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Psicosi 3

Ho trascorso il primo giorno a casa davanti al televisore. Era un mercoledì. Mi sono svegliato alle sette, come sempre, per abitudine, e ci ho messo un po’ a far passare quel senso di urgenza che mi attanagliava ogni mattina. In silenzio, mi sono vestito per andare a lavoro pur sapendo che non sarei andato oltre la cucina. Volevo che qualcosa rimanesse invariato, quotidiano.
Ho caricato la moka e mi sono seduto ad aspettare che Aurora si svegliasse. Non ero abituato a quella calma. L’orologio scandiva un tempo che non mi apparteneva, di cui avevo solo il ricordo. Ho preso il cellulare e ho controllato i siti dei vari quotidiani. Il numero di infetti si era alzato e c’era stato un picco di morti. Sono andato in soggiorno e ho preso un libro per distrarmi. Sulla poltrona, ho iniziato a sfogliare le pagine di un vecchio saggio di Schlegel. Trovato il segno, mi sono sforzato di leggere; senza riuscire. Era un plico di pagine bianche. Ho guardato la copertina, poi il dorso. L’ho riposto. Ho preso dalla libreria un romanzo di Simenon, e il telecomando. Il volume era basso dalla sera precedente. Aurora aveva guardato un film, io ero andato a dormire che mi si togliesse dalla testa lo scarponcino in camoscio di Marco. Aurora mi ha chiesto di stare insieme, che mi avrebbe fatto bene. Ha sorriso, ma stare bene non era quello che volevo. Quanti anni aveva Marco, mi sono chiesto? Non morivano solo i vecchi? 
Ogni canale aveva un giornalista, un medico e il suo contraddittorio. Quando il medico profetizzava che non sarebbe finita in fretta, la conduttrice lo interrompeva sorridendo e lanciava la pubblicità. Comparivano dei numeri, ci si chiedeva di donare a qualche istituto. Cambiavo canale, ma non c’era differenza tra uno studio e l’altro. A volte l’inquadratura si stringeva sulle labbra di un politico che elencava i doveri della classe dirigente e le proposte del suo partito. Bisognava collaborare, ma si provava a far cadere il governo. C’era chi si scusava coi cittadini, chi prometteva discontinuità, una nuova rotta. Più spesa, dicevano, e che l’Europa doveva ascoltare. Budapest ti sarebbe piaciuta, ho pensato. C’è una piazza, a Budapest, una piazza con un grosso monumento dedicato ai russi che avevano liberato la città dall’occupazione nazista. Gli abitanti non sapevano ancora cosa serbasse loro il futuro, della repressione, dei pogrom, delle fucilazioni. Quando il regime comunista cadde, i cittadini portarono fuori dalla città i monumenti eretti durante l’occupazione. Tutti tranne uno. Se avessero sgomberato la piazza di quel grosso monumento alla liberazione, in Russia ogni singola bara ungherese sarebbe stata scoperchiata e i morti sarebbero stati ammucchiati, forse a bruciare, forse a decomporsi. Gli ungheresi, messi alle strette, si limitarono a privare il monumento dell’illuminazione. Ricordo la mia mano in quella di Aurora, una notte sotto la pioggia, a guardarlo. La piazza buia, a eccezione di un piccolo rettangolo giallo, l’ufficio di qualche impiegato dell’ambasciata americana. Dietro al monumento, un bronzeo Ronald Reagan guardava verso casa, il passato alle spalle. 
Il presidente degli Stati Uniti d’America non avrebbe limitato la libertà dei suoi cittadini per una banale influenza. Lo proclamava con le labbra contratte in una smorfia, i capelli tinti fermi in un riporto. Intorno agli occhi la pelle era più chiara, come se avesse dormito sotto al sole con una mascherina. Mi sono ricordato di averlo visto in un manifesto a Londra, anni prima, stretto in un bacio appassionato con il leader britannico euroscettico. Avevano poi vinto, la Gran Bretagna non sarebbe più stata Europa. 
Il presidente degli Stati Uniti d’America non avrebbe limitato la libertà dei suoi cittadini per una banale influenza, proclamò, mentre i suoi funzionari trattavano in segreto con un’azienda tedesca per assicurarsi l’esclusiva sul futuro vaccino.
Ho sentito Aurora sbadigliare. Sono tornato in cucina e ho messo la moka sul fornello. Il fuoco basso, che il tempo non sarebbe mancato.

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Psicosi 2

Hanno diminuito le corse dei pullman, poi quelle della metropolitana. Ho iniziato ad andare al lavoro in bicicletta e pedalavo nelle strade deserte. Ogni tanto la sirena di un’ambulanza si faceva vicina, per poi disperdersi in qualche vicolo. Agli incroci si vedevano i primi posti di blocco della polizia. Ti fermavano, chiedevano dove andavi, verificavano, e facevano cenno di andartene. Qualcuno gli dava dei fascisti dal balcone. Loro alzavano la testa, sorridevano. 
Non avevo più bisogno di legare la bicicletta. Continuavo a farlo per abitudine, perché la mia quotidianità era ancora quella e nella mia quotidianità avevo bisogno di legare la bicicletta. Davanti al portone c’era il solito ragazzo che raccoglieva firme per una ong. Indossava la mascherina sotto gli occhi smarriti. In silenzio porgeva i fogli e la penna, ma era solo un accenno. Non parlava. Va’ a casa gli dicevo.
Nell’androne aspettavo l’ascensore osservando il mio riflesso nello specchio ossidato che mi stava di fronte. Avevo l’aria stanca e i capelli lunghi. I barbieri avevano chiuso. Dovevo chiedere ad Aurora di tagliarmeli.
In ufficio cercavamo di sdrammatizzare. Marco, dall’altro lato della scrivania, teneva aperto il sito dell’ambasciata ungherese. Doveva andare a Budapest con la fidanzata, i biglietti presi da mesi. Non ti fanno partire, gli ripetevo. Lui mi guardava torvo da sopra al monitor. Annamaria arrivava dal suo ufficio e mi rimproverava di lasciarlo stare. Era nuovo Marco, aveva voglia di farsi notare. Indossava delle camicie a quadri e degli scarponcini in camoscio, puliti e lucidi. È solo un’influenza, ripeteva. Una brutta influenza
Eravamo intasati dalle email di fornitori e distributori. Lo Stato aveva imposto delle restrizioni, intere città bloccate e i militari a presidiarne le uscite. La filiera era saltata e lavoravamo muovendo merce che non esisteva, credendo in un’inversione imminente, repentina. Non ci fu.
È andata avanti così per qualche giorno. In strada aumentavano le pattuglie e in ufficio l’apprensione. Quando arrivavo, non vedevo più il ragazzo delle firme davanti al portone. Alcuni colleghi si erano messi in ferie per stare a casa con i figli, perché le scuole avevano chiuso. Io telefonavo ad Aurora, e ridevo. Lo facevo per tranquillizzare Marco, per convincerlo che andasse tutto bene. Così dicevo ad Aurora che ci stavamo rilassando, che rubavamo lo stipendio; poi guardavo Marco e ridacchiavo che lui no, lui era ancora in prova.
A volte gli sgattaiolavo dietro, tornando dal bagno, mentre cercava l’Ungheria nella lista dei Paesi che impedivano voli dall’Italia, e iniziavo a tossire con forza. Lui si stringeva nelle spalle, Annamaria si sporgeva dall’altra stanza. 
Sedendomi alla scrivania, guardavo dalla finestra le Alpi fare da sfondo a una piazza deserta.

Una mattina ho trovato il portone socchiuso. Dall’androne e dalle scale veniva un vociare confuso, concitato. Al secondo piano la porta dell’ufficio era spalancata. Prima che potessi avvicinarmi, Annamaria è uscita, sconvolta. «Non entrare, Massimo» ha detto sbarrandomi il passaggio, le braccia aperte. «Non entrare.» Da dietro la porta, a terra, una gamba e un piede e uno scarponcino in camoscio, immobile. 
Alle mie spalle passi veloci e pesanti per le scale. Degli uomini vestiti di tute chimiche bianche ci hanno oltrepassati, le facce nascoste da grosse mascherine. 
«Ha iniziato a tossire, poi è caduto» ha detto Annamaria, seguendoli. «Non risponde.» Si è girata e mi ha fatto cenno di andarmene, prima di chiudersi la porta dietro. 
Sono tornato a casa, e da allora non sono più uscito.

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Psicosi 1

È successo tutto molto in fretta, in realtà. A guardare le strade vuote e silenziose, le serrande abbassate, le persiane chiuse, si potrebbe pensare a una situazione immutata da quanto, mesi? Anni? Invece sono bastati pochi giorni. All’inizio mi veniva in mente una sola parola: psicosi. Vorrei saperne dare la genesi, di questa parola. Genesi. È così biblico. Non lo è? Quello che sta accadendo, voglio dire. 
Attraverso le fessure della veneziana guardo la fermata del pullman. Lo faccio soprattutto nelle ore di punta. O meglio, in quelle che lo erano. Cerco di immaginarla in un giorno di pioggia, con le persone che si stringono sotto la banchina, e il pullman che arriva sbuffando, stanco. Qualcuno non riesce a salire e rimane lì, sotto la tettoia gocciolante. Sono giorni che non c’è più nemmeno quel qualcuno.
Nessun rumore. 
Lo dicevo ad Aurora qualche tempo fa. Le chiedevo se riuscisse a immaginare la città silenziosa, come una volta. Tra tanti anni, con le auto elettriche, pensavo. Ora non serve più immaginarla. Tutti direbbero che è tranquilla, ma io dico disturbante. Una sera, in televisione avevano parlato di una ricerca svedese sul rumore delle città. C’era una classifica. Quelle peggiori erano sempre le stesse. Torino mancava. Nessuno dice mai nulla su Torino. Comunque, i rumori insopportabili sono il martello pneumatico e gli schiamazzi, più dello stridio della forchetta sul piatto. Non ho letto il silenzio. Eppure è il rumore peggiore, ora lo so. Le città dovevano essere orribili, prima. 
I telegiornali hanno sempre detto che la situazione era grave e che bisognava preoccuparsi, ma per i politici era tutto sotto controllo. A chi credere? Io e Aurora ci guardavamo, senza risposte. 
Ogni mattina un uomo entrava in cortile con la bicicletta. Si fermava davanti ai bidoni della plastica e iniziava a frugare, smuovendo la spazzatura con uno stecco di ferro. Quando trovava qualcosa, lo esaminava e lo riponeva in una cassetta della frutta usata come portapacchi. Per anni ho spiato quell’uomo da dietro la tenda. Per anni ho desiderato che chiudessero a chiave il cancello, che non potesse più entrare, di urlargli dietro che il mio era un cortile rispettabile. Poi ha smesso di venire. Eppure non è cambiato niente: il cancello è ancora aperto e io sono ancora alla finestra. Lui, però, non l’ho più visto. 

Prima, quando tutto era sotto controllo, andavo a lavoro con superbia. In metropolitana facevo le foto di nascosto a chi indossava la mascherina. Psicopatico, pensavo. Le mandavo ad Aurora e ridevamo. Stavo in mezzo agli altri passeggeri, fiero. Ero superiore. 
Una mattina i vagoni erano vuoti. L’orario era quello di sempre. Ho provato disagio. Non sono sceso, non mi sono presentato a lavoro. Sono andato fino al capolinea, e poi indietro. Seduto, guardavo il mio riflesso viaggiare nel tunnel illuminato della metropolitana. Per la prima volta in dieci anni mi sono accorto che quando il treno si ferma, le porte del vagone non combaciano con quelle della stazione. Mi sono chiesto se dovesse essere così. 
Mi sono accorto anche dei cinesi, di quanti fossero, del fatto che non stessero a casa. Vederli con le mascherine mi infastidiva. Ero dispiaciuto che i loro ristoranti stessero chiudendo, che non ci fossero clienti ai tavoli, ma preferivo non averli in metropolitana. Perché non si mettevano in quarantena? Era più sicuro. Per loro, intendo. Se ne saliva uno, mi allontanavo. Pensavo sarebbe stato meglio per loro stare in quarantena. Alcuni erano stati aggrediti. Non era più sicura, la quarantena? Non farsi vedere per un po’, far calmare le acque. Per buon senso, ecco.
Col passare dei giorni non è cambiato molto. I vagoni erano deserti. Gli unici passeggeri si appoggiavano a grossi trolley. Scendevano tutti a Porta Nuova e nessuno saliva. 
A casa lo dicevo ad Aurora. Quando rientravo, la trovavo sdraiata a letto, il laptop sulle cosce nude. Lei non doveva andare in ufficio, le bastava il computer. Non aveva molto da raccontarmi. Niente aneddoti sui colleghi, o sul capo. Non le piaceva lavorare così. Aveva bisogno di uscire, di tornare tardi e vedere un rifugio nella nostra casa. Così era un posto come un altro, diceva. Tutto uguale, pensavo io, cambiandomi. 
Cucinando, guardavo dalla finestra le strade deserte. Dalla televisione qualcuno ammoniva di non assaltare i supermercati, che le scorte non sarebbero finite. Ci abbiamo creduto. 
In una trasmissione, un politico emaciato stava contraddicendo un medico. Non c’era da preoccuparsi, non dovevamo cambiare stile di vita. Lavarci le mani un po’ di più, nient’altro. Un’influenza, diceva. È solo una brutta influenza. Abbiamo spento e lasciato i piatti sporchi nel lavello. Abbiamo fatto sesso con i vestiti ancora addosso.

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Quo vadis?

I

“Ho bisogno di un biglietto per Torino” disse l’uomo. Indossava un completo nero; sotto una camicia bianca di Sea Island, chiusa fino al colletto, stretto da una cravatta azzurra, con una fantasia a righe blu scuro. Dall’altra parte dello sportello una ragazza minuta prese a controllare sullo schermo del suo computer. Quando non digitava sulla tastiera, la mano destra accarezzava i capelli scuri, seguendone la lunghezza fino alle spalle, sulle quali ricadevano ordinati.
“Il primo treno parte alle diciannove e quindici” disse la ragazza alzando gli occhi sull’uomo. Questi fece “sì” con la testa, prima di spostare lo sguardo sul tabellone elettronico delle partenze. Per un attimo si chiese se fosse necessario tornare a Torino. Avrebbe potuto andare ovunque, o non partire affatto. Cominciò a pensare che stava reagendo in maniera spropositata; che in fondo non era successo nulla.
“Immagino lei preferisca un posto in Business Class” disse la ragazza.
“Preferisco l’economica” disse l’uomo.
La ragazza lo guardò.
“Sono trentotto euro.”
L’uomo sfilò dal portafoglio una banconota da cinquanta e gliela porse.
“Voleva anche il ritorno?”
“Non credo. No. Grazie” disse. Aspettò che la ragazza stampasse il biglietto, poi si allontanò.
Decise di andare alla banchina, anche se in anticipo di due ore. Il tabellone delle partenze indicava solo la destinazione e l’orario: era troppo presto perché informasse anche sul numero del binario. Lui, però, si diresse deciso al nove. Sapeva che il treno sarebbe passato da lì. Tutte le volte che era andato in stazione convinto di partire e tornare a casa, prima che gli venisse a mancare il coraggio e rinunciasse, aveva visto che quel treno si sarebbe fermato a quel binario.
Si sedette a una delle panchine e tirò fuori dalla tasca destra della giacca una busta da lettera piegata in due. Chiuse gli occhi, mentre ne percorreva la superficie con le dita. Ripensò alla prima volta che la prese in mano. Era in casa e stava lavorando nel suo studio, quando sentì il citofono suonare. Pensò fosse pubblicità – anche se accanto al portone una targhetta d’ottone informava che i condomini non desideravano riceverla – e rimase chino sul proprio lavoro. Quando suonarono una seconda volta, però, si decise a rispondere. Mentre aspettava l’ascensore, si chiese cosa avrebbe potuto consegnargli il postino: acquisti per corrispondenza non ne aveva fatti, quindi perché farlo scendere a firmare la ricevuta?
Il postino era un uomo sulla quarantina. Era basso, panciuto, con un cappellino giallo sulla testa, a coprirne le stempiature.
“Lei è il signor Borioso?” chiese.
“Sì.”
“C’è una lettera per lei, una raccomandata con ricevuta di ritorno.” disse “Mi deve mettere una firma qua”.
Porse all’uomo la lettera, poi mise una mano nella tasca posteriore dei pantaloni e ne tirò fuori un piccolo computer palmare.
“Scusi, dove devo firmare?” chiese l’uomo.
“Qua” ripeté e indico lo schermo.
Il signor Borioso guardò il postino raggiungere la propria vettura con passi corti e veloci, poi rimase fermo nell’androne del palazzo con la lettera in mano. Sopra c’era il suo indirizzo, in piccolo, e una grossa scritta a inchiostro blu, di chiara calligrafia femminile, che diceva “Per Iso”. Passò tutta la superficie della busta con l’indice e il medio della mano destra, seguendone le increspature filacciose. Aveva ricevuto altre volte lettere in carta di riso, ma erano passati ormai anni. Serrò la mascella e tornò in casa, pensieroso.

L’altoparlante annunciò un ritardo con seguenti scuse verso gli utenti e questo distrasse l’uomo dai suoi pensieri. Ma solo per un momento. Il fastidio che aveva provato quando aveva aperto la lettera, una volta tornato nel suo studio, non si era ancora consumato, nonostante fossero passati sei giorni. Si chiese allora se stesse facendo la cosa giusta: in fondo perché era là? Che motivo aveva di tornare a Torino?

II

“Lucia si sposa,” pensò “Lucia si sposa.”
Quand’era rientrato in casa, dopo che il postino gli aveva consegnato la lettera, e lui l’aveva aperta, s’era sentito mancare. Un invito al suo matrimonio. Ma con chi poi? Perché? E soprattutto non poteva lasciarlo in pace? La lettera diceva pressappoco “Saremmo felici se tu venissi al nostro matrimonio domenica venticinque marzo. Fabrizio e Lucia.” Un biglietto prestampato. Non gli sembrava possibile. Eppure -se lo ricordava – si erano promessi di sposarsi. Sotto il noce, in quel pomeriggio autunnale. Lei si era stretta a lui, aveva lasciato che la baciasse e poi gli aveva promesso che lui sarebbe stato suo marito.
L’altoparlante avvisò della partenza del treno.

A un’ora dall’arrivo lo scompartimento non si era ancora riempito. I due posti accanto a Iso erano liberi. Davanti a lui un uomo stava dormendo, la testa reclinata indietro e la bocca socchiusa. Aveva un maglione blu scuro, dei jeans che calzavano un po’ larghi e un paio di scarpe da ginnastica. Accanto a lui un bambino di otto – nove anni continuava a chiedere alla madre il telefono cellulare. All’ennesimo tentativo, questa si arrese e il bambino iniziò a premere il pollice su vari punti dello schermo del telefonino. Dopo qualche minuto lo restituì alla donna e prese a muoversi su e giù per il sedile in velluto sgualcito, scivolando fino al pavimento verdognolo. La madre continuava a dirgli di stare fermo, guardandosi attorno imbarazzata.
“Tirati su” disse. “Subito.”
Il bambino la ignorò, ma si fermò comunque. Prese a ispezionare Iso, affascinato dal suo completo nero. Iso guardò il bambino e poi la madre, che arrossì. Si soffermò sul seno, messo in risalto da un’abbondante scollatura. La maglietta scendeva sui fianchi aderendovi, lasciando scoperta parte della pancia. I pantaloni di velluto nero erano attillati alle gambe magre della donna e scomparivano dentro a un paio di stivaletti in pelle senza tacco. Iso pensò che non potesse avere più di trentacinque anni. Alzò lo sguardo fino ad incontrarne gli occhi: erano castani con delle scintille di nero. Lei si voltò a destra, verso il corridoio, e accavallò le gambe con fare provocante. Iso guardò il bambino, che adesso era seduto composto con la testa ciondolante in avanti, poi si alzò ed uscì dallo scompartimento, poggiandosi con la schiena al finestrino del corridoio. Si portò le mani al collo e strinse il nodo della cravatta, tirando in fuori il petto. La donna lo seguì, gli si fermò davanti e proseguì. Il suo modo di camminare, un piede davanti all’altro, scaldò il sangue dell’uomo che, dopo aver chiuso la porta dello scompartimento, le si fece dietro.
Bussò ai servizi.
“Occupato” disse la donna.
“Sono io” rispose Iso.
La porta si aprì ed entrò, noncurante che qualcuno potesse vederlo.
La donna si accese una sigaretta.“Fumi?” chiese.
“Ho smesso.”
Lei gliene porse una e lui se la portò alla bocca.
“Tuo figlio è rimasto da solo con quel vecchio” disse.
“Non gli succederà niente, per cinque minuti.”
“Sei sposata?”
“Ci stiamo separando” disse stringendosi il braccio sinistro sotto il seno.
“Tu sei sposato?”
“No.”
Lei lo guardò per un attimo, speranzosa, poi butto la sigaretta nel gabinetto. Gli si avvicinò e gli prese la testa tra le mani, carezzandogli le guance.

III

Quando la donna uscì, Iso si appoggiò con le mani sul lavandino e si protese in avanti, quasi a sfiorare lo specchio con il naso. Si guardò negli occhi. Erano verdi, piccoli, due fessure. Li chiuse. Rimase fermo e pensò a Lucia e al suo matrimonio. Si chiese se avrebbe potuto cambiare le cose e se lei lo amasse ancora, nonostante fossero passati così tanti anni, nonostante l’avesse abbandonata. Le immagini di quel giorno gli tornarono in mente, vive. Il sole di agosto, l’odore dei mobili in mogano di casa sua, le lacrime di sua madre e le spalle di suo padre.

Riaprì gli occhi e si sciacquò la faccia, poi uscì.

Trovò lo scompartimento vuoto. Un senso di delusione lo strinse. Sperava di ritrovare la donna e di poter continuare a giocare con la sua complicità, ma poi pensò che fosse meglio così, che di lei rimanesse solo un ricordo pronto a sbiadire.
Si sedette vicino al finestrino e guardò fuori, cercando di capire quanta strada ancora lo tenesse lontano dalla sua Lucia. Ricordò il suo viaggio di sola andata per Bologna. Il treno era pieno si ritrovò in piedi nel corridoio, a terra il suo borsone con dentro lo stretto indispensabile. Aveva avuto poco tempo per riempirlo, mentre sua madre continuava a urlare e tirarlo per un braccio, nel tentativo di fargli cambiare idea. Ma lui aveva già preso la sua decisione, il bisogno di uscire da quella casa e di lasciare Torino era troppo forte. Suo padre rimase in soggiorno a leggere il giornale, senza mai degnarlo di uno sguardo.

I suoi pensieri vennero interrotti dalla donna che si precipitò nello scompartimento.
“Mio figlio è sparito” disse sgomenta.
Iso esitò qualche istante, poi si alzò e si avvicinò alla donna.
“Quando sono tornata,” riprese lei “qui non c’era più nessuno. Ho fatto il giro di tutti gli scompartimenti, ma niente.”
La donna scoppiò a piangere e si lasciò andare tra le braccia di Iso che iniziò a sentirsi un po’ in imbarazzo, non tanto per la situazione in sé, quanto per l’idea che si stava facendo strada nella sua testa e cioè di essere colpevole della scomparsa del bambino. Come aveva fatto a lasciare che il suo egoismo e i suoi istinti prendessero il sopravvento sul buon senso? E lei, questa donna che stava sfruttando solo una nuova occasione per stringersi al suo corpo, che razza di madre era?
L’allontanò e le chiese se fosse andata dal controllore. La donna fece no con la testa. Iso uscì sul corridoio e si guardò attorno. Non c’era nessuno, al di fuori di un ragazzo che gesticolava animatamente durante una telefonata.
“Vieni,” disse alla donna “muoviti.”
“Cristina. Mi chiamo Cristina” rispose lei, asciugandosi gli occhi.
Iso non le rispose e si diresse verso la fine del vagone. Lei gli stava appena dietro e lo guardava.
“Non mi hai detto come ti chiami.”
“No” rispose Iso, senza voltarsi.
Cristina gli prese il braccio per farlo fermare.
“Smettila.”
Iso fece finta di niente.
“Ma cosa credi, che sia un oggetto? Finché dovevi divertirti, tutto sorrisi e attenzioni, e adesso che non ti servo più mi tratti come se fossi una puttana.”
“Sto cercando tuo figlio” rispose Iso senza scomporsi.
“Solo perché ti senti in colpa.”
Iso si fermò.
“Li conosco quelli come te. Quelli che muovono il culo solo per il proprio interesse. Ora ti senti in colpa e hai bisogno di levare questa macchiolina dalla tua coscienza. Ma ti dico una cosa, tesoro: sei così sporco che non cambierà niente. Ma tu ti sentirai felice, certo. Penserai di essere una brava persona. Ma non lo sei, credimi. Non lo sei.
Iso si girò bruscamente e la donna si sentì intimorita. La guardò negli occhi, ma lei abbassò lo sguardo. Rimasero così, fermi, in silenzio.

“Mamma.”
Iso e Cristina si voltarono. Davanti a loro, stava in piedi il bambino, tenuto per mano da un controllore.
“E’ lei la tua mamma?” gli chiese l’uomo.
Il bambino annuì. La donna andò ad abbracciarlo e scoppiò a piangere.
Il controllore le spiegò che il vecchio dello scompartimento doveva scendere e, non volendo lasciare da solo il bambino, vedendolo passare, aveva pensato di lasciarglielo in custodia. Di non preoccuparsi, che non era successo niente.
Cristina lo ringraziò e, preso per mano il bambino, fece per tornare allo scompartimento.
Quando gli passò accanto, Iso le sussurrò che doveva scendere.
Lei non lo guardò nemmeno e Iso la seguì con lo sguardo, finché la porta del vagone non le si chiuse alle spalle.
Si appoggiò con la testa al finestrino, stanco, e sospirò.

IV

Esistono due tipi di uomini: quelli che vivono per il futuro e quelli che vivono nel passato.
Con la mano già sul portellone, Iso provò a ricordarsi il sapore dell’aria di Torino. Chiuse gli occhi e inspirò, ignorando l’acredine del vagone. Per un attimo si vide bambino, con il pallone in mano e il fiume alle spalle e gli uomini sdraiati a dorso nudo sull’erba del parco, ad accarezzare i capelli delle loro donne; poi ragazzo, i portici di via Po a proteggere il suo amore per Lucia; infine uomo, l’aria pesante della città a spingerlo sul treno per Bologna.
L’emozione lo colse e decise di abbandonarsi al flusso di passeggeri che lo trascinò fuori dal treno.
Ma il passato è un biglietto di sola andata e questo Iso lo capì solo quando ad accoglierlo fu una stazione sotterranea, ai muri i cartelli che vietavano di fumare, e quell’odore che appartiene solo al progresso, a chi ti ricorda che non hai scampo.

Fuori, la luna aveva già abbracciato Torino. Quella stessa luna che era l’unica cosa di familiare riuscisse a vedere. Un tassista gli fece un cenno, pronto a sacrificarsi per un’ultima corsa. Confortato dal rifiuto di Iso, rientrò nel suo taxi e partì, le luci ancora spente. Iso lo guardò allontanarsi, prima di incamminarsi in direzione opposta. Si ricordava di un albergo del centro. Per quella notte sarebbe andato bene, il giorno dopo sarebbe tornato a casa.
Incrociò lo sguardo di Lucifero, l’angelo che sormontava il gruppo statuario di piazza Statuto. Si diceva controllasse l’ingresso dell’Inferno. Se lo lasciò alle spalle e imboccò una via Garibaldi stranamente deserta e buia. Le serrande dei negozi erano abbassate, eccetto quella di un piccolo bar-tabacchi, che illuminava uno scorcio di strada. Sotto i riflettori, un tavolino in ferro battuto e due sedie di plastica bianca. Si ricordò delle mattinate passate nei dehor dei bar a fumare, provando a leggere le storie scritte nei libri ingialliti e nei movimenti delle persone che scorrevano veloci davanti ai suoi occhi.
Decise di sedersi, ma in quel momento non aveva con sé né libri, né sigarette, né, tantomeno, c’era passaggio. Ordinò comunque un caffè e un pacchetto di leggere. Il sapore di tabacco trovò terreno lasciato fertile dal gusto forte del caffè e Iso si chiese come avesse fatto a privarsi di quel piacere per così tanti anni. Era a metà della terza sigaretta, quando il barista gli fece capire che stavano chiudendo. Iso la spense e si affrettò a pagare.

L’albergo era come lo ricordava: il portone rotto e la luce delle scale, debole, ammiccava con complicità ai pochi avventori.
Un uomo ubriaco dondolava, poggiato al bancone della reception, mentre una donna minuta, ma grassottella, sfogliava le pagine bianche del registro. Aveva i capelli corti e stinti e gli occhi di chi non ha più nulla da vedere.
– Vuoi una camera, tesoro? – chiese annoiata.
La voce della donna, poco più del ronzio prodotto dalle pale del lampadario, sembrò turbare l’ubriaco che, seppur con fatica, si voltò verso Iso. Un movimento macchinoso e speculare a quello del piccolo ventilatore da tavolo alle sue spalle. In quella stanza tutto pareva immobile, opera di uno scultore alle prime armi. L’aria stessa, pigra, restava indifferente alle pale e al ventilatore. Non c’era alcun motivo di muoversi.
– Se ne ha ancora una libera – rispose Iso.
– Prova con la tre, tesoro. La chiave è alla porta, tesoro.
Gli fece scivolare davanti il registro.
– Se aspetti qualcuno, tesoro, basta la tua firma.
– Nessuno, non aspetto nessuno.
– Vuoi un po’ di compagnia, tesoro? – chiese sporgendosi sul bancone.
– No, grazie – rispose Iso.
La donna rimase così, con gli abbondanti seni schiacciati contro il piano di legno scolorito.
– Offre la casa – disse l’ubriaco, senza muovere gli occhi dalla scollatura della donna. Questa rise di un sorriso di femmina.
Iso declinò ancora l’offerta e si diresse verso la stanza numero tre, lasciandosi alle spalle la profanità di quello strano presepe.

La chiave riposava nella toppa, impolverata, e brontolò non poco, prima di rassegnarsi al volere di Iso. La stanza era piccola e l’unica fonte di luce era una abat-jour che, più che illuminare, proiettava ombre sul grosso armadio della parete opposta. Al vetro della finestra era attaccato un foglio strappato, con la parolarottadi un nero sbiadito. Il letto era una branda verde, più corta del materasso che ospitava. Isò aprì l’anta dell’armadio a vi trovò coperte e lenzuola. L’unica traccia del cuscino era una federa sgualcita. Tornò alla reception con l’intenzione di cambiare stanza, ma non vi trovò né la donna, né l’ubriaco. Rassegnato, si mise la chiave in tasca e scese in strada. Era digiuno dalla sera precedente. Si ricordava di un locale vicino, con una bicicletta disegnata sull’insegna. Da ragazzo ci passava le serate.

Lo trovò con facilità, così come lo ricordava. Sbirciò dalla finestra se ci fosse un tavolo libero. Stava per entrare, quando la porta si aprì e la sorpresa lo bloccò, il braccio ancora per aria.

V

Iso sta scendendo in metropolitana, la stazione è quella del Lingotto. L’ha raggiunta dopo dieci fermate di pullman che potevano essere una sola. Ormai ha perso anche la cognizione del tempo. Gli rimane quella del luogo, del dove, ma non può sapere per quanto. Tutto quello che sa, che riesce a percepire, è che la sua testa si svuota sempre di più e ogni pensiero, ogni capacità logica, qualsiasi ragionamento, deve arrendersi davanti al rapido e sconsiderato avanzare di quella domanda composta da un’unica parola: perché? Già, perché Lucia gli ha fatto questo? Se solo avesse un briciolo di lucidità, si interrogherebbe sulla causa. Se solo avesse un briciolo di autostima, non continuerebbe a dirsi che è tutta colpa sua, che ad avere sbagliato qualcosa è stato lui. Eppure, si fidava di lei. L’errore, forse, è stato questo.

Iso sta scendendo in metropolitana, gradino dopo gradino, quando si sente afferrare il braccio. E’ una stretta salda, ma gentile. La stretta di un amico. Per poco non cade e tutto quello che è in grado di fare è balbettare parole. E tra queste c’è anche il nome di lui, Valerio, che un po’ come se fosse stato messo lì da qualcuno, gli restituisce uno sguardo severo e una frase che Iso ancora ricorda.
– Non esistono problemi grandi, ma solo uomini piccoli – ha la prontezza di dire Iso.
Questa volta è Valerio a rimanere disorientato, la mano ancora sulla maniglia, a tenere aperta la porta. Indossa una polo grigia e ha mantenuto un fisico asciutto. Si è fatto crescere la barba, ma la tiene curata, e i capelli neri si sono ritirati fino a lasciare una stempiatura che gli dà l’aria dell’uomo maturo. Dimostra esattamente l’età che ha: trentacinque anni. Né più, né meno.
Ci vuole qualche istante prima che riconosca Iso nell’uomo che gli sta davanti; poi si lascia andare in un abbraccio sincero, più da fratello che da amico. Lo invita a entrare e lo fa accomodare al bancone, come fosse suo ospite. Ma non gli si siede accanto, no. Aggira il bancone e si mette dall’altro lato. Prende un bicchiere, lo riempie, e glielo posa davanti.
– Offre la casa – dice, mentre riempie anche il suo.
Con un cenno richiama l’attenzione di un ragazzetto con il grembiule.
– Sono un con amico, – dice indicando Iso – sta’ un po’ al bancone.
Il ragazzetto annuisce.
Tocca il bicchiere di Iso, che ancora non si era brindato.
– Andiamo fuori, che si sta facendo ressa.

In principio c’è bisogno di tempo. Per quanto l’affetto sia profondo, sentono l’esigenza di argomenti da poco. Si comincia dalla sigaretta offerta – fumi ancora? – e si continua col locale. Che Valerio, quel pub in cui ci passavano le serate e che poi gli ha dato lavoro come cameriere, alla fine se l’è comprato. Si giustifica dicendo che gli piace avere le persone intorno e poterne leggere le storie nei movimenti. Dice che ne ha viste storie diventare un tutt’uno, là dentro. E lui? La ragazza ce l’ha, ma non si vogliono sposare.
– Alla fine che cambia? Nulla, no? – domanda a birra quasi finita.
Iso abbassa la testa. Sono seduti di fronte al locale, sul gradino di un negozio, le schiene poggiate a una serranda che sembra lamentarsene a ogni cigolio. Intorno a loro, ragazzi troppo piccoli si fingono uomini per una notte. Tutti uguali. Persino la voce di uno sembra uguale a quella dell’altro. Le ragazze mostrano le proprie nudità in nome di un’emancipazione ormai tradita.
– Sono tutti così, Iso. Alla loro età, io manco uscivo la sera.
Lo dice con la consapevolezza di aver pronunciato il falso.
– Lucia si sposa – dice Iso.
E’ in quel momento che tutto pare riempirsi del silenzio. Le stesse voci di strada sembrano abbassarsi, consapevoli che ormai si è fatto tardi, che la città è stanca e vuole dormire. Così ogni discussione diventa un sussurro e le strade cedono il posto al più totale immobilismo.
Immobile è anche Valerio, che non sa bene cosa dire. Quando per anni non hai notizie di un caro amico e poi te lo ritrovi davanti, desideri sempre che sia tutto come un tempo, che nulla sia cambiato di un dettaglio. Ma sono quei pensieri fittizi, figli della consapevolezza che siano situazioni non reali. Ma non questa volta. L’impressione è diventata certezza e ora è sicuro che Iso non sia cambiato. Forse è cresciuto, forse è invecchiato. Ma è rimasto lo stesso, è ancora un ragazzo. Un ragazzo che è scappato perché incapace di reggere una delusione, così egoista da non tornare nemmeno per il funerale del fratello. Non è bastato un morto suicida, ma un matrimonio sì. E Valerio glielo dice, non ha problemi. Lo dice con quella pacatezza che rende ogni parola efficace, una lama mascherata da carezza.
Iso non è mai stato capace di replicargli. Ha sempre recepito le sue parole come quelle di un padre cui obbedire incondizionatamente.
Ed è così che si salutano, alla chiusura del locale; come Iso si era salutato con suo padre, prima di partire. Con quella consapevolezza che spesso volersi bene non è abbastanza e che quella persona non la rivedrai più.

VI

Rientra in albergo che non è nemmeno più ora di dormire. Il bancone che fa da reception è orfano della donna minuta e grassottella. La porta numero 3, ancora intorpidita dal sonno, fa un po’ di capricci prima di aprirsi; quando decide di cedere, sbadiglia un cigolio.
Iso si lascia cadere sul letto con ancora le scarpe addosso. Anche se fuori il cielo sta schiarendo, lui ha bisogno di dormire, di chiudere formalmente quella giornata.
Il tonfo di una corda lasciata srotolarsi nel vuoto gli fa spalancare gli occhi. A pochi centimetri dalla sua faccia, le suole lucide di due scarpe da uomo. Sono da completo, con i tacchi ancora inviolati dall’usura. Oscillano descrivendo prima dei cerchi, poi degli ovali e, infine, delle ellissi. E così al contrario, per tornare dei cerchi. Iso ne segue il moto per qualche ciclo, prima di andare oltre. E oltre ci sono dei pantaloni neri con l’orlo curato e preciso, stretti alla vita da una cintura in pelle che ha il riguardo di non fare grinze. Senza pieghe è anche la camicia bianca di lino che, da dentro ai pantaloni, culmina in un colletto abbottonato e stretto da una cravatta scura, intonata con la giacca che segue ed esalta le forme del busto. Unica cosa stonata, e Iso l’ha pensato più di una volta, sono gli occhiali da sole. Dopo qualche istante decide di alzarsi e sfilarli.
L’ultima volta che aveva guardato negli occhi suo fratello, lui gli aveva negato un abbraccio. Li distanziavano pochi passi, ma era stata la rigidità delle pose a sancire la rottura del patto di sangue che Dio aveva stipulato facendoli nascere dalla stessa madre.
Ora che lo fissava, ritrovava lo stesso sguardo fermo. Suo fratello non aveva mai esitato in vita ed era sicuro non lo avesse fatto neanche nell’atto di ripudiarla. Anzi, era proprio nel rifiuto che acquisiva la sicurezza che da sempre li aveva distinti. Anche in quel momento, lui vivo e lui morto, era Iso a esitare. Allungò una mano verso le guance asciutte che gli stavano di fronte e, tremando, si impegnò di riscoprirne la cute. Era imperfetta come la ricordava, al pari di quella di un ragazzino che non è ancora in grado di nasconderla con la barba. Faticava a mantenere quel contatto e cercava incoraggiamento negli occhi scuri di lui, senza ricevere nulla in cambio. Doveva contare solo su di sé, nessun aiuto ormai.
– Ti ho sempre invidiato, – disse – e continuo a farlo. Anche ora.
Gli occhi fissi.
– Pensavo fosse una partita aperta, che si avesse deciso di non barare. Si giocava con le tue regole, che era il fratello maggiore a prendere d’esempio il minore.
Gli occhi fissi.
– E quando tutto era sul punto di cambiare, quando hai capito che ad aver sbagliato non ero io, ma tu…
Gli occhi fissi.
– Hai buttato tabellone e carte all’aria e mi hai lasciato da mettere a posto.
La sicurezza di star agendo nel giusto convinse la mano sinistra a emulare la destra. Stringendo la testa del fratello, Iso si accorse della vacuità del suo sguardo. Si avvicinò fino a che i nasi non si sfiorarono e le labbra non si rivelarono speculari tra loro. Forse aveva la presunzione di restituire la vita con un soffio, o più banalmente era l’istinto a muoverlo nella teatralità di un gesto tanto semplice.
– Ti perdono – sussurrò, le labbra appena schiuse.

***

Dal finestrino del taxi, Iso guardò il cielo diradarsi in un azzurro privo di convinzione, con i banchi di nuvole indecisi sul da farsi. Da ragazzo aveva imparato a riconoscerli: nimbostrati, stratocumuli, strati… Ricordava il nome solo di quelli portatori di pioggia, o che l’avevano appena scaricata. Sorrise ricordando della ragazza che aveva provato a insegnargli quei nomi, a fargli capire senza mezzi termini che la vita stessa era voglia e bisogno di conoscere ciò che ci circonda. Aveva perso tutto questo insieme alla sua innocenza, il giorno in cui l’aveva tradita. Era stata un’esperienza, ma col tempo aveva smarrito anche la necessità di farne di nuove.

Nello scendere dal taxi si chiese se l’unica cosa a tenerlo in vita non fosse Lucia, o il capriccio che incarnava. Perché era questa l’ultima idea che aveva trovato terreno fertile nella fragilità di Iso. Cos’era venuto a fare a Torino? Era uno sciocco a credere di poter cambiare qualcosa. Doveva accettare che Lucia avesse scelto di sposarsi e che lui fosse estraneo alla vicenda. Eppure, se di estraneità si poteva parlare, lei non avrebbe dovuto scrivergli. Quell’invito – e di questo Iso era convinto – rappresentava un’esplicita richiesta di aiuto, il messaggio imbottigliato che naviga nell’oceano, l’ultima richiesta di un impiccato prima che il collo si spezzi.

Fino a che punto potessero protrarsi la follia e la disperazione umana, Iso non lorealizzò nell’analizzare i propri pensieri, ma nel vedere le spesse tende nere che impedivano al sole di irradiare l’interno della seconda abitazione di via Santorre, nel precollina. Interno 2.
Citofonò.
L’apparecchio restituì la voce meccanica di una donna.
– Iso, mamma. Iso – rispose ancor prima che la voce gli chiedesse di identificarsi.

VII

Il cancello si aprì con uno schiocco secco e Iso si trovò davanti un giardino molto curato.
Percorse il vialetto in porfido che conduceva alla porta di casa, davanti alla quale sua madre, una donna alta e magra, lo aspettava con le mani al volto e un’espressione contesa da stupore e gioia.
La donna, ormai in lacrime, abbracciò il figlio.
Profumava di magnolia e cannella e Iso pensò che fosse la fragranza più adatta alla sua carnagione pallida.
Si ricordò dei pomeriggi passati con Lucia sulla riva del fiume e la testa poggiata sulla sua spalla; si spruzzava il collo di un profumo alla vaniglia che lo rilassava al solo respirarlo, dandogli un senso di protezione.
Quell’essenza materna ebbe un effetto simile: gli sciolse i muscoli, ma non lo fece sentire al sicuro.
Il rumore del traffico era attutito dalle chiome degli alberi che recintavano il cortile e i suoni che arrivavano a Iso erano fiacchi e confusi.
Chiudendosi il cancello alle spalle aveva accettato di uscire dalla realtà e dal tempo e dalle regole che lo governano, per entrare in una piccola bolla di vetro; e in quella bolla, in quel microcosmo che altro non era se non il suo passato, i ricordi la facevano da padroni. Erano ovunque e ricoprivano ogni cosa, piccoli come coriandoli e pericolosi come mine.

Entrarono in casa, madre e figlio, la più sacra tra le coppie.
La madre che trascinava il figlio, il Cristo che portava la croce: la sua sofferenza più grande e la sua unica possibilità di riscatto agli occhi di Dio.
Avanzarono con il loro incedere classico, trascinandosi per un corridoio dalle pareti bianche, scandite da numerosi quadri di natura morta. Iso li ricordava uno per uno ed essi gli ricordavano che nulla era cambiato.
Attraversarono una stanza piccola e scura, per poi ritrovarsi nella luce del soggiorno che le ampie tende bianche non riuscivano a trattenere. Molte volte, giocando, Iso vi si era nascosto dietro aspettando che il fratello lo trovasse. E quando ci riusciva, il sipario si apriva e i due si abbracciavano ridendo. Ma adesso erano solo delle tende.
La stanza dava un senso di soffocamento: ogni parete ospitava grossi mobili pieni di cianfrusaglie. Appese ai muri troneggiavano voluminose cornici di ottone, a protezione di tele scure e sgualcite. Il pavimento era un labirinto tra tavoli, tavolini e sgabelli, in un continuo incrociarsi di minuscoli percorsi che conducevano nel medesimo punto e in quel punto – e non avrebbe potuto essere altrimenti – c’era una poltrona di pelle dallo schienale alto e lucido. Di fronte, seppure nascosta, la televisione strideva in una voce ora di donna, ora di uomo.
Iso non esitò e, una volta scelto quello che pensava essere il tragitto migliore, lo percorse tutto d’un fiato, fino a destinazione, fino a che non fu davanti a quella poltrona e a suo padre.
I leoni ammazzano i cuccioli perché temono di essere ammazzati a loro volta. E’ la loro natura e nessuno può definirla deplorevole. Quando uno dei cuccioli riesce a scappare e a eludere la morte, il leone sa che da quel momento dovrà sempre guardarsi le spalle. Sa che verrà il giorno in cui dovrà smettere di ciondolare all’ombra di un’acacia per concludere il parricidio. Sa anche che non vi riuscirà e che l’unico epilogo accettato coincide con la sua morte.
Glielo leggeva negli occhi: lo odiava. Lo disprezzava al punto che poteva credergli: Iso, suo figlio, era morto da anni. Anzi, forse non era mai nato e l’unico figlio avuto era quello che aveva trovato appeso a una trave.

Don-Don-Dondolava mentre Iso comprava il biglietto del treno.
Don-Don-Dondolava mentre Iso si sedeva al suo posto.
Don-Don-Dondolava mentre il treno partiva.

Iso sapeva che sarebbe stato complesso, ma non pensava impossibile. Se si trovava in quella casa, era solo perché si era deciso a risolvere la questione una volta per tutte, o perlomeno scusarsi. In modo composto e adulto. Eppure ebbe l’impressione che suo padre volesse solo la teatralità. E lui, Iso, poteva dargliela?

VIII

Negli occhi di suo padre non riuscì a ritrovare i propri.
Al contrario, vi trovò languore.
In quello sì, poté rivedersi.
Provò rabbia. Una rabbia senza freni, insaziabile. Erano occhi di morto: lo fissavano senza guardarlo. Andavano oltre, a perdersi nei dettagli di qualcosa che forse nemmeno esisteva.
Si chinò su suo padre, sfiorandogli l’orecchio con le labbra appena schiuse.
– Sono stato io – disse.
Si tirò su e rimase in attesa. Cercò tra le rughe del padre un indizio che nascondesse una reazione alle sue parole. Ma erano rughe di morto.
Spazientito, tornò chino su di lui.
– Per questo me ne sono andato. Per questo non sono venuto al funerale. Solo per questo.
Sentì un fremito nel respiro dell’uomo.
– Tu mi hai spinto a farlo. Tu. E io sapevo che lui era d’accordo. Che lo voleva anche lui. A volte credo abbia passato tutta la vita a supplicarmi di farlo. Lui era migliore, sì, e il più capace. Ma una cosa, la più importante, quella che più avrebbe voluto realizzare, non è mai stato in grado di portarla a termine. Io, invece, il buono a nulla, non mi sono tirato indietro. Lui aveva paura, io no. Gli ho fatto capire che la paura precede sempre il sollievo, così come il dubbio precede sempre la certezza. Lui ormai sta bene. E’ a come sto io, che nessuno si interessa. E’ come sto io, che tu dovresti chiederti. Perché non me lo chiedi, papà, come mi sento? Io, che ho avuto la determinazione di trascinarlo fino a quella maledetta trave, che ho avuto la forza di sorreggerlo, che ho retto il suo sguardo fermo mentre il suo corpo si contorceva nella vuota penombra di un magazzino. Sono sopravvissuto, sono io quello vivo, eppure per tutti sono io quello dentro una bara. Per tutti: te, gli amici, Lucia. Ebbene, papà, guardami bene, perché quello uscito vivo da quell’inferno sono io. E non ho nessuna voglia di ritornarci.
Posò una mano sul ginocchio dell’uomo e ne sentì il corpo scosso da lievi spasmi. Si girò senza guardarlo e se ne andò, il silenzio della stanza scandito da singhiozzi.

* * *

Inspirò più aria che poté, perché cos’altro c’era da fare? Non si era mai illuso che dirlo a qualcuno, confessarlo, avrebbe cambiato qualcosa. Ormai aveva imparato a conviverci. All’inizio era stato difficile, sì. Voleva urlarlo al mondo, tornare a casa strisciando e piangendo, scivolare lui stesso nella fossa prima che vi calassero la bara del fratello. Poi, però, la realtà si era fatta ricordo e i ricordi, si sa, fanno in fretta a mischiarsi con la fantasia. Così lo stesso Iso aveva finito per dimenticarsi di ciò che aveva fatto molti anni prima. Non se ne era dimenticato, assolutamente, piuttosto lo aveva messo da parte, isolato. E ora che aveva finito per tirarlo fuori, senza alcun preavviso poi, si sentiva smarrito. Smarrito, ma con una nuova consapevolezza di sé. Un seme piantato inavvertitamente aveva picchiato a lungo il terreno nel tentativo di emergere e ora – ma Iso non ne era ancora conscio – era pronto a germogliare.

Si incamminò verso la sponda del fiume e ne seguì il corso per un paio di ore, dopodiché si fermò a una panchina per riposare. Davanti a lui, alcune canoe seguivano la corrente accompagnate dalle urla di un istruttore a bordo di un motoscafo. Iso guardò annoiato il ripetuto affondare e poi riemergere dei remi dal pelo dell’acqua. Provò a cercare qualcosa di interessante intorno a sé, ma tutto quello che trovò furono un cuore e due nomi incisi sulla corteccia di un albero. Ragazzini pensò.
Si alzò, deciso a tornare in albergo. Aveva bisogno di dormire ancora qualche ora, di chiudere gli occhi e dimenticare. Guardò un’ultima volta i due nomi sull’albero. Lorenzo ed Erica. Tra le radici, nascosto nei ciuffi d’erba, gli sembrò che qualcosa brillasse. Si avvicinò. Un piccolo coltello serramanico. Lo raccolse e se lo passò tra le mani. Lo soppesò. Lo fece scattare. La lama era ancora affilata. Capì che era nuovo, fresco, come l’amore che aveva inciso sulla corteccia. Lo mise in tasca.
Sorrise.
Lorenzo ed Erica

IX

Quella notte Iso dormì. Dormì come non gli era più riuscito da molto tempo. Fu un sonno ristoratore: cupo e privo di sogni.
Svegliatosi, seppe esattamente cosa fare.
Si vestì e recuperò dalla tasca della giacca la lettera di Lucia. Se la rigirò tra le mani, poi lesse l’indirizzo scritto sulla busta.
Uscì dalla stanza.
La proprietaria dell’albergo gli sorrise mentre le restituiva le chiavi.
– Di già, tesoro?
– Devo.
– Sicuro, tesoro? – ammiccò, i pesanti seni poggiati sulla scrivania – Non posso fare proprio nulla per te?

L’aria di Torino era pesante e Iso faceva una certa fatica a respirare. Pensò che presto sarebbe stato a casa. L’indomani, al più tardi.
Via Garibaldi era deserta. I lampioni spenti e il cielo cianotico. I bar iniziavano ad aprire. Sprazzi di luce sul suo cammino.
Non aveva molto tempo. Anche se il sole si nascondeva ancora dietro le colline, non aveva molto tempo. Doveva arrivare prima che lei potesse uscire. Se l’avesse persa, se si fossero sfiorati appena, sarebbe stato tutto inutile.
Camminava velocemente, come faceva da ragazzo. Se anche le serrande non fossero state abbassate, non si sarebbe lasciato distrarre.
Piazza Castello lo costrinse a indugiare. Trovarsi di fronte Palazzo Madama, così, con ai piedi le fontane e la statua gli aveva sempre restituito un certo senso di appartenenza, un orgoglio che gli aveva sempre fatto pensare io sono tuo e non ti lascerò mai.
Non provò nulla e forse se ne dispiacque.
Inconsciamente evitò via Po. Se avesse dovuto trovarsi di fronte piazza Vittorio, con alle spalle la Gran Madre, avrebbe retto? E così eccolo nel reticolo di traverse, in quel labirinto di parallele e perpendicolari che ricordava a memoria.
Contò i numeri.
Sei. Otto. Venti.
Trentadue. Quaranta. Cinquantaquattro.
Prese la lettera dalla tasca.
Cinquantaquattro.
Un portoncino in legno di castagno, con un pomo d’ottone consumato. Un gradino in pietra scura, ruvida.
Si guardò attorno. La strada era deserta.

Per un po’ stette seduto sul gradino. Poi i numerosi portoni della via iniziarono a riversare persone in strada, assonnate e frenetiche, e decise di alzarsi. Attraversò la strada e raggiunse il marciapiede opposto.
Rimase in piedi per ore e non pensò a nulla in particolare. Ogni tanto si rigirava la lettera tra le mani e l’annusava cercando di trovarci sopra ancora tracce di profumo. Si chiese se un profumo potesse sopravvivere alle poste e ai postini e alla tasca della sua giacca. E al profumo di un’altra donna, nel bagno di un treno. Si disse di sì, perché riusciva a ricordarselo e allora non importava che la busta ne fosse ancora impregnata. Quello che importava era che annusandola ne rievocasse il ricordo. Istintivamente se la portò alle labbra e la baciò, ma non successe nulla.

Poi accadde.
Il sole era alto e tra Iso e il cinquantaquattro era un costante viavai di macchine. Un SUV bianco si fermò in coda proprio davanti a lui, impedendogli di vedere il portoncino. Iso non ci fece caso. Poi, tra i clacson che suonavano minacciosi sentì un suono sordo e uno scatto metallico. Fu come un brusco risveglio. Si infilò tra le macchine e attraversò la strada. A pochi passi dal cinquantaquattro una donna che si allontanava, dandogli la schiena. Indossava degli stivali neri e dei jeans che si intravedevano sotto a un cappotto grigio. I capelli castani le cadevano sulle spalle, oppure scomparivano sotto a una sciarpa verde smeraldo. Sembrava dovesse cadere a ogni passo e a ogni passo faceva un piccolo saltello. Quante volte avevano scherzato su questo suo modo di camminare?
E ora era davanti a lui. Poteva guardarla allontanarsi sapendo che non sarebbe scappata e che gli sarebbero bastati pochi istanti per raggiungerla. Provò a immaginarsela. Forse i suoi lineamenti si erano induriti con l’età e non avrebbero più avuto nulla della ragazza che ricordava e forse le sue labbra sempre un po’ schiuse non sarebbero più sembrate chiedere di essere baciate e forse i suoi occhi non avrebbero più avuto quel velo che le dava un’aria così malinconica e forse… Basta, non poteva più aspettare. Si diede una sistemata al colletto della camicia e a quello della giacca.
La raggiunse in una manciata di passi e nel superarla riconobbe il profumo impresso sulla lettera. Sentì una stretta allo stomaco nel girarsi e nel fermarsi davanti a lei.
La guardò e le tempie si contrassero e la mascella si serrò.
Ebbe l’impressione di sentire il battito del proprio cuore e non parlò finché non lo sentì calmarsi.
Il silenzio.
Il prato e le carezze e i baci e i sorrisi e le risa e mi sposerai.
Il letto e le lacrime e i pianti e la rabbia e il dolore e mi sposo.
Il silenzio.
– Ciao Lucia.

Il silenzio.

X

Si sedettero su una panchina e si persero nel gorgoglio del fiume davanti a loro. Lucia avrebbe preferito l’intimità di un bar, ma Iso aveva insistito perché raggiungessero la sponda del Po e passeggiassero come da ragazzi. Non parlarono molto. La sorpresa iniziale di Lucia nel vedersi davanti Iso era svanita con il passare dei minuti. Aveva detto che in fondo se lo aspettava, perché lui era fatto così. Aveva anche aggiunto che non aveva molto tempo, che c’erano alcune faccende da sbrigare per il matrimonio. Guardavano le anatre immergersi nell’acqua.
Passeggiando, Iso aveva pensato a cosa dirle. Sin da quando gli era stata recapitata la lettera, aveva cercato di capire quali parole potesse usare per convincere Lucia. Ma in quel momento, su quella panchina, si rese conto che non c’era un motivo valido perché lei dovesse tornare da lui.
– Lucia, ricordi quanto eravamo felici?
– Io sono ancora felice.
La guardò stringersi nel cappotto. Si era seduta lontana da lui, come se non volesse rischiare di essere sfiorata.
– Lui ti rende felice?
– No, io mi rendo felice.
– E perché lo sposi?
Lucia si girò verso di lui, forse per la prima volta da quando erano seduti. Sembrava serena, di quella serenità che caratterizza chi ha già deciso.
– Perché è quello che voglio – si limitò a dire.
– Non perché lo ami?
– Forse. Ma non è importante. Preferisco la tranquillità. E non è l’amore a dartela.
– Io con te ero tranquillo.
– Allora non era amore.
– E cosa?
– Egoismo, penso. Magari ossessione.
– Egoismo?
– Io ti ho amato, Iso. E non sono mai stata tranquilla. Era come se tu avessi bisogno di qualcuno che si facesse carico dei tuoi problemi. Non che te li risolvesse, questo no, tu non hai mai voluto risolverli. Non potevo continuare. Convivevo con l’ansia, iniziavo a soffrire di attacchi di panico e tu non te ne sei mai accorto. Non riuscivo più a dormire. Il tramonto mi angosciava perché voleva dire che la notte era vicina.
Fece una pausa e Iso provò a interromperla.
– Sono cambiato – disse, ma Lucia sembrò non averlo sentito e continuò.
– Ricordo una notte, una delle ultime. Eravamo nel mio letto e tu dormivi. Mi sono svegliata, il tuo braccio intorno al mio corpo. Era un cappio. Mi sentivo soffocare e non riuscivo a liberarmene. Sentivo il tuo respiro sui miei capelli, caldo e ritmato. L’ho odiato. Ti ho odiato. Tu parlavi di sposarci e io non avrei potuto sopportare il tuo braccio e il tuo respiro ogni maledetta notte. L’ho capito in quel momento. Ho capito che era finita.
Iso non disse nulla, né si voltò verso di lei. Guardava l’acqua incresparsi. Quante volte gli era capitato di avere tante cose da dire e poi, quando arrivava il momento di tirarle fuori, gli era sembrato che non ne valesse più la pena? Da ragazzo, soprattutto, e anche con Lucia. Si sentiva impotente davanti alla risolutezza. Mise le mani nelle tasche della giacca, incapace di tenerle ferme. Con la destra accarezzava la superficie filacciosa della busta in carta di riso, con la sinistra sentiva il manico del coltello che aveva trovato il giorno precedente. Lorenzo ed Erica pensò.
Sentì Lucia dire qualcosa tipo mi dispiace. Rispose distrattamente .
Non si era illuso che la situazione potesse cambiare, in tutti quei giorni. Sapeva che qualcosa sarebbe successo, che in qualche modo sarebbe finita, e forse era là per quello. Forse aveva vagabondato solo per farsi condurre alla conclusione, per scoprire quale sarebbe stato l’epilogo e quale sarebbe stato il suo ruolo. Credette di averlo capito.
– Ora è meglio che vada, – disse Lucia – e per il matrimonio non ti preoccupare. Per l’invito, intendo. Se non vuoi, ecco.
Iso le sorrise, ma non fiatò. Anni prima, in quella situazione Lucia avrebbe detto però parlami, Iso, ti prego. Anni prima, però. Non era più così e infatti non si sentì in dovere di aggiungere altro. Anzi, sussurrò ora capisci?
Prima di alzarsi, gli si avvicinò.
– Penso sia un addio – disse.
Iso annuì.
Lucia lo abbracciò e chiuse gli occhi. Si stupì nel sentirsi ricambiata. Per un istante tornò ai tempi in cui era normale che si abbracciassero e le labbra le si arricciarono. Quando sentì la lama del coltello affondarle nella schiena strinse Iso appena un po’ più forte. Provò a contare quante altre volte la lama penetrò la sua carne ancora tenera, ma si fermò a quattro. Poi non ne fu più capace. Una lacrima le scivolò sullo zigomo e non andò oltre.
Iso la rimise seduta. Sembrava addormentata. Le diede un bacio sulla fronte sudata e si alzò. Non c’era nessuno e pensò che non si era nemmeno preoccupato di poter essere visto. Non gli importava, in fondo, ma meglio così. Chiuse il serramanico, lo soppesò e lo lanciò in acqua. Se ne andò senza guardarla un’ultima volta.

– Ho bisogno di un biglietto per Bologna – disse Iso.
– C’è un treno tra venti minuti – gli rispose la donna minuta dall’altra parte del vetro.
– Va bene.
– Classe?
– Non importa.
– Il ritorno?
– No, sola andata.
– Binario ventuno.

Prima di salire sul treno si fermò davanti a un cestino, prese la lettera e la buttò.

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Archiviato in Racconti

Quello che vi consiglio (per Natale)

Ultimamente riesco a trovare pace dallo stress solo nella lettura. Nonostante passi le giornate a studiare, nonostante un occhio un po’ troppo facile all’affaticamento, ho bisogno di leggere. Inutile dare scuse: se si vuole passare un po’ di tempo con un libro, questo tempo si trova. Io, ad esempio, leggo al mattino, facendo colazione; leggo sul pullman, andando all’università; leggo di pomeriggio, prendendo il caffè o sorseggiando un tè, e leggo la sera, prima di dormire. Il tempo, appunto, si può ricavare: basta sottrarlo allo scrolling inconsapevole su Facebook e Instagram. Se non riuscite, semplicemente leggere non è la vostra esigenza. Nel caso lo fosse – o conosceste qualcuno come me – quest’anno voglio consigliarvi qualche titolo che sarebbe perfetto come vostro – o come suo – regalo di Natale. Ho scelto cinque titoli, ma non ne ho scritto le recensioni che, se volete, trovate in gran quantità su internet. Giusto qualche riga e una citazione, nella speranza di incuriosirvi.

 

BORIS VIAN – LA SCHIUMA DEI GIORNI (Marcos y Marcos)
Se mi chiedeste quale emozione abbia provato leggendo questo romanzo, non potrei che rispondere tenerezza. E se mi chiedeste di cosa parli questo romanzo, non potrei che rispondere amore. Non perché trasudi sentimentalismo, o perché sia patetico: questo, Boris Vian non se lo sarebbe mai permesso. Il punto è che dietro tutte le stravaganze – geniali stravaganze – di Vian, si nasconde la pura essenza dell’amore. So che è poco, ma non voglio dire altro. Questo romanzo va scoperto – come ho avuto la fortuna di scoprirlo io – leggendolo. Non ci si può immergere nel genio di Vian vittime di pregiudizio. Voglio, quindi, che sia l’autore stesso a presentare quello che è uno dei miei romanzi preferiti, riportando qui la sua premessa.

L’essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto. In effetti, sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione. Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di esser formulate per essere seguite. Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington. Il resto sarebbe meglio che sparisse, perché il resto è brutto, e la dimostrazione contenuta nelle poche pagine seguenti deriva tutta la sua forza da un unico fatto: la storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi. La sua realizzazione materiale in senso stretto consiste essenzialmente in una proiezione della realtà, in un’atmosfera obliqua e surriscaldata, su un piano di riferimento irregolarmente ondulato e un poco distorto. Come si vede, è una tecnica confessabile, ammesso che ce ne siano.

 

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STIG DAGERMAN – IL NOSTRO BISOGNO DI CONSOLAZIONE (IPERBOREA)
Per chi non lo conoscesse, va premesso che Stig Dagerman è un autore difficile. Questo non perché a essere complessa sia la sua prosa – attuale, nonostante la sua produzione risalga alla prima metà del ‘900 – quanto perché a essere impegnativo è il suo pensiero. Per fortuna, verrebbe da dire. Dagerman, però, va affrontato con consapevolezza. Morto suicida nel 1954 a soli 31 anni, è riuscito a caricare la sua prosa di un impeto che può sembrare inarrestabile e spazzarti via. Una burrasca notturna da affrontare solo se ci si ritiene abbastanza forti da accettare di piegarsi come arbusti, fin quasi a farsi sradicare, per poi avere l’ostinatezza di tornare in piedi e guardare al nuovo giorno con la serenità di chi sa di avere imparato qualcosa di sé.
Il nostro bisogno di consolazione è un monologo del 1952 che Dagerman pubblicò su un periodico. Parliamo di una manciata di pagine, però fondamentali per chiunque combatta ogni giorno con se stesso, per migliorarsi, ma anche solo per capirsi. Fondamentali per chiunque, quotidianamente, si interroghi sul senso della propria vita.
Fondamentali per chiunque non abbia paura di confrontarsi con la parte più oscura del proprio animo.

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso  – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente. 

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LAURENT BINET – HHhH (EINAUDI)
Quello che vi propongo, è un romanzo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. A differenza dei numerosi romanzi anonimi e patetici sul tragico conflitto che ha colpito l’Europa meno di ottant’anni fa (è sempre bene ricordarlo), HHhH ci porta in Repubblica Ceca e ripercorre fedelmente i fatti che hanno portato nel 1943 alla morte del gerarca nazista Reinhard Heydrich per mano dei partigiani cecoslovacchi.
Ricordo che, appena terminata la lettura, fui pervaso dalla voglia di tornare a Praga e cercare i luoghi che videro aggirarsi gli eroi dimenticati di cui Binet si fa cantore, gli eroi silenziosi e ai più sconosciuti, che hanno contribuito ad arrestare il mostruoso ingranaggio nazista.

Ciò che ogni famiglia teme in quegli anni di ferro e di orrore accade una mattina a casa Moravec. Suonano alla porta, ed è la Gestapo. I tedeschi sbattono al muro la madre, il padre e il figlio, poi devastano freneticamente l’appartamento. << Dove sono i paracadutisti?>> abbaia il commissario tedesco, e l’interprete che li accompagna traduce. Il padre risponde a bassa voce di non conoscere nessuno. Il commissario torna a controllare nelle camere da letto. La signora Moravec chiede di poter andare in bagno. Un agente della Gestapo la schiaffeggia. Ma subito dopo viene chiamato dal suo capo e sparisce. Lei insiste con l’interprete, che la autorizza. Sa di avere solo pochi secondi. Così va a rinchiudersi in fretta nel bagno. Tira fuori la sua capsula di cianuro, e la morde senza esitare. Muore all’istante.

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MEYER LEVIN – COMPULSION (ADELPHI)
Ho finito da poco questo romanzo. Era impossibile staccarsene e le sue 580 pagine sono un ostacolo solo per gli sciocchi. Per tutti gli altri, infatti, sono una benedizione. E’ un romanzo-verità che anticipa di dieci anni il ben più celebre A sangue freddo di Truman Capote e ci racconta quello che è conosciuto come “il processo del secolo”, ovvero il processo Leopold-Loeb. Levin visse in prima persona la vicenda, seguendo il caso come reporter del Chicago Daily News, e la riporta con accurata fedeltà. A una prima parte più romanzata che mostra come i due criminali siano arrivati a compiere l’efferato omicidio, segue una seconda parte che racconta integralmente il processo, estremamente importante perché vide la difesa appellarsi ai cosiddetti alienisti per salvare i due imputati dalla pena capitale. Questo è uno degli aspetti più interessanti del romanzo, il vedere come, ricorrendo a un’ancora acerba e incerta psicologia, si sia provato a spiegare cosa avesse spinto due giovani prodigi, rampolli di due delle famiglie più ricche e prestigiose di Chicago, a sequestrare e uccidere a sangue freddo e senza movente un ragazzino.
Consiglio fortemente l’acquisto anche se non amanti del genere.

Il delitto era diventata la nostra ossessione. Lavoravo con Tom, sempre di corsa, sempre dietro alla polizia, accanto o davanti alla polizia, da un barlume di notizia all’altro, studiando e al contempo evitando gli altri giornalisti, e facendo congetture, immaginando, ascoltando, sempre più consapevole del fatto che in città stava diffondendosi un terrore mai sperimentato. La paura che il bambino ha dei lupi a caccia nella foresta, lupi che finiranno per divorarlo, anche se il bambino abita in una città in cui non esistono foreste, anche se gli è stato spiegato che nei dintorni non ci sono lupi – questa paura infantile sembrava essersi insediata nell’animo di tutti, a Chicago, e i lupi erano la minaccia primordiale, un animale ignoto, più feroce di qualsiasi altro animale mai incontrato dall’uomo. Si registrava un’ansia crescente, il presagio sempre più diffuso che ci fosse in città qualcosa di nuovo, di terribile e incontrollabile, una specie di nuovo germe omicida. 

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ALBERT CAMUS – LA PESTE (BOMPIANI)
Avrei potuto mettere Lo straniero, ma questo romanzo mi ha stregato al punto da farmi credere che ogni frase sia lì perché qualche forza astratta ha deciso che debba stare lì e che Camus non stesse facendo altro che trascrivere una qualche parola divina dettagli affinché spiegasse all’uomo il senso della vita. Non riesco a spiegarmi come la sensibilità di un autore possa essere tale da parlare all’umanità tutta di cosa significhi essere uomini. Perché è questo che fa Camus e lo fa con una maestria rara, perduta. La sua scrittura è limpida, priva di barocchismi che possano ostacolare la comprensione. Ogni significato ha il suo significante, senza errore.
Consiglio questo romanzo a chiunque sia disposto a leggere con calma e riflettere, senza la smania di arrivare all’ultima pagina e passare al prossimo libro. Camus va assimilato. Pagina per pagina, frase per frase, parola per parola.
Se riuscite, procuratevi l’ultima edizione Bompiani, perché la traduzione (di Yasmina Mélaouah) è molto fedele.

Venendo infine più espressamente agli amanti, che sono i più interessanti e di cui forse il narratore più parlare con cognizione di causa, costoro erano tormentati da ulteriori motivi di angoscia, fra cui occorre menzionare il rimorso. La situazione, infatti, permetteva loro di considerare i propri sentimenti con una specie di febbrile obiettività. E in quei casi era raro che non emergessero nitidamente le loro mancanze. La prima occasione era offerta dalla difficoltà che avevano a immaginare con esattezza la vita quotidiana dell’assente. Sa rammaricavano allora di essere del tutto ignari delle sue occupazioni; si accusavano della leggerezza con cui avevano tralasciato di informarsene e finto di credere che le occupazioni dell’amato non sono la fonte di ogni gioia per colui che ama. Da lì, era facile allora ripercorrere il loro amore ed esaminarne le pecche. In tempi normali sapevamo tutti, più o meno consapevolmente, che non c’e amore che non possa migliorarsi, e tuttavia accettavamo, in maniera più o meno pacifica, che il nostro restasse mediocri. Ma il ricordo è più esigente. E ne conseguiva che quella tragedia venuta dall’esterno, e che colpiva un’intera città, non ci recava soltanto una sofferenza ingiusta di cui avremmo potuto indignarci. Ci induceva anche a infliggerci personalmente un’ulteriore sofferenza e ci faceva così acconsentire al dolore. Era uno dei modi con cui la malattia distoglieva l’attenzione e confondeva le carte. 

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Raccontami della Shoah

Sarò breve, davvero.
“Shoah” è improprio, esclude ogni vittima non appartenente al popolo ebraico. Mi riferisco agli Zingari, agli omosessuali, agli oppositori politici, agli handicappati. “Shoah” è un termine improprio, ma è quello usato in questi giorni sui giornali, nelle radio, in televisione e per comodità lo userò anche io.
Dicevo: sarò breve.
Ogni anno sentiamo parlare di: Shoah, Olocausto, genocidio, sterminio degli Ebrei. E ancora: piazzale Loreto, Duce, Fascismo, Mussolini; Auschwitz, Führer, Nazismo, Hitler.
Quest’anno: Liliana Segre, Gene Gnocchi, Claretta Petacci scrofa.

Indignatevi.

Voglio essere breve.
Tra una citazione di Primo Levi e un estratto video de La Grande Storia, mi chiedo: è così che pensate di sbrigarvela? Darci un contentino è la vostra messa della domenica? Cosa succederà, quando i reduci saranno chiusi nelle loro bare zincate? Basterà che i numeri di cui sono stati marchiati svaniscano nel consumarsi della loro pelle, perché quell’orrore venga cancellato dalla nostra Storia? Nostra, perché il Fascismo era cosa Nostra; perché dovremmo ricordarci – e tutti – che noi abbiamo combattuto una guerra stando da quella parte là; che noi abbiamo fatto salire al potere un uomo che Hitler, quello cattivo, coi baffetti, quello pazzo, ha preso a modello. Perché noi, intelligenti uomini occidentali, siamo il popolo che ha accettato anni e anni di dittatura. E ne eravamo felici. Quindi ogni tanto ricordiamocelo, che gli Ebrei li abbiamo ammazzati anche noi e non solo i Crucchi brutti e cattivi.

Ma non è questo il punto.
Il punto è: perché mi fate vedere quei filmati, perché mi fate vedere quei film, perché mi ricordate del binario di Auschwitz?
Non dovremmo fermarci tutti? Non dovremmo fermarci tutti un attimo, chiudere Facebook, ritardare la pubblicazione della prossima Instagram Story, mettere via quel libro che stiamo per fotografare e che tanto non leggeremo mai; ecco, fare tutto questo e molto di più e dire: vi prego, spiegateci come si è arrivati a deportare gli Ebrei. Vi prego, spiegateci come si è arrivati a crederci la pura razza italica. Vi prego, spiegateci come si è arrivati a sottostare a una dittatura che ha piegato il Paese e che macchierà le nostre coscienze per sempre.

Brucia il fantoccio della Boldrini.
La lettura del proclama “Basta invasione”.
Mussolini ha fatto cose buone.
I migranti devono essere respinti.
Prima gli Italiani.
Froci di merda.
Ebrei di merda.
Zingari di merda.
Basta Europa.
Viva Putin.
Viva Trump.

Vi prego, ricordateci di come tutto questo, di come tutto questo e un ceto medio che si sente massacrato e incompreso, di come tutto questo e una classe operaia che si sente sfruttata, di come tutto questo e le nuove e vecchie generazioni sono in conflitto, di come tutto questo e la nascita di movimenti, di come tutto questo e la necessità di un nemico interno, di come tutto questo e la rinascita del nazionalismo.

vi prego ricordateci di come tutto questo un popolo ci ha già portati a sterminarlo una volta

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La sciarpa verde

Questo disse la donna, indicando al marito il perizoma viola ripiegato sul letto. L’uomo esitò. Avanti lo incalzò dallo scranno rosso su cui era seduta comando io, ricordi? L’uomo annuì. Raccolse il perizoma e lo indossò. Nel farlo, sentì gli occhi della donna su di sé. Guardati allo specchio gli disse. L’uomo si voltò e il suo riflesso contrasse la bocca disgustato. Non era per la calvizie precoce, o per la carne flaccida, e nemmeno per la pancia gonfia. Era perché tutto ciò che rimaneva della sua mascolinità si nascondeva dietro un triangolo di stoffa che si gonfiava sempre di più.

È iniziata un martedì sera. Mia figlia Lidia compiva diciotto anni e voleva festeggiare solo con noi e Dafne, la sua migliore amica. Diceva che per gli altri ci sarebbe stato tempo, che le importava solo della sua famiglia. E di Dafne.
Si conoscevano da quando erano in fasce, ma questo lo hanno scoperto solo molti anni dopo, quando, inconsapevoli l’una dell’altra, si sono sedute vicine al loro primo giorno di elementari. All’uscita da scuola mi sono venute incontro mano nella mano, sorridendo. Mia figlia con i capelli rossi e il viso lentigginoso, Dafne con dei grandi occhi grigi sempre in movimento e un fiocco celeste che si intrecciava trai capelli neri e che ha indossato per tutta la vita.
Dafne si è presentata e mi ha indicato una signora alta e corpulenta. È mia mamma ha detto e io, incredula, ho riconosciuto la donna con cui avevo condiviso la stanza d’ospedale nei giorni precedenti al parto. Lidia e Dafne avevano quattro ore di differenza.
Sono diventate inseparabili e, fino a quel martedì sera, lo sono sempre state.

Lo guardava infilarsi le autoreggenti, seduto per terra. Attento, se le smagli sai cosa succede disse agitando un piccolo frustino. L’uomo sentiva le trame delle calza tirargli e strappare i peli della gamba. Corrugava le sopracciglia e la fronte, vergognandosi dell’erezione che non riusciva a nascondere alla moglie. Sembra ti piaccia disse lei con una punta di malizia. Mi chiedo cosa, però… Vedere le cosce insaccate nelle calze, o l’idea di essere punito per quello che hai fatto?

Ci sono stati dei segnali, quella sera. Dei segnali che qualunque donna avrebbe dovuto cogliere, ma non io. Il suo piatto quasi intatto, il suo sorriso tirato nelle foto, la sua fetta di torta al cioccolato rimasta integra al centro del tovagliolo, un petalo del fiore di glassa spezzato. Poi il brindisi e lei che dopo un piccolo sorso di spumante scappa in bagno a vomitare. Vado io ha detto Lidia, seguendola. Ho guardato mio marito e ho mormorato ecco perché non aveva fame, le lasagne non erano così terribili. Questo ho detto. E ho riso. Ormoni ha suggerito lui. Ormoni, ho concordato io. Ho pensato che fosse meglio accompagnarla a casa e lui era d’accordo con me. Vado a cambiarmi ha detto scrollandosi le briciole dal maglione.

Sai dove ho trovato questa guêpière? gli chiese, facendo scorrere le stringhe nelle asole. L’uomo aprì la bocca per rispondere, ma la donna strinse i lacci con una forza e una repentinità tali da comprimergli il torace e farlo quasi strozzare con le sue stesse parole. Dove abitava Dafne continuò lei c’è un piccolo sexy shop. L’uomo provò a voltarsi, ma la donna tirò nuovamente le stringhe costringendolo a un gemito. Il proprietario mi divorava con gli occhi. Scoppiò a ridere. Pensava lo avrei indossato io, capisci?

Sono rimasta alla finestra a guardare la macchina partire e scomparire nella nebbia. Guida piano, ti prego. In cucina mia figlia era in piedi accanto al tavolo, lo sguardo basso. Mi sono avvicinata e le ho detto che avrei sparecchiato io, quella sera, che lei era la festeggiata e che avremmo recuperato una volta che Dafne si fosse ripresa. Ha detto e mi ha abbracciata. Ha preso la busta con dentro il regalo ed è andata in camera sua.
Del regalo si era occupata Dafne. Mi aveva telefonato quel pomeriggio, mentre stavo macinando la carne per le lasagne, e mi aveva detto entusiasta di aver trovato il regalo perfetto per Lidia: un piccolo carillon con la ninnananna di Brahms. Mia figlia ha una sorta di venerazione per quel brano, lo ascolta decine di volte al giorno. Dice che c’entra qualcosa con il suo primo ricordo, che non sa in che modo, ma ne è sicura.
Il carillon era caro, molto caro. Lo aveva trovato in un piccolo negozio di antiquariato del centro. La mia macchina era dal meccanico e lei non aveva abbastanza soldi per comprarlo. Le ho chiesto di lasciare qualcosa come anticipo e di tornare a casa a prepararsi. Avrei mandato Massimo a prenderla, così avrebbero potuto ritirare il carillon prima di venire qui per cena. Ha detto che andava bene, che Lidia sarebbe stata felicissima.
Mio marito è rincasato tardi. Dormivo e mi sono accorta di lui solo quando ho sentito il materasso sprofondare sotto il suo peso. Mi sono avvicinata al suo petto nudo. Emanava un odore penetrante, quasi selvatico. Non ho saputo trattenermi dal baciarlo e dall’accarezzargli la coscia e stavo per mettermi sopra di lui quando mi ha allontanata. Sono stanco ha detto. Lei sta bene, sta bene. Si è girato dall’altra parte e il suo respiro si è fatto pesante.

Degli occhi dell’uomo non era rimasta che una fessura, quando la donna ebbe finito di calcarne i contorni con la matita nera. Nel sentire quel profumo intenso e particolare, si ricordò di quand’era poco più di un bambino e spiava sua sorella truccarsi. Poteva rivederla in piedi davanti allo specchio, la mano ferma e il tratto sicuro. Quando aveva finito, si guardava soddisfatta e ritirava i trucchi. A lui non interessava di quel cerimoniale, rimaneva nascosto in attesa di un unico gesto, il respiro sospeso. Poteva vederla, sì, mentre si sfilava le mutandine da sotto la minigonna e le lasciava cadere sul pavimento, per poi precipitarsi fuori di casa tra le braccia del fidanzato.

Il giorno dopo ho chiesto a Lidia come stesse Dafne. Non ha risposto, si è limitata a una scrollata di spalle. Ho cercato di capire se fosse successo qualcosa, ma lei ha negato. Sapevo che era una bugia. Quando mente fa come me: alza inconsciamente un angolo della bocca e sulla sua faccia si disegna un sorriso a metà. Ho lasciato perdere. È giusto che i figli abbiano dei segreti.
Quando mio marito è tornato a casa, gli ho detto che mi serviva la macchina. Mia madre ha di nuovo dimenticato come si accende la caldaia… Faccio in fretta. Si è offerto di andare al mio posto, ma sapevo quanto fosse stanco di ritorno da lavoro. Ho zittito le sue proteste con un bacio.
Entrata in macchina, ho iniziato a cercare senza successo la leva per spostare in avanti il sedile. Mentre scandagliavo il sotto sedile, qualcosa mi si è intrecciato attorno alla mano. Ho ritratto istintivamente il braccio. Il nastro di Dafne penzolava moscio tra le mie dita.

Non ti sta male disse la donna. Ti ho sempre suggerito di farti crescere i capelli, ma non hai voluto ascoltarmi. Si avvicinò all’uomo. Stai proprio bene ripeté esaminando la chioma nera e posticcia che gli ricadeva sulle spalle. La frangia gli copriva le sopracciglia che si era impegnata a ridefinire. Ora dovresti invitarmi a ballare il twist, Mia lo prese in giro. L’uomo, impacciato, non sapeva cosa fare. La fissava intimorito, in piedi in mezzo alla loro stanza matrimoniale. Abbiamo quasi finito, non ti preoccupare. Manca un dettaglio. Aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori un nastro celeste. Te lo ricordi?

Venerdì Lidia è tornata a casa piangendo. Erano le nove del mattino ed ero già vestita per andare a lavoro. È morta ha singhiozzato. È morta e l’ultima cosa che le ho detto è che era una stronza. È morta. Sua madre è andata a svegliarla e l’ha trovata impiccata con la sua sciarpa verde. A scuola non hanno detto nulla ai ragazzi: né del trucco pesante che le copriva la faccia, né di come si fosse tagliata i capelli in un caschetto maldestro, né dei vestiti che aveva scelto di indossare. Quando sua madre me l’ha confidato tra le lacrime, mi sono chiesta quanto altro dolore le avesse procurato ritrovarla con indosso quella lingerie, quanto quella confessione potesse aiutarla a dimenticare ciò che la figlia aveva lasciato scritto su decine di fogli sparsi sul pavimento. Mamma, tua figlia è una puttana.
Ho preso un giorno di permesso da lavoro. Avevo paura a lasciare Lidia da sola per così tanto tempo. Ho passato la mattinata sul divano ad ascoltare i singhiozzi che venivano dalla sua camera. Egoisticamente mi sono sentita fortunata. Ho mandato un messaggio a mio marito per informarlo, ma non ha risposto. Lavora sempre tanto.
All’ora di pranzo ho bussato alla porta di Lidia. Era per terra, in pigiama. Continuava a ripetere non è possibile. Le ho chiesto se avesse notato qualcosa di diverso in lei. Non abbiamo più parlato e ieri non è venuta a scuola. Stringeva tra le mani una foto in cui sorridevano, abbracciate. Mi sono seduta accanto a lei. Il freddo delle mattonelle mi ha fatta rabbrividire. Mercoledì ha scelto un altro banco ha continuato mi evitava. Nell’intervallo le ho chiesto perché. Lasciami stare, ha detto. Le ho chiesto perché. Mi fai schifo, ha detto. Mi fate schifo. Tuo padre è una merda. Sei solo una povera stronza, le ho urlato. Ho guardato Lidia sprofondare dentro di sé. Perché ti ha detto quella cosa su papà? Sembrava non avermi sentito. È andata via subito dopo. Aveva mal di pancia. Ha firmato e se n’è andata. E ora è morta.

La donna legò i polsi del marito alla spalliera del letto. Sì assicurò che i collant usati come manette fossero abbastanza resistenti e non rischiassero di cedere. In quella posizione, più che una pecora, gli ricordava un agnello. Che non può essere mangiato, però, un agnello dalla carne impura. Non gli aveva tappato la bocca. Voleva potesse sentire anche il dolore nella sua stessa voce. Quando l’uomo sentì la fredda punta dello strap-on contro l’ano, tremò. Poi si dimenò e scalciò. Urlò, digrignò i denti, ringhiò. La donna guardava l’ano contrarsi e rilassarsi e contrarsi. Le ricordò un cuore che batte.

C’era voluto qualche giorno prima che capissi. Giorni che la mia mente ha impiegato a elaborare, assemblare, ricostruire. E io ne ero inconsapevole, non potevo accettare di dubitare. Eppure era tardi, era già dentro di me. L’idea stava germogliando e ogni coincidenza era acqua che la rinvigoriva. Tutto quello che faceva mi appariva strano. Il modo di sbucciare una mela, o di tenere in mano il telecomando, o di radersi. In ogni sua parola vedevo un’ambiguità, un non detto che si dibatteva per emergere. Quando, all’ultimo momento, si è rifiutato di venire al funerale perché non se la sentiva, cosa le hai fatto? mi è uscito spontaneo. Lui mi ha guardato e quello che ricordo è di aver intravisto un senso di gratitudine nel fondo delle sue pupille. Massimo, cosa le hai fatto? ho chiesto di nuovo, prendendo coscienza della verità. Non doveva morire ha piagnucolato accasciandosi a terra.
Quella sera gli ho detto che non l’avrei denunciato. Gli ho detto che mi sarei limitata a punirlo, che volevo capisse cosa aveva fatto. Se fai quello che voglio, se farai quello che ti dirò, non ti denuncerò. Non ti succederà niente.

L’uomo, ormai, non opponeva più resistenza. I collant attorno ai polsi sembravano essere l’unica cosa che gli impedisse di sprofondare nel vuoto in cui era perso il suo sguardo. Le lenzuola erano imbrattate del sangue che colava lungo le cosce dell’uomo. La donna pensò che fosse abbastanza e si sfilò, concedendo alle sue gambe di cedere. L’uomo sentiva in lontananza il trafficare della moglie per sfilarsi lo strap-on. Non aveva la forza di voltarsi verso di lei. La donna si allontanò dal letto, ma tornò presto sui suoi passi, una sciarpa verde stretta in mano. Abbiamo quasi finito disse. Non ti succederà niente. Alzò inconsciamente un angolo della bocca e sulla sua faccia si disegnò un sorriso a metà.

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Mi chiamo Lucy Barton (****)

Affronto la recensione di questo romanzo col più profondo rispetto nei confronti di un’autrice dalla prosa magistrale, dotata di una tecnica narrativa capace di far impallidire gran parte degli autori contemporanei e Maestra indiscussa dei dialoghi. Eppure, per quanto dopo questa premessa possa sembrare che questo romanzo sia perfetto, devo osarmi nel dire che no, che questo romanzo non è perfetto, e che per me ha un terribile ed enorme difetto. Ma andiamo per gradi.

Elizabeth Strout – già premio Pulitzer nel 2009 – decide di prestare la propria voce e la propria penna a Lucy Barton, rendendola così protagonista, narratrice e autrice del romanzo Mi chiamo Lucy Barton. Questo espediente narrativo, questo far dimenticare al lettore che la storia sia frutto di fantasia, permette un’immedesimazione totale: è come se Lucy Barton si stesse confidando con noi, come se ci avesse fatti accomodare in salotto, davanti a una tazza di tè, e avesse iniziato a raccontarci la sua vita, a partire da quel giorno che, ricoverata in ospedale, ha visto comparire sua madre ai piedi del capezzale.
Perché è proprio così che inizia il romanzo: con il ricovero di Lucy – molti anni addietro – e la comparsa di sua madre, con cui non aveva più alcun rapporto da molti anni. La donna non entra in scena con sciocchi preamboli: è là. Semplicemente compare e tutto quello che vorresti fare è interrompere Lucy – sempre davanti alla tua tazza di tè – e chiederle se la madre fosse davvero là, o se fosse un fantasma, un sogno. Una scelta fantastica, questa evanescenza, da parte della Strout.
Eppure la madre c’è ed è una certezza, una delle poche informazioni che abbiamo all’inizio del libro. Non sappiamo nulla di Lucy, noi. E allora apprendiamo che Lucy rimarrà ricoverata per nove settimane in un ospedale di Manhattan, proprio di fronte al grattacielo Chrysler, e che la madre resterà ai piedi del suo letto per soli cinque giorni. Cinque giorni sui quali viene distribuito gran parte del carico narrativo del romanzo. Sarà proprio questo breve arco di tempo a permetterci di approfondire il rapporto tra le due donne e di svelare lentamente il passato di Lucy.
La narrazione è però frammentaria. Alle scene in ospedale, alla delicatezza dei dialoghi tra madre e figlia, vanno ad alternarsi frammenti del passato di Lucy che lei stessa ci racconta, nel suo presente narrativo, in quegli anni di molto posteriori al suo ricovero in ospedale. Così la narrazione diventa una treccia, una spirale chiusa e inattaccabile: Lucy racconta dell’ospedale e ciò che avviene in ospedale ci racconta a sua volta frammenti della vita della nostra protagonista; ci fornisce personaggi e vicende che hanno caratterizzato un’infanzia dura e difficile. Quella stessa infanzia che ha spinto Lucy ad allontanarsi dalla propria famiglia e dalla propria madre, a renderla spietata. Sì: Lucy è spietata. È lei stessa a dircelo, sul finire del romanzo.
Così quello che per molti viene definito un rapporto d’amore tra una madre e una figlia che si riabbracciano dopo tanti anni, nonostante tutto, nel momento del bisogno, per me non fa altro che definire a trecentosessanta gradi Lucy Barton, una donna spietata. Non c’è amore in quell’ospedale. C’è una giovane donna che vuole la mamma e che allo stesso tempo le imputa la propria natura, la colpevolizza per un affetto che non ha mai ricevuto. A Lucy Barton non interessa ciò che dice sua madre, le importa solo di sentire quella voce, di poterla avere di sottofondo mentre sonnecchia. La stessa Lucy ci confida spesso di non ricordarsi di quello che è stato detto, che crede che le parole fossero quelle.
Mi sono chiesto se Lucy Barton sia egoista o semplicemente incapace di amare. Lei che, a differenza di suo fratello e di sua sorella, riesce a scrollarsi via un’infanzia carica di vergogna e a diventare qualcuno, una scrittrice, ma che sull’altare di questo successo sacrifica tutto, pur senza rendersene conto. Lei, che per prendersi ciò che la vita le deve di diritto, rinuncia alla famiglia, al marito, alle figlie. Tutto solo per poi dire ho sbagliato. Tuttora mi chiedo chi sia davvero Lucy Barton e ogni volta ho il timore di sbagliarmi, di non poterla conoscere davvero. Questo perché Elizabeth Strout ha creato un personaggio talmente tridimensionale da averlo reso umano. Pur seguendo la sua voce in prima persona, noi non riusciamo a capire nel più profondo cosa stia pensando. Proprio come se fosse vera, in carne e ossa. Non è un semplice personaggio romanzato. No: Lucy Barton si ribella alla sua vita e ai suoi lettori. Comanda lei.
I fatti sono quelli, inderogabili, scolpiti nel tempo passato. Sono delle certezze immutabili e definite dalla maestria della penna di Elizabeth Strout.
Eppure, quello che filtra dal malinconico racconto di Lucy Barton, è che non vi sia sentimento. Che è un controsenso di per sé. Come fa un romanzo a essere così umano e allo stesso tempo privo di sentimento? Però è quello che io ho recepito. Come se il laconico racconto di Lucy Barton su quella che è stata la sua vita, di come ormai le cose siano andate così, trasmettesse una rassegnazione difficile da digerire. I fatti vengono riportati, nulla più, con un distacco che ci fa sempre sentire un po’ messi da parte. Questo è l’unico aspetto che ho trovato fastidioso in questo romanzo, ma non riesco ancora a capire se sia un difetto oggettivo o soltanto insofferenza nei confronti di una donna, Lucy Barton, che ho iniziato a odiare ogni giorno di più.

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Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autrice: Elizabeth Strout
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo di copertina: 17,50 euro

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Uomini nudi (3/5)

Uomini nudi non è un libro facile da recensire.
Inizialmente pensavo lo fosse: un romanzo scorrevole – e capace di farsi letteralmente divorare – ti dà sempre questa illusione. Eppure, nel fissare i punti cardine di ciò di cui avrei voluto parlare, mi sono reso conto di alcune contraddizioni tenute accuratamente nascoste da una prosa magistrale e da uno stile di scrittura che, visto l’argomento trattato, non poteva essere che quello.
Ma andiamo con ordine.

Uomini nudi è ambientato in una Spagna in piena crisi economica; una crisi che ha costretto uomini e donne a cambiare le proprie abitudini e i propri stili di vita, togliendo loro la certezza del domani e costringendoli a vivere alla giornata.
In questo scenario si muovono i quattro personaggi principali – non me la sento di definirli protagonisti – del romanzo: Javier, Iván, Genoveva e Irene. Sono loro a portare avanti la storia, alternando i propri Io narrante in un corale intreccio di voci.
Come anticipato, la scelta di utilizzare questo tipo di narrazione in prima persona risulta vincente: da un lato permette di immedesimarsi con ciascuno dei personaggi e di comprenderne al meglio la psicologia, dall’altro garantisce un ritmo narrativo incalzante e privo di tempi morti.
Per quanto possa sembrare contraddittorio, però, è proprio qui che a freddo ho iniziato a intravedere una crepa in quello che sembrava un prodotto confezionato ad arte. I monologhi dei personaggi, così come il loro modo di raccontare uno stesso frammento narrativo, rivelano le profonde differenze strutturali che li caratterizzano, elevandone due a protagonisti e relegandone due a un ruolo meramente funzionale alla narrazione. Se due personaggi si evolvono in un arco narrativo ben studiato e privo di colpi di testa, con i rispettivi monologhi interiori a esplorarne l’animo in profondità, gli altri due si spengono in soliloqui ridondanti e fini a sé stessi, mascherati dalla sempre ottima prosa. Nulla che renda sgradevole la lettura – come ho detto, a caldo non ci si fa caso – semplicemente un’occasione persa da parte dell’autrice.
Occasione persa sopratutto perché il romanzo si concentra prevalentemente sull’esplorazione della psicologia dei personaggi per far conoscere al lettore quella che è la cruda realtà della crisi che attanaglia l’Europa: una crisi economica ma anche di valori. Cos’è disposto a fare un uomo pur di avere una vita tranquilla? Su quante azioni, reputate deplorevoli dall’opinione pubblica, è disposto a chiudere un occhio in nome di un futuro riscatto sociale? E soprattutto: questo riscatto sociale può avvenire? L’autrice è convinta di no. Quello che sembra voler farci capire è che la società è mossa unicamente dall’individualismo, che anche la ricerca di una relazione non è altro che un ulteriore strumento in grado di assicurare al proprio sé un’egoistica sicurezza. I rapporti tra le persone sono regolati da compromessi, soppesati in funzione del vantaggio che possono garantire: sono contratti di lavoro e come tali hanno un prezzo. In una società amorale, è la moneta che comanda. Tutto può essere acquistato e allo stesso tempo tutto perde di valore. L’uomo non può cambiare il proprio destino, può solo accettarlo. Ed è solo chi lo accetta, chi riesce a vivere nella condizione assegnatagli, che potrà salvarsi.
L’accettazione è la stessa cui deve rassegnarsi il lettore nel vedere la storia di questo romanzo precipitare su binari che conducono sempre più nelle profondità di un tunnel di cui non si vede la luce. Alla fine di tutto, letta anche l’ultima pagina, il lettore non potrà che arrendersi all’idea che il romanzo non poteva chiudersi in altro modo, che era cosi che doveva andare.

Alicia Giménez-Bartlett muove magistralmente i fili di questa commedia umana, aprendoci gli occhi su di una lotta di classe e su di una lotta tra sessi che si dimostrano latenti motori del nostro mondo. Si fa regista di uno spettacolo capace di tenerci incollati alle pagine per lunghe ore della giornata, prima di calare magistralmente il sipario e dirci ora che sai, prova a continuare a vivere come se nulla fosse.

 

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Titolo: Uomini nudi
Autrice: Alicia Giménez-Bartlett
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo di copertina: 16,00 euro

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Gli idioti del “Mein Kampf”

“E’ un pezzo di storia che fa ancora paura solo a parlarne. Ed è comprensibile perché gli uomini fanno scattare una legittima difesa contro il male assoluto. Parliamo di Hitler e del nazismo, la più grande tragedia – insieme al comunismo staliniano – del Novecento e tra le più orrende della storia intera del mondo.”

Questa è la motivazione fornita da Sallusti, direttore del quotidiano Il Giornale, a chi contesta la sua scelta di aver venduto, insieme al proprio giornale, una copia del “Mein Kampf” di Hitler.
Qualcosa di vero, in ciò che ha detto, c’è: è un pezzo di storia che fa ancora paura solo a parlarne.
E, difatti, io non ho problemi nel confessare che questa iniziativa mi ha terrorizzato. Io, che ritengo di essere un uomo di buona istruzione e di discreta cultura, che posso affermare di essere un lettore oggettivamente forte, sono terrorizzato e preoccupato dal gesto effettuato da Il Giornale. Attenzione: non perché sia la Storia di cui fa parte, a farmi paura; non perché voglia ignorare o dimenticare ciò che l’uomo ha dimostrato di poter fare, quando è la follia più pura ad animarlo.
Ciò che mi inquieta, al contrario, è che nessuno voglia vedere o voglia ammettere la gravità del significato che si cela dietro questa scellerata scelta editoriale. Ed è di questo che voglio parlare.

Ho detto di considerarmi in maniera oggettiva un lettore forte. Facciamo chiarezza con un po’ di numeri: il 9,1% delle famiglie italiane non ha alcun libro in casa e solo 4 persone su 10, nel 2015, hanno letto almeno un libro per piacere personale. I dati sono fonte ISTAT. Se già sembra poco – perché è poco – va ricordato che la categoria generica “libri” comprende quelli delle varie web-star, degli sportivi, dei personaggi televisivi, e ancora i libri di cucina, quelli che ti spiegano come avere una vita zen e quelli che ti ricordano dell’inferiorità del tuo partner semplicemente perché di sesso opposto. Tutte queste sottocategorie – che in verità sono molte e molte e molte di più – fanno sì che i numeri dell’ISTAT non sprofondino in qualcosa di ancora più raccapricciante. Dunque, per quello che credo io, potrebbe essere giusto affermare che mezza persona su 10 abbia letto un libro definibile tale. Non voglio iniziare qui una polemica sterile: il mercato editoriale continua a funzionare anche grazie ai libri di Cannavacciuolo, quindi non ho alcun problema con chi ne acquista una copia; al massimo, ho un problema con chi acquista solo quel libro. Io, però, sono un lettore consapevole e, in quanto tale, rivendico serenamente di aver letto testi pessimi come “50 sfumature di grigio”.
Detto questo, è evidente che molte di queste persone – che al più comprano i libri finti dell’Ikea per decorare casa – si ritrovano oggi con una magnifica copia del “Mein Kampf” di Hitler. Ho letto di persone che hanno affermato “meglio. Un libro in più. Sempre meglio che averne zero”. Sbagliato. Meglio averne zero. Perché un uomo che non ha mai avuto voglia di prendere in mano Melville, avrebbe dovuto andare in edicola (anche i quotidiani sono in crisi, sì), comprare un giornale – anzi, Il Giornale – e uscirne con il “Mein Kampf”? La risposta è semplice e intuitiva: perché è il “Mein Kampf”, perché è il testo scritto da Hitler.
Dunque, a mio modo, si delinea già che la maggioranza degli acquirenti sono divenuti tali in quanto attratti – spaventati o meno – dal fatto che fosse un testo di Hitler. Fa di loro dei nazisti? Certo che no. Ciò che è certo, però, è che parliamo di persone non educate alla lettura, quindi sprovviste dell’opportuno senso critico. E immagino che per affrontare il “Mein Kampf” serva molto senso critico.
Ora, cosa può succedere a degli uomini affascinati dal senso del proibito, attratti dalla figura di Hitler e sprovvisti della minima capacità di comprendere ciò che sta loro davanti, quella minima capacità che permette di stare dall’altra parte e di affrontare ogni lettera mettendola in dubbio e contestandola? Può succedere che dopotutto, non tutto è così sbagliato. D’altronde l’unico errore di Mussolini è di aver assecondato Hitler. Saranno loro dei potenziali nazisti? Certo che no.

Cerchiamo ora di identificare i lettori – occasionali o meno – de Il Giornale. La linea editoriale è schierata apertamente a destra e si è spesso dimostrata fiera conservatrice del populismo più becero. Stiamo parlando di un quotidiano che spesso e volentieri attacca il diverso, lo straniero, il più debole; un quotidiano che finge di non comprendere la gravità dell’attaccare l’Unione Europea e del farla passare, agli occhi dei propri lettori, come un cancro e non come la benedizione che è. I lettori di questo quotidiano, verosimilmente, ne condividono le idee. Non è il mio un attacco a chi si rivede in politiche di destra, è un attacco a chi è ignorante e si rivede nell’ignoranza, solo perché è di più semplice accesso e comprensione.
In un periodo storico drammatico di cui sono grandi protagonisti i flussi migratori, in cui la crisi finanziaria non vuole spiegare la propria natura a chi non ha voglia di cercarla, in cui ogni politico è un cialtrone e la figura di Putin viene idolatrata, come può essere visto un personaggio autoritario come Hitler?
In un’Europa in cui l’estrema destra risorge dalle proprie ceneri e le svastiche tornano disegnate sui muri; in un’Europa in cui ogni mussulmano è visto come un kamikaze; in un’Europa in cui ancora froci ed Ebrei; in un’Europa in cui se proprio c’è stato un olocausto, gli Ebrei se lo sono fatti da soli; in un’Europa pronta ad accogliere la Turchia di Erdoğan e che solo sottovoce è disposta a dire genocidio degli Armeni; ecco, in questa Europa, come si inserisce il “Mein Kampf” e l’ideologia che racchiude?
Dopo anni di bombardamenti mediatici, quante persone vulnerabili potrebbero cadere vittima di un testo che si è già reso capace di sedurre un popolo intero? La risposta, mettendo da parte la nostra arroganza, è: tante.

Questo mi sconvolge della viscida scelta de Il Giornale, di questa loro stupida provocazione passata come la volontà di, al contrario, informare. La verità è che è stato messo tra le mani di molte persone un testo che, altrimenti, queste non sarebbero mai andate a comprare. Ma se tu lo offri proprio lì, inviti all’acquisto. Quindi è sbagliato affermare che chi lo ha comprato, lo avrebbe fatto comunque. Proprio no. Giusto qualcuno, naturalmente.

Alla luce del mio ragionamento, reputo opportuno scagliarsi contro la finta classe intellettuale italiana, da quelle romantiche sfumature radical-chic, che, pur di rimanere fedele alla propria radicata controtendenza, afferma che non vi sia nulla di male in ciò che è stato fatto. Che il testo va letto e compreso. Vero. Verissimo. Ma quanti hanno, da soli, il mezzo per farlo? Badate bene, questa non è un’obiezione elitista. Questa è un’obiezione mossa dall’umiltà. Io, per diventare un lettore consapevole, ho avuto bisogno di essere educato. Chiunque, per diventare un lettore consapevole, ha bisogno di un lungo percorso fatto di libri e lezioni e cultura. Non ci si inventa lettori dall’oggi al domani. Non si diventa padroni di raziocinio prendendo delle proteine.
Quando difendete la scelta de Il Giornale, col vostro voler essere libertini a ogni costo, sostenete il voler dare il “Mein Kampf” in mano a chi fa fatica a leggere un post di Facebook che superi le cinque righe, a chi ha deficit di attenzione gravi nell’affrontare un articolo di giornale, a chi questo non lo leggo perché è troppo lungo.
Voi, signori miei, dall’alto della vostra profonda cultura accuratamente costruita a colpi di Kundera e Saint-Exupery, arrogate a voi stessi il diritto di consegnare il “Mein Kampf” a chi ancora crede che Corona abbia semplicemente fatto delle foto.
Dall’alto della vostra cultura artificiosa e fasulla, pretendete un libero accesso al “Mein Kampf”, dimostrandovi ottusi nel non comprendere quanto ciò possa essere pericoloso e dimostrando di non avere alcun timore nel parlare di un testo così spaventoso, di non aver alcuna concezione di ciò che il “Mein Kampf” ha rappresentato e rappresenta.
Allora, signori miei, un po’ di umiltà da parte tutti e venga riposta, per una volta, questa perenne voglia di contraddire e provocare, di scandalizzare.
Chi vuol capire e comprendere il “Mein Kampf” saprà sicuramente farlo anche senza che questo venga distribuito su scala nazionale da un quotidiano.

E a chi mi tacciasse di moralismo, posasse Kundera e leggesse De Amicis, che poi ne riparliamo.

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