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Uomini nudi (3/5)

Uomini nudi non è un libro facile da recensire.
Inizialmente pensavo lo fosse: un romanzo scorrevole – e capace di farsi letteralmente divorare – ti dà sempre questa illusione. Eppure, nel fissare i punti cardine di ciò di cui avrei voluto parlare, mi sono reso conto di alcune contraddizioni tenute accuratamente nascoste da una prosa magistrale e da uno stile di scrittura che, visto l’argomento trattato, non poteva essere che quello.
Ma andiamo con ordine.

Uomini nudi è ambientato in una Spagna in piena crisi economica; una crisi che ha costretto uomini e donne a cambiare le proprie abitudini e i propri stili di vita, togliendo loro la certezza del domani e costringendoli a vivere alla giornata.
In questo scenario si muovono i quattro personaggi principali – non me la sento di definirli protagonisti – del romanzo: Javier, Iván, Genoveva e Irene. Sono loro a portare avanti la storia, alternando i propri Io narrante in un corale intreccio di voci.
Come anticipato, la scelta di utilizzare questo tipo di narrazione in prima persona risulta vincente: da un lato permette di immedesimarsi con ciascuno dei personaggi e di comprenderne al meglio la psicologia, dall’altro garantisce un ritmo narrativo incalzante e privo di tempi morti.
Per quanto possa sembrare contraddittorio, però, è proprio qui che a freddo ho iniziato a intravedere una crepa in quello che sembrava un prodotto confezionato ad arte. I monologhi dei personaggi, così come il loro modo di raccontare uno stesso frammento narrativo, rivelano le profonde differenze strutturali che li caratterizzano, elevandone due a protagonisti e relegandone due a un ruolo meramente funzionale alla narrazione. Se due personaggi si evolvono in un arco narrativo ben studiato e privo di colpi di testa, con i rispettivi monologhi interiori a esplorarne l’animo in profondità, gli altri due si spengono in soliloqui ridondanti e fini a sé stessi, mascherati dalla sempre ottima prosa. Nulla che renda sgradevole la lettura – come ho detto, a caldo non ci si fa caso – semplicemente un’occasione persa da parte dell’autrice.
Occasione persa sopratutto perché il romanzo si concentra prevalentemente sull’esplorazione della psicologia dei personaggi per far conoscere al lettore quella che è la cruda realtà della crisi che attanaglia l’Europa: una crisi economica ma anche di valori. Cos’è disposto a fare un uomo pur di avere una vita tranquilla? Su quante azioni, reputate deplorevoli dall’opinione pubblica, è disposto a chiudere un occhio in nome di un futuro riscatto sociale? E soprattutto: questo riscatto sociale può avvenire? L’autrice è convinta di no. Quello che sembra voler farci capire è che la società è mossa unicamente dall’individualismo, che anche la ricerca di una relazione non è altro che un ulteriore strumento in grado di assicurare al proprio sé un’egoistica sicurezza. I rapporti tra le persone sono regolati da compromessi, soppesati in funzione del vantaggio che possono garantire: sono contratti di lavoro e come tali hanno un prezzo. In una società amorale, è la moneta che comanda. Tutto può essere acquistato e allo stesso tempo tutto perde di valore. L’uomo non può cambiare il proprio destino, può solo accettarlo. Ed è solo chi lo accetta, chi riesce a vivere nella condizione assegnatagli, che potrà salvarsi.
L’accettazione è la stessa cui deve rassegnarsi il lettore nel vedere la storia di questo romanzo precipitare su binari che conducono sempre più nelle profondità di un tunnel di cui non si vede la luce. Alla fine di tutto, letta anche l’ultima pagina, il lettore non potrà che arrendersi all’idea che il romanzo non poteva chiudersi in altro modo, che era cosi che doveva andare.

Alicia Giménez-Bartlett muove magistralmente i fili di questa commedia umana, aprendoci gli occhi su di una lotta di classe e su di una lotta tra sessi che si dimostrano latenti motori del nostro mondo. Si fa regista di uno spettacolo capace di tenerci incollati alle pagine per lunghe ore della giornata, prima di calare magistralmente il sipario e dirci ora che sai, prova a continuare a vivere come se nulla fosse.

 

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Titolo: Uomini nudi
Autrice: Alicia Giménez-Bartlett
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo di copertina: 16,00 euro

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GIUDA

Giuda-Iscariota

Mi trascinarono sullo sterrato tenendomi per i capelli. Quando si furono stancati, me li tagliarono. Io non volevo. Io non capivo. Mi spogliarono e mi picchiarono. Quando fui esanime, si allontanarono. Sperai fosse tutto finito, ma in cuor mio sapevo che non era così.
Tornarono presto, ma non si avvicinarono.
Poi la prima pietra fu scagliata e mi colpì la spalla. Non dissi niente.
La seconda mi ruppe il ginocchio.
La terza il cranio.
Ma io rimasi zitto.

– Non lo posso fare, Maestro.
– Cerca di capire.
– Chiedilo a Marco, a Matteo. Loro ti seguiranno.
– Tu sei l’unico, fratello mio.
– Non lo voglio fare.
– Tu sei “colui che serve”. E’ nel tuo nome. E’ nel tuo sangue.
– Mi uccideranno.
– E’ nel volere di Dio.
– Sia fatta la sua volontà.
– E così sia.

Un bacio. Con un bacio. Morire per un bacio.
E dimenticarsi di quando si era bambini, di quando si giocava insieme. O forse ricordarlo troppo bene. Ai ricordi non puoi scappare. Io non ci sono riuscito. Non ho potuto. E non avrei voluto.

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RIFLESSIONE EDITORIALE

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Ieri mattina si discuteva con il direttore letterario di un’importante casa editrice italiana e devo ammettere di essere rimasto molto perplesso riguardo alcune cose. Il nocciolo della questione era la presunta colpa attribuita a chi si occupa di editoria in Italia nel non riuscire a promuovere adeguatamente un autore di novella pubblicazione. Quello che viene fatto per i giovani autori, non è forse pressoché simile a quello che gli stessi riuscirebbero a fare da soli, autoproducendosi? Il direttore letterario sosteneva di no e che se la speranza, oltre che unica ambizione, di questi giovani autori era di finire nella trasmissione di Fazio o cose simili, allora erano questi a sbagliare.
Su questo posso essere d’accordo. Ma c’è da fare un’osservazione, a mio parere. Perché, infatti, in vetrina si continua sempre a vedere Fabio Volo o chi per lui? Perché Alice Munro – che devo ammettere di non apprezzare – viene vagamente messa in mostra solo ora che ha vinto un Nobel? Di chi è la colpa se Fabio Volo è primo in classifica e Alice Munro quarta? Forse che le case editrici, soprattutto quelle di vasta distribuzione, puntino più al prodotto più commerciabile che a quello di maggiore e indiscussa qualità?

E ancora è stato detto che non è la casa editrice a fare il mercato, ma i lettori.
Bene.
Presupponendo che quello dell’editoria è un mercato che sta vivendo una crisi senza precedenti – a mio parere dovuta più ad una crisi culturale che economica – posso anche condividere la scelta di puntare forte su ciò che vende di più, ma siamo così sicuri che il mercato lo fa il cliente, o è solo un alibi? Com’è possibile, infatti, che nel momento in cui “Il grande Gatsby” è riapprodato al cinema, di colpo il libro ha fatto un boom di vendite? O meglio, com’è possibile che questo libro fosse letto anche da tanti giovanissimi, in cui non vedo un azzardo nel dire che probabilmente fosse il primo o il secondo libro a passare per le loro mani?
Se un ragazzo è disposto a leggere un libro non propriamente leggero come quello di Fitzgerald solo perché invogliato, siamo sicuro che tale fenomeno non si possa ripetere? Siamo davvero sicuri le case editrici non possano trovare idee di marketing tali da invogliare veramente le persone a leggere libri di qualità? O forse è solo meno rischioso e più redditizio continuare a propinare Fabio Volo e qualsiasi “sfumatura” ad una clientela non in grado di riconoscere il bello dal brutto. Perché ormai non si parla nemmeno più dello scritto bene e dello scritto male.

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