Archivi tag: musica

Ciao, Gianmaria

Gianmaria l’ho conosciuto tanti anni fa, durante un viaggio in macchina Torino – Catanzaro. Mio padre, appena partiti, mise un suo disco. Mi disse di ascoltare, che era un poeta. Io non gli diedi retta, un po’ perché per me gli unici poeti erano Baudelaire e Verlaine, un po’ perché era quel principio di adolescenza in cui non puoi fare a meno che contraddire.

Nel 2012 frequentavo la Scuola Holden. Era novembre e dovevo scegliere da una lista i workshop ai quali avrei voluto partecipare. Uno di questi aveva come docente Gianmaria Testa. Ricordai quel viaggio in macchina Torino – Catanzaro e quel disco che non avevo voluto ascoltare. Fu naturale spuntare quel nome e metterlo in cima alle mie preferenze.

Arrivò in aula con addosso una maglietta nera e in spalla l’immancabile custodia della chitarra. La posò per terra, come farebbe un qualsiasi artista di strada, e si presentò Io sono Gianmaria. Ciao, piacere, salve a tutti. Prese la chitarra e si adoperò per accordarla. Io non sono un insegnante, quindi questa non è una lezione. Ci guardò, eravamo una quindicina. Vi va se parliamo un po’? E’ necessario parlare, solo così si può imparare qualcosa. Non ho mai avuto l’occasione di stare nella stessa stanza con quindici scrittori. E’ un’opportunità.

Ci chiese di raccontargli di noi, uno per uno. Era interessato alle nostre esperienze, alle nostre storie, con indosso l’abitudine di raccontarle nelle sue canzoni. Volle sapere se qualcuno di noi suonasse. Sì? Tieni la chitarra, facci sentire qualcosa. E così sedeva tra noi e si faceva spettatore. Gli occhi chiusi, ascoltava col cuore. Applaudiva, incoraggiava, dava consigli. Io ero capotreno, non mollare.

Tirò fuori dalla tasca del cappotto un ep ancora nel cellofan. Questo me l’hanno mandato da ascoltare. Lo facciamo insieme, avete voglia? Mise su il disco. Era osceno. Lui non si scompose. Cercava ciò che vi fosse di buono. Alla fine si arrese e spense lo stereo. Vi va una sigaretta?

Gli chiedemmo di suonare qualcosa per noi. Disse di sì, felice. Eseguì Ventimila leghe e ce ne spiegò il significato. Bisogna insegnare ai bambini – perché questa è canzone per i bambini – che non si deve temere il diverso, che non bisogna credere a dei coglioni razzisti – è chiaro a chi mi riferisca, è nel titolo – che siamo tutti uguali. 

La lezione era finita. Lui non se n’era accorto, noi nemmeno. Beviamo qualcosa, vi va? Brindiamo a quest’esperienza che ho fatto oggi, all’avervi potuto conoscere. 
Tirò fuori dalla borsa delle bottiglie di vino rosso, dei bicchieri e dei grissini. Forza, ragazzi!

Ero in balcone con un amico che fumava. Lui ci raggiunse e tocco i nostri bicchieri col suo. Chiese da accendere, poi cominciammo a parlare di scrittura e di musica. Mi ascoltava e annuiva. Lo ascoltavo e annuivo. Quanti anni hai, Andrea? Venti. Mi studiò. Mi mise una mano sulla spalla e bevve un sorso di vino, guardando dritto davanti a sé. Feci lo stesso. Vuoi fare lo scrittore? Sì. Fai bene, servono dei buoni scrittori. Già. Continuammo a bere.

Come ultima cosa gli chiesi di autografarmi dei cd. Sono per papà, ti ho conosciuto grazie a lui. Sorrise. A Pino, con affetto. Gianmaria.

L’ho visto per l’ultima volta l’anno seguente. La vecchia Holden chiudeva e lui venne a suonare per dirle addio. Eravamo tutti attorno a lui, i bambini sdraiati sul pavimento, chiusi in una grossa aula. Lo ascoltammo tutti, quel poeta umile e generoso, mentre ci raccontava storie di uomini come noi, come lui.
Un bicchiere di rosso vi va? chiese, posata la chitarra.

Lasciami andare

Lascia un commento

Archiviato in That's all folks!

ABBIAMO TEMPO

OMAGGIO A BALTHUS

– Monsieur! Monsieur! Monsieur Sabél!
– Chi? Chi è?
– Monsieur Sabél, un’intervista per favore. “Le Figaro”, siamo “Le Figaro”.
– Oh, mon dieu! Non ci parlo con voi.
– Monsieur Sabél! Dove andate? Rallentate, vi prego!
– Cosa volete dalla mia misera vita?
– Un’intervista dal più grande artista di Parigi!
– Ma cosa volete capirne, voi, di arte!
– Sabél, s’il vous plaît…
-Senta: lei non è che un culo, ma un culo senza musica, eh!
– Monsieur?
– E salutatemi Gaston.

Monsieur Sabél non era un artista qualunque. Prima di tutto era un uomo, poi un ubriacone e solo dopo un pianista e pittore di nota fama. A Parigi tutti dicevano che era uno stravagante disadattato, ma qualcuno mormorava fosse anche un genio. Tra le voci che circolavano sul suo conto, quella riguardante la sua collezione di ombrelli era certamente la più curiosa. Pareva, infatti, che andasse comprando ombrelli di ogni tipo, anche a paia, ma nessuno gliene vide mai usare uno. “Ne ha a centinaia,” – diceva il proprietario di una boutique in St. Germain des Prés – “ e mica pregiati, eh! Madame, si fidi, quell’uomo è pazzo. Pazzo!”.

– E con questo fanno esattamente trecentotrentatre.
Monsieur Sabél chiuse dietro di sé la porta di legno massiccio che separava la camera da letto dal salone. Si affacciò alla finestra, osservando il passeggiare delle persone lungo il boulevard. Sbuffò e tirò le tende, nascondendo il proprio appartamento all’esterno. Sì portò sul divano e si sedette, poggiando le mani sulle ginocchia. Rimase a guardare per qualche secondo la tela sul cavalletto, di fronte a sé.
La sua attenzione venne distolta da un grosso gatto  nero che aveva individuato nelle sue cosce il posto perfetto per riposarsi.
–  Claude-Achille, pesi. Scendi.
Il gatto stese le zampe anteriori davanti a sé ed iniziò a fare le fusa.
– Non incanti un vecchio orso come me, lo sai bene. Dovrei metterti a dieta, majesté. Te e gli altri tuoi compari. Ne discuteremo questa sera a cena con Pablo, faglielo sapere.
Claude-Achille aprì un occhio giallognolo e sbadigliò. Poi si lecco la zampa sinistra e continuò a mormorare apprezzamenti a modo suo.
– Ho preso un altro ombrello, – disse – questo ha il manico in radica di ciliegio. L’ho chiuso insieme agli altri, ora sono trecentotrentatre. Forse non dovrei comprarne più, il tre non si ripeterebbe ancora. Dovrei arrivare a tremilatrecentotrentatre, ma sento di non avere abbastanza tempo. Mi sento stanco, Claude-Achille. Sì, lasciamo che restino così, pochi ma di perfetto numero. Ora spostati, devo cambiarmi.
Il gatto spalancò gli occhi quando si vide sospeso per aria e trattenne il fiato durante tutto il tragitto divano-cesta.

– Sai, amico mio, – prese a dire Monsieur Sabél, sfilandosi il pigiama – la gente è veramente stupida. Prima un ometto impertinente ha iniziato ad inseguirmi perché rilasciassi un’intervista a quel loro giornale, quello che da poco la moglie del ministro gli ha ammazzato il direttore. Se pensano che il mio nome serva ad intrattenere un gregge di bigotti, si sbagliano. Sono impazziti tutti, qua. Io non mi ci ritrovo più. Me li immagino, a parlottare dei miei ombrelli e a chiedersi cosa me ne faccia. Oppure ad indignarsi del mio uscire in pigiama. Che male c’è poi? Preferirebbero sfilassi nudo per Champs Elysées, forse? Avremmo dovuto andarcene, magari in Amérique.
Claude-Achille aveva assunto nella cesta la forma di una ciambella e poltriva rumorosamente.
– Stupido gatto. Forse avrei dovuto trovarmi una donna, altro che voi bestiacce.

Monsieur Sabél passò la serata a suonare il pianoforte per i suoi gatti, che restavano a sonnecchiare sul divano. Le note di Bach ed Haendel uscivano cupe dal mezza coda. Quando finì, si voltò verso il divano, ricevendo un cenno di assenso da Claude-Achille.
– Questi, cari miei, erano dei signori degni di essere chiamati così. Non come quegli artistelli da quattro soldi che suonano in quelle tristi serate di cabaret. I veri personaggi non verranno mai compresi dalle persone, ahimè.
Dopo aver bevuto un bicchiere di Bordeaux, Monsieur Sabél si sistemò, nel suo abito di velluto nero, sul divano e si addormentò con i suoi sette gatti.

– Quest’oggi, – disse – non aspettatemi per pranzo. Ho intenzione, infatti, di fare una lunga passeggiata lungo la Senna. Saltare un pasto, d’altronde, non potrebbe farvi che bene.
Messosi un pigiama blu, la bombetta ed il cappotto, uscì.

Camminando,  Monsieur Sabél si fermava spesso a guardare le foglie secche ai piedi degli alberi. Ogni tanto si chinava, ne raccoglieva una e la conservava tra le pagine di un libro che teneva sottobraccio. Da buon parigino era affezionato alla Senna, quasi quanto lo era alla sua solitudine. Sapeva di non essere in grado di relazionarsi con le altre persone, tanto ne era infastidito, quindi preferiva non forzare la mano e restare tranquillo. La vita era troppo breve per dedicare tempo agli altri; solo gli sciocchi potevano privarsi del proprio tempo così gratuitamente. Una donna, però, l’avrebbe voluta, ora che non era più così giovane. Era l’unica cosa che si rimproverava. Ma, ormai, come ripeteva sempre, si era abituato ad amare i suoi gatti e loro non avrebbero gradito l’essere spodestati.
Poco prima del tramonto si sentì in balia della stanchezza e decise di mettersi sulla via del ritorno.

– Claude-Achille, Pablo, venite a vedere quante belle foglie ho trovato.
I due gatti arrivarono veloci, stiracchiandosi.
– Penso siano perfette per la tela. Sono così entusiasta, finalmente sarà finita. Sarà rivoluzionaria. Ora vi faccio vedere.
L’uomo si avvicinò alla tela e tenne con le mani le foglie nei punti in cui avrebbero dovuto stare.
-Vedete? Non trovate sia finalmente completa?
I due gatti rimasero a fissare la tela: due cerchi di ragazzi e uomini che ballavano nudi, tinti di rosso acceso, al chiaro di luna, coperti da un ombrello aperto, incollato al dipinto, sul quale cadevano le foglie tenute della dita di Monsieur Sabél.
– Bella, vero? – incalzò l’uomo – ma la completerò domani, non bisogna mettersi fretta. Poi ora sento il mio corpo pervaso dalla stanchezza. Forse è meglio che mi metta a dormire.
I due gatti scesero dal divano miagolando e iniziarono a strusciarsi contro le gambe del padrone che, ridacchiando, si rese conto di non aver dato loro da mangiare dalla sera prima.
– Avete ragione, amici miei.
Mentre erano intenti a cibarsi, Monsieur Sabél si tolse il pigiama e si mise l’abito di velluto nero della sera prima. Riempì di vino il bicchiere e si mise sul divano.

Il sole era già alto da molto tempo e Claude-Achille e Pablo si cimentavano, insieme agli altri gatti, in una serie prolungata di miagolii dettati dalla fame. Si avvicinarono al divano ed il primo vi saltò sopra, assicurandosi di essere il più fastidioso possibile. Iniziò a camminare avanti indietro, poi salì sul petto di Monsieur Sabél e rimase fermo, acquattato. Non vedendo reazione, cominciò a mordicchiargli la folta barba grigia e i capelli mossi. Non vedendo reazione, guardò Pablo. Si accoccolò sul petto dell’uomo e sbadigliò. Pablo e gli altri gatti lo seguirono, accomodandosi lungo la figura.

“Lui e i gatti,” – diceva il proprietario di una boutique in St. Germain des Prés – “ tutti insieme, eh! Madame, si fidi, li hanno trovati tutti insieme sul divano”.

Lascia un commento

Archiviato in Racconti