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Quo vadis?

I

“Ho bisogno di un biglietto per Torino” disse l’uomo. Indossava un completo nero; sotto una camicia bianca di Sea Island, chiusa fino al colletto, stretto da una cravatta azzurra, con una fantasia a righe blu scuro. Dall’altra parte dello sportello una ragazza minuta prese a controllare sullo schermo del suo computer. Quando non digitava sulla tastiera, la mano destra accarezzava i capelli scuri, seguendone la lunghezza fino alle spalle, sulle quali ricadevano ordinati.
“Il primo treno parte alle diciannove e quindici” disse la ragazza alzando gli occhi sull’uomo. Questi fece “sì” con la testa, prima di spostare lo sguardo sul tabellone elettronico delle partenze. Per un attimo si chiese se fosse necessario tornare a Torino. Avrebbe potuto andare ovunque, o non partire affatto. Cominciò a pensare che stava reagendo in maniera spropositata; che in fondo non era successo nulla.
“Immagino lei preferisca un posto in Business Class” disse la ragazza.
“Preferisco l’economica” disse l’uomo.
La ragazza lo guardò.
“Sono trentotto euro.”
L’uomo sfilò dal portafoglio una banconota da cinquanta e gliela porse.
“Voleva anche il ritorno?”
“Non credo. No. Grazie” disse. Aspettò che la ragazza stampasse il biglietto, poi si allontanò.
Decise di andare alla banchina, anche se in anticipo di due ore. Il tabellone delle partenze indicava solo la destinazione e l’orario: era troppo presto perché informasse anche sul numero del binario. Lui, però, si diresse deciso al nove. Sapeva che il treno sarebbe passato da lì. Tutte le volte che era andato in stazione convinto di partire e tornare a casa, prima che gli venisse a mancare il coraggio e rinunciasse, aveva visto che quel treno si sarebbe fermato a quel binario.
Si sedette a una delle panchine e tirò fuori dalla tasca destra della giacca una busta da lettera piegata in due. Chiuse gli occhi, mentre ne percorreva la superficie con le dita. Ripensò alla prima volta che la prese in mano. Era in casa e stava lavorando nel suo studio, quando sentì il citofono suonare. Pensò fosse pubblicità – anche se accanto al portone una targhetta d’ottone informava che i condomini non desideravano riceverla – e rimase chino sul proprio lavoro. Quando suonarono una seconda volta, però, si decise a rispondere. Mentre aspettava l’ascensore, si chiese cosa avrebbe potuto consegnargli il postino: acquisti per corrispondenza non ne aveva fatti, quindi perché farlo scendere a firmare la ricevuta?
Il postino era un uomo sulla quarantina. Era basso, panciuto, con un cappellino giallo sulla testa, a coprirne le stempiature.
“Lei è il signor Borioso?” chiese.
“Sì.”
“C’è una lettera per lei, una raccomandata con ricevuta di ritorno.” disse “Mi deve mettere una firma qua”.
Porse all’uomo la lettera, poi mise una mano nella tasca posteriore dei pantaloni e ne tirò fuori un piccolo computer palmare.
“Scusi, dove devo firmare?” chiese l’uomo.
“Qua” ripeté e indico lo schermo.
Il signor Borioso guardò il postino raggiungere la propria vettura con passi corti e veloci, poi rimase fermo nell’androne del palazzo con la lettera in mano. Sopra c’era il suo indirizzo, in piccolo, e una grossa scritta a inchiostro blu, di chiara calligrafia femminile, che diceva “Per Iso”. Passò tutta la superficie della busta con l’indice e il medio della mano destra, seguendone le increspature filacciose. Aveva ricevuto altre volte lettere in carta di riso, ma erano passati ormai anni. Serrò la mascella e tornò in casa, pensieroso.

L’altoparlante annunciò un ritardo con seguenti scuse verso gli utenti e questo distrasse l’uomo dai suoi pensieri. Ma solo per un momento. Il fastidio che aveva provato quando aveva aperto la lettera, una volta tornato nel suo studio, non si era ancora consumato, nonostante fossero passati sei giorni. Si chiese allora se stesse facendo la cosa giusta: in fondo perché era là? Che motivo aveva di tornare a Torino?

II

“Lucia si sposa,” pensò “Lucia si sposa.”
Quand’era rientrato in casa, dopo che il postino gli aveva consegnato la lettera, e lui l’aveva aperta, s’era sentito mancare. Un invito al suo matrimonio. Ma con chi poi? Perché? E soprattutto non poteva lasciarlo in pace? La lettera diceva pressappoco “Saremmo felici se tu venissi al nostro matrimonio domenica venticinque marzo. Fabrizio e Lucia.” Un biglietto prestampato. Non gli sembrava possibile. Eppure -se lo ricordava – si erano promessi di sposarsi. Sotto il noce, in quel pomeriggio autunnale. Lei si era stretta a lui, aveva lasciato che la baciasse e poi gli aveva promesso che lui sarebbe stato suo marito.
L’altoparlante avvisò della partenza del treno.

A un’ora dall’arrivo lo scompartimento non si era ancora riempito. I due posti accanto a Iso erano liberi. Davanti a lui un uomo stava dormendo, la testa reclinata indietro e la bocca socchiusa. Aveva un maglione blu scuro, dei jeans che calzavano un po’ larghi e un paio di scarpe da ginnastica. Accanto a lui un bambino di otto – nove anni continuava a chiedere alla madre il telefono cellulare. All’ennesimo tentativo, questa si arrese e il bambino iniziò a premere il pollice su vari punti dello schermo del telefonino. Dopo qualche minuto lo restituì alla donna e prese a muoversi su e giù per il sedile in velluto sgualcito, scivolando fino al pavimento verdognolo. La madre continuava a dirgli di stare fermo, guardandosi attorno imbarazzata.
“Tirati su” disse. “Subito.”
Il bambino la ignorò, ma si fermò comunque. Prese a ispezionare Iso, affascinato dal suo completo nero. Iso guardò il bambino e poi la madre, che arrossì. Si soffermò sul seno, messo in risalto da un’abbondante scollatura. La maglietta scendeva sui fianchi aderendovi, lasciando scoperta parte della pancia. I pantaloni di velluto nero erano attillati alle gambe magre della donna e scomparivano dentro a un paio di stivaletti in pelle senza tacco. Iso pensò che non potesse avere più di trentacinque anni. Alzò lo sguardo fino ad incontrarne gli occhi: erano castani con delle scintille di nero. Lei si voltò a destra, verso il corridoio, e accavallò le gambe con fare provocante. Iso guardò il bambino, che adesso era seduto composto con la testa ciondolante in avanti, poi si alzò ed uscì dallo scompartimento, poggiandosi con la schiena al finestrino del corridoio. Si portò le mani al collo e strinse il nodo della cravatta, tirando in fuori il petto. La donna lo seguì, gli si fermò davanti e proseguì. Il suo modo di camminare, un piede davanti all’altro, scaldò il sangue dell’uomo che, dopo aver chiuso la porta dello scompartimento, le si fece dietro.
Bussò ai servizi.
“Occupato” disse la donna.
“Sono io” rispose Iso.
La porta si aprì ed entrò, noncurante che qualcuno potesse vederlo.
La donna si accese una sigaretta.“Fumi?” chiese.
“Ho smesso.”
Lei gliene porse una e lui se la portò alla bocca.
“Tuo figlio è rimasto da solo con quel vecchio” disse.
“Non gli succederà niente, per cinque minuti.”
“Sei sposata?”
“Ci stiamo separando” disse stringendosi il braccio sinistro sotto il seno.
“Tu sei sposato?”
“No.”
Lei lo guardò per un attimo, speranzosa, poi butto la sigaretta nel gabinetto. Gli si avvicinò e gli prese la testa tra le mani, carezzandogli le guance.

III

Quando la donna uscì, Iso si appoggiò con le mani sul lavandino e si protese in avanti, quasi a sfiorare lo specchio con il naso. Si guardò negli occhi. Erano verdi, piccoli, due fessure. Li chiuse. Rimase fermo e pensò a Lucia e al suo matrimonio. Si chiese se avrebbe potuto cambiare le cose e se lei lo amasse ancora, nonostante fossero passati così tanti anni, nonostante l’avesse abbandonata. Le immagini di quel giorno gli tornarono in mente, vive. Il sole di agosto, l’odore dei mobili in mogano di casa sua, le lacrime di sua madre e le spalle di suo padre.

Riaprì gli occhi e si sciacquò la faccia, poi uscì.

Trovò lo scompartimento vuoto. Un senso di delusione lo strinse. Sperava di ritrovare la donna e di poter continuare a giocare con la sua complicità, ma poi pensò che fosse meglio così, che di lei rimanesse solo un ricordo pronto a sbiadire.
Si sedette vicino al finestrino e guardò fuori, cercando di capire quanta strada ancora lo tenesse lontano dalla sua Lucia. Ricordò il suo viaggio di sola andata per Bologna. Il treno era pieno si ritrovò in piedi nel corridoio, a terra il suo borsone con dentro lo stretto indispensabile. Aveva avuto poco tempo per riempirlo, mentre sua madre continuava a urlare e tirarlo per un braccio, nel tentativo di fargli cambiare idea. Ma lui aveva già preso la sua decisione, il bisogno di uscire da quella casa e di lasciare Torino era troppo forte. Suo padre rimase in soggiorno a leggere il giornale, senza mai degnarlo di uno sguardo.

I suoi pensieri vennero interrotti dalla donna che si precipitò nello scompartimento.
“Mio figlio è sparito” disse sgomenta.
Iso esitò qualche istante, poi si alzò e si avvicinò alla donna.
“Quando sono tornata,” riprese lei “qui non c’era più nessuno. Ho fatto il giro di tutti gli scompartimenti, ma niente.”
La donna scoppiò a piangere e si lasciò andare tra le braccia di Iso che iniziò a sentirsi un po’ in imbarazzo, non tanto per la situazione in sé, quanto per l’idea che si stava facendo strada nella sua testa e cioè di essere colpevole della scomparsa del bambino. Come aveva fatto a lasciare che il suo egoismo e i suoi istinti prendessero il sopravvento sul buon senso? E lei, questa donna che stava sfruttando solo una nuova occasione per stringersi al suo corpo, che razza di madre era?
L’allontanò e le chiese se fosse andata dal controllore. La donna fece no con la testa. Iso uscì sul corridoio e si guardò attorno. Non c’era nessuno, al di fuori di un ragazzo che gesticolava animatamente durante una telefonata.
“Vieni,” disse alla donna “muoviti.”
“Cristina. Mi chiamo Cristina” rispose lei, asciugandosi gli occhi.
Iso non le rispose e si diresse verso la fine del vagone. Lei gli stava appena dietro e lo guardava.
“Non mi hai detto come ti chiami.”
“No” rispose Iso, senza voltarsi.
Cristina gli prese il braccio per farlo fermare.
“Smettila.”
Iso fece finta di niente.
“Ma cosa credi, che sia un oggetto? Finché dovevi divertirti, tutto sorrisi e attenzioni, e adesso che non ti servo più mi tratti come se fossi una puttana.”
“Sto cercando tuo figlio” rispose Iso senza scomporsi.
“Solo perché ti senti in colpa.”
Iso si fermò.
“Li conosco quelli come te. Quelli che muovono il culo solo per il proprio interesse. Ora ti senti in colpa e hai bisogno di levare questa macchiolina dalla tua coscienza. Ma ti dico una cosa, tesoro: sei così sporco che non cambierà niente. Ma tu ti sentirai felice, certo. Penserai di essere una brava persona. Ma non lo sei, credimi. Non lo sei.
Iso si girò bruscamente e la donna si sentì intimorita. La guardò negli occhi, ma lei abbassò lo sguardo. Rimasero così, fermi, in silenzio.

“Mamma.”
Iso e Cristina si voltarono. Davanti a loro, stava in piedi il bambino, tenuto per mano da un controllore.
“E’ lei la tua mamma?” gli chiese l’uomo.
Il bambino annuì. La donna andò ad abbracciarlo e scoppiò a piangere.
Il controllore le spiegò che il vecchio dello scompartimento doveva scendere e, non volendo lasciare da solo il bambino, vedendolo passare, aveva pensato di lasciarglielo in custodia. Di non preoccuparsi, che non era successo niente.
Cristina lo ringraziò e, preso per mano il bambino, fece per tornare allo scompartimento.
Quando gli passò accanto, Iso le sussurrò che doveva scendere.
Lei non lo guardò nemmeno e Iso la seguì con lo sguardo, finché la porta del vagone non le si chiuse alle spalle.
Si appoggiò con la testa al finestrino, stanco, e sospirò.

IV

Esistono due tipi di uomini: quelli che vivono per il futuro e quelli che vivono nel passato.
Con la mano già sul portellone, Iso provò a ricordarsi il sapore dell’aria di Torino. Chiuse gli occhi e inspirò, ignorando l’acredine del vagone. Per un attimo si vide bambino, con il pallone in mano e il fiume alle spalle e gli uomini sdraiati a dorso nudo sull’erba del parco, ad accarezzare i capelli delle loro donne; poi ragazzo, i portici di via Po a proteggere il suo amore per Lucia; infine uomo, l’aria pesante della città a spingerlo sul treno per Bologna.
L’emozione lo colse e decise di abbandonarsi al flusso di passeggeri che lo trascinò fuori dal treno.
Ma il passato è un biglietto di sola andata e questo Iso lo capì solo quando ad accoglierlo fu una stazione sotterranea, ai muri i cartelli che vietavano di fumare, e quell’odore che appartiene solo al progresso, a chi ti ricorda che non hai scampo.

Fuori, la luna aveva già abbracciato Torino. Quella stessa luna che era l’unica cosa di familiare riuscisse a vedere. Un tassista gli fece un cenno, pronto a sacrificarsi per un’ultima corsa. Confortato dal rifiuto di Iso, rientrò nel suo taxi e partì, le luci ancora spente. Iso lo guardò allontanarsi, prima di incamminarsi in direzione opposta. Si ricordava di un albergo del centro. Per quella notte sarebbe andato bene, il giorno dopo sarebbe tornato a casa.
Incrociò lo sguardo di Lucifero, l’angelo che sormontava il gruppo statuario di piazza Statuto. Si diceva controllasse l’ingresso dell’Inferno. Se lo lasciò alle spalle e imboccò una via Garibaldi stranamente deserta e buia. Le serrande dei negozi erano abbassate, eccetto quella di un piccolo bar-tabacchi, che illuminava uno scorcio di strada. Sotto i riflettori, un tavolino in ferro battuto e due sedie di plastica bianca. Si ricordò delle mattinate passate nei dehor dei bar a fumare, provando a leggere le storie scritte nei libri ingialliti e nei movimenti delle persone che scorrevano veloci davanti ai suoi occhi.
Decise di sedersi, ma in quel momento non aveva con sé né libri, né sigarette, né, tantomeno, c’era passaggio. Ordinò comunque un caffè e un pacchetto di leggere. Il sapore di tabacco trovò terreno lasciato fertile dal gusto forte del caffè e Iso si chiese come avesse fatto a privarsi di quel piacere per così tanti anni. Era a metà della terza sigaretta, quando il barista gli fece capire che stavano chiudendo. Iso la spense e si affrettò a pagare.

L’albergo era come lo ricordava: il portone rotto e la luce delle scale, debole, ammiccava con complicità ai pochi avventori.
Un uomo ubriaco dondolava, poggiato al bancone della reception, mentre una donna minuta, ma grassottella, sfogliava le pagine bianche del registro. Aveva i capelli corti e stinti e gli occhi di chi non ha più nulla da vedere.
– Vuoi una camera, tesoro? – chiese annoiata.
La voce della donna, poco più del ronzio prodotto dalle pale del lampadario, sembrò turbare l’ubriaco che, seppur con fatica, si voltò verso Iso. Un movimento macchinoso e speculare a quello del piccolo ventilatore da tavolo alle sue spalle. In quella stanza tutto pareva immobile, opera di uno scultore alle prime armi. L’aria stessa, pigra, restava indifferente alle pale e al ventilatore. Non c’era alcun motivo di muoversi.
– Se ne ha ancora una libera – rispose Iso.
– Prova con la tre, tesoro. La chiave è alla porta, tesoro.
Gli fece scivolare davanti il registro.
– Se aspetti qualcuno, tesoro, basta la tua firma.
– Nessuno, non aspetto nessuno.
– Vuoi un po’ di compagnia, tesoro? – chiese sporgendosi sul bancone.
– No, grazie – rispose Iso.
La donna rimase così, con gli abbondanti seni schiacciati contro il piano di legno scolorito.
– Offre la casa – disse l’ubriaco, senza muovere gli occhi dalla scollatura della donna. Questa rise di un sorriso di femmina.
Iso declinò ancora l’offerta e si diresse verso la stanza numero tre, lasciandosi alle spalle la profanità di quello strano presepe.

La chiave riposava nella toppa, impolverata, e brontolò non poco, prima di rassegnarsi al volere di Iso. La stanza era piccola e l’unica fonte di luce era una abat-jour che, più che illuminare, proiettava ombre sul grosso armadio della parete opposta. Al vetro della finestra era attaccato un foglio strappato, con la parolarottadi un nero sbiadito. Il letto era una branda verde, più corta del materasso che ospitava. Isò aprì l’anta dell’armadio a vi trovò coperte e lenzuola. L’unica traccia del cuscino era una federa sgualcita. Tornò alla reception con l’intenzione di cambiare stanza, ma non vi trovò né la donna, né l’ubriaco. Rassegnato, si mise la chiave in tasca e scese in strada. Era digiuno dalla sera precedente. Si ricordava di un locale vicino, con una bicicletta disegnata sull’insegna. Da ragazzo ci passava le serate.

Lo trovò con facilità, così come lo ricordava. Sbirciò dalla finestra se ci fosse un tavolo libero. Stava per entrare, quando la porta si aprì e la sorpresa lo bloccò, il braccio ancora per aria.

V

Iso sta scendendo in metropolitana, la stazione è quella del Lingotto. L’ha raggiunta dopo dieci fermate di pullman che potevano essere una sola. Ormai ha perso anche la cognizione del tempo. Gli rimane quella del luogo, del dove, ma non può sapere per quanto. Tutto quello che sa, che riesce a percepire, è che la sua testa si svuota sempre di più e ogni pensiero, ogni capacità logica, qualsiasi ragionamento, deve arrendersi davanti al rapido e sconsiderato avanzare di quella domanda composta da un’unica parola: perché? Già, perché Lucia gli ha fatto questo? Se solo avesse un briciolo di lucidità, si interrogherebbe sulla causa. Se solo avesse un briciolo di autostima, non continuerebbe a dirsi che è tutta colpa sua, che ad avere sbagliato qualcosa è stato lui. Eppure, si fidava di lei. L’errore, forse, è stato questo.

Iso sta scendendo in metropolitana, gradino dopo gradino, quando si sente afferrare il braccio. E’ una stretta salda, ma gentile. La stretta di un amico. Per poco non cade e tutto quello che è in grado di fare è balbettare parole. E tra queste c’è anche il nome di lui, Valerio, che un po’ come se fosse stato messo lì da qualcuno, gli restituisce uno sguardo severo e una frase che Iso ancora ricorda.
– Non esistono problemi grandi, ma solo uomini piccoli – ha la prontezza di dire Iso.
Questa volta è Valerio a rimanere disorientato, la mano ancora sulla maniglia, a tenere aperta la porta. Indossa una polo grigia e ha mantenuto un fisico asciutto. Si è fatto crescere la barba, ma la tiene curata, e i capelli neri si sono ritirati fino a lasciare una stempiatura che gli dà l’aria dell’uomo maturo. Dimostra esattamente l’età che ha: trentacinque anni. Né più, né meno.
Ci vuole qualche istante prima che riconosca Iso nell’uomo che gli sta davanti; poi si lascia andare in un abbraccio sincero, più da fratello che da amico. Lo invita a entrare e lo fa accomodare al bancone, come fosse suo ospite. Ma non gli si siede accanto, no. Aggira il bancone e si mette dall’altro lato. Prende un bicchiere, lo riempie, e glielo posa davanti.
– Offre la casa – dice, mentre riempie anche il suo.
Con un cenno richiama l’attenzione di un ragazzetto con il grembiule.
– Sono un con amico, – dice indicando Iso – sta’ un po’ al bancone.
Il ragazzetto annuisce.
Tocca il bicchiere di Iso, che ancora non si era brindato.
– Andiamo fuori, che si sta facendo ressa.

In principio c’è bisogno di tempo. Per quanto l’affetto sia profondo, sentono l’esigenza di argomenti da poco. Si comincia dalla sigaretta offerta – fumi ancora? – e si continua col locale. Che Valerio, quel pub in cui ci passavano le serate e che poi gli ha dato lavoro come cameriere, alla fine se l’è comprato. Si giustifica dicendo che gli piace avere le persone intorno e poterne leggere le storie nei movimenti. Dice che ne ha viste storie diventare un tutt’uno, là dentro. E lui? La ragazza ce l’ha, ma non si vogliono sposare.
– Alla fine che cambia? Nulla, no? – domanda a birra quasi finita.
Iso abbassa la testa. Sono seduti di fronte al locale, sul gradino di un negozio, le schiene poggiate a una serranda che sembra lamentarsene a ogni cigolio. Intorno a loro, ragazzi troppo piccoli si fingono uomini per una notte. Tutti uguali. Persino la voce di uno sembra uguale a quella dell’altro. Le ragazze mostrano le proprie nudità in nome di un’emancipazione ormai tradita.
– Sono tutti così, Iso. Alla loro età, io manco uscivo la sera.
Lo dice con la consapevolezza di aver pronunciato il falso.
– Lucia si sposa – dice Iso.
E’ in quel momento che tutto pare riempirsi del silenzio. Le stesse voci di strada sembrano abbassarsi, consapevoli che ormai si è fatto tardi, che la città è stanca e vuole dormire. Così ogni discussione diventa un sussurro e le strade cedono il posto al più totale immobilismo.
Immobile è anche Valerio, che non sa bene cosa dire. Quando per anni non hai notizie di un caro amico e poi te lo ritrovi davanti, desideri sempre che sia tutto come un tempo, che nulla sia cambiato di un dettaglio. Ma sono quei pensieri fittizi, figli della consapevolezza che siano situazioni non reali. Ma non questa volta. L’impressione è diventata certezza e ora è sicuro che Iso non sia cambiato. Forse è cresciuto, forse è invecchiato. Ma è rimasto lo stesso, è ancora un ragazzo. Un ragazzo che è scappato perché incapace di reggere una delusione, così egoista da non tornare nemmeno per il funerale del fratello. Non è bastato un morto suicida, ma un matrimonio sì. E Valerio glielo dice, non ha problemi. Lo dice con quella pacatezza che rende ogni parola efficace, una lama mascherata da carezza.
Iso non è mai stato capace di replicargli. Ha sempre recepito le sue parole come quelle di un padre cui obbedire incondizionatamente.
Ed è così che si salutano, alla chiusura del locale; come Iso si era salutato con suo padre, prima di partire. Con quella consapevolezza che spesso volersi bene non è abbastanza e che quella persona non la rivedrai più.

VI

Rientra in albergo che non è nemmeno più ora di dormire. Il bancone che fa da reception è orfano della donna minuta e grassottella. La porta numero 3, ancora intorpidita dal sonno, fa un po’ di capricci prima di aprirsi; quando decide di cedere, sbadiglia un cigolio.
Iso si lascia cadere sul letto con ancora le scarpe addosso. Anche se fuori il cielo sta schiarendo, lui ha bisogno di dormire, di chiudere formalmente quella giornata.
Il tonfo di una corda lasciata srotolarsi nel vuoto gli fa spalancare gli occhi. A pochi centimetri dalla sua faccia, le suole lucide di due scarpe da uomo. Sono da completo, con i tacchi ancora inviolati dall’usura. Oscillano descrivendo prima dei cerchi, poi degli ovali e, infine, delle ellissi. E così al contrario, per tornare dei cerchi. Iso ne segue il moto per qualche ciclo, prima di andare oltre. E oltre ci sono dei pantaloni neri con l’orlo curato e preciso, stretti alla vita da una cintura in pelle che ha il riguardo di non fare grinze. Senza pieghe è anche la camicia bianca di lino che, da dentro ai pantaloni, culmina in un colletto abbottonato e stretto da una cravatta scura, intonata con la giacca che segue ed esalta le forme del busto. Unica cosa stonata, e Iso l’ha pensato più di una volta, sono gli occhiali da sole. Dopo qualche istante decide di alzarsi e sfilarli.
L’ultima volta che aveva guardato negli occhi suo fratello, lui gli aveva negato un abbraccio. Li distanziavano pochi passi, ma era stata la rigidità delle pose a sancire la rottura del patto di sangue che Dio aveva stipulato facendoli nascere dalla stessa madre.
Ora che lo fissava, ritrovava lo stesso sguardo fermo. Suo fratello non aveva mai esitato in vita ed era sicuro non lo avesse fatto neanche nell’atto di ripudiarla. Anzi, era proprio nel rifiuto che acquisiva la sicurezza che da sempre li aveva distinti. Anche in quel momento, lui vivo e lui morto, era Iso a esitare. Allungò una mano verso le guance asciutte che gli stavano di fronte e, tremando, si impegnò di riscoprirne la cute. Era imperfetta come la ricordava, al pari di quella di un ragazzino che non è ancora in grado di nasconderla con la barba. Faticava a mantenere quel contatto e cercava incoraggiamento negli occhi scuri di lui, senza ricevere nulla in cambio. Doveva contare solo su di sé, nessun aiuto ormai.
– Ti ho sempre invidiato, – disse – e continuo a farlo. Anche ora.
Gli occhi fissi.
– Pensavo fosse una partita aperta, che si avesse deciso di non barare. Si giocava con le tue regole, che era il fratello maggiore a prendere d’esempio il minore.
Gli occhi fissi.
– E quando tutto era sul punto di cambiare, quando hai capito che ad aver sbagliato non ero io, ma tu…
Gli occhi fissi.
– Hai buttato tabellone e carte all’aria e mi hai lasciato da mettere a posto.
La sicurezza di star agendo nel giusto convinse la mano sinistra a emulare la destra. Stringendo la testa del fratello, Iso si accorse della vacuità del suo sguardo. Si avvicinò fino a che i nasi non si sfiorarono e le labbra non si rivelarono speculari tra loro. Forse aveva la presunzione di restituire la vita con un soffio, o più banalmente era l’istinto a muoverlo nella teatralità di un gesto tanto semplice.
– Ti perdono – sussurrò, le labbra appena schiuse.

***

Dal finestrino del taxi, Iso guardò il cielo diradarsi in un azzurro privo di convinzione, con i banchi di nuvole indecisi sul da farsi. Da ragazzo aveva imparato a riconoscerli: nimbostrati, stratocumuli, strati… Ricordava il nome solo di quelli portatori di pioggia, o che l’avevano appena scaricata. Sorrise ricordando della ragazza che aveva provato a insegnargli quei nomi, a fargli capire senza mezzi termini che la vita stessa era voglia e bisogno di conoscere ciò che ci circonda. Aveva perso tutto questo insieme alla sua innocenza, il giorno in cui l’aveva tradita. Era stata un’esperienza, ma col tempo aveva smarrito anche la necessità di farne di nuove.

Nello scendere dal taxi si chiese se l’unica cosa a tenerlo in vita non fosse Lucia, o il capriccio che incarnava. Perché era questa l’ultima idea che aveva trovato terreno fertile nella fragilità di Iso. Cos’era venuto a fare a Torino? Era uno sciocco a credere di poter cambiare qualcosa. Doveva accettare che Lucia avesse scelto di sposarsi e che lui fosse estraneo alla vicenda. Eppure, se di estraneità si poteva parlare, lei non avrebbe dovuto scrivergli. Quell’invito – e di questo Iso era convinto – rappresentava un’esplicita richiesta di aiuto, il messaggio imbottigliato che naviga nell’oceano, l’ultima richiesta di un impiccato prima che il collo si spezzi.

Fino a che punto potessero protrarsi la follia e la disperazione umana, Iso non lorealizzò nell’analizzare i propri pensieri, ma nel vedere le spesse tende nere che impedivano al sole di irradiare l’interno della seconda abitazione di via Santorre, nel precollina. Interno 2.
Citofonò.
L’apparecchio restituì la voce meccanica di una donna.
– Iso, mamma. Iso – rispose ancor prima che la voce gli chiedesse di identificarsi.

VII

Il cancello si aprì con uno schiocco secco e Iso si trovò davanti un giardino molto curato.
Percorse il vialetto in porfido che conduceva alla porta di casa, davanti alla quale sua madre, una donna alta e magra, lo aspettava con le mani al volto e un’espressione contesa da stupore e gioia.
La donna, ormai in lacrime, abbracciò il figlio.
Profumava di magnolia e cannella e Iso pensò che fosse la fragranza più adatta alla sua carnagione pallida.
Si ricordò dei pomeriggi passati con Lucia sulla riva del fiume e la testa poggiata sulla sua spalla; si spruzzava il collo di un profumo alla vaniglia che lo rilassava al solo respirarlo, dandogli un senso di protezione.
Quell’essenza materna ebbe un effetto simile: gli sciolse i muscoli, ma non lo fece sentire al sicuro.
Il rumore del traffico era attutito dalle chiome degli alberi che recintavano il cortile e i suoni che arrivavano a Iso erano fiacchi e confusi.
Chiudendosi il cancello alle spalle aveva accettato di uscire dalla realtà e dal tempo e dalle regole che lo governano, per entrare in una piccola bolla di vetro; e in quella bolla, in quel microcosmo che altro non era se non il suo passato, i ricordi la facevano da padroni. Erano ovunque e ricoprivano ogni cosa, piccoli come coriandoli e pericolosi come mine.

Entrarono in casa, madre e figlio, la più sacra tra le coppie.
La madre che trascinava il figlio, il Cristo che portava la croce: la sua sofferenza più grande e la sua unica possibilità di riscatto agli occhi di Dio.
Avanzarono con il loro incedere classico, trascinandosi per un corridoio dalle pareti bianche, scandite da numerosi quadri di natura morta. Iso li ricordava uno per uno ed essi gli ricordavano che nulla era cambiato.
Attraversarono una stanza piccola e scura, per poi ritrovarsi nella luce del soggiorno che le ampie tende bianche non riuscivano a trattenere. Molte volte, giocando, Iso vi si era nascosto dietro aspettando che il fratello lo trovasse. E quando ci riusciva, il sipario si apriva e i due si abbracciavano ridendo. Ma adesso erano solo delle tende.
La stanza dava un senso di soffocamento: ogni parete ospitava grossi mobili pieni di cianfrusaglie. Appese ai muri troneggiavano voluminose cornici di ottone, a protezione di tele scure e sgualcite. Il pavimento era un labirinto tra tavoli, tavolini e sgabelli, in un continuo incrociarsi di minuscoli percorsi che conducevano nel medesimo punto e in quel punto – e non avrebbe potuto essere altrimenti – c’era una poltrona di pelle dallo schienale alto e lucido. Di fronte, seppure nascosta, la televisione strideva in una voce ora di donna, ora di uomo.
Iso non esitò e, una volta scelto quello che pensava essere il tragitto migliore, lo percorse tutto d’un fiato, fino a destinazione, fino a che non fu davanti a quella poltrona e a suo padre.
I leoni ammazzano i cuccioli perché temono di essere ammazzati a loro volta. E’ la loro natura e nessuno può definirla deplorevole. Quando uno dei cuccioli riesce a scappare e a eludere la morte, il leone sa che da quel momento dovrà sempre guardarsi le spalle. Sa che verrà il giorno in cui dovrà smettere di ciondolare all’ombra di un’acacia per concludere il parricidio. Sa anche che non vi riuscirà e che l’unico epilogo accettato coincide con la sua morte.
Glielo leggeva negli occhi: lo odiava. Lo disprezzava al punto che poteva credergli: Iso, suo figlio, era morto da anni. Anzi, forse non era mai nato e l’unico figlio avuto era quello che aveva trovato appeso a una trave.

Don-Don-Dondolava mentre Iso comprava il biglietto del treno.
Don-Don-Dondolava mentre Iso si sedeva al suo posto.
Don-Don-Dondolava mentre il treno partiva.

Iso sapeva che sarebbe stato complesso, ma non pensava impossibile. Se si trovava in quella casa, era solo perché si era deciso a risolvere la questione una volta per tutte, o perlomeno scusarsi. In modo composto e adulto. Eppure ebbe l’impressione che suo padre volesse solo la teatralità. E lui, Iso, poteva dargliela?

VIII

Negli occhi di suo padre non riuscì a ritrovare i propri.
Al contrario, vi trovò languore.
In quello sì, poté rivedersi.
Provò rabbia. Una rabbia senza freni, insaziabile. Erano occhi di morto: lo fissavano senza guardarlo. Andavano oltre, a perdersi nei dettagli di qualcosa che forse nemmeno esisteva.
Si chinò su suo padre, sfiorandogli l’orecchio con le labbra appena schiuse.
– Sono stato io – disse.
Si tirò su e rimase in attesa. Cercò tra le rughe del padre un indizio che nascondesse una reazione alle sue parole. Ma erano rughe di morto.
Spazientito, tornò chino su di lui.
– Per questo me ne sono andato. Per questo non sono venuto al funerale. Solo per questo.
Sentì un fremito nel respiro dell’uomo.
– Tu mi hai spinto a farlo. Tu. E io sapevo che lui era d’accordo. Che lo voleva anche lui. A volte credo abbia passato tutta la vita a supplicarmi di farlo. Lui era migliore, sì, e il più capace. Ma una cosa, la più importante, quella che più avrebbe voluto realizzare, non è mai stato in grado di portarla a termine. Io, invece, il buono a nulla, non mi sono tirato indietro. Lui aveva paura, io no. Gli ho fatto capire che la paura precede sempre il sollievo, così come il dubbio precede sempre la certezza. Lui ormai sta bene. E’ a come sto io, che nessuno si interessa. E’ come sto io, che tu dovresti chiederti. Perché non me lo chiedi, papà, come mi sento? Io, che ho avuto la determinazione di trascinarlo fino a quella maledetta trave, che ho avuto la forza di sorreggerlo, che ho retto il suo sguardo fermo mentre il suo corpo si contorceva nella vuota penombra di un magazzino. Sono sopravvissuto, sono io quello vivo, eppure per tutti sono io quello dentro una bara. Per tutti: te, gli amici, Lucia. Ebbene, papà, guardami bene, perché quello uscito vivo da quell’inferno sono io. E non ho nessuna voglia di ritornarci.
Posò una mano sul ginocchio dell’uomo e ne sentì il corpo scosso da lievi spasmi. Si girò senza guardarlo e se ne andò, il silenzio della stanza scandito da singhiozzi.

* * *

Inspirò più aria che poté, perché cos’altro c’era da fare? Non si era mai illuso che dirlo a qualcuno, confessarlo, avrebbe cambiato qualcosa. Ormai aveva imparato a conviverci. All’inizio era stato difficile, sì. Voleva urlarlo al mondo, tornare a casa strisciando e piangendo, scivolare lui stesso nella fossa prima che vi calassero la bara del fratello. Poi, però, la realtà si era fatta ricordo e i ricordi, si sa, fanno in fretta a mischiarsi con la fantasia. Così lo stesso Iso aveva finito per dimenticarsi di ciò che aveva fatto molti anni prima. Non se ne era dimenticato, assolutamente, piuttosto lo aveva messo da parte, isolato. E ora che aveva finito per tirarlo fuori, senza alcun preavviso poi, si sentiva smarrito. Smarrito, ma con una nuova consapevolezza di sé. Un seme piantato inavvertitamente aveva picchiato a lungo il terreno nel tentativo di emergere e ora – ma Iso non ne era ancora conscio – era pronto a germogliare.

Si incamminò verso la sponda del fiume e ne seguì il corso per un paio di ore, dopodiché si fermò a una panchina per riposare. Davanti a lui, alcune canoe seguivano la corrente accompagnate dalle urla di un istruttore a bordo di un motoscafo. Iso guardò annoiato il ripetuto affondare e poi riemergere dei remi dal pelo dell’acqua. Provò a cercare qualcosa di interessante intorno a sé, ma tutto quello che trovò furono un cuore e due nomi incisi sulla corteccia di un albero. Ragazzini pensò.
Si alzò, deciso a tornare in albergo. Aveva bisogno di dormire ancora qualche ora, di chiudere gli occhi e dimenticare. Guardò un’ultima volta i due nomi sull’albero. Lorenzo ed Erica. Tra le radici, nascosto nei ciuffi d’erba, gli sembrò che qualcosa brillasse. Si avvicinò. Un piccolo coltello serramanico. Lo raccolse e se lo passò tra le mani. Lo soppesò. Lo fece scattare. La lama era ancora affilata. Capì che era nuovo, fresco, come l’amore che aveva inciso sulla corteccia. Lo mise in tasca.
Sorrise.
Lorenzo ed Erica

IX

Quella notte Iso dormì. Dormì come non gli era più riuscito da molto tempo. Fu un sonno ristoratore: cupo e privo di sogni.
Svegliatosi, seppe esattamente cosa fare.
Si vestì e recuperò dalla tasca della giacca la lettera di Lucia. Se la rigirò tra le mani, poi lesse l’indirizzo scritto sulla busta.
Uscì dalla stanza.
La proprietaria dell’albergo gli sorrise mentre le restituiva le chiavi.
– Di già, tesoro?
– Devo.
– Sicuro, tesoro? – ammiccò, i pesanti seni poggiati sulla scrivania – Non posso fare proprio nulla per te?

L’aria di Torino era pesante e Iso faceva una certa fatica a respirare. Pensò che presto sarebbe stato a casa. L’indomani, al più tardi.
Via Garibaldi era deserta. I lampioni spenti e il cielo cianotico. I bar iniziavano ad aprire. Sprazzi di luce sul suo cammino.
Non aveva molto tempo. Anche se il sole si nascondeva ancora dietro le colline, non aveva molto tempo. Doveva arrivare prima che lei potesse uscire. Se l’avesse persa, se si fossero sfiorati appena, sarebbe stato tutto inutile.
Camminava velocemente, come faceva da ragazzo. Se anche le serrande non fossero state abbassate, non si sarebbe lasciato distrarre.
Piazza Castello lo costrinse a indugiare. Trovarsi di fronte Palazzo Madama, così, con ai piedi le fontane e la statua gli aveva sempre restituito un certo senso di appartenenza, un orgoglio che gli aveva sempre fatto pensare io sono tuo e non ti lascerò mai.
Non provò nulla e forse se ne dispiacque.
Inconsciamente evitò via Po. Se avesse dovuto trovarsi di fronte piazza Vittorio, con alle spalle la Gran Madre, avrebbe retto? E così eccolo nel reticolo di traverse, in quel labirinto di parallele e perpendicolari che ricordava a memoria.
Contò i numeri.
Sei. Otto. Venti.
Trentadue. Quaranta. Cinquantaquattro.
Prese la lettera dalla tasca.
Cinquantaquattro.
Un portoncino in legno di castagno, con un pomo d’ottone consumato. Un gradino in pietra scura, ruvida.
Si guardò attorno. La strada era deserta.

Per un po’ stette seduto sul gradino. Poi i numerosi portoni della via iniziarono a riversare persone in strada, assonnate e frenetiche, e decise di alzarsi. Attraversò la strada e raggiunse il marciapiede opposto.
Rimase in piedi per ore e non pensò a nulla in particolare. Ogni tanto si rigirava la lettera tra le mani e l’annusava cercando di trovarci sopra ancora tracce di profumo. Si chiese se un profumo potesse sopravvivere alle poste e ai postini e alla tasca della sua giacca. E al profumo di un’altra donna, nel bagno di un treno. Si disse di sì, perché riusciva a ricordarselo e allora non importava che la busta ne fosse ancora impregnata. Quello che importava era che annusandola ne rievocasse il ricordo. Istintivamente se la portò alle labbra e la baciò, ma non successe nulla.

Poi accadde.
Il sole era alto e tra Iso e il cinquantaquattro era un costante viavai di macchine. Un SUV bianco si fermò in coda proprio davanti a lui, impedendogli di vedere il portoncino. Iso non ci fece caso. Poi, tra i clacson che suonavano minacciosi sentì un suono sordo e uno scatto metallico. Fu come un brusco risveglio. Si infilò tra le macchine e attraversò la strada. A pochi passi dal cinquantaquattro una donna che si allontanava, dandogli la schiena. Indossava degli stivali neri e dei jeans che si intravedevano sotto a un cappotto grigio. I capelli castani le cadevano sulle spalle, oppure scomparivano sotto a una sciarpa verde smeraldo. Sembrava dovesse cadere a ogni passo e a ogni passo faceva un piccolo saltello. Quante volte avevano scherzato su questo suo modo di camminare?
E ora era davanti a lui. Poteva guardarla allontanarsi sapendo che non sarebbe scappata e che gli sarebbero bastati pochi istanti per raggiungerla. Provò a immaginarsela. Forse i suoi lineamenti si erano induriti con l’età e non avrebbero più avuto nulla della ragazza che ricordava e forse le sue labbra sempre un po’ schiuse non sarebbero più sembrate chiedere di essere baciate e forse i suoi occhi non avrebbero più avuto quel velo che le dava un’aria così malinconica e forse… Basta, non poteva più aspettare. Si diede una sistemata al colletto della camicia e a quello della giacca.
La raggiunse in una manciata di passi e nel superarla riconobbe il profumo impresso sulla lettera. Sentì una stretta allo stomaco nel girarsi e nel fermarsi davanti a lei.
La guardò e le tempie si contrassero e la mascella si serrò.
Ebbe l’impressione di sentire il battito del proprio cuore e non parlò finché non lo sentì calmarsi.
Il silenzio.
Il prato e le carezze e i baci e i sorrisi e le risa e mi sposerai.
Il letto e le lacrime e i pianti e la rabbia e il dolore e mi sposo.
Il silenzio.
– Ciao Lucia.

Il silenzio.

X

Si sedettero su una panchina e si persero nel gorgoglio del fiume davanti a loro. Lucia avrebbe preferito l’intimità di un bar, ma Iso aveva insistito perché raggiungessero la sponda del Po e passeggiassero come da ragazzi. Non parlarono molto. La sorpresa iniziale di Lucia nel vedersi davanti Iso era svanita con il passare dei minuti. Aveva detto che in fondo se lo aspettava, perché lui era fatto così. Aveva anche aggiunto che non aveva molto tempo, che c’erano alcune faccende da sbrigare per il matrimonio. Guardavano le anatre immergersi nell’acqua.
Passeggiando, Iso aveva pensato a cosa dirle. Sin da quando gli era stata recapitata la lettera, aveva cercato di capire quali parole potesse usare per convincere Lucia. Ma in quel momento, su quella panchina, si rese conto che non c’era un motivo valido perché lei dovesse tornare da lui.
– Lucia, ricordi quanto eravamo felici?
– Io sono ancora felice.
La guardò stringersi nel cappotto. Si era seduta lontana da lui, come se non volesse rischiare di essere sfiorata.
– Lui ti rende felice?
– No, io mi rendo felice.
– E perché lo sposi?
Lucia si girò verso di lui, forse per la prima volta da quando erano seduti. Sembrava serena, di quella serenità che caratterizza chi ha già deciso.
– Perché è quello che voglio – si limitò a dire.
– Non perché lo ami?
– Forse. Ma non è importante. Preferisco la tranquillità. E non è l’amore a dartela.
– Io con te ero tranquillo.
– Allora non era amore.
– E cosa?
– Egoismo, penso. Magari ossessione.
– Egoismo?
– Io ti ho amato, Iso. E non sono mai stata tranquilla. Era come se tu avessi bisogno di qualcuno che si facesse carico dei tuoi problemi. Non che te li risolvesse, questo no, tu non hai mai voluto risolverli. Non potevo continuare. Convivevo con l’ansia, iniziavo a soffrire di attacchi di panico e tu non te ne sei mai accorto. Non riuscivo più a dormire. Il tramonto mi angosciava perché voleva dire che la notte era vicina.
Fece una pausa e Iso provò a interromperla.
– Sono cambiato – disse, ma Lucia sembrò non averlo sentito e continuò.
– Ricordo una notte, una delle ultime. Eravamo nel mio letto e tu dormivi. Mi sono svegliata, il tuo braccio intorno al mio corpo. Era un cappio. Mi sentivo soffocare e non riuscivo a liberarmene. Sentivo il tuo respiro sui miei capelli, caldo e ritmato. L’ho odiato. Ti ho odiato. Tu parlavi di sposarci e io non avrei potuto sopportare il tuo braccio e il tuo respiro ogni maledetta notte. L’ho capito in quel momento. Ho capito che era finita.
Iso non disse nulla, né si voltò verso di lei. Guardava l’acqua incresparsi. Quante volte gli era capitato di avere tante cose da dire e poi, quando arrivava il momento di tirarle fuori, gli era sembrato che non ne valesse più la pena? Da ragazzo, soprattutto, e anche con Lucia. Si sentiva impotente davanti alla risolutezza. Mise le mani nelle tasche della giacca, incapace di tenerle ferme. Con la destra accarezzava la superficie filacciosa della busta in carta di riso, con la sinistra sentiva il manico del coltello che aveva trovato il giorno precedente. Lorenzo ed Erica pensò.
Sentì Lucia dire qualcosa tipo mi dispiace. Rispose distrattamente .
Non si era illuso che la situazione potesse cambiare, in tutti quei giorni. Sapeva che qualcosa sarebbe successo, che in qualche modo sarebbe finita, e forse era là per quello. Forse aveva vagabondato solo per farsi condurre alla conclusione, per scoprire quale sarebbe stato l’epilogo e quale sarebbe stato il suo ruolo. Credette di averlo capito.
– Ora è meglio che vada, – disse Lucia – e per il matrimonio non ti preoccupare. Per l’invito, intendo. Se non vuoi, ecco.
Iso le sorrise, ma non fiatò. Anni prima, in quella situazione Lucia avrebbe detto però parlami, Iso, ti prego. Anni prima, però. Non era più così e infatti non si sentì in dovere di aggiungere altro. Anzi, sussurrò ora capisci?
Prima di alzarsi, gli si avvicinò.
– Penso sia un addio – disse.
Iso annuì.
Lucia lo abbracciò e chiuse gli occhi. Si stupì nel sentirsi ricambiata. Per un istante tornò ai tempi in cui era normale che si abbracciassero e le labbra le si arricciarono. Quando sentì la lama del coltello affondarle nella schiena strinse Iso appena un po’ più forte. Provò a contare quante altre volte la lama penetrò la sua carne ancora tenera, ma si fermò a quattro. Poi non ne fu più capace. Una lacrima le scivolò sullo zigomo e non andò oltre.
Iso la rimise seduta. Sembrava addormentata. Le diede un bacio sulla fronte sudata e si alzò. Non c’era nessuno e pensò che non si era nemmeno preoccupato di poter essere visto. Non gli importava, in fondo, ma meglio così. Chiuse il serramanico, lo soppesò e lo lanciò in acqua. Se ne andò senza guardarla un’ultima volta.

– Ho bisogno di un biglietto per Bologna – disse Iso.
– C’è un treno tra venti minuti – gli rispose la donna minuta dall’altra parte del vetro.
– Va bene.
– Classe?
– Non importa.
– Il ritorno?
– No, sola andata.
– Binario ventuno.

Prima di salire sul treno si fermò davanti a un cestino, prese la lettera e la buttò.

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Quello che vi consiglio (per Natale)

Ultimamente riesco a trovare pace dallo stress solo nella lettura. Nonostante passi le giornate a studiare, nonostante un occhio un po’ troppo facile all’affaticamento, ho bisogno di leggere. Inutile dare scuse: se si vuole passare un po’ di tempo con un libro, questo tempo si trova. Io, ad esempio, leggo al mattino, facendo colazione; leggo sul pullman, andando all’università; leggo di pomeriggio, prendendo il caffè o sorseggiando un tè, e leggo la sera, prima di dormire. Il tempo, appunto, si può ricavare: basta sottrarlo allo scrolling inconsapevole su Facebook e Instagram. Se non riuscite, semplicemente leggere non è la vostra esigenza. Nel caso lo fosse – o conosceste qualcuno come me – quest’anno voglio consigliarvi qualche titolo che sarebbe perfetto come vostro – o come suo – regalo di Natale. Ho scelto cinque titoli, ma non ne ho scritto le recensioni che, se volete, trovate in gran quantità su internet. Giusto qualche riga e una citazione, nella speranza di incuriosirvi.

 

BORIS VIAN – LA SCHIUMA DEI GIORNI (Marcos y Marcos)
Se mi chiedeste quale emozione abbia provato leggendo questo romanzo, non potrei che rispondere tenerezza. E se mi chiedeste di cosa parli questo romanzo, non potrei che rispondere amore. Non perché trasudi sentimentalismo, o perché sia patetico: questo, Boris Vian non se lo sarebbe mai permesso. Il punto è che dietro tutte le stravaganze – geniali stravaganze – di Vian, si nasconde la pura essenza dell’amore. So che è poco, ma non voglio dire altro. Questo romanzo va scoperto – come ho avuto la fortuna di scoprirlo io – leggendolo. Non ci si può immergere nel genio di Vian vittime di pregiudizio. Voglio, quindi, che sia l’autore stesso a presentare quello che è uno dei miei romanzi preferiti, riportando qui la sua premessa.

L’essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto. In effetti, sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione. Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di esser formulate per essere seguite. Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington. Il resto sarebbe meglio che sparisse, perché il resto è brutto, e la dimostrazione contenuta nelle poche pagine seguenti deriva tutta la sua forza da un unico fatto: la storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi. La sua realizzazione materiale in senso stretto consiste essenzialmente in una proiezione della realtà, in un’atmosfera obliqua e surriscaldata, su un piano di riferimento irregolarmente ondulato e un poco distorto. Come si vede, è una tecnica confessabile, ammesso che ce ne siano.

 

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STIG DAGERMAN – IL NOSTRO BISOGNO DI CONSOLAZIONE (IPERBOREA)
Per chi non lo conoscesse, va premesso che Stig Dagerman è un autore difficile. Questo non perché a essere complessa sia la sua prosa – attuale, nonostante la sua produzione risalga alla prima metà del ‘900 – quanto perché a essere impegnativo è il suo pensiero. Per fortuna, verrebbe da dire. Dagerman, però, va affrontato con consapevolezza. Morto suicida nel 1954 a soli 31 anni, è riuscito a caricare la sua prosa di un impeto che può sembrare inarrestabile e spazzarti via. Una burrasca notturna da affrontare solo se ci si ritiene abbastanza forti da accettare di piegarsi come arbusti, fin quasi a farsi sradicare, per poi avere l’ostinatezza di tornare in piedi e guardare al nuovo giorno con la serenità di chi sa di avere imparato qualcosa di sé.
Il nostro bisogno di consolazione è un monologo del 1952 che Dagerman pubblicò su un periodico. Parliamo di una manciata di pagine, però fondamentali per chiunque combatta ogni giorno con se stesso, per migliorarsi, ma anche solo per capirsi. Fondamentali per chiunque, quotidianamente, si interroghi sul senso della propria vita.
Fondamentali per chiunque non abbia paura di confrontarsi con la parte più oscura del proprio animo.

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso  – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente. 

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LAURENT BINET – HHhH (EINAUDI)
Quello che vi propongo, è un romanzo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. A differenza dei numerosi romanzi anonimi e patetici sul tragico conflitto che ha colpito l’Europa meno di ottant’anni fa (è sempre bene ricordarlo), HHhH ci porta in Repubblica Ceca e ripercorre fedelmente i fatti che hanno portato nel 1943 alla morte del gerarca nazista Reinhard Heydrich per mano dei partigiani cecoslovacchi.
Ricordo che, appena terminata la lettura, fui pervaso dalla voglia di tornare a Praga e cercare i luoghi che videro aggirarsi gli eroi dimenticati di cui Binet si fa cantore, gli eroi silenziosi e ai più sconosciuti, che hanno contribuito ad arrestare il mostruoso ingranaggio nazista.

Ciò che ogni famiglia teme in quegli anni di ferro e di orrore accade una mattina a casa Moravec. Suonano alla porta, ed è la Gestapo. I tedeschi sbattono al muro la madre, il padre e il figlio, poi devastano freneticamente l’appartamento. << Dove sono i paracadutisti?>> abbaia il commissario tedesco, e l’interprete che li accompagna traduce. Il padre risponde a bassa voce di non conoscere nessuno. Il commissario torna a controllare nelle camere da letto. La signora Moravec chiede di poter andare in bagno. Un agente della Gestapo la schiaffeggia. Ma subito dopo viene chiamato dal suo capo e sparisce. Lei insiste con l’interprete, che la autorizza. Sa di avere solo pochi secondi. Così va a rinchiudersi in fretta nel bagno. Tira fuori la sua capsula di cianuro, e la morde senza esitare. Muore all’istante.

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MEYER LEVIN – COMPULSION (ADELPHI)
Ho finito da poco questo romanzo. Era impossibile staccarsene e le sue 580 pagine sono un ostacolo solo per gli sciocchi. Per tutti gli altri, infatti, sono una benedizione. E’ un romanzo-verità che anticipa di dieci anni il ben più celebre A sangue freddo di Truman Capote e ci racconta quello che è conosciuto come “il processo del secolo”, ovvero il processo Leopold-Loeb. Levin visse in prima persona la vicenda, seguendo il caso come reporter del Chicago Daily News, e la riporta con accurata fedeltà. A una prima parte più romanzata che mostra come i due criminali siano arrivati a compiere l’efferato omicidio, segue una seconda parte che racconta integralmente il processo, estremamente importante perché vide la difesa appellarsi ai cosiddetti alienisti per salvare i due imputati dalla pena capitale. Questo è uno degli aspetti più interessanti del romanzo, il vedere come, ricorrendo a un’ancora acerba e incerta psicologia, si sia provato a spiegare cosa avesse spinto due giovani prodigi, rampolli di due delle famiglie più ricche e prestigiose di Chicago, a sequestrare e uccidere a sangue freddo e senza movente un ragazzino.
Consiglio fortemente l’acquisto anche se non amanti del genere.

Il delitto era diventata la nostra ossessione. Lavoravo con Tom, sempre di corsa, sempre dietro alla polizia, accanto o davanti alla polizia, da un barlume di notizia all’altro, studiando e al contempo evitando gli altri giornalisti, e facendo congetture, immaginando, ascoltando, sempre più consapevole del fatto che in città stava diffondendosi un terrore mai sperimentato. La paura che il bambino ha dei lupi a caccia nella foresta, lupi che finiranno per divorarlo, anche se il bambino abita in una città in cui non esistono foreste, anche se gli è stato spiegato che nei dintorni non ci sono lupi – questa paura infantile sembrava essersi insediata nell’animo di tutti, a Chicago, e i lupi erano la minaccia primordiale, un animale ignoto, più feroce di qualsiasi altro animale mai incontrato dall’uomo. Si registrava un’ansia crescente, il presagio sempre più diffuso che ci fosse in città qualcosa di nuovo, di terribile e incontrollabile, una specie di nuovo germe omicida. 

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ALBERT CAMUS – LA PESTE (BOMPIANI)
Avrei potuto mettere Lo straniero, ma questo romanzo mi ha stregato al punto da farmi credere che ogni frase sia lì perché qualche forza astratta ha deciso che debba stare lì e che Camus non stesse facendo altro che trascrivere una qualche parola divina dettagli affinché spiegasse all’uomo il senso della vita. Non riesco a spiegarmi come la sensibilità di un autore possa essere tale da parlare all’umanità tutta di cosa significhi essere uomini. Perché è questo che fa Camus e lo fa con una maestria rara, perduta. La sua scrittura è limpida, priva di barocchismi che possano ostacolare la comprensione. Ogni significato ha il suo significante, senza errore.
Consiglio questo romanzo a chiunque sia disposto a leggere con calma e riflettere, senza la smania di arrivare all’ultima pagina e passare al prossimo libro. Camus va assimilato. Pagina per pagina, frase per frase, parola per parola.
Se riuscite, procuratevi l’ultima edizione Bompiani, perché la traduzione (di Yasmina Mélaouah) è molto fedele.

Venendo infine più espressamente agli amanti, che sono i più interessanti e di cui forse il narratore più parlare con cognizione di causa, costoro erano tormentati da ulteriori motivi di angoscia, fra cui occorre menzionare il rimorso. La situazione, infatti, permetteva loro di considerare i propri sentimenti con una specie di febbrile obiettività. E in quei casi era raro che non emergessero nitidamente le loro mancanze. La prima occasione era offerta dalla difficoltà che avevano a immaginare con esattezza la vita quotidiana dell’assente. Sa rammaricavano allora di essere del tutto ignari delle sue occupazioni; si accusavano della leggerezza con cui avevano tralasciato di informarsene e finto di credere che le occupazioni dell’amato non sono la fonte di ogni gioia per colui che ama. Da lì, era facile allora ripercorrere il loro amore ed esaminarne le pecche. In tempi normali sapevamo tutti, più o meno consapevolmente, che non c’e amore che non possa migliorarsi, e tuttavia accettavamo, in maniera più o meno pacifica, che il nostro restasse mediocri. Ma il ricordo è più esigente. E ne conseguiva che quella tragedia venuta dall’esterno, e che colpiva un’intera città, non ci recava soltanto una sofferenza ingiusta di cui avremmo potuto indignarci. Ci induceva anche a infliggerci personalmente un’ulteriore sofferenza e ci faceva così acconsentire al dolore. Era uno dei modi con cui la malattia distoglieva l’attenzione e confondeva le carte. 

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La sciarpa verde

Questo disse la donna, indicando al marito il perizoma viola ripiegato sul letto. L’uomo esitò. Avanti lo incalzò dallo scranno rosso su cui era seduta comando io, ricordi? L’uomo annuì. Raccolse il perizoma e lo indossò. Nel farlo, sentì gli occhi della donna su di sé. Guardati allo specchio gli disse. L’uomo si voltò e il suo riflesso contrasse la bocca disgustato. Non era per la calvizie precoce, o per la carne flaccida, e nemmeno per la pancia gonfia. Era perché tutto ciò che rimaneva della sua mascolinità si nascondeva dietro un triangolo di stoffa che si gonfiava sempre di più.

È iniziata un martedì sera. Mia figlia Lidia compiva diciotto anni e voleva festeggiare solo con noi e Dafne, la sua migliore amica. Diceva che per gli altri ci sarebbe stato tempo, che le importava solo della sua famiglia. E di Dafne.
Si conoscevano da quando erano in fasce, ma questo lo hanno scoperto solo molti anni dopo, quando, inconsapevoli l’una dell’altra, si sono sedute vicine al loro primo giorno di elementari. All’uscita da scuola mi sono venute incontro mano nella mano, sorridendo. Mia figlia con i capelli rossi e il viso lentigginoso, Dafne con dei grandi occhi grigi sempre in movimento e un fiocco celeste che si intrecciava trai capelli neri e che ha indossato per tutta la vita.
Dafne si è presentata e mi ha indicato una signora alta e corpulenta. È mia mamma ha detto e io, incredula, ho riconosciuto la donna con cui avevo condiviso la stanza d’ospedale nei giorni precedenti al parto. Lidia e Dafne avevano quattro ore di differenza.
Sono diventate inseparabili e, fino a quel martedì sera, lo sono sempre state.

Lo guardava infilarsi le autoreggenti, seduto per terra. Attento, se le smagli sai cosa succede disse agitando un piccolo frustino. L’uomo sentiva le trame delle calza tirargli e strappare i peli della gamba. Corrugava le sopracciglia e la fronte, vergognandosi dell’erezione che non riusciva a nascondere alla moglie. Sembra ti piaccia disse lei con una punta di malizia. Mi chiedo cosa, però… Vedere le cosce insaccate nelle calze, o l’idea di essere punito per quello che hai fatto?

Ci sono stati dei segnali, quella sera. Dei segnali che qualunque donna avrebbe dovuto cogliere, ma non io. Il suo piatto quasi intatto, il suo sorriso tirato nelle foto, la sua fetta di torta al cioccolato rimasta integra al centro del tovagliolo, un petalo del fiore di glassa spezzato. Poi il brindisi e lei che dopo un piccolo sorso di spumante scappa in bagno a vomitare. Vado io ha detto Lidia, seguendola. Ho guardato mio marito e ho mormorato ecco perché non aveva fame, le lasagne non erano così terribili. Questo ho detto. E ho riso. Ormoni ha suggerito lui. Ormoni, ho concordato io. Ho pensato che fosse meglio accompagnarla a casa e lui era d’accordo con me. Vado a cambiarmi ha detto scrollandosi le briciole dal maglione.

Sai dove ho trovato questa guêpière? gli chiese, facendo scorrere le stringhe nelle asole. L’uomo aprì la bocca per rispondere, ma la donna strinse i lacci con una forza e una repentinità tali da comprimergli il torace e farlo quasi strozzare con le sue stesse parole. Dove abitava Dafne continuò lei c’è un piccolo sexy shop. L’uomo provò a voltarsi, ma la donna tirò nuovamente le stringhe costringendolo a un gemito. Il proprietario mi divorava con gli occhi. Scoppiò a ridere. Pensava lo avrei indossato io, capisci?

Sono rimasta alla finestra a guardare la macchina partire e scomparire nella nebbia. Guida piano, ti prego. In cucina mia figlia era in piedi accanto al tavolo, lo sguardo basso. Mi sono avvicinata e le ho detto che avrei sparecchiato io, quella sera, che lei era la festeggiata e che avremmo recuperato una volta che Dafne si fosse ripresa. Ha detto e mi ha abbracciata. Ha preso la busta con dentro il regalo ed è andata in camera sua.
Del regalo si era occupata Dafne. Mi aveva telefonato quel pomeriggio, mentre stavo macinando la carne per le lasagne, e mi aveva detto entusiasta di aver trovato il regalo perfetto per Lidia: un piccolo carillon con la ninnananna di Brahms. Mia figlia ha una sorta di venerazione per quel brano, lo ascolta decine di volte al giorno. Dice che c’entra qualcosa con il suo primo ricordo, che non sa in che modo, ma ne è sicura.
Il carillon era caro, molto caro. Lo aveva trovato in un piccolo negozio di antiquariato del centro. La mia macchina era dal meccanico e lei non aveva abbastanza soldi per comprarlo. Le ho chiesto di lasciare qualcosa come anticipo e di tornare a casa a prepararsi. Avrei mandato Massimo a prenderla, così avrebbero potuto ritirare il carillon prima di venire qui per cena. Ha detto che andava bene, che Lidia sarebbe stata felicissima.
Mio marito è rincasato tardi. Dormivo e mi sono accorta di lui solo quando ho sentito il materasso sprofondare sotto il suo peso. Mi sono avvicinata al suo petto nudo. Emanava un odore penetrante, quasi selvatico. Non ho saputo trattenermi dal baciarlo e dall’accarezzargli la coscia e stavo per mettermi sopra di lui quando mi ha allontanata. Sono stanco ha detto. Lei sta bene, sta bene. Si è girato dall’altra parte e il suo respiro si è fatto pesante.

Degli occhi dell’uomo non era rimasta che una fessura, quando la donna ebbe finito di calcarne i contorni con la matita nera. Nel sentire quel profumo intenso e particolare, si ricordò di quand’era poco più di un bambino e spiava sua sorella truccarsi. Poteva rivederla in piedi davanti allo specchio, la mano ferma e il tratto sicuro. Quando aveva finito, si guardava soddisfatta e ritirava i trucchi. A lui non interessava di quel cerimoniale, rimaneva nascosto in attesa di un unico gesto, il respiro sospeso. Poteva vederla, sì, mentre si sfilava le mutandine da sotto la minigonna e le lasciava cadere sul pavimento, per poi precipitarsi fuori di casa tra le braccia del fidanzato.

Il giorno dopo ho chiesto a Lidia come stesse Dafne. Non ha risposto, si è limitata a una scrollata di spalle. Ho cercato di capire se fosse successo qualcosa, ma lei ha negato. Sapevo che era una bugia. Quando mente fa come me: alza inconsciamente un angolo della bocca e sulla sua faccia si disegna un sorriso a metà. Ho lasciato perdere. È giusto che i figli abbiano dei segreti.
Quando mio marito è tornato a casa, gli ho detto che mi serviva la macchina. Mia madre ha di nuovo dimenticato come si accende la caldaia… Faccio in fretta. Si è offerto di andare al mio posto, ma sapevo quanto fosse stanco di ritorno da lavoro. Ho zittito le sue proteste con un bacio.
Entrata in macchina, ho iniziato a cercare senza successo la leva per spostare in avanti il sedile. Mentre scandagliavo il sotto sedile, qualcosa mi si è intrecciato attorno alla mano. Ho ritratto istintivamente il braccio. Il nastro di Dafne penzolava moscio tra le mie dita.

Non ti sta male disse la donna. Ti ho sempre suggerito di farti crescere i capelli, ma non hai voluto ascoltarmi. Si avvicinò all’uomo. Stai proprio bene ripeté esaminando la chioma nera e posticcia che gli ricadeva sulle spalle. La frangia gli copriva le sopracciglia che si era impegnata a ridefinire. Ora dovresti invitarmi a ballare il twist, Mia lo prese in giro. L’uomo, impacciato, non sapeva cosa fare. La fissava intimorito, in piedi in mezzo alla loro stanza matrimoniale. Abbiamo quasi finito, non ti preoccupare. Manca un dettaglio. Aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori un nastro celeste. Te lo ricordi?

Venerdì Lidia è tornata a casa piangendo. Erano le nove del mattino ed ero già vestita per andare a lavoro. È morta ha singhiozzato. È morta e l’ultima cosa che le ho detto è che era una stronza. È morta. Sua madre è andata a svegliarla e l’ha trovata impiccata con la sua sciarpa verde. A scuola non hanno detto nulla ai ragazzi: né del trucco pesante che le copriva la faccia, né di come si fosse tagliata i capelli in un caschetto maldestro, né dei vestiti che aveva scelto di indossare. Quando sua madre me l’ha confidato tra le lacrime, mi sono chiesta quanto altro dolore le avesse procurato ritrovarla con indosso quella lingerie, quanto quella confessione potesse aiutarla a dimenticare ciò che la figlia aveva lasciato scritto su decine di fogli sparsi sul pavimento. Mamma, tua figlia è una puttana.
Ho preso un giorno di permesso da lavoro. Avevo paura a lasciare Lidia da sola per così tanto tempo. Ho passato la mattinata sul divano ad ascoltare i singhiozzi che venivano dalla sua camera. Egoisticamente mi sono sentita fortunata. Ho mandato un messaggio a mio marito per informarlo, ma non ha risposto. Lavora sempre tanto.
All’ora di pranzo ho bussato alla porta di Lidia. Era per terra, in pigiama. Continuava a ripetere non è possibile. Le ho chiesto se avesse notato qualcosa di diverso in lei. Non abbiamo più parlato e ieri non è venuta a scuola. Stringeva tra le mani una foto in cui sorridevano, abbracciate. Mi sono seduta accanto a lei. Il freddo delle mattonelle mi ha fatta rabbrividire. Mercoledì ha scelto un altro banco ha continuato mi evitava. Nell’intervallo le ho chiesto perché. Lasciami stare, ha detto. Le ho chiesto perché. Mi fai schifo, ha detto. Mi fate schifo. Tuo padre è una merda. Sei solo una povera stronza, le ho urlato. Ho guardato Lidia sprofondare dentro di sé. Perché ti ha detto quella cosa su papà? Sembrava non avermi sentito. È andata via subito dopo. Aveva mal di pancia. Ha firmato e se n’è andata. E ora è morta.

La donna legò i polsi del marito alla spalliera del letto. Sì assicurò che i collant usati come manette fossero abbastanza resistenti e non rischiassero di cedere. In quella posizione, più che una pecora, gli ricordava un agnello. Che non può essere mangiato, però, un agnello dalla carne impura. Non gli aveva tappato la bocca. Voleva potesse sentire anche il dolore nella sua stessa voce. Quando l’uomo sentì la fredda punta dello strap-on contro l’ano, tremò. Poi si dimenò e scalciò. Urlò, digrignò i denti, ringhiò. La donna guardava l’ano contrarsi e rilassarsi e contrarsi. Le ricordò un cuore che batte.

C’era voluto qualche giorno prima che capissi. Giorni che la mia mente ha impiegato a elaborare, assemblare, ricostruire. E io ne ero inconsapevole, non potevo accettare di dubitare. Eppure era tardi, era già dentro di me. L’idea stava germogliando e ogni coincidenza era acqua che la rinvigoriva. Tutto quello che faceva mi appariva strano. Il modo di sbucciare una mela, o di tenere in mano il telecomando, o di radersi. In ogni sua parola vedevo un’ambiguità, un non detto che si dibatteva per emergere. Quando, all’ultimo momento, si è rifiutato di venire al funerale perché non se la sentiva, cosa le hai fatto? mi è uscito spontaneo. Lui mi ha guardato e quello che ricordo è di aver intravisto un senso di gratitudine nel fondo delle sue pupille. Massimo, cosa le hai fatto? ho chiesto di nuovo, prendendo coscienza della verità. Non doveva morire ha piagnucolato accasciandosi a terra.
Quella sera gli ho detto che non l’avrei denunciato. Gli ho detto che mi sarei limitata a punirlo, che volevo capisse cosa aveva fatto. Se fai quello che voglio, se farai quello che ti dirò, non ti denuncerò. Non ti succederà niente.

L’uomo, ormai, non opponeva più resistenza. I collant attorno ai polsi sembravano essere l’unica cosa che gli impedisse di sprofondare nel vuoto in cui era perso il suo sguardo. Le lenzuola erano imbrattate del sangue che colava lungo le cosce dell’uomo. La donna pensò che fosse abbastanza e si sfilò, concedendo alle sue gambe di cedere. L’uomo sentiva in lontananza il trafficare della moglie per sfilarsi lo strap-on. Non aveva la forza di voltarsi verso di lei. La donna si allontanò dal letto, ma tornò presto sui suoi passi, una sciarpa verde stretta in mano. Abbiamo quasi finito disse. Non ti succederà niente. Alzò inconsciamente un angolo della bocca e sulla sua faccia si disegnò un sorriso a metà.

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Brucia la strega (1/2)

In questo momento non riesco a non pensare a Don Antonio e alle sue omelie. Una in particolare. Citava un passo del vangelo, forse Luca 15:2, che diceva più o meno vivrà nel fuoco della Bestia/brucerà il peccatore che ha dimenticato/come colui che ha tradito Cristo/ogni debito verrà pagato. Quella notte ho sognato di essere una strega, che molti uomini venissero a prendermi nel sonno e mi portassero in un bosco per bruciarmi viva. Il mio peccato? Aver fatto l’amore a quindici anni.

***

Eravamo al supermercato.
Sono scoppiata a ridere per una battuta di mio marito e, con un movimento brusco, ho fatto cadere un pacco di pasta dal carrello. Un signore si è avvicinato per raccoglierlo e io gli ho sorriso per ringraziarlo. Rimasti soli, mi è tornato da ridere. Non a mio marito, però. Mi ha guardata per qualche istante, poi si è limitato a dire vergogna.
Arrivati a casa, avevo appena posato le buste della spesa, quando mi ha afferrata per il polso e mi ha dato uno schiaffo in faccia. Io non me lo aspettavo e sono caduta per terra. Il pavimento era freddo; la mia guancia bruciava. Vergogna ha ripetuto e si è sfilato la cintura dai pantaloni. Io ho provato a replicare, ma la prima cinghiata mi ha ricacciato la voce in gola.

***

Non avevo fatto l’amore a cuor leggero, la prima volta. Come tutte le ragazze mi sono chiesta se fosse la persona giusta e se io fossi pronta. Ma il mio corpo, ormai, era quello di una donna e di donna erano anche le mie voglie. Così ho deciso di lasciarmi andare, felice e orgogliosa della mia decisione.
L’entusiasmo, o forse il non credermi più una ragazzina, mi ha portato a vedere mia madre come un’amica con cui confidarmi. E così ho fatto.
La mia era una madre moderna. Non se ne stava nell’angolo della cucina, zitta a guardare cosa facesse mio padre. No, lei era al passo coi tempi e spesso lo sfidava per dimostrargli che fossero sullo stesso piano. Così, subito dopo la mai confidenza, che aveva più il tono di una confessione, mi ha picchiata proprio come se fosse mio padre. E mentre lo faceva, continuava a darmi della svergognata e a chiedermi perché le avessi voluto fare del male. Perché la gente avrebbe parlato e loro che razza di genitori sarebbero stati, agli occhi degli altri?
Il lavandino era pieno dei miei capelli castani, strappati da quelle stesse mani in cui cercavo delle carezze. Ho contato le ciocche e per ciascuna di esse ho letto la definizione della parola vergogna.
La ricordo ancora adesso: vergogna s. f. Sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento, propri o altrui, sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti.

***

Io Massimo non l’ho mai giustificato.
Lui mi aveva picchiata e lo aveva fatto con crudeltà: la voce era fredda e pacata, la mano non aveva esitato. Non era stato un raptus. Eppure, ho creduto di doverlo aiutare. Aiutare, sì, perché da subito ho pensato che il suo fosse un problema. Ho sempre avuto la tendenza ad attribuire ogni azione, sbagliata o giusta che sia, a un fatto pregresso. Non so, magari qualcosa legato all’infanzia, su cui poi una persona costruisce un lato del proprio carattere. Ecco, quando mi ha picchiata, io Massimo lo conoscevo da otto anni e stavamo insieme da sette.
Ricordo quel ventiduenne gentile e sicuro di sé che mi fermava nei corridoi dell’università e che si faceva sempre avanti per offrirmi un caffè. Ricordo anche che più imparavo a conoscerlo, più quella sicurezza si mostrava fragilità. Massimo aveva paura che il suo ruolo di uomo venisse sovvertito. Per esempio aveva bisogno di pagare per me; oppure aveva bisogno che io non indossassi i tacchi, così da non essere più alta di lui. Aveva persino bisogno di diventare l’unica persona che riuscisse a farmi stare bene, perché credeva che solo così sarei rimasta con lui.

***

Anche se avevo solo quindici anni, dovevo sposarmi. Era questo che pensavano i miei genitori. Devi sposarti dicevano. Secondo loro – secondo tutti – solo il matrimonio avrebbe potuto restituirmi l’onore che avevo buttato via stupidamente. Me lo ripetevano ogni giorno, da quando avevano iniziato a parlarmi di nuovo. Io, però, invece di convincermene, iniziai solo a sentire crescere qualcosa dentro di me che mi avrebbe accompagnato per anni. Ogni volta che ero attratta da un ragazzo, o che più semplicemente sentivo il bisogno di averne uno, mi sentivo a disagio. Forse anche sporca. Di sicuro meritevole di una punizione. Sì, temevo che Dio mi avrebbe punita per le mie pulsioni impure.
Quando decidevo di andare a letto con un ragazzo, provavo uno sprizzante senso del pericolo e dello sbagliato. Mi lasciavo trascinare dalla passione e dai miei desideri, ma ero sempre consapevole che una parte di me pensasse che fosse sbagliato e che avrei dovuto fermarmi finché fossi stata in tempo. Durante i rapporti, il piacere schiacciava questa pulsione, ma, per quanto fossi trasportata e coinvolta, più i miei sensi si avvicinavano al culmine, più sentivo crescere, martellante, il senso di colpa. I miei orgasmi erano un’esplosione di gioia e tristezza allo stesso tempo ed era solo quest’ultima a trascinarsi fino alla fine, a tenermi compagnia anche quando ero rimasta sola nel mio letto.

***

Massimo non fu più lo stesso.
Forse è stato proprio il suo improvviso cambiamento a non farmi andare via, a convincermi che non potessi lasciarlo solo. Dopotutto negli anni avevo avuto anche io delle crisi e lui, rimanendo al mio fianco, mi aveva aiutata. Quando l’ho visto chiudersi sempre più in sé stesso e diventare solo uno spettatore del nostro rapporto, ho capito che aiutarlo fosse una mia responsabilità. Non ho mai sopportato chi distrugge una relazione solo perché sfaldare è più semplice che ricucire. E io ci ho provato: mi sono costretta ad arginare quella prima volta – che nella mia testa era anche l’ultima – nel cassetto delle esperienze sbagliate.
Una volta, a lezione, avevo sentito dire che persino un’esperienza negativa può essere un’opportunità. Ne ho fatto la mia filosofia di vita: trasformare una brutta situazione in un punto di partenza e non di arrivo. Io e Massimo avremmo potuto sfruttare l’occasione e, insieme, avremmo potuto cambiare e risolvere quelle debolezze della sua personalità che gli impedivano di vivere serenamente. E che la prima di queste sue fragilità si chiamasse vergogna, lo avevo ormai intuito.

***

E’ servito del tempo prima che riuscissi a trovarmi a mio agio con la mia sessualità. Ho dovuto fare un lungo lavoro su me stessa, a partire dalla rimozione di qualsiasi concetto cattolico che mi era stato inculcato durante l’infanzia. Forse è un po’ spietato affermare che il sesso e l’anima abbiano poco da spartire, ma la realtà ti costringe al cinismo. Mi sono ritrovata a usare gli uomini e a illuderli del contrario. Il modo migliore di sedurre è essere sedotti.
Per seguire l’università avevo dovuto trasferirmi. Dividevo un piccolo appartamento con una ragazza di Perugia. Spesso, quando uscivamo la sera, qualche ragazzo si faceva avanti per offrirmi da bere. Io accettavo. Non avevo remore nell’approfittare della stupidità maschile. Finivo il bicchiere, mostravo un bel sorriso e me ne tornavo a casa. Oppure decidevo di rimanere e di non tornarci da sola, a casa.
Avevo un’ottima media e agli occhi dei miei genitori era la dimostrazione che fossi diventata una brava ragazza. Come se non la fossi sempre stata… Poi è arrivato Massimo. Lui sì che speravo volesse offrirmi qualcosa. E infatti lo fece, più volte, ma io accettai solo la prima. Le altre, ognuno il suo. Con lui mi interessava avere un rapporto alla pari, anzi: con lui mi interessava avere un rapporto. Da allora, per anni, è stato l’unico uomo che ho frequentato.

***

Sapevo che Massimo sarebbe peggiorato.
Inizialmente sembrava non solo aver capito il suo errore, ma anche disposto ad affrontare i propri lati più torbidi. Io l’ho trattato amorevolmente, forse ancora più di prima, come se l’essere consapevole della sua debolezza mi spingesse a prendermi cura di lui. E’ stata la contraddizione maggiore con cui abbia dovuto convivere, perché io, quello schiaffo e quelle cinghiate, non ho potuto scordarli. Non era una questione di orgoglio ferito, si trattava proprio dell’essere stata ferita, nell’animo e fisicamente. Ho provato quel dolore che è figlio del tradimento e nella mia testa si è ricreata l’immagine di uno specchio che, illuminato al centro di una stanza buia, va in frantumi. Lo stesso specchio che avevo visto frantumarsi già una volta, da ragazza; l’identica sensazione di impotenza e incredulità, quando a mancare è proprio quell’appiglio che reputavamo eterno, solido, dalle radici profonde e incorruttibili. Avevo capito, inequivocabilmente, che tra me e Massimo era finita. Alle mie amiche, quando sfogavano le proprie frustrazioni di coppia, ripetevo che l’amore è solo un fatto di equilibrio e che i problemi devono essere relegati entro certi confini indelebili. Quando non si riesce ad arginarli, a ridurli, sforano e corrodono tutto e tu lo sai, tu te ne rendi conto, perché qualcosa in te muore e la senti morire, ma ormai non puoi più fare niente. Rattoppare è inutile. E’ tutto lì, l’amore.

***

Ero tornata ragazza. Era così che mi sentivo, che mi vedevo. Quando ero seduta al tavolino di un bar, mi sorprendevo a guardare un uomo poco distante: ne immaginavo il profumo, le carezze e persino l’intensità dei baci. Finivo per sorridere, imbarazzata ma felice. Finché non mi ricordavo di dover tornare a casa e di dover vedere Massimo, di dover passare del tempo con lui senza poterlo evitare. Vivevo di espedienti. La sera andavo a letto presto, anche se non avevo sonno, e se Massimo mi raggiungeva nell’immediato, fingevo di dormire. A fatica resistevo alle sue mani sul mio corpo. Avevo voglia, ma non con lui. Non cedevo. Non ero più una ragazzina, potevo controllarmi. L’astinenza mi confermò quello che già sapevo e cioè che non provavo più nulla per Massimo, nemmeno l’attrazione sufficiente per il sesso. Avrei potuto farlo, ma sarebbe stato come fare l’amore da sola. Era finita e me ne rammaricai. Era arrivato il momento di voltare pagina.

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Ehi, Sozaboy

Ehi Sozaboy.
Tanti amici che auspicano una carriera militare, o rimpiangono la leva obbligatoria, o pensano alla guerra non tanto come a qualcosa di necessario, ma proprio di normale, dovrebbero sentirsi chiamare ehi Sozaboy.

Sozaboy” è il titolo del romanzo più celebre di Ken Saro-Wiwa, l’intellettuale nigeriano assassinato – e non giustiziato – dal regime militare nel 1955, sotto la pressione della compagnia petrolifera Shell.

Un particolare macabro, ma che io trovo necessario: venne impiccato, ma il cappio fatto male impediva all’osso del collo di spezzarsi, strozzandolo solo; dovettero tirarlo su e lasciarlo cadere oltre la botola per ben quattro volte. Posso vederlo, Ken Saro-Wiwa, mentre si porta le mani al collo per allentare il laccio e piangendo chiede perché gli stiano facendo tutto questo.

Già. Perché tanta sofferenza?
E’ quello che si chiede Mene, il protagonista del romanzo. Che poi non è un romanzo, è il suo viaggio di formazione.
Anzi: è molteplici viaggi di formazione.

Sì, perché può esserlo per quel ragazzino che viene da Dukana, quel ragazzino con il serpente sempre ritto, attratto dall’uniforme e dal luccichio dei fucili; ma lo è anche per il ragazzino che viene da Dukana e vuole diventare un soldato per sentirsi importante; e forse anche per quel ragazzino che viene da Dukana e che pensa di conoscere la guerra perché ne ha sentito parlare, che sa come si combatte Hitla.

Oppure può esserlo per noi, che crediamo la guerra sia quella che ci mostrano ogni giorno in televisione, o nei film in cui Brad Pitt si barrica in un carrarmato e muore valorosamente dopo aver ammazzato mille nemici. Che poi, un nemico cos’è? Saro-Wiwa ce lo spiega: il nemico è un uomo con un’uniforme diversa che, come te, non sa per cosa stia combattendo. Ma la guerra è la guerra.

Sì, di sicuro può esserlo per noi. Noi che riusciamo a realizzare che la guerra c’entra con la morte solo quando fanno una strage nello stato accanto al nostro. Altrimenti, la guerra è semplicemente una cosa che esiste, da qualche parte. Che c’è sempre stata, insomma, e quindi amen. Perché la guerra piace a tutti, ma mica vogliamo finire in fanteria. No, a noi la guerra piace sì, ma quella che si combatte da casa, mentre mamma ci prepara un piatto di pasta per cena.

Sì, di sicuro può esserlo per noi che non sappiamo cosa sia un profugo e delle condizioni in cui i rifugiati hanno da sempre vissuto:
Questo campo è in realtà un vero e proprio letamaio umano e tutta quella gente che ora chiamano rifugiati ormai è gente che hanno gettato via come immondizia. Non servono più a niente. Non posseggono più nulla, in questo mondo. Neanche il cibo più comune da mangiare. E tutto quello che hanno, devono elemosinarlo prima di poterlo avere. Tutti i bambini hanno la pancia grande grande, come una donna incinta. E se tu vedessi le gambe e gli occhi. Sembra qualcosa che di solito vedi in un film o dentro la foresta malvagia degli incubi.

Già.
Ma quindi di cosa parla “Sozaboy”?

Sozaboy parla del male. Del male che è radicato nel mondo e che prende a schiaffi in faccia un ragazzo ingenuo come lo siamo, o lo eravamo, tutti. Parla di Mene, che finisce in una guerra più grossa di lui, decisa dai bianchi e combattuta dai neri, e che vuole solo ritrovare sua madre e sua moglie che ha più tette che anima. Sozaboy parla di una realtà che noi possiamo riuscire a vedere, a scoprire e a comprendere solo leggendolo. E solo leggendo, mi sento di dire. Perché è nei libri, in queste storie, che viene fuori la verità. E’ leggendo che viene il disgusto per la violenza, il ripudio per la guerra, e la voglia di non ascoltare mai più chi ti dice che è un suo diritto avere un fucile in casa e che il mondo è giusto, che deve funzionare così.

Per chi cercava una recensione, su internet ce ne sono sicuramente di esaustive.
Tutto quello che mi sento di dire io è che questo libro fa male. Molto male.

Ehi, Sozaboy.

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L’importanza di scrivere

L’altra sera ho ricevuto un racconto via email.
Era di una ragazza con cui avevo scambiato giusto qualche messaggio.
Pochi giorni prima mi dice che le piace scrivere e le chiedo di mandarmi qualcosa, che sono curioso.
Così, superate le remore o la vergogna, un paio di sere fa si decide a mandarmi due vecchi lavori.
Mi dice che sono un po’ datati: 2010 e 2012.

La sera stessa, prima di dormire, decido di leggerli, che in fondo Mo Yan per una volta può aspettare.
So di non avere davanti il lavoro di una professionista, eppure c’è qualcosa che non mi fa levare gli occhi da quella pagina. Questo qualcosa è la sincerità con cui è scritta.
Quel racconto, a differenza di tanti altri che ho letto – e anche di parecchi romanzi – è puro, vero, credibile.
Leggendo quelle parole, mi è sembrato di conoscere quella ragazza da sempre e poco importava se la storia fosse autobiografica o totalmente inventata: io sapevo di star leggendo semplicemente lei.

Poi una frase: Tu che avevi la pazienza di un amore discreto e rassegnato…

L’ho trovata di una bellezza disarmante. Poche parole di una forza incredibile. Persino in questo momento non riesco a fare a meno di leggerle e rileggerle e leggerle ancora. Quella frase racchiude un mondo di emozioni e di immagini. Quella frase mi ha reso invidioso di non esserne l’autore.
Ho finito di leggere il racconto con i brividi, quasi vergognandomi dello star spiando – seppur con il permesso – la vita e il passato di questa ragazza.
Ero stanco, ma dovevo assolutamente leggere anche il secondo racconto.

Una volta finito, sono rimasto fermo. Poi ho spento la luce e mi sono messo a dormire.

Quando mi sono svegliato, però, ciò che avevo letto la sera precedente era ancora vivo nella mia testa. Era qualcosa che io stesso avevo vissuto.
Ho deciso, allora, di prendermi due giorni per pensarci sopra. Ne avevo bisogno.
Quei due racconti avevano stimolato non solo il mio lato creativo, dandomi subito la voglia di scrivere, ma anche la necessità di maturare una riflessione; la sensazione che ci fosse qualcosa che mi stesse sfuggendo e che fosse proprio lì, a due passi dal comprenderla.

 

Oggi ho finito di leggere il romanzo “Il supplizio del legno di sandalo” del sopracitato Mo Yan e ci sono arrivato.
Anche la sua scrittura era autentica e sincera. Per quanto stesse raccontando una storia, c’era lui. La fase della dissimulazione era superata, non c’era più bisogno di nascondersi dietro a una penna. E ho provato la medesima cosa nel leggere Benni, o Pennac, o McEwan, e altri grandi narratori. C’è sempre un momento in cui ti rendi conto che è tutto vero. Che sì, tutte quelle pagine servono a trasmettere qualcosa e arricchirti.
Eppure, tutti questi autori, sentendoli parlare ti fanno desiderare di non averlo mai fatto. Vorresti rimanere sulle loro pagine, perché sai che il modo in cui si comportano non è sincero. E’ quella la vera maschera.
Ma la loro natura, la loro essenza, è quella di cui sono intrise le loro parole.

E allora ho pensato che essere un grande narratore voglia dire avere il coraggio di raccontare sé stessi attraverso le storie di altri e abbattere quel noioso muro che troppa gente si diverte a erigere tra fiction e non fiction.
Che essere un grande narratore, come diceva Carver, è vedere ogni evento della propria vita, piacevole o spiacevole che sia, come un’occasione. Un’occasione per raccontare qualcosa, per fare letteratura, per esprimere sé stessi senza sigillarsi nella propria maschera pirandelliana.

Ed eccola, la meraviglia della letteratura! Eccola, la meraviglia dell’arte! L’arma di chi non ha paura di mostrarsi, dei coraggiosi che davvero non temono giudizio e non si vergognano di farsi denudare da chiunque, aspettandolo con il cuore in mano come il Cristo Misericordioso.

E allora scrivete! Scrivete tutti!  Che tutti scrivano e possano sentirsi, per una volta, vivi.
Questo è il mio invito a raccontarvi, a farvi conoscere, a non avere pudore o vergognarvi.
A essere dei bambini che non guardano indietro con rammarico e avanti con rassegnazione.

Per quello che riguarda i due racconti, non smetterò mai di ringraziare quella ragazza per avermeli fatti leggere. Per avermi dato modo di migliorarmi e soprattutto, per aver mostrato uno scorcio della meraviglia che sta dentro di lei.
Anche se non lo ha mai pensato, anche se non ci ha mai creduto, anche se la scrittura rimarrà sempre il suo piacevole passatempo, lei è un’autrice migliore di un mucchio d’altri che possono vedere il proprio nome dietro la vetrina di una libreria.

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GIUDA

Giuda-Iscariota

Mi trascinarono sullo sterrato tenendomi per i capelli. Quando si furono stancati, me li tagliarono. Io non volevo. Io non capivo. Mi spogliarono e mi picchiarono. Quando fui esanime, si allontanarono. Sperai fosse tutto finito, ma in cuor mio sapevo che non era così.
Tornarono presto, ma non si avvicinarono.
Poi la prima pietra fu scagliata e mi colpì la spalla. Non dissi niente.
La seconda mi ruppe il ginocchio.
La terza il cranio.
Ma io rimasi zitto.

– Non lo posso fare, Maestro.
– Cerca di capire.
– Chiedilo a Marco, a Matteo. Loro ti seguiranno.
– Tu sei l’unico, fratello mio.
– Non lo voglio fare.
– Tu sei “colui che serve”. E’ nel tuo nome. E’ nel tuo sangue.
– Mi uccideranno.
– E’ nel volere di Dio.
– Sia fatta la sua volontà.
– E così sia.

Un bacio. Con un bacio. Morire per un bacio.
E dimenticarsi di quando si era bambini, di quando si giocava insieme. O forse ricordarlo troppo bene. Ai ricordi non puoi scappare. Io non ci sono riuscito. Non ho potuto. E non avrei voluto.

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IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

benjamin-lacombe

 

– Perché non vuoi più giocare? – chiese Giorgio.
– Perché bari – rispose Elena.
– Non è vero.
– Si. Sei un barone.
Elena si alzò e andò a sedersi sul letto, sul quale rimase a braccia conserte.
– Sei tu che non sai giocare – ridacchiò Giorgio.
Elena non rispose.
– Aiutami a mettere a posto.
– No.
Il bambino si alzò da terra e si avvicinò al letto, poi prese una bambola di pezza che ne stava ai piedi.
– Se non mi aiuti le strappo i capelli – disse, stringendo la bambola per il collo.
– Ridammela – urlò Elena, alzandosi.
– No. Adesso glieli strappo tutti.
Elena scoppiò a piangere e corse fuori dalla cameretta.
– Mamma, Giorgio vuole tirare i capelli alla signora Maria.
Sentendo quelle parole, il bambino lanciò la bambola sul letto.

– Non è vero, – urlò – è sul letto. Io non l’ho toccata, è una bugiarda.

– Sei ancora arrabbiato con me? – chiese Elena.
Giorgio la ignorò e continuò a disegnare.
– Cosa fai? – chiese la bambina avvicinandosi al fratello.
– Io con te non ci parlo – rispose.
– Sei una spia, – continuò – e sei anche bugiarda.
– Scusa – sussurrò la bambina.
– No.
– Posso disegnare anche io?
Senza aspettare la risposta, prese un foglio e un pennarello.
– Facciamo il gioco delle macchie? Chi le fa più belle vince.
Giorgio si portò le mani alle orecchie e cominciò a urlare per coprire la voce della sorella.
Elena, di tutta risposta, prese il foglio sul tavolo e lo strappò, guardando il fratello negli occhi.
Giorgio non picchiava mai Elena, perché sapeva quello che lo aspettava dopo. Non aveva tanto paura di sua madre, perché, alla fine, erano solo urla, quanto di suo padre che, infastidito e disturbato nel suo riposarsi, zitto zitto ne dava e tante. Non si picchiano le donne, diceva sempre. E lui pensava che sua sorella non era mica una donna, piuttosto una strega che faceva di tutto pur di rovinargli la vita. Se stava facendo i compiti, ad esempio, lei iniziava a canticchiare stupide filastrocche e si rifiutava di smettere, motivando con un ” avevi solo da finirli prima “. In compenso, lui non poteva fare nulla che la disturbasse, perché Elena chiamava subito la mamma che, un po’ perché era la femminuccia di casa, un po’ perché era la più piccola dei due, la proteggeva ciecamente, attribuendo al figlio anche colpe che non aveva. Giorgio aveva provato a dirlo, che voleva una stanza tutta sua e non una, come invece era, da dividere con il suo ospite indesiderato. Ma gli avevano detto che non si poteva fare, perché la sorella aveva paura a stare da sola, mentre avere un’altra persona nella stanza la rassicurava e faceva dormire.

– Giorgio, – l’aveva svegliato una notte – posso stare con te nel letto?
Vedendo che il fratello si girava dall’altro lato, lo scosse con la mano e continuò.
– C’è l’uomo nero, ho paura.
Giorgio non rispose, ma, come faceva sempre, si spostò un po’, facendole spazio nel letto. Elena gli si stringeva e gli dava un bacio sulla guancia, per ringraziarlo, e lui, anche se la notte ne faceva segreto, sorrideva e si sentiva sempre un po’ più grande.

Quando la mamma li aveva richiamati a sé, nel piccolo soggiorno, per dare loro quella notizia, entrambi erano dapprima rimasti fermi, ancora increduli, per poi iniziare a saltare ed abbracciarsi. Tornare da soli a casa, dopo la scuola, voleva dire essere grandi e di certo avrebbero avuto, finalmente, un motivo di vanto nei confronti dei loro compagni. Giorgio non sarebbe più stato deriso per quella volta che se l’era fatta addosso, in classe, ed Elena avrebbe di certo ricevuto le attenzioni del bambino più grande.
Così accettarono di buon grado di ascoltare tutte le istruzioni e le raccomandazioni della madre. Il padre, quella sera, gliele aveva ripetute. Non dovevano separarsi per alcun motivo, non dovevano parlare con gli sconosciuti, né accettare da loro caramelle o altri regali. Poi li aveva portati alla finestra e aveva indicato loro l’unico incrocio che avrebbero dovuto attraversare, in quelle poche centinaia di metri che separavano la scuola elementare dalla loro casa.
Quelle istruzioni, Giorgio ed Elena, le seguivano sempre alla lettera, diligentemente, e nessuno dei due aveva mai pensato di disobbedire.
Venne il giorno, però, in quei primi della primavera, che Giorgio dovette rimanere a letto con l’influenza e la sorella s’era ritrovata sola nel ricoprire, ogni giorno, quella distanza che a lei sembrava così lunga, senza nessuno con cui parlare. Era un mercoledì quando Giorgio, seppure febbricitante, s’era accorto che stava aspettando Elena più di quanto avveniva normalmente. Rimase con gli occhi fissi sull’orologio appeso di fronte al suo letto e ne seguì le lancette fino a che non indicarono le tredici e diciotto, orario in cui sentì la chiave girare nella porta e vide la sorella entrare in stanza e buttare lo zaino per terra.

– È tardi – disse, indicando l’orologio.
– La maestra ci ha fatti uscire dopo, perché doveva finire di parlare di Giulio Cesare.
– È tardi – ripeté.
– Se non lo dici a mamma e papà, ti lascio usare i miei pastelli nuovi – lo pregò Elena, col grembiule blu in mano.
Giorgio sorrise.
– Però non me li rompi – aggiunse la bambina.
– No.
L’unica cosa che gli piaceva davvero della sua cameretta, pensava Giorgio, era che la portafinestra dava su un piccolo giardinetto, tutto loro. Quando faceva bel tempo, lui ed Elena uscivano fuori a giocare e non era come ai giardinetti, dove avevano sempre da contendersi con altri bambini ora il pallone, ora la corda per saltare. E poi la stanza era luminosa di pomeriggio e Giorgio poteva mettersi per terra a disegnare, ma in ombra la mattina e il risveglio non era forzato dalla luce del sole. Giorgio era felice che la veneziana fosse rotta, perché poteva addormentarsi guardando la luna. Sperava che i genitori non l’aggiustassero più. Al contrario, Elena non riusciva a dormire se non con il fratello, perché vedeva le cose e si spaventava. Le ombre dei rami di un albero erano fauci di orsi e altre bestie, il fischio del vento il loro ruggito.
Giorgio era alla fine della sua convalescenza e, quando tornò la sorella, stava disegnando coi pastelli, guardandosi nello specchio delle principesse e facendo uccidere la signora Maria ad un soldato.
– Non hai più niente da darmi – disse annoiato.
– Non è vero – rispose Elena, facendo attenzione alla sua bambola.
Tirò fuori dalla tasca del grembiule dei cioccolatini e glieli porse.
– Li ha portati a scuola Michele, oggi è il suo compleanno – si affrettò a dire.
Giorgio si fermò a guardarla e si domandò cosa ci trovassero gli altri, in quella bambina dagli occhi scuri ed i capelli biondi. Si strinse nelle spalle e continuò a colorare un cavaliere accanto ad un drago, con un orso morto accanto.
– Questi sono con la nocciola, come piacciono a te – insistette, porgendoglieli.
– Non li posso mangiare. Ha detto mamma che il cioccolato mi fa male, perché lo stomaco non sta bene. Devi darmi qualcos’altro.
– Ma ti ho dato tutto – replicò la bambina, rimettendosi i dolci nella tasca.
– No – disse Giorgio, guardando la mensola sopra il letto di Elena.
A malincuore vi si avvicinò e tirò fuori un quadernetto rosa, chiuso con un piccolo lucchetto.
– Tieni, – disse – però non dire niente.
Giorgio si portò la mano alla bocca, mimando il gesto di chiudere una cerniera.
– Sei il fratello migliore del mondo.
– Sì.
Di pomeriggio, la madre aveva controllato la gola a Giorgio e, soddisfatta, aveva detto che era quasi guarito. Lui aveva provato a tossire, ma si era sentito dire che era una pessimo attore. Lunedì avrebbe potuto tornare a scuola. Giorgio annuì alla domanda se avesse fatto i compiti, ma dentro di sé sapeva che non era affatto vero e che, a dirla tutta, non si era nemmeno preoccupato di chiederli a qualcuno.
– Sono contenta che stai meglio – gli disse Elena.
Giorgio restituì uno sguardo poco entusiasta.
– Così possiamo di nuovo andare a scuola insieme.
Questa volta Giorgio sorrise.
– Giorgio.
Nessuna risposta.
– Giorgio – sussurrò ancora Elena.
– Cosa vuoi?
– Non riesco a dormire. Posso stare nel letto con te?
Giorgio, come sempre, le fece spazio.
– Grazie.
Giorgio si alzò all’improvviso.
– Elena. Elena, svegliati.
– Dimmi
– Guarda! Guarda fuori. C’è qualcosa.
Elena si tirò su e guardò l’ombra che la luna allungava sul letto.
– E’ lui. Quello del diario. E’ l’uomo nero – urlò Giorgio, terrorizzato.
Due occhiali si schiacciavano sul vetro esterno della portafinestra, i palmi delle mani sudati.
Elena si risdraiò, coprendosi.
– Non ti preoccupare, – disse – è il mio fidanzato.

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