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Il mio primo populismo

L’altra mattina ero al mare. Erano appena le 9, ma il sole lasciava già intendere quanto avrebbe reso insopportabile quella giornata.
Pochi metri mi separavano dall’acqua e dal suo placido sciabordio sul bagnasciuga. La guardavo allungarsi verso di me, come stiracchiandosi, bambina appena sveglia, e poi ritrarsi d’improvviso e chiamarmi a sé, donna matura.
Anch’io ero assonnato e forse di cattivo umore. Mi ero svegliato presto, bruscamente, e davanti a me un giorno già scritto in ogni suo dettaglio, senza alcun imprevisto; nessuna avventura, né emozione impetuosa e inaspettata: è questa vita?
Eppure, alle mie spalle, le brulle colline calabresi, con le loro macchie di vegetazione fitta e improvvisa e i loro ruderi abbandonati da chissà quale padrone e in chissà quale epoca, illudevano di celare antichi segreti e di proteggerli agli occhi di chi non saprebbe a sua volta mantenerli.
Questo pensavo e la mia immaginazione galoppava senza briglie attraverso i troppi romanzi d’avventura che mi affollano la testa e spesso ne offuscano il giudizio.
L’orizzonte, a guardarlo, quel giorno mi ricordava che, seppur lontano, un limite sempre esiste e sempre esisterà.
Pensieri di morte, presenza costante.
Ma ecco, ecco una voce strapparmi via da me stesso ed evocare ricordi, ricordi remoti, ricordi di un tempo, di quando quell’orizzonte volevamo ancora raggiungerlo e magari lasciarcelo alle spalle, colonne d’Ercole della nostra età.
Ricordi, dice, ricordi quando da bambino raccontavi le barzellette e tutti ti stavano ad ascoltare, grandi e piccini? Quante ne sapevi, Andrea, quante…
La guardo, questa signora, presenza costante e invisibile delle mie estati. Le sorrido confuso e senza avere qualcosa da rispondere. Ha ragione, però. Ne sapevo tante e mi piaceva raccontarle.
E come le raccontavi, dice lei, in un modo che era impossibile non darti attenzione. Ed eri piccolo, eh, nemmeno dieci anni! Un oratore nato, aggiunge guardando mia madre.
Rispondo senza pensare, mentre il cielo sembra coprirsi per un istante e la mia testa svuotarsi dei tanti pensieri. Le mie labbra imbronciate si distendono in un sorriso vuoto e sereno: ecco la felicità!
Rispondo, dicevo, e per una volta nella vita mi sembra che la risposta sia quella giusta, l’unica possibile, quella che non ha nemmeno senso rifletterci sopra.
Dovevo fare il politico, allora, visto che sapevo far ridere.
Ecco.
Mi sfilo la maglia, entro in acqua, la testa sotto e del resto chi se ne frega.

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