che la sua vita non avesse senso, di avere sbagliato tutto. Sorrise, beffardo. Poi mise in moto.

Il centro di Milano lo tenne con sé più di un’ora, prima che il traffico svanisse. Si ritrovò in un Corso Rembrandt stranamente deserto e pensò di poter recuperare parte del tempo perso. Forse sarebbe riuscito a trovare la moglie, magari ancora sul letto. Gli venne in mente che avrebbe potuto chiamare a casa per avere una conferma. Mise la mano destra nella tasca dei pantaloni di velluto per prendere il cellulare, ma era vuota. La sua perplessità svanì quando si ricordò di averlo rotto in ufficio. Il nervoso prese il sopravvento e gli fece premere allo stesso modo il piede sull’acceleratore.
Qualcosa attirò la sua attenzione. Fu questione di un istante. La vide sul marciapiede opposto. O almeno gli sembrò di vederla, che fosse lei. Voltò la testa istintivamente, per cercarla. Poi un rumore sordo, quasi un tonfo. Guardò la strada, ma non c’era nulla. Fermò la macchina e scese, per paura di averla danneggiata. Quando si volse indietro, capì quello che era successo, quello che aveva fatto. Una pozza di sangue colorava l’asfalto poroso ed una traccia rossa portava fino alla sua macchina. La luce dei lampioni illuminava quello che doveva essere il corpo di una ragazza, i capelli lunghi impiastricciati, la borsa in mezzo alla strada, il suo contenuto ovunque.
Alla luce dei lampioni si aggiunse quella dei fari delle macchine che si fermavano inchiodando in prossimità del cadavere.
Il signor Norta impallidì. Si voltò e si mise a correre.
Corse forse per minuti, forse per ore. L’adrenalina gli nascondeva la stanchezza. Ogni tanto controllava se qualcuno lo stesse seguendo, ma incrociava solo lo sguardo curioso dei pochi passanti che vedevano un uomo di cinquantanni correre come se fosse un ragazzino.

Si accorse di essere ai Navigli e decise di fermarsi. Entrò in una pizzeria e chiese una birra in bottiglia. Pagò ed uscì. Proseguì risalendo il canale. Man mano che la stanchezza per lo sforzo cominciava a farsi sentire, lui stesso iniziava a realizzare quale scelleratezza avesse compiuto. Ormai lo stavano cercando. Avrebbe passato il resto della sua vita in carcere, da solo. La sua vita non sarebbe stata solo priva di sua moglie Greta, ma anche dei pochi affetti che la riempivano. Avrebbe perso il suo lavoro e sarebbe stato per tutti un mostro. Anzi, il mostro. E forse non lo meritava? Non aveva forse portato via con sé una ragazza e aveva fatto scempio della sua vita?

Finì la birra, poggiato al muretto del canale. La città gli incuteva terrore. Sembrava che tutte le luci fossero dei piccoli occhi puntati su di lui. Loro sapevano cosa aveva fatto. Prima ancora della polizia.
Si arrampicò sul muretto e sospirò. Poi decise di svanire: come sua moglie, come quella ragazza, come la sua vita. Un tonfo sordo, poi nient’altro.

– Vuoi saperlo un segreto?
– Sì.
– Ti amo, Greta.
La ragazza arrossì.
– Ora tocca a me.
– Cosa?
– Il segreto!
– E qual è?
– Anche io. Ma non dirlo a nessuno.

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