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Shankara, la perla d’Oriente

Nella sua lunga storia il piccolo comune aveva sempre avuto delle elezioni ufficiali, adeguandosi in questo modo all’Estero, ma i capi della comunità venivano scelti in maniere molto più traverse e discutibili. Si può dire che quella di Ogniranza sia una vera e propria democrazia diretta e che i cittadini esercitino il diritto di assegnare il potere senza passare da alcuna burocrazia. Già in antichità, mentre i grandi imperi si preoccupavano di introdurre nuovi metodi elettivi in grado di coinvolgere maggiormente il popolo, Ogniranza vantava una solida stabilità sociale e politica. Ci si era accorti che la migliore filosofia consistesse nella semplicità: le cose facili sono le più funzionali e il volerle complicare è una tendenza innata nell’uomo, una sorta di entropia barocca. Tutto va agghindato, l’arte povera è per i non abbienti.
Ogniranza aveva sperimentato più forme di governo, attraversando ogni sorta di utopia, dalla dittatura all’anarchia e dall’oligarchia al principato.
Nell’anno della fondazione, il 1050 a.C., Ogniranza si presentava come il più classico degli agglomerati umani: la tribù. La sedentarietà non era ancora così radicata nel mondo e, per quanto fossero numerose le comunità che decidevano di stanziarsi all’interno di labili confini, non erano rari i casi in cui gruppi di persone che sentivano di possedere ideali e principii affini decidevano di abbandonare le proprie terre natie. Nello specifico, la comunità ognirante nacque dall’incontro incestuoso di cavalieri e contadini. Questi erano il gradino più basso di ogni piramide sociale, appena al di sopra degli schiavi, mentre i cavalieri stuzzicano l’immaginario collettivo dall’alto dei loro destrieri. Insomma, gli uni con la schiena piegata sul terreno, verso il basso; gli altri con la schiena ben dritta, verso l’alto, elevati ancor più dalle loro cavalcature. Due estremi senza alcun punto in comune. Apparentemente.
Ma si sa, non esiste uomo senza vizio.
E certo questa fu la giustificazione che si diede Prius, influente cavaliere della guardia del re DI QUALCOSA nel giacere con la regina, nonché moglie del suddetto.
E certo questa fu la giustificazione che si diede Ultius, insignificante contadino delle terre del re DI QUALCOSA, nel giacere con la regina, nonché moglie del suddetto.
E certo questa non fu la giustificazione che si diede Dain, re DI QUALCOSA, nel trovare Prius e Ultius giacere con la regina, nonché propria moglie.

Prius e Ultius furono molto fortunati. Quello, infatti, fu l’unico anno in cui nel regno DI QUALCOSA venne sospesa la pena di morte. Gli eruditi avevano suggerito al re di prendere questa decisione perché, a loro dire, terrorizzare i sudditi si era rivelato più volte una scelta controproducente. Re Dain, uno di quei re che vogliono essere ricordati per la loro magnanimità, si scoprì entusiasta di potersi mostrare così progressista agli occhi degli altri sovrani e accettò di buon grado la proposta.
E chissà cosa sarebbe successo, se il cuore del buon re avesse retto e non avesse deciso, invece, di esplodere al pari di un fiore che sboccia. Forse egli stesso si sarebbe accorto che, per governare, il pugno duro serve eccome! Che i servi hanno bisogno di limiti imposti dai padroni, così come gli angeli e le cose tutte hanno bisogno di Dio. E un buon sovrano è questo che non deve far dimenticare ai propri sudditi: come Dio, egli può privarli di ogni cosa, perfino della vita, e in qualsiasi momento. Solo in questo modo i ruoli vengono rispettati. Ma, come dicevamo, il povero re Dain non ebbe possibilità di rimediare allo sbaglio commesso e i due traditori vennero banditi e null’altro.
La pena di morte, reintrodotta dal sovrano seguente, Tyrano, recuperò ben presto l’anno perduto e collezionò ottantasette teste nel solo primo mese di attività. Ma quello che successe nel regno DI QUALCOSA, dopo l’allontanamento dei padri fondatori di Ogniranza, è ininfluente al proseguo della nostra storia e non deve interessarci.

Prius e Ultius erano due uomini affini, due anime che Dio avrebbe fatto incontrare anche se fossero nate agli estremi opposti del globo. L’unico ostacolo tra loro era l’appartenere a due classi sociali profondamente diverse. Con l’esilio questa unica barriera fu abbattuta e i due uomini capirono di avere un destino in comune. Il peccato e il sesso che l’aveva originato, nonché l’eguale pena subita, appianarono le divergenze e i pregiudizi radicati nella testa dei due. Certo, la prima volta non fu facile. Prius era alto e vigoroso, la pelle liscia e un portamento che non l’avrebbe mai lasciato confondere con uno di quegli altri: bassi e tarchiati dalla zappa, la pelle ustionata dal sole sempre presente, schiavista per diletto, rozzi e grezzi; insomma: uno come Ultius. E Prius lo guardò dall’alto al basso, quella prima volta. Lo guardò con la sufficienza di chi crede che la vita in certi corpi sia proprio uno spreco. E che gli occhi neri e lerci di un contadino non si abbassassero davanti ai suoi, verdi come le foglie della più in salute tra le piante, lo irritava e non poco. In altra sede, quell’insolenza sarebbe stata punita con un bel fendente tra mento e spalle. Ah, se solo la regina gli avesse permesso di tenere le armi con sé… Non riusciva a capire cosa ci trovasse, in quell’essere, e si chiese quanta perversione scorresse nelle vene di una donna non solo così potente, ma anche di una raffinatezza famosa in tutto il regno.

– Vi ho convocati qui perché questa notte ho sognato di voi – disse la regina.

Congedò gli uomini di scorta con un cenno. Rimase in silenzio e Ultius non poté fare a meno di volgere la più totale attenzione all’ambiente che li ospitava. Il soffitto si ergeva forse sei metri al di sopra del suo naso schiacciato, sorretto da mura in pietra calcarea accuratamente ridipinta di bordò; sulla sommità, alte finestre lasciavano che la luce, filtrata da fini tende color panna, disegnasse morbide ombre sulla parete opposta, mettendone in risalto lunghi arazzi mai stufi di raccontare le gesta della stirpe reale. E poi mobili d’oro e legno massiccio, intarsiati di lapislazzuli e pietre preziose di ogni genere, a occupare la vastità della stanza come tante isole puntellano il più bello dei mari. Così al centro di quell’arcipelago, come un meraviglioso vulcano, si ergeva il letto della regina: un baldacchino alto come possono esserlo due uomini che si sorreggono l’uno sulle spalle dell’altro, racchiuso da spessi teli ricamati dalle migliori filatrici del regno; e il cuore, grande quanto una qualunque stanza da letto, già placava gli animi più focosi mostrando loro la quantità di cuscini pronti a ospitarne lo stanco riposo. E infine, quella conchiglia non poteva lustrarsi di perla migliore: la regina Shankara. Ora che lo sguardo si era fermato su di lei, non gli riusciva più di distoglierlo. Il suo nome raggiungeva ogni confine del regno e si erano sprecate leggende sulla sua bellezza. Qualcuna la voleva alta e bionda come una ninfa del nord, altre un’Ispanica dal sangue guerriero; e ancora una raminga che aveva stregato re Dain con un filtro d’amore. Ma la verità era diversa e Ultius non poteva conoscerla. Perfino Prius, così vicino alla famiglia reale, ignorava cosa ne fosse di Shankara prima di essere regina. Eppure, a osservarla, qualcosa si smosse nella memoria del contadino. Quella lunga chioma nera che ricadeva con una compostezza quasi selvaggia sulle spalle della donna e quella carnagione olivastra che la rendeva unica all’interno del regno, gli fecero riaffiorare le parole di un viandante ospitato forse un paio di lustri addietro. Questi diceva di aver fatto parte della scorta che aveva portato la regina Shankara a re Dain. Viene dalle terre d’oriente, dove le lettere degli uomini si chiamano numeri, ed è figlia di un importante sovrano, da anni in guerra contro re Dain. I due regni, logori dal conflitto, hanno tentato di sancire una pace duratura tramite un legame di sangue. Così la più giovane, nonché più bella, delle figlie del sovrano d’Oriente, è stata data in sposa a re Dain, che era ancora un giovane condottiero. Shankara è il suo nome. Partì bambina e arrivò donna.
Solo allora Ultius si accorse dell’inumana bellezza che gli stava di fronte, a pochi passi, vestita di un sari che lasciava vederne il corpo e, allo stesso tempo, ne nascondeva i tratti più desiderati.
Non riuscì ad alzare lo sguardo al di sopra di quelle labbra, tinte del colore del sangue, finché non scoccarono.

– Di te ho memoria, Prius. Sei a capo della scorta di mio marito. Immagino, invece, che tu sia solo uno spregevole contadino, ma per me non fa differenza. Se è la volontà degli dei… Ho sognato di questo momento in una notte come tante altre. Vivo in un palazzo grande quanto un qualsiasi regno a noi confinante e la mia stanza potrebbe ospitare le famiglie di un’intera città. Forse questo è il desiderio di molti, ma non il mio. È la solitudine a riempire il vuoto tra queste mura fredde, mentre io nascondo il mio volto sotto a quella pila di inutili cuscini. Ho provato a dare vita a qualcosa che potesse avvicinarsi alla mia infanzia, o almeno ai ricordi confusi che le appartengono, ma è stato tutto vano.

Si avvicinò con passo fermo a uno degli arazzi celebrativi e lo sfiorò con le dita, più simili a quelle di una bambina che non aveva mai dovuto adoperarle, che a quelle di una giovane donna.
Il tempo sembrò fermarsi, mentre la regina leggeva impassibile la storia raccontata da quelle trame filate con così tanta cura. Il respiro dei due uomini era l’unica testimonianza dello scorrere dei secondi, l’unico appiglio della stessa Shankara nel pantano nutrito da una fanciullezza che, lieve come un canto lontano, le si insinuava nella testa ricordandole cosa fossero l’innocenza e la felicità, ma senza riuscirvi.

– La verità è che la mia stessa infanzia non mi appartiene più. Non troverete gioia nella mia ricchezza. Io stessa sono ricchezza, merce scambiata in nome del nulla: la pace. Un padre dovrebbe essere pronto alla guerra, se qualcuno volesse privarlo della propria bambina… Ma non il mio. Forse non ne ho mai avuto uno.

Continuava a guardare l’arazzo, parlando più a se stessa che ai due uomini.

– Durante il viaggio che mi ha condotto in questo regno, sono riuscita a convincermi di essere solo questo, un oggetto che due uomini potenti si scambiavano in segno di ammirazione. Ed è ciò su cui è fondata la devozione per mio marito, re Dain. La scarsa stima che avevo di me, nascondeva ai miei occhi la vera natura di quel ragazzo così debole da terminare una guerra solo per avere una bambina che scaldasse il suo letto. Perché è questa che è stata la mia vita, quella di una bambina abbandonata e sedotta, convinta di avere trovato un fratello maggiore, forse un vero padre, e non un mostro che la illudeva sulla vera natura del volersi bene.

Si voltò, gli occhi lustrati come boccioli dalla rugiada.

– Guardate il mio regno! – disse allargando le braccia – Ma gli dei mi hanno parlato. Sì, quegli stessi dei che mi hanno abbandonata nel corso di tutta la mia esistenza. Quegli stessi dei che ho giurato di odiare molto tempo fa. Dapprima erano ombre, poi le ombre si sono animate e parole di un linguaggio antico, primitivo, hanno mosso le mie stesse labbra. Non posso svelarvi ogni cosa, perché il futuro non vedrebbe la luce, ma la mia vita ha trovato un senso. I battiti che il mio cuore ha speso sinora, non sono stati vani come credevo. Ora io so di essere importante, ora io conosco il mio scopo.

Aveva la testa bassa, ma teneva lo sguardo alto: una tigre sicura dei propri passi.
Ultius sentì le sue mani ordinargli di seguirla verso il letto e si lasciò andare, così come una bestia trascinata per il collo capisce di non poter fare nulla e segue rassegnata il suo destino.

 

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Nella sua lunga storia il piccolo comune aveva sempre avuto delle elezioni ufficiali, adeguandosi in questo modo all’Estero, ma i capi della comunità venivano scelti in maniere molto più traverse e discutibili. Si può dire che quella di Ogniranza sia una vera e propria democrazia diretta e che i cittadini esercitano il diritto di assegnare il potere senza passare da alcuna burocrazia. Già in antichità, mentre i grandi imperi si preoccupavano di introdurre nuovi metodi elettivi in grado di coinvolgere maggiormente il popolo, Ogniranza vantava una solida stabilità sociale e politica. Ci si era accorti che la migliore filosofia consistesse nella semplicità: le cose facili sono le più funzionali e il volerle complicare è una tendenza innata nell’uomo, una sorta di entropia barocca. Tutto va agghindato, l’arte povera è per i non abbienti. Ogniranza aveva sperimentato più forme di governo, attraversando ogni sorta di utopia, dalla dittatura all’anarchia e dall’oligarchia al principato.
Nell’anno della fondazione, il 1050 a.C., Ogniranza si presentava come il più classico degli agglomerati umani: la tribù. La sedentarietà non era ancora così radicata nel mondo e, per quanto fossero numerose le comunità che decidevano di stanziarsi all’interno di labili confini, non erano rari i casi in cui gruppi di persone che sentivano di possedere ideali e principii affini decidevano di abbandonare le proprie terre natie. Nello specifico, la comunità ognirante nacque dall’incontro incestuoso di cavalieri e contadini. Questi erano il gradino più basso di ogni piramide sociale, appena al di sopra degli schiavi, mentre i cavalieri stuzzicano l’immaginario collettivo dall’alto dei loro destrieri. Insomma, gli uni con la schiena piegata sul terreno, verso il basso; gli altri con la schiena ben dritta, verso l’alto, elevati ancor più dalle loro cavalcature. Due estremi senza alcun punto in comune. Apparentemente.
Ma si sa, non esiste uomo senza vizio.
E così viene tramandato che i due padri fondatori di Ogniranza sono un contadino, Ultius, e il cavaliere capo della scorta del re di Tyrania, Prius. In quell’unico anno, il re decise di sospendere la pena di morte, confidando di apparire un progressista agli occhi dei sovrani dei regni confinanti e di ingraziarsi gli intellettuali che lo avrebbero così elogiato. Il povero re si chiamava Dain e in giovinezza fu un temibile condottiero; da anni in guerra con il Sovrano d’Oriente, decise di arrestare le proprie mire espansioniste in cambio della più preziosa tra le ricchezze dell’avversario: sua figlia Shankara. Nonostante fosse poco più che una bambina, si parlava della sua bellezza in ogni angolo del mondo conosciuto. Shankara, la perla d’Oriente. E come una perla, il padre la infiocchettò e spedì al giovane Dain in segno di rispetto.
Partì bambina, arrivò donna.
Se il capriccioso Dain fosse stato cosciente della rovina cui stava andando incontro, forse non avrebbe provato così tanta soddisfazione nel vedersela recapitare a palazzo e l’eccitazione nel gustarne il corpo appena spogliato del sari, sarebbe sfumata all’istante.
Passarono gli anni e Shankara li trascorse prigioniera di un palazzo vasto quanto un regno, di una stanza che avrebbe potuto ospitare le famiglie di un’intera città. Ma ai suoi occhi le pareti di quella camera erano sempre più opprimenti e non bastava l’averle dipinte di bordò, decorate di arazzi che inventassero un’infanzia smarrita, o ancora aver fatto di un baldacchino sontuoso la propria capitale. Regina di quell’harem, Shankara crebbe ostile a re Dain, oltre che al proprio padre, e agli dei; quegli stessi dei che, in una delle poche notti libere dalla veglia, le si palesarono in sogno come ombre confuse, depositarie di un linguaggio primitivo e solenne. Avrebbe avuto modo di riscattarsi. Avrebbe avuto modo di vendicarsi. Non si erano dimenticati di lei. Shankara, la perla d’Oriente, avrebbe cambiato per sempre il corso della storia.
Svegliatasi, non perse tempo. Diede ordine di trovare quei due, Prius e Ultius, secondo le disposizioni degli dei. Avrebbe aspettato seduta al suo specchio e sarebbe stata pronta, la più bella di tutte. La perla d’Oriente sarebbe tornata a brillare.
Li trovarono e glieli consegnarono. Il contadino e il cavaliere. E lei li accolse, li accolse tra le sue gambe come una madre accoglie tra le braccia un figlio ritrovato dopo tanto tempo. Le pareti si tinsero di un rosso più acceso, di quella stessa passione che per la prima volta fece chiudere le tende di quel baldacchino.
La perla d’Oriente continuava a brillare.
Fu re Dain a riaprirle, quelle tende, e a trovarsi davanti a quella conchiglia di corpi che gelosamente custodiva la sua perla. Nessun urlo, giusto un sibilo. Forse un sussurro. E il cuore del re esplose come un bocciolo in fiore.
Prius e Ultius, in assenza della pena capitale, vennero banditi e catapultati dal regno di Shankara a quello di nessuno, fatto non di morbide lenzuola, ma di lande desolate.
Della regina, invece, nessuno sentì più parlare. Ma è quello che spetta a chi veramente decide di scrivere la storia.

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La capra e l’alluvione (ft. Valerio Codispoti)

  • Allora, Buteo… ˗ Disse il Tenente Marcolin. Si tenne con una mano alla scrivania e iniziò a far dondolare la sedia. ˗ …È tutto?

Il Maresciallo Staglianò riassestò il peso scostando il dorso dallo schienale e annuì. Incrociò velocemente lo sguardo del superiore. Poi fissò il calendario dell’Arma inchiodato al muro, davanti a sé: ˗ È tutto. ˗ Confermò.

  • Tutto, tutto? Sei sicuro, buteo?

  • Tutto, Tenè! ˗ Esclamò Staglianò, la lingua tra i denti e un filo di saliva a bagnargli le labbra.

  • E va bene, calmati. Va bene… ˗ Minimizzò Marcolin. Con il mento indicò la scrivania al fondo della stanza e diede ordine all’Appuntato di procedere: ˗ Avanti Rosolino, rileggi. Ad alta voce, dall’inizio.

Rosolino cliccò due volte il mouse e avvicinò la testa al monitor. Schiarì la voce con un colpo di tosse e cominciò in un italiano stravagante, fatto d’accento siciliano e cantilena settentrionale.

Nel corrente anno, in data ICS, durante l’ultimo (e tra parentesi piovosissimo) giorno di servizio presso caserma di prossimità in IPSILON, frazione di ZETA, io sottoscritto – Maresciallo Staglianò Vito -, in attesa di riassegnazione presso codesta sede(tra parentesi la scrivente), asservita al capoluogo DOPPIAVVU, mi trovavo nel pieno adempimento del mio solitario dovere, ovvero: aspettavo l’arrivo dell’ufficiale incaricato all’avvicendamento…

QUANDO…

Sentivo bussare al portone.

  • Un momento. ˗ Interruppe la lettura Staglianò. ˗ “Piovosissimo” rende poco l’idea del clima che c’era quel giorno. Altro che pioggia: tempesta, direi. Burrasca perfino, dal cielo l’iradiddio è venuta giù!

  • E va bene. ˗ Confermò Marcolin. Poi, rivolgendosi all’Appuntato: ˗ Rosolin, correggi con “…durante l’ultimo (e tra parentesi tempestosissimo) giorno…”. Anzi, no! Meglio: “l’ultimo (e tra parentesi burrascosissimo) giorno di servizio…” e vai avanti.

Pertanto, continuando a udire persistiti colpi al portone, rallegrato all’idea di effettuale arrivo del tanto agognato sostituto, mi recavo ad aprire il predetto dovendo altresì constatare che dinnanzi a me non si parava l’auspicato ufficiale, quanto il cittadino Andracchio S., di Notargiacomo M. A., (tra parentesi già vedova del fu Andracchio P.).

Professione del vivente Andracchio: impiegato pastorizio. Età: variabile, anni presumibilmente compresi tra 40 e 65. Causa di tale approssimazione: sole.

  • Ma non s’era detto che pioveva? ˗ Intervenne con scrupolosità e annesso vanto l’appuntato. ˗ E mo che c’azzecca ‘sto sole?

  • Quell’Andracchio lì fa il pastore, Rosolin. ˗ Spiegò il Tenente, compiaciuto del ragionamento che stava facendo. ˗ L’età è variabile perché il sole, col mestiere che fa, negli anni, gli ha arrostito la faccia, il collo, le mani, tutto. Vai avanti: leggi oltre, per favore.

  • Dunque… ˗ Riprese l’appuntato.

A puntuale interrogazione del sottoscritto Maresciallo Staglianò Vito (tra parentesi testuale: che ci fate voi qui?), segue immediata risposta dell’Andracchio.

Piove.

E quindi?

Dilluvia.

E allora?

Un maciello.

Un macello?

Dalla montagna, per la fiumara, se n’è venuta giù la pineta. Pini, tavolini da pic nic e tiro al piattello annessi.

Addirittura?

Addirittura.

Ci sono vittime?

Macchè, qui se fa due gocce si chiudono tutti in casa, figurarsi co ‘sta tempesta.

Ah.

Un’allucione, vero e proprio.

Un che?

L’allucione.

Parlate chiaro, Andracchio!

Come si dice quando l’acqua si mangia tutto?

Alluvione?

Ecco, alluvione! Vedesse che ha fatto l’alluvione, Marescià! Il mare è venuto su, fino alla statale. S’è mangiato mezza strada.

E ci sono stati incidenti?

Zero. Tutti a casa stanno, pure le macchine, ve l’ho detto.

E allora, che c’è? Che siete venuto a fare qui?

M’è sparita una capra.

Una capra?

Teresa.

Teresa come?

Teresa, la capra.

Ah.

Eh.

Andracchio, io non ho capito. Insomma, che volete da me?

Voglio fare denuncia. Indagine, ricerche, avvisi, chil’havisto, e tutto quanto.

Ma io non posso mica uscire da qui. Da un momento all’altro aspetto il sostituto da OMEGA, Andracchio. Voi capite bene, non posso proprio assentarmi.

Forse non mi sono spiegato, Staglianò. Il mare pure la ferrovia s’è mangiato. I binari sembrano crosta di pecorino. E quello che non se l’è preso il mare, sospeso in aria sta, come il canestro di una ricotta.

Quindi il treno da OMEGA…

Ma quale treno e treno! Qui di treni, da ALFA e da OMEGA, oggi e chissà per quanti anni a venire, non ne vediamo più.

Ah.

E allora?

Allora… (tra parentesi puntini sospensivi a indicare esitazione)…Allora andiamo a cercare ‘sta capra.

Teresa.

Chi?

Teresa, la capra. La amo, Marescià.

  • Staglianò, ˗ Intervenne Marcolin. ˗ Detto tra noi, fuori verbale, da uomo a uomo. Ma la capra, Teresa intendo, com’era?

  • Ehhhh, Tenente mio… ˗ Sospirò il Maresciallo. Incrociò le braccia e inarcò il busto, la testa ciondolante oltre lo schienale. ˗ Una meraviglia, ma che dico: una bellezza, sette bellezze. Voi ce l’avete presente la Loren da giovane?

Marcolin annuì serrando le labbra; sul mento la pelle e la barba raggrinzirono in profonde pieghe.

  • Bella, bellissima. Mezza bianca, e mezza marrò. Un pelo lungo lungo, liscio, morbido. Seta, pareva. E poi due corna, che corna, Tenente mio! Toste, dure, dritte. Di marmo, sembravano fatte.

  • Quindi lei… tu Staglianò…con la Teresa… ˗ Avrebbe voluto chiedere Marcolin, ma stabilì di mantenere un contegno. Drizzò la schiena, tirò i polsini della camicia e piantò i pugni sul piano della scrivania. ˗ Va bene, Rosolino. ˗ Disse, ˗ Procediamo, vai avanti.

Così, a seguito di regolare denuncia, il sottoscritto procedeva a regolare indagini sul campo di cui – le indagini e non il campo – si fornisce precipuamente evidenza:

  1. UNO: sopralluogo preliminare in località PIANI DEI PECORAI, all’interno dell’attività pastorizia del già citato ANDRACCHIO S. con alacre verifica strutturale della costruzione lignea delimitante il domicilio della Dispersa (tra parentesi cosiddetto OVILE);

  1. DUE: accertata – attraverso carotaggio del terreno per mezzo di apposito tirabusciò – positivamente tale tenuta, l’indagine proseguiva raccogliendo testimonianza oculare. Il soggetto testimone, Arbusto di Gramigna selvatica (le cui generalità, tra parentesi, sono quivi secretate in rispetto alla normativa sulla privacy), dichiarava: “A ora di pranzo vidi Teresa uscire dal proprio domicilio per dirigersi spedita direzione sud, in località marina, in prossimità di secolare campo d’ulivi.”

Note di identikit a margine: a protezione dalla pioggia battente – ma che dico pioggia, tempesta, ma che dico tempesta, burrasca – al momento della scomparsa la suddetta indossava zoccoli con galosce e cerata impermeabile sulle corna. Colore della cerata: variabile dal carminio al fucsia. Marca: irriconoscibile causa pioggia, ma che dico pioggia;

  1. TRE: alla luce di tali indicazioni proseguiva pertanto l’indagine con ridiscesa(tra parentesi imperviosissima) del sottoscritto a valle. Non potendo valicare il fiume a causa degli innumerevoli detriti che lo stesso trasportava – dalla fonte fin l’ estuario – ostruendone ponti, valichi e stradine limitrofe, si ricorreva all’utilizzo d’un mezzo d’emergenza fornito dallo stesso Andracchio: una scrofa domestica, (è noto, tra parentesi, quanto i maiali abbiamo agio e sollazzo tra il fango) e finalmente si raggiungeva campo di ulivi in località MARINA.

TRE BIS: Qui, a causa delle innumerevoli, reticenti e finanche contraddittorie testimonianze dei citati alberi secolari, il sottoscritto, come da sub regolamento investigativo dell’Arma, procedeva a un contraddittorio all’americana. Tale confronto forniva incontrovertibile riconoscimento che ultimo avvistamento della capra era stato rinvenuto a margine del campo, lungo la strada statale 106quatris, in prossimità del mare;

  1. ivi recaticisi, il sottoscritto e la scrofa domestica senza parentesi, lungo lingua d’asfalto prospiciente recentissima frana,

SI CONVENIVA

inequivocabile traccia visivo/olfatto/gustativa di sangue e latte caprino. Il Catrame (tra parentesi nome e cognome secretati a causa di provvedimento restrittivo già in atto sull’indagato in questione) interpellato circa tali evidenze accusatorie, si limitava a rispondere, in lacrime (o forse, tra parentesi, vista la tempesta non erano lacrime ma soltanto pioggia, ma che dico tempesta, burrasca): “È colpa dell’acqua, se l’è portata via lei.”;

QUATTRO BIS: incalzato circa le citate presenze di sangue e latte il catrame fatalmente e definitivamente illustrava: “Il latte è perché quando è arrivata l’onda la povera Teresa s’è spaventata, se l’è fatta sotto dalla paura. Il sangue… bhè, il sangue Iddio solo lo sa. In ogni caso,” aggiungeva il Catrame, “ma questo rimanga tra noi, Maresciallo, per me è tutta colpa del mare. Io non le ho detto niente, Marescià, ma con le opportune verifiche si renderà anche lei conto che è l’unica spiegazione plausibile…”

  • Fine. ˗ Disse Rosolino. ˗ Data ICSIPSILONZETA , luogo DOPPIAVU. E poi mancano solo le vostre firme.

  • Scusa Staglianò, ma a quel punto tu perché non sei andato a chiedere al Mare? ˗ Incalzò Marcolin.

  • Ci ho provato Tenente, ci ho provato. Mi creda che ci ho provato. Lei può immaginare la difficoltà, peraltro, di riuscire ad ottenere un colloquio. Sa quante volte ho dovuto fare avanti e indietro dalla battigia? Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

  • Insomma Staglianò…ma tu…con la Teresa… ˗ Congetturò ancora nella propria testa Marcolin. ˗ Tu e la Teresa, diciamo, eravate amici? ˗ Stava per chiedergli, ma il Maresciallo riprese a parlare interrompendo il filo di quel ragionamento.

  • E poi mi era arrivata la voce che era meglio lasciar perdere. Che il Mare è una cosa troppo grossa per un Maresciallo. E a forza di fare avanti e indietro avrei finito per bagnarmi i calzoni. Lei capisce cosa intendo, vero, Tenente?

  • Capisco, capisco. ˗ Lo confortò Marcolin. Poi, dopo una breve pausa, finalmente: ˗ Staglianò, posso farti una domanda personale? ˗ Chiese abbassando di un tono la voce.

  • Prego.

  • Ma tu l’avevi mai vista prima la Teresa?

  • No.

  • E scusa, ma allora come…?

  • Così. ˗ Disse candido Staglianò. Sganciò i bottoni dorati d’ordinanza e dalla tasca interna della giacca estrasse un articolo di giornale ripiegato in quattro. ˗ Così. ˗ Ripeté. Poi stese la carta sul piano della scrivania e la ruotò, immagini e testo in favore del Tenente Marcolin.

L’articolo, strappato da una rivista settimanale di gossip, ritraeva il pastore Andracchio in posa con la sua nuova compagna, un cinghiale. La quale teneva in braccio un neonato. Tra le righe dell’intervista risaltava, in grassetto, un virgolettato dell’Andracchio: “ Grazie a lei ho superato il dramma di Teresa.”

Poi, più in basso, in un angolo della pagina, incastonata in un tondo dai contorni sottili, la foto di Teresa, la capra. “Era bella,” recitava la didascalia dell’immagine, “come la Loren da giovane. Ma il Mare me l’ha portata via.”

Le onde mi cullano e non mi resta che immaginare di essere tra le tue braccia.

Intorno a me, l’acqua riflette il cielo notturno più bello che si possa sperare di vedere.

Quante volte abbiamo guardato le stelle, amore mio? Seduti sul prato, la schiena contro lo steccato di legno: io mi spaventavo per ogni ombra troppo lunga e tu subito afferravi le mie corna e mi accarezzavi dolcemente, fino a farmi addormentare.

Vorrei essere lì con te, adesso, ma so che non posso.

Nemmeno tu, per quanto coraggioso, puoi sfidare il Mare.

Il Mare è immenso – è davanti gli occhi a tutti, è nella carne di ognuno – il Mare è un bambino egoista: si prende ciò che vuole da noi, senza chiedere, e non ce lo restituisce mai.

È un sadico, il Mare: t’illude d’avere speranza, ti spinge verso riva, ma poi ti richiama subito a sé. Non ci lascia mai liberi davvero. Ho provato a ribellarmi, sai amore mio? Pensavo avesse un senso lottare, pensavo che in nome di noi due valesse la pena farlo. E invece: guardaci, adesso, guardami. Guardami da dove ti scrivo. Giù, a fondo, nel buio più buio.

Qui dove sono adesso, amore, non c’è alto e basso, né destra né sinistra. Non ci sono curve, non ci sono rettilinei. Solo acqua. Acqua e altra acqua ancora. Nera nera.

L’idea di morire in questo modo mi ammazza più della morte stessa. Se potessi esprimere un desiderio, amore mio, uno soltanto, vorrei chiedere di scappare e tornare ai tuoi occhi scuri.

Ma desideri, qui, non ce ne sono più. Ne ho avuto uno quand’ero viva: amare, amarti. Vedi dove mi ha portato? Dove ci ha portati? Ora, l’unica cosa che mi è concessa, è dirti che ho sbagliato. E se è vero come è vero che sono qui sperduta nel nero, ti chiedo scusa, amore mio. Ti chiedo scusa per il dolore che ti procurato. Ti chiedo scusa di averci provato, di essere andata io al Mare. Solo adesso mi rendo conto che non avere scelta equivale ad avere una scelta precisa. Col Mare, ho scoperto, è così. Tutto, e allo stesso tempo niente. Come quello che è rimasto del nostro amore.

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Supportami

Ho voluto fare un esperimento, un azzardo.
Da oggi è disponibile su Amazon Racconti Raccolti“, un ebook che raccoglie sei miei racconti al prezzo simbolico di € 0.99.
I racconti, escluso uno, sono tutti editi qui sul mio blog e quindi fruibili gratuitamente.

Allora perché farlo?
Perché in questi giorni ho letto ovunque commenti di persone che si aspettano che un prodotto artistico – chiamiamolo così – libro o disco che sia, venga distribuito gratuitamente perché “l’arte deve essere accessibile a tutti”. Sono pienamente d’accordo, ma solo nella misura in cui si parla di fissare un tetto massimo per un prodotto.
La verità, però, è che un prodotto artistico – continuiamo a chiamarlo così – richiede ore e ore di lavoro. Ecco: quello che molti fanno difficoltà a capire è che questo è un lavoro.

Dietro ai miei racconti c’è la fatica dettata dalla speranza di consegnavi un prodotto al massimo delle mie capacità, un prodotto in cui metto tutto il mio impegno affinché possa essere qualitativo; e tutto questo mentre continuo la stesura del mio romanzo.

Insomma, la mia “arte” sarà sempre fruibile a tutti gratuitamente, ma se qualcuno volesse sposare la mia causa e supportare il mio lavoro, beh, potete farlo con meno di 1€.
Alla peggio, mi accontento anche di una recensione su Amazon e di una condivisione.

Grazie a tutti,
Andrea

 

Se siete interessati, potete trovarlo qui.

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Diario di Nemo (giorno 4)

Quando smetti di scrivere per qualche giorno – vedi vacanze – poi non riesci più a ripartire.
E ci rimani male.
Soprattutto perché sai bene cosa scrivere.

Bottino di oggi: eh…

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Diario di Nemo (giorno 3)

Questo è un falso giorno 3. In realtà racchiude più giorni, motivo per il quale non ho rispettato la quotidianità dell’appuntamento con questo diario diario di bordo.

C’è poco da dire: la verità è che mi trovo a dover scrivere una parte molto noiosa del romanzo. Inevitabile, ma comunque noiosa.  Quindi me la sto godendo. D’altronde ogni lavoro ha le sue parti lunghe e lente, ma necessarie: la scrittura non è diversa. E’ un po’ come la vita. A volte ci sono quelle giornate che proprio le divori e vorresti aver avuto più tempo per viverle; altre, invece, trascorrono pesanti e senza fine. Perfino senza uno scopo.  Questo tassello del romanzo vi assomiglia, anche se ha uno scopo. Ma quello che ho imparato è che proprio come nella vita, nella scrittura ci sono parti veloci e che ti prendono e che vorresti non finissero mai e parti come questa che, ahimè, sono obbligatorie da attraversare.
Me ne farò una ragione.

Bottino di “oggi”: 4476 battute.

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Diario di Nemo (giorno 2)

Oggi ho scritto poco, è vero.
Ho voluto dedicare la giornata a me stesso. Sentivo il bisogno di stancare il fisico e, per quello che mi riguarda, fare attività mi aiuta molto nella scrittura. Ad esempio, mi riporta fermamente nella realtà e allontana dal mondo del romanzo. Quando si scrive qualcosa, finché non si arriva alla conclusione, la testa lavora ininterrottamente per tutta la giornata. Per sfuggire a questo moto continuo, io ho bisogno dell’attività fisica. Un giro in collina con la bici , ad esempio. La salita più ripida, per quanto impegnativa, abitua la mia testa a pensare che non devo mollare, che posso farcela. Allo stesso modo, le discese mi restituiscono spensieratezza e leggerezza. Anche una sensazione di libertà. Non avendo obblighi, non essendo una gara, mi piace guardarmi attorno nella speranza di trovare qualcosa di interessante, come un fiore dalle tinte particolari che mi invogli a sentirne il profumo. Provare a riscoprire la natura è uno degli obiettivi che vorrei raggiungere.

La giornata è quindi passata così, coi 30 km di bici e l’ora e mezza in palestra.
Ma la serenità datami dalla giornata di ieri mi ha permesso di non avere fretta o ansia. So cosa devo scrivere, è tutto già nella testa, parola per parole. E comunque, tornato a casa che ormai era sera, ho voluto lo stesso iniziare a scriverlo.

Bottino di oggi: 1957 battute.

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Diario di Nemo (giorno 1)

Oggi è stato uno di quei giorni che la voglia di mettersi a scrivere proprio manca. A dirla tutta, è stato uno di quei giorni che vorresti proprio non alzarti dal letto e continuare a dormire. Il brutto dello scrivere è che spesso ci si dimentica che sia un lavoro e quindi che non sia rimandabile. Mi viene da dire che la scrittura sia un piacere solo quando la si intende come un impiego, altrimenti diventa frivolezza. Finalmente riesco a capire chi mi diceva che è fatica. E ne sono felice.

Per onestà, devo ammettere che la pigrizia mi ha fatto iniziare solo dopo pranzo. Ma fortuna che l’ho fatto!
Ho avuto bisogno di soffermarmi su alcune date e sull’età di alcuni personaggi nelle due fasi narrative: passato e presente. E’ stato complicato riuscire a intrecciare tutto, ma molto utile. Questo mi ha portato ad avere chiarezza e lucidità su dettagli che reputavo inutili e che, al contrario, complicavano e affaticavano di molto la fase creativa.
Schiarendomi le idee, ho finalmente avuto ben chiaro quale debba essere lo scheletro della prima parte del romanzo e come questa debba concludersi.
Avere questa consapevolezza mi ha permesso di ricamare intorno scene di dettaglio che hanno rafforzato di molto la struttura portante. Nello specifico mi sono trovato a parlare per un’intera pagina di violenza psicologica sulle donne, in una forma che non avrei mai pensato di poter concepire. Di fatto quella che si percepisce è solo una sensazione di violenza.

Io sono consapevole di non scrivere ancora ad alti ritmi, ma purtroppo questi si assumono grazie all’abitudine e all’impegno costante, cosa che sto cercando di avere e che sta portando i suoi frutti.
Avere risultati porta solo nuovo entusiasmo. E nuovo entusiasmo porta a sua volta dei risultati. Il meccanismo è semplice, il difficile è riuscire a entrarci.

Bottino di oggi: 6549 battute

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