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Psicosi 1

È successo tutto molto in fretta, in realtà. A guardare le strade vuote e silenziose, le serrande abbassate, le persiane chiuse, si potrebbe pensare a una situazione immutata da quanto, mesi? Anni? Invece sono bastati pochi giorni. All’inizio mi veniva in mente una sola parola: psicosi. Vorrei saperne dare la genesi, di questa parola. Genesi. È così biblico. Non lo è? Quello che sta accadendo, voglio dire. 
Attraverso le fessure della veneziana guardo la fermata del pullman. Lo faccio soprattutto nelle ore di punta. O meglio, in quelle che lo erano. Cerco di immaginarla in un giorno di pioggia, con le persone che si stringono sotto la banchina, e il pullman che arriva sbuffando, stanco. Qualcuno non riesce a salire e rimane lì, sotto la tettoia gocciolante. Sono giorni che non c’è più nemmeno quel qualcuno.
Nessun rumore. 
Lo dicevo ad Aurora qualche tempo fa. Le chiedevo se riuscisse a immaginare la città silenziosa, come una volta. Tra tanti anni, con le auto elettriche, pensavo. Ora non serve più immaginarla. Tutti direbbero che è tranquilla, ma io dico disturbante. Una sera, in televisione avevano parlato di una ricerca svedese sul rumore delle città. C’era una classifica. Quelle peggiori erano sempre le stesse. Torino mancava. Nessuno dice mai nulla su Torino. Comunque, i rumori insopportabili sono il martello pneumatico e gli schiamazzi, più dello stridio della forchetta sul piatto. Non ho letto il silenzio. Eppure è il rumore peggiore, ora lo so. Le città dovevano essere orribili, prima. 
I telegiornali hanno sempre detto che la situazione era grave e che bisognava preoccuparsi, ma per i politici era tutto sotto controllo. A chi credere? Io e Aurora ci guardavamo, senza risposte. 
Ogni mattina un uomo entrava in cortile con la bicicletta. Si fermava davanti ai bidoni della plastica e iniziava a frugare, smuovendo la spazzatura con uno stecco di ferro. Quando trovava qualcosa, lo esaminava e lo riponeva in una cassetta della frutta usata come portapacchi. Per anni ho spiato quell’uomo da dietro la tenda. Per anni ho desiderato che chiudessero a chiave il cancello, che non potesse più entrare, di urlargli dietro che il mio era un cortile rispettabile. Poi ha smesso di venire. Eppure non è cambiato niente: il cancello è ancora aperto e io sono ancora alla finestra. Lui, però, non l’ho più visto. 

Prima, quando tutto era sotto controllo, andavo a lavoro con superbia. In metropolitana facevo le foto di nascosto a chi indossava la mascherina. Psicopatico, pensavo. Le mandavo ad Aurora e ridevamo. Stavo in mezzo agli altri passeggeri, fiero. Ero superiore. 
Una mattina i vagoni erano vuoti. L’orario era quello di sempre. Ho provato disagio. Non sono sceso, non mi sono presentato a lavoro. Sono andato fino al capolinea, e poi indietro. Seduto, guardavo il mio riflesso viaggiare nel tunnel illuminato della metropolitana. Per la prima volta in dieci anni mi sono accorto che quando il treno si ferma, le porte del vagone non combaciano con quelle della stazione. Mi sono chiesto se dovesse essere così. 
Mi sono accorto anche dei cinesi, di quanti fossero, del fatto che non stessero a casa. Vederli con le mascherine mi infastidiva. Ero dispiaciuto che i loro ristoranti stessero chiudendo, che non ci fossero clienti ai tavoli, ma preferivo non averli in metropolitana. Perché non si mettevano in quarantena? Era più sicuro. Per loro, intendo. Se ne saliva uno, mi allontanavo. Pensavo sarebbe stato meglio per loro stare in quarantena. Alcuni erano stati aggrediti. Non era più sicura, la quarantena? Non farsi vedere per un po’, far calmare le acque. Per buon senso, ecco.
Col passare dei giorni non è cambiato molto. I vagoni erano deserti. Gli unici passeggeri si appoggiavano a grossi trolley. Scendevano tutti a Porta Nuova e nessuno saliva. 
A casa lo dicevo ad Aurora. Quando rientravo, la trovavo sdraiata a letto, il laptop sulle cosce nude. Lei non doveva andare in ufficio, le bastava il computer. Non aveva molto da raccontarmi. Niente aneddoti sui colleghi, o sul capo. Non le piaceva lavorare così. Aveva bisogno di uscire, di tornare tardi e vedere un rifugio nella nostra casa. Così era un posto come un altro, diceva. Tutto uguale, pensavo io, cambiandomi. 
Cucinando, guardavo dalla finestra le strade deserte. Dalla televisione qualcuno ammoniva di non assaltare i supermercati, che le scorte non sarebbero finite. Ci abbiamo creduto. 
In una trasmissione, un politico emaciato stava contraddicendo un medico. Non c’era da preoccuparsi, non dovevamo cambiare stile di vita. Lavarci le mani un po’ di più, nient’altro. Un’influenza, diceva. È solo una brutta influenza. Abbiamo spento e lasciato i piatti sporchi nel lavello. Abbiamo fatto sesso con i vestiti ancora addosso.

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Civetta

Non era ancora il tramonto, ma il cortile era già in ombra. L’uomo sul balcone del secondo piano pensò che le case popolari fossero così povere da non avere nemmeno diritto alla luce. Appoggiato alla ringhiera, lasciò la cenere penzolare dal mozzicone che stringeva tra pollice e medio. Aveva smesso con le cose superflue.

Il monolocale era spoglio, giusto un materasso per terra e qualche libro. Una lampadina bruciata era appesa al soffitto. Le serrande si erano rotte tempo prima. Ne aveva approfittato e si era fatto staccare la luce. Viveva secondo natura, svegliandosi all’alba e dormendo quando era troppo scuro per leggere. Una parte dei soldi guadagnati pulendo le scale finiva in sigarette, il resto nelle rose. Da quando aveva iniziato a comprarle, non poteva permettersi più di un pasto al giorno.

Si mise addosso qualcosa di pulito e riempì un sacco nero con i vestiti sparsi per terra.

Al lavasecco scambiò un saluto con gli altri clienti. Le solite facce, il solito cenno. Avviò la centrifuga e uscì, come sempre. Coprì l’isolato che lo separava dalla fioraia sentendo crescere in lui l’eccitazione.

La donna dietro al bancone sorrise. Arrossendo, gli chiese se avrebbe comprato una rosa al giorno anche per lei. L’uomo scosse la testa, poi lasciò le monete sul bancone e uscì.

Giorno dispari: rosa bianca.

Non faceva pulire il gambo; le spine dovevano ricordare il possibile dolore di ogni bellezza. Soffrire ogni giorno aiuta a non soffrire più. Una sorta di veleno. Recuperò i vestiti e tornò a casa. L’eccitazione era diventata aspettativa.

Pochi metri distanziavano il suo balcone da quello dell’appartamento di fronte. Le tende fini e l’interno ben illuminato erano suoi complici. Su quello strano palcoscenico, lo spettacolo era già iniziato. Un letto matrimoniale e due ragazzi davanti: lei era inginocchiata, stava facendo un pompino.

L’uomo non riusciva a mettere a fuoco la nudità di lei ed era costretto a immaginarla. Si accese una sigaretta; i due ora erano sul letto.

All’uomo parve che la ragazza lo guardasse. Urlava e gemeva e lo guardava.

L’uomo spense la sigaretta e si abbassò i pantaloni.

Iniziò a masturbarsi cercando lo sguardo di lei. Il buio escludeva tutto ciò che li circondava. C’erano solo lui e la ragazza. Di lei sapeva che aveva gli occhi grigi e qualche lentiggine, i capelli castani e un cappotto rosso. Sapeva anche che le piaceva essere presa da dietro, come in quel momento. Le sue urla gli facevano credere che fosse lui a fotterla.

Non era venuto. Quei due avevano finito e lui era rimasto col cazzo mezzo moscio in mano. Avevano spento la luce e l’avevano lasciato là da solo, in mezzo al nulla.

Ancora nudo, si buttò sul materasso.

La sveglia suonò: il sole ancora non illuminava la casa nella sua interezza. Aveva dormito poco e male. Mentre si radeva, le crepe dello specchio gli restituirono il volto deforme di un mostro. Arricciò le labbra. Le guance scavate erano lenzuoli impigliati agli zigomi pronunciati. Non sì sentì più brutto del necessario.

Prima di uscire recuperò la rosa dal vaso. L’acqua aveva mantenuto i petali freschi. Uscì di casa e, come ogni mattina, deviò verso l’altro condominio. Il portone era spalancato come tutti gli altri. Salì per i due piani e si trovò di fronte all’appartamento. Posò la rosa sul gatto dello zerbino e se ne andò.

A lavoro, la ripetitività del pulire le scale lo fece sprofondare nel proprio malessere. La ragazza lo aveva deluso. Per la prima volta, dopo mesi, non era più riuscita a soddisfarlo. Forse era il momento di cambiare. Decise di non pensarci.

La giornata proseguì anonima. Niente eccitazione, nessuna aspettativa. Al lavasecco, anche le facce degli avventori gli parvero maschere di tristezza. Persino la fioraia aveva di meglio da fare che dargli attenzione.

Giorno pari: rosa rossa.

Questa volta era in anticipo. Rimase in balcone a fumare finché non vide accendersi la luce dell’appartamento di fronte. Era irrequieto: aveva persino già sbottonato i pantaloni. Si concentrò su quello che vedeva e, quando non bastava, su quello che immaginava. Con la mano emulava il ritmo del bacino del ragazzo.

Non funzionò. Non era riuscito a concentrarsi, le urla della ragazza erano un’eco lontana. Si rivestì. Ormai era chiaro cosa dovesse fare. Non poteva più evitarlo.

Aspettò di vedere il ragazzo uscire dal condominio.

Le due: era una civetta pronta a braccare la preda per il proprio sostentamento.

Si vestì di tutto punto. Prese la rosa dal vaso e strinse il gambo, poi lo sfregò contro le proprie guance.

E’ necessario pensò nel salire le scale.

E’ necessario pensò nel bussare alla porta.

E’ necessario pensò nel guardare la ragazza.

E’ necessario pensò mentre sentiva rinascere il desiderio dentro di sé. Il corpo nudo di lei a terra, una collana di lividi a cingerle il collo e il sangue, il sangue a ridare passione a quel fiore che sembrava ormai appassito

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