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La sciarpa verde

Questo disse la donna, indicando al marito il perizoma viola ripiegato sul letto. L’uomo esitò. Avanti lo incalzò dallo scranno rosso su cui era seduta comando io, ricordi? L’uomo annuì. Raccolse il perizoma e lo indossò. Nel farlo, sentì gli occhi della donna su di sé. Guardati allo specchio gli disse. L’uomo si voltò e il suo riflesso contrasse la bocca disgustato. Non era per la calvizie precoce, o per la carne flaccida, e nemmeno per la pancia gonfia. Era perché tutto ciò che rimaneva della sua mascolinità si nascondeva dietro un triangolo di stoffa che si gonfiava sempre di più.

È iniziata un martedì sera. Mia figlia Lidia compiva diciotto anni e voleva festeggiare solo con noi e Dafne, la sua migliore amica. Diceva che per gli altri ci sarebbe stato tempo, che le importava solo della sua famiglia. E di Dafne.
Si conoscevano da quando erano in fasce, ma questo lo hanno scoperto solo molti anni dopo, quando, inconsapevoli l’una dell’altra, si sono sedute vicine al loro primo giorno di elementari. All’uscita da scuola mi sono venute incontro mano nella mano, sorridendo. Mia figlia con i capelli rossi e il viso lentigginoso, Dafne con dei grandi occhi grigi sempre in movimento e un fiocco celeste che si intrecciava trai capelli neri e che ha indossato per tutta la vita.
Dafne si è presentata e mi ha indicato una signora alta e corpulenta. È mia mamma ha detto e io, incredula, ho riconosciuto la donna con cui avevo condiviso la stanza d’ospedale nei giorni precedenti al parto. Lidia e Dafne avevano quattro ore di differenza.
Sono diventate inseparabili e, fino a quel martedì sera, lo sono sempre state.

Lo guardava infilarsi le autoreggenti, seduto per terra. Attento, se le smagli sai cosa succede disse agitando un piccolo frustino. L’uomo sentiva le trame delle calza tirargli e strappare i peli della gamba. Corrugava le sopracciglia e la fronte, vergognandosi dell’erezione che non riusciva a nascondere alla moglie. Sembra ti piaccia disse lei con una punta di malizia. Mi chiedo cosa, però… Vedere le cosce insaccate nelle calze, o l’idea di essere punito per quello che hai fatto?

Ci sono stati dei segnali, quella sera. Dei segnali che qualunque donna avrebbe dovuto cogliere, ma non io. Il suo piatto quasi intatto, il suo sorriso tirato nelle foto, la sua fetta di torta al cioccolato rimasta integra al centro del tovagliolo, un petalo del fiore di glassa spezzato. Poi il brindisi e lei che dopo un piccolo sorso di spumante scappa in bagno a vomitare. Vado io ha detto Lidia, seguendola. Ho guardato mio marito e ho mormorato ecco perché non aveva fame, le lasagne non erano così terribili. Questo ho detto. E ho riso. Ormoni ha suggerito lui. Ormoni, ho concordato io. Ho pensato che fosse meglio accompagnarla a casa e lui era d’accordo con me. Vado a cambiarmi ha detto scrollandosi le briciole dal maglione.

Sai dove ho trovato questa guêpière? gli chiese, facendo scorrere le stringhe nelle asole. L’uomo aprì la bocca per rispondere, ma la donna strinse i lacci con una forza e una repentinità tali da comprimergli il torace e farlo quasi strozzare con le sue stesse parole. Dove abitava Dafne continuò lei c’è un piccolo sexy shop. L’uomo provò a voltarsi, ma la donna tirò nuovamente le stringhe costringendolo a un gemito. Il proprietario mi divorava con gli occhi. Scoppiò a ridere. Pensava lo avrei indossato io, capisci?

Sono rimasta alla finestra a guardare la macchina partire e scomparire nella nebbia. Guida piano, ti prego. In cucina mia figlia era in piedi accanto al tavolo, lo sguardo basso. Mi sono avvicinata e le ho detto che avrei sparecchiato io, quella sera, che lei era la festeggiata e che avremmo recuperato una volta che Dafne si fosse ripresa. Ha detto e mi ha abbracciata. Ha preso la busta con dentro il regalo ed è andata in camera sua.
Del regalo si era occupata Dafne. Mi aveva telefonato quel pomeriggio, mentre stavo macinando la carne per le lasagne, e mi aveva detto entusiasta di aver trovato il regalo perfetto per Lidia: un piccolo carillon con la ninnananna di Brahms. Mia figlia ha una sorta di venerazione per quel brano, lo ascolta decine di volte al giorno. Dice che c’entra qualcosa con il suo primo ricordo, che non sa in che modo, ma ne è sicura.
Il carillon era caro, molto caro. Lo aveva trovato in un piccolo negozio di antiquariato del centro. La mia macchina era dal meccanico e lei non aveva abbastanza soldi per comprarlo. Le ho chiesto di lasciare qualcosa come anticipo e di tornare a casa a prepararsi. Avrei mandato Massimo a prenderla, così avrebbero potuto ritirare il carillon prima di venire qui per cena. Ha detto che andava bene, che Lidia sarebbe stata felicissima.
Mio marito è rincasato tardi. Dormivo e mi sono accorta di lui solo quando ho sentito il materasso sprofondare sotto il suo peso. Mi sono avvicinata al suo petto nudo. Emanava un odore penetrante, quasi selvatico. Non ho saputo trattenermi dal baciarlo e dall’accarezzargli la coscia e stavo per mettermi sopra di lui quando mi ha allontanata. Sono stanco ha detto. Lei sta bene, sta bene. Si è girato dall’altra parte e il suo respiro si è fatto pesante.

Degli occhi dell’uomo non era rimasta che una fessura, quando la donna ebbe finito di calcarne i contorni con la matita nera. Nel sentire quel profumo intenso e particolare, si ricordò di quand’era poco più di un bambino e spiava sua sorella truccarsi. Poteva rivederla in piedi davanti allo specchio, la mano ferma e il tratto sicuro. Quando aveva finito, si guardava soddisfatta e ritirava i trucchi. A lui non interessava di quel cerimoniale, rimaneva nascosto in attesa di un unico gesto, il respiro sospeso. Poteva vederla, sì, mentre si sfilava le mutandine da sotto la minigonna e le lasciava cadere sul pavimento, per poi precipitarsi fuori di casa tra le braccia del fidanzato.

Il giorno dopo ho chiesto a Lidia come stesse Dafne. Non ha risposto, si è limitata a una scrollata di spalle. Ho cercato di capire se fosse successo qualcosa, ma lei ha negato. Sapevo che era una bugia. Quando mente fa come me: alza inconsciamente un angolo della bocca e sulla sua faccia si disegna un sorriso a metà. Ho lasciato perdere. È giusto che i figli abbiano dei segreti.
Quando mio marito è tornato a casa, gli ho detto che mi serviva la macchina. Mia madre ha di nuovo dimenticato come si accende la caldaia… Faccio in fretta. Si è offerto di andare al mio posto, ma sapevo quanto fosse stanco di ritorno da lavoro. Ho zittito le sue proteste con un bacio.
Entrata in macchina, ho iniziato a cercare senza successo la leva per spostare in avanti il sedile. Mentre scandagliavo il sotto sedile, qualcosa mi si è intrecciato attorno alla mano. Ho ritratto istintivamente il braccio. Il nastro di Dafne penzolava moscio tra le mie dita.

Non ti sta male disse la donna. Ti ho sempre suggerito di farti crescere i capelli, ma non hai voluto ascoltarmi. Si avvicinò all’uomo. Stai proprio bene ripeté esaminando la chioma nera e posticcia che gli ricadeva sulle spalle. La frangia gli copriva le sopracciglia che si era impegnata a ridefinire. Ora dovresti invitarmi a ballare il twist, Mia lo prese in giro. L’uomo, impacciato, non sapeva cosa fare. La fissava intimorito, in piedi in mezzo alla loro stanza matrimoniale. Abbiamo quasi finito, non ti preoccupare. Manca un dettaglio. Aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori un nastro celeste. Te lo ricordi?

Venerdì Lidia è tornata a casa piangendo. Erano le nove del mattino ed ero già vestita per andare a lavoro. È morta ha singhiozzato. È morta e l’ultima cosa che le ho detto è che era una stronza. È morta. Sua madre è andata a svegliarla e l’ha trovata impiccata con la sua sciarpa verde. A scuola non hanno detto nulla ai ragazzi: né del trucco pesante che le copriva la faccia, né di come si fosse tagliata i capelli in un caschetto maldestro, né dei vestiti che aveva scelto di indossare. Quando sua madre me l’ha confidato tra le lacrime, mi sono chiesta quanto altro dolore le avesse procurato ritrovarla con indosso quella lingerie, quanto quella confessione potesse aiutarla a dimenticare ciò che la figlia aveva lasciato scritto su decine di fogli sparsi sul pavimento. Mamma, tua figlia è una puttana.
Ho preso un giorno di permesso da lavoro. Avevo paura a lasciare Lidia da sola per così tanto tempo. Ho passato la mattinata sul divano ad ascoltare i singhiozzi che venivano dalla sua camera. Egoisticamente mi sono sentita fortunata. Ho mandato un messaggio a mio marito per informarlo, ma non ha risposto. Lavora sempre tanto.
All’ora di pranzo ho bussato alla porta di Lidia. Era per terra, in pigiama. Continuava a ripetere non è possibile. Le ho chiesto se avesse notato qualcosa di diverso in lei. Non abbiamo più parlato e ieri non è venuta a scuola. Stringeva tra le mani una foto in cui sorridevano, abbracciate. Mi sono seduta accanto a lei. Il freddo delle mattonelle mi ha fatta rabbrividire. Mercoledì ha scelto un altro banco ha continuato mi evitava. Nell’intervallo le ho chiesto perché. Lasciami stare, ha detto. Le ho chiesto perché. Mi fai schifo, ha detto. Mi fate schifo. Tuo padre è una merda. Sei solo una povera stronza, le ho urlato. Ho guardato Lidia sprofondare dentro di sé. Perché ti ha detto quella cosa su papà? Sembrava non avermi sentito. È andata via subito dopo. Aveva mal di pancia. Ha firmato e se n’è andata. E ora è morta.

La donna legò i polsi del marito alla spalliera del letto. Sì assicurò che i collant usati come manette fossero abbastanza resistenti e non rischiassero di cedere. In quella posizione, più che una pecora, gli ricordava un agnello. Che non può essere mangiato, però, un agnello dalla carne impura. Non gli aveva tappato la bocca. Voleva potesse sentire anche il dolore nella sua stessa voce. Quando l’uomo sentì la fredda punta dello strap-on contro l’ano, tremò. Poi si dimenò e scalciò. Urlò, digrignò i denti, ringhiò. La donna guardava l’ano contrarsi e rilassarsi e contrarsi. Le ricordò un cuore che batte.

C’era voluto qualche giorno prima che capissi. Giorni che la mia mente ha impiegato a elaborare, assemblare, ricostruire. E io ne ero inconsapevole, non potevo accettare di dubitare. Eppure era tardi, era già dentro di me. L’idea stava germogliando e ogni coincidenza era acqua che la rinvigoriva. Tutto quello che faceva mi appariva strano. Il modo di sbucciare una mela, o di tenere in mano il telecomando, o di radersi. In ogni sua parola vedevo un’ambiguità, un non detto che si dibatteva per emergere. Quando, all’ultimo momento, si è rifiutato di venire al funerale perché non se la sentiva, cosa le hai fatto? mi è uscito spontaneo. Lui mi ha guardato e quello che ricordo è di aver intravisto un senso di gratitudine nel fondo delle sue pupille. Massimo, cosa le hai fatto? ho chiesto di nuovo, prendendo coscienza della verità. Non doveva morire ha piagnucolato accasciandosi a terra.
Quella sera gli ho detto che non l’avrei denunciato. Gli ho detto che mi sarei limitata a punirlo, che volevo capisse cosa aveva fatto. Se fai quello che voglio, se farai quello che ti dirò, non ti denuncerò. Non ti succederà niente.

L’uomo, ormai, non opponeva più resistenza. I collant attorno ai polsi sembravano essere l’unica cosa che gli impedisse di sprofondare nel vuoto in cui era perso il suo sguardo. Le lenzuola erano imbrattate del sangue che colava lungo le cosce dell’uomo. La donna pensò che fosse abbastanza e si sfilò, concedendo alle sue gambe di cedere. L’uomo sentiva in lontananza il trafficare della moglie per sfilarsi lo strap-on. Non aveva la forza di voltarsi verso di lei. La donna si allontanò dal letto, ma tornò presto sui suoi passi, una sciarpa verde stretta in mano. Abbiamo quasi finito disse. Non ti succederà niente. Alzò inconsciamente un angolo della bocca e sulla sua faccia si disegnò un sorriso a metà.

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Brucia la strega (1/2)

In questo momento non riesco a non pensare a Don Antonio e alle sue omelie. Una in particolare. Citava un passo del vangelo, forse Luca 15:2, che diceva più o meno vivrà nel fuoco della Bestia/brucerà il peccatore che ha dimenticato/come colui che ha tradito Cristo/ogni debito verrà pagato. Quella notte ho sognato di essere una strega, che molti uomini venissero a prendermi nel sonno e mi portassero in un bosco per bruciarmi viva. Il mio peccato? Aver fatto l’amore a quindici anni.

***

Eravamo al supermercato.
Sono scoppiata a ridere per una battuta di mio marito e, con un movimento brusco, ho fatto cadere un pacco di pasta dal carrello. Un signore si è avvicinato per raccoglierlo e io gli ho sorriso per ringraziarlo. Rimasti soli, mi è tornato da ridere. Non a mio marito, però. Mi ha guardata per qualche istante, poi si è limitato a dire vergogna.
Arrivati a casa, avevo appena posato le buste della spesa, quando mi ha afferrata per il polso e mi ha dato uno schiaffo in faccia. Io non me lo aspettavo e sono caduta per terra. Il pavimento era freddo; la mia guancia bruciava. Vergogna ha ripetuto e si è sfilato la cintura dai pantaloni. Io ho provato a replicare, ma la prima cinghiata mi ha ricacciato la voce in gola.

***

Non avevo fatto l’amore a cuor leggero, la prima volta. Come tutte le ragazze mi sono chiesta se fosse la persona giusta e se io fossi pronta. Ma il mio corpo, ormai, era quello di una donna e di donna erano anche le mie voglie. Così ho deciso di lasciarmi andare, felice e orgogliosa della mia decisione.
L’entusiasmo, o forse il non credermi più una ragazzina, mi ha portato a vedere mia madre come un’amica con cui confidarmi. E così ho fatto.
La mia era una madre moderna. Non se ne stava nell’angolo della cucina, zitta a guardare cosa facesse mio padre. No, lei era al passo coi tempi e spesso lo sfidava per dimostrargli che fossero sullo stesso piano. Così, subito dopo la mai confidenza, che aveva più il tono di una confessione, mi ha picchiata proprio come se fosse mio padre. E mentre lo faceva, continuava a darmi della svergognata e a chiedermi perché le avessi voluto fare del male. Perché la gente avrebbe parlato e loro che razza di genitori sarebbero stati, agli occhi degli altri?
Il lavandino era pieno dei miei capelli castani, strappati da quelle stesse mani in cui cercavo delle carezze. Ho contato le ciocche e per ciascuna di esse ho letto la definizione della parola vergogna.
La ricordo ancora adesso: vergogna s. f. Sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento, propri o altrui, sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti.

***

Io Massimo non l’ho mai giustificato.
Lui mi aveva picchiata e lo aveva fatto con crudeltà: la voce era fredda e pacata, la mano non aveva esitato. Non era stato un raptus. Eppure, ho creduto di doverlo aiutare. Aiutare, sì, perché da subito ho pensato che il suo fosse un problema. Ho sempre avuto la tendenza ad attribuire ogni azione, sbagliata o giusta che sia, a un fatto pregresso. Non so, magari qualcosa legato all’infanzia, su cui poi una persona costruisce un lato del proprio carattere. Ecco, quando mi ha picchiata, io Massimo lo conoscevo da otto anni e stavamo insieme da sette.
Ricordo quel ventiduenne gentile e sicuro di sé che mi fermava nei corridoi dell’università e che si faceva sempre avanti per offrirmi un caffè. Ricordo anche che più imparavo a conoscerlo, più quella sicurezza si mostrava fragilità. Massimo aveva paura che il suo ruolo di uomo venisse sovvertito. Per esempio aveva bisogno di pagare per me; oppure aveva bisogno che io non indossassi i tacchi, così da non essere più alta di lui. Aveva persino bisogno di diventare l’unica persona che riuscisse a farmi stare bene, perché credeva che solo così sarei rimasta con lui.

***

Anche se avevo solo quindici anni, dovevo sposarmi. Era questo che pensavano i miei genitori. Devi sposarti dicevano. Secondo loro – secondo tutti – solo il matrimonio avrebbe potuto restituirmi l’onore che avevo buttato via stupidamente. Me lo ripetevano ogni giorno, da quando avevano iniziato a parlarmi di nuovo. Io, però, invece di convincermene, iniziai solo a sentire crescere qualcosa dentro di me che mi avrebbe accompagnato per anni. Ogni volta che ero attratta da un ragazzo, o che più semplicemente sentivo il bisogno di averne uno, mi sentivo a disagio. Forse anche sporca. Di sicuro meritevole di una punizione. Sì, temevo che Dio mi avrebbe punita per le mie pulsioni impure.
Quando decidevo di andare a letto con un ragazzo, provavo uno sprizzante senso del pericolo e dello sbagliato. Mi lasciavo trascinare dalla passione e dai miei desideri, ma ero sempre consapevole che una parte di me pensasse che fosse sbagliato e che avrei dovuto fermarmi finché fossi stata in tempo. Durante i rapporti, il piacere schiacciava questa pulsione, ma, per quanto fossi trasportata e coinvolta, più i miei sensi si avvicinavano al culmine, più sentivo crescere, martellante, il senso di colpa. I miei orgasmi erano un’esplosione di gioia e tristezza allo stesso tempo ed era solo quest’ultima a trascinarsi fino alla fine, a tenermi compagnia anche quando ero rimasta sola nel mio letto.

***

Massimo non fu più lo stesso.
Forse è stato proprio il suo improvviso cambiamento a non farmi andare via, a convincermi che non potessi lasciarlo solo. Dopotutto negli anni avevo avuto anche io delle crisi e lui, rimanendo al mio fianco, mi aveva aiutata. Quando l’ho visto chiudersi sempre più in sé stesso e diventare solo uno spettatore del nostro rapporto, ho capito che aiutarlo fosse una mia responsabilità. Non ho mai sopportato chi distrugge una relazione solo perché sfaldare è più semplice che ricucire. E io ci ho provato: mi sono costretta ad arginare quella prima volta – che nella mia testa era anche l’ultima – nel cassetto delle esperienze sbagliate.
Una volta, a lezione, avevo sentito dire che persino un’esperienza negativa può essere un’opportunità. Ne ho fatto la mia filosofia di vita: trasformare una brutta situazione in un punto di partenza e non di arrivo. Io e Massimo avremmo potuto sfruttare l’occasione e, insieme, avremmo potuto cambiare e risolvere quelle debolezze della sua personalità che gli impedivano di vivere serenamente. E che la prima di queste sue fragilità si chiamasse vergogna, lo avevo ormai intuito.

***

E’ servito del tempo prima che riuscissi a trovarmi a mio agio con la mia sessualità. Ho dovuto fare un lungo lavoro su me stessa, a partire dalla rimozione di qualsiasi concetto cattolico che mi era stato inculcato durante l’infanzia. Forse è un po’ spietato affermare che il sesso e l’anima abbiano poco da spartire, ma la realtà ti costringe al cinismo. Mi sono ritrovata a usare gli uomini e a illuderli del contrario. Il modo migliore di sedurre è essere sedotti.
Per seguire l’università avevo dovuto trasferirmi. Dividevo un piccolo appartamento con una ragazza di Perugia. Spesso, quando uscivamo la sera, qualche ragazzo si faceva avanti per offrirmi da bere. Io accettavo. Non avevo remore nell’approfittare della stupidità maschile. Finivo il bicchiere, mostravo un bel sorriso e me ne tornavo a casa. Oppure decidevo di rimanere e di non tornarci da sola, a casa.
Avevo un’ottima media e agli occhi dei miei genitori era la dimostrazione che fossi diventata una brava ragazza. Come se non la fossi sempre stata… Poi è arrivato Massimo. Lui sì che speravo volesse offrirmi qualcosa. E infatti lo fece, più volte, ma io accettai solo la prima. Le altre, ognuno il suo. Con lui mi interessava avere un rapporto alla pari, anzi: con lui mi interessava avere un rapporto. Da allora, per anni, è stato l’unico uomo che ho frequentato.

***

Sapevo che Massimo sarebbe peggiorato.
Inizialmente sembrava non solo aver capito il suo errore, ma anche disposto ad affrontare i propri lati più torbidi. Io l’ho trattato amorevolmente, forse ancora più di prima, come se l’essere consapevole della sua debolezza mi spingesse a prendermi cura di lui. E’ stata la contraddizione maggiore con cui abbia dovuto convivere, perché io, quello schiaffo e quelle cinghiate, non ho potuto scordarli. Non era una questione di orgoglio ferito, si trattava proprio dell’essere stata ferita, nell’animo e fisicamente. Ho provato quel dolore che è figlio del tradimento e nella mia testa si è ricreata l’immagine di uno specchio che, illuminato al centro di una stanza buia, va in frantumi. Lo stesso specchio che avevo visto frantumarsi già una volta, da ragazza; l’identica sensazione di impotenza e incredulità, quando a mancare è proprio quell’appiglio che reputavamo eterno, solido, dalle radici profonde e incorruttibili. Avevo capito, inequivocabilmente, che tra me e Massimo era finita. Alle mie amiche, quando sfogavano le proprie frustrazioni di coppia, ripetevo che l’amore è solo un fatto di equilibrio e che i problemi devono essere relegati entro certi confini indelebili. Quando non si riesce ad arginarli, a ridurli, sforano e corrodono tutto e tu lo sai, tu te ne rendi conto, perché qualcosa in te muore e la senti morire, ma ormai non puoi più fare niente. Rattoppare è inutile. E’ tutto lì, l’amore.

***

Ero tornata ragazza. Era così che mi sentivo, che mi vedevo. Quando ero seduta al tavolino di un bar, mi sorprendevo a guardare un uomo poco distante: ne immaginavo il profumo, le carezze e persino l’intensità dei baci. Finivo per sorridere, imbarazzata ma felice. Finché non mi ricordavo di dover tornare a casa e di dover vedere Massimo, di dover passare del tempo con lui senza poterlo evitare. Vivevo di espedienti. La sera andavo a letto presto, anche se non avevo sonno, e se Massimo mi raggiungeva nell’immediato, fingevo di dormire. A fatica resistevo alle sue mani sul mio corpo. Avevo voglia, ma non con lui. Non cedevo. Non ero più una ragazzina, potevo controllarmi. L’astinenza mi confermò quello che già sapevo e cioè che non provavo più nulla per Massimo, nemmeno l’attrazione sufficiente per il sesso. Avrei potuto farlo, ma sarebbe stato come fare l’amore da sola. Era finita e me ne rammaricai. Era arrivato il momento di voltare pagina.

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Civetta

Non era ancora il tramonto, ma il cortile era già in ombra. L’uomo sul balcone del secondo piano pensò che le case popolari fossero così povere da non avere nemmeno diritto alla luce. Appoggiato alla ringhiera, lasciò la cenere penzolare dal mozzicone che stringeva tra pollice e medio. Aveva smesso con le cose superflue.

Il monolocale era spoglio, giusto un materasso per terra e qualche libro. Una lampadina bruciata era appesa al soffitto. Le serrande si erano rotte tempo prima. Ne aveva approfittato e si era fatto staccare la luce. Viveva secondo natura, svegliandosi all’alba e dormendo quando era troppo scuro per leggere. Una parte dei soldi guadagnati pulendo le scale finiva in sigarette, il resto nelle rose. Da quando aveva iniziato a comprarle, non poteva permettersi più di un pasto al giorno.

Si mise addosso qualcosa di pulito e riempì un sacco nero con i vestiti sparsi per terra.

Al lavasecco scambiò un saluto con gli altri clienti. Le solite facce, il solito cenno. Avviò la centrifuga e uscì, come sempre. Coprì l’isolato che lo separava dalla fioraia sentendo crescere in lui l’eccitazione.

La donna dietro al bancone sorrise. Arrossendo, gli chiese se avrebbe comprato una rosa al giorno anche per lei. L’uomo scosse la testa, poi lasciò le monete sul bancone e uscì.

Giorno dispari: rosa bianca.

Non faceva pulire il gambo; le spine dovevano ricordare il possibile dolore di ogni bellezza. Soffrire ogni giorno aiuta a non soffrire più. Una sorta di veleno. Recuperò i vestiti e tornò a casa. L’eccitazione era diventata aspettativa.

Pochi metri distanziavano il suo balcone da quello dell’appartamento di fronte. Le tende fini e l’interno ben illuminato erano suoi complici. Su quello strano palcoscenico, lo spettacolo era già iniziato. Un letto matrimoniale e due ragazzi davanti: lei era inginocchiata, stava facendo un pompino.

L’uomo non riusciva a mettere a fuoco la nudità di lei ed era costretto a immaginarla. Si accese una sigaretta; i due ora erano sul letto.

All’uomo parve che la ragazza lo guardasse. Urlava e gemeva e lo guardava.

L’uomo spense la sigaretta e si abbassò i pantaloni.

Iniziò a masturbarsi cercando lo sguardo di lei. Il buio escludeva tutto ciò che li circondava. C’erano solo lui e la ragazza. Di lei sapeva che aveva gli occhi grigi e qualche lentiggine, i capelli castani e un cappotto rosso. Sapeva anche che le piaceva essere presa da dietro, come in quel momento. Le sue urla gli facevano credere che fosse lui a fotterla.

Non era venuto. Quei due avevano finito e lui era rimasto col cazzo mezzo moscio in mano. Avevano spento la luce e l’avevano lasciato là da solo, in mezzo al nulla.

Ancora nudo, si buttò sul materasso.

La sveglia suonò: il sole ancora non illuminava la casa nella sua interezza. Aveva dormito poco e male. Mentre si radeva, le crepe dello specchio gli restituirono il volto deforme di un mostro. Arricciò le labbra. Le guance scavate erano lenzuoli impigliati agli zigomi pronunciati. Non sì sentì più brutto del necessario.

Prima di uscire recuperò la rosa dal vaso. L’acqua aveva mantenuto i petali freschi. Uscì di casa e, come ogni mattina, deviò verso l’altro condominio. Il portone era spalancato come tutti gli altri. Salì per i due piani e si trovò di fronte all’appartamento. Posò la rosa sul gatto dello zerbino e se ne andò.

A lavoro, la ripetitività del pulire le scale lo fece sprofondare nel proprio malessere. La ragazza lo aveva deluso. Per la prima volta, dopo mesi, non era più riuscita a soddisfarlo. Forse era il momento di cambiare. Decise di non pensarci.

La giornata proseguì anonima. Niente eccitazione, nessuna aspettativa. Al lavasecco, anche le facce degli avventori gli parvero maschere di tristezza. Persino la fioraia aveva di meglio da fare che dargli attenzione.

Giorno pari: rosa rossa.

Questa volta era in anticipo. Rimase in balcone a fumare finché non vide accendersi la luce dell’appartamento di fronte. Era irrequieto: aveva persino già sbottonato i pantaloni. Si concentrò su quello che vedeva e, quando non bastava, su quello che immaginava. Con la mano emulava il ritmo del bacino del ragazzo.

Non funzionò. Non era riuscito a concentrarsi, le urla della ragazza erano un’eco lontana. Si rivestì. Ormai era chiaro cosa dovesse fare. Non poteva più evitarlo.

Aspettò di vedere il ragazzo uscire dal condominio.

Le due: era una civetta pronta a braccare la preda per il proprio sostentamento.

Si vestì di tutto punto. Prese la rosa dal vaso e strinse il gambo, poi lo sfregò contro le proprie guance.

E’ necessario pensò nel salire le scale.

E’ necessario pensò nel bussare alla porta.

E’ necessario pensò nel guardare la ragazza.

E’ necessario pensò mentre sentiva rinascere il desiderio dentro di sé. Il corpo nudo di lei a terra, una collana di lividi a cingerle il collo e il sangue, il sangue a ridare passione a quel fiore che sembrava ormai appassito

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Nobiltà di strada

Tutto è cominciato una domenica mattina.

Ero nel letto con la mia puttana preferita, Sasha, una slava di vent’anni che se ne fregava dei miei quaranta. Se ne fregava di mia moglie, se ne fregava di mia figlia, se ne fregava del mio lavoro. A lei importava solo dei soldi e a me andava bene così. Non si faceva problemi a dire che si faceva rompere il culo solo per mettere altri cinquanta euro sotto il materasso. Che gran troia, Sasha. Ma comunque meno di tutti gli altri, quei leccaculo che mi circondano ogni giorno nella speranza di essere notati.

Ad ogni modo me ne stavo là a guardare il soffitto, con la sua testa tra le gambe, quando il cellulare ha iniziato a squillare. L’ho lasciato fare, non avevo alcuna intenzione di interrompere quel momento. Poi ha ripreso, con lo schermo illuminato e la vibrazione a farlo muovere per tutto il comodino. Sasha ha fatto per alzare la testa. Io l’ho ricacciata giù con la mano prima che riuscisse a guardarmi negli occhi. Ma ormai tutto era finito. La mia voglia aveva lasciato posto alla curiosità di sapere chi rompesse i coglioni alle otto di mattina. Persino Dio si riposò la domenica. Ma noi siamo uomini e non abbiamo proprio nulla di divino.

Il telefono riprese a squillare e questa volta risposi.

Era Mancosu, il brigadiere più stupido che conoscessi.

“Marescia’, la disturbo?” disse.

“Sì.”

“Senta, qui c’abbiamo un morto. Anzi, una morta.”

Non dissi nulla.

“So che è domenica, marescia’, ma mi hanno detto di chiamare lei, che questa c’ha i soldi e vogliono lei.”

“Dov’è?”

“Precollina, marescia’, Via delle Viole 4. La passo a prendere?”

“No, Mancosu. Adesso vengo.”

Non mi ero nemmeno fatto una doccia. Quella giornata non se lo meritava. Questa città di merda non se lo meritava. Avevo lasciato la macchina a tre isolati da casa di Sasha, in Via De Sanctis. I palazzi più brutti che abbia mai visto. Di giorno è la zona più lercia di Torino, di notte la più trafficata. Qui alle puttane ci tengono. Hanno pure messo una corsia apposta per loro, così uno non le tira sotto mentre passa. Ogni dieci metri ce n’è una e si alternano: quelle che ti mostrano il culo e quelle che allungano la gamba per fermarti, per farti capire che hanno la cocaina. Le ho provate tutte. Poi è arrivata Sasha e ho iniziato a essere fedele, come è giusto che sia un uomo della mia età. La prima volta che l’ho caricata in macchina non ha detto niente, a differenza delle altre. Guardava dritto davanti a sé e per un momento ho pensato che fosse una principiante e che avessi sbagliato. Ma una puttana non puoi mica lasciarla in mezzo alla strada. Quando l’hai presa te la devi tenere. Le ho messo una mano tra le cosce ed era così bagnata che ho pensato fosse predestinata a quel lavoro. E che sarebbe stata una bella scopata.

Mentre passavo in macchina da Corso Vittorio vedevo le persone entrare in chiesa. Io non sono credente. Ho fatto finta di esserlo quando ho sposato Giulia, quindici anni fa. Lei era così felice. Si era convinta della mia conversione, che fossi diventato un uomo migliore. Diceva che un carabiniere doveva essere un buon cristiano, che non poteva rischiare di morire e trovarsi le porte del Paradiso chiuse. E se tu muori, Massimo? Se ti sparano, come la trovo la pace io, sapendo che sei allInferno diceva. Forse aveva ragione e per un po’ ci ho creduto anche io. Poi un pallettone ha fatto saltare la testa a Filippo mentre era seduto accanto a me e, un po’ per questo, un po’ perché il proiettile non me lo sono beccato io, ho smesso di credere a tutte quelle puttanate. Filippo sì che era un brigadiere. Sceglievo sempre lui come compagno per i turni. Aveva un umorismo tutto suo, un’ironia cinica che non ti saresti mai aspettato da un ragazzetto con la faccia d’angelo. Avrebbe fatto carriera, lo sapevano tutti. Era glaciale, ambizioso, duro. Quello che dovremmo essere tutti noi. Pace all’anima sua.

Quando sono arrivato in Via delle Viole, ho riconosciuto il posto dalle macchine dei colleghi lasciate in mezzo alla strada, davanti al cancello. Quelle villette sono tutte uguali: bianche, con un po’ di edera, il giardino ben curato. Banali e scontate, come i loro proprietari. Ho inchiodato e sono tornato indietro di duecento metri. Volevo farmeli a piedi, avevo bisogno di fumare senza che nessuno mi disturbasse. Ho assaporato ogni singolo tiro di quella sigaretta. Ho riempito i polmoni di quel fumo grigio e denso, sperando che vi ci si appiccicasse. Mi ero rotto i coglioni. Volevo morire. E volevo farmi una striscia.

Quello che ho imparato di questo lavoro e più in generale della vita, è che devi mostrarti agli altri come se fosse impossibile scalfirti. Devi dominarli, intimorirli, umiliarli. Così ho gettato con forza il mozzicone per terra, senza pestarlo, lasciandolo là a consumarsi sull’asfalto. Ho percorso quei duecento metri come se mi portassero alla mia tomba. Testa alta, sguardo fermo nel vuoto.

Sono entrato in casa strappando il nastro giallo alla porta e ho puntato Mancosu.

“Che cazzo è successo?” ho detto prima che aprisse bocca.

Mancosu ha balbettato qualcosa e mi ha indicato il piano di sopra, la stanza che stava proprio sopra di noi. Sembrava un topo, Mancosu, con quei suoi baffetti neri, gli occhi schiacciati e le orecchie pelose. Mentre salivo per le scale, lo sentivo sgattaiolare dietro di me, squittendo ad ogni passo su quella moquette rossa che rivestiva i gradini. Sono entrato nella stanza da letto facendomi spazio tra quelle nullità che si facevano da parte al mio passare, riverendomi e abbassando la testa.

“Di chi è il cadavere?”

Mancosu si affrettò a rispondermi, ma io non gli prestai attenzione. Sapevo esattamente di chi fosse.

La baronessa Veronica Verri, una di quelle donne convinte che si stia ancora nell’ottocento. Di quelle che conoscono le persone giuste nei posti giusti. Di quelle che la mattina guanti rosa, pelliccia e un foulard stretto al collo come un guinzaglio, mentre portano a passeggio il loro cane da concorso. La feccia. Ti guardano dall’alto della loro condizione, coperte dalle loro maschere di finto pudore. Ma io ho imparato a conoscerle. So che non possono reggere questo inganno, che prima o poi il trucco cola e la loro debolezza si manifesta sotto forma di vizio. Quello che è successo a questa Veronica Verri, che mi stava davanti sdraiata nel suo letto, nuda nella sua guepière nera, la testa sfondata da un martello.

Quel cazzone di Mancosu si stava trattenendo dal vomitare e non faceva nulla per nasconderlo. Filippo, invece, avrebbe ghignato e detto qualcosa tipo che una massaia aveva lasciato là il mortaio con cui stava preparando il paté di olive, con il pestello ancora dentro e il lavoro da finire. E avremmo riso. Cristo se avremmo riso.

“Mancosu, cazzo.”

“Sì, commissa’.”

Se avesse vomitato, l’avrei preso a schiaffi davanti a tutti. Il suo sguardo mi stava implorando di lasciarlo andare in bagno, come se avesse annusato delle briciole di formaggio, ma io non avevo alcuna intenzione di dargli quella soddisfazione. Doveva imparare a essere uomo. E così lo guardavo farfugliare e boccheggiare, la pelle grigia, e pensavo che doveva essere la stessa faccia che faceva quella poveretta della moglie quando se lo ritrovava nudo in camera da letto.

“Che schifo, Mancosu. Che schifo.”

Il cadavere della Verri fu coperto con un telo bianco, ma questo non lo avrebbe aiutato a nascondersi da me, a mentirmi sulla sua morte. Avevo già capito ogni cosa. La puttana si era portata il suo giocattolo a casa per farsi scopare, e magari prima l’aveva pure fatto ubriacare, ma alla fine qualcosa doveva essere andato storto ed era finita a martellate in testa. Un ragazzo adescato con l’unico scopo di sbattere quella carne flaccida, che ora si ritrovava rovinato per il resto della sua vita. Perché io l’avrei trovato e lui sarebbe finito a marcire in galera, poco ma sicuro. Mi sarebbe dispiaciuto, ma è il mio lavoro. L’unica cosa che so fare bene, l’unica cosa che mi piace.

Levai il lenzuolo da quello che restava della testa. L’occhio destro era di poco fuori orbita, una pallina bianca che sembrava fissarmi. Il copriletto bordeaux era ricamato dal sangue nero che era colato dalla parte cava della faccia. Frattaglie di cervello e osso erano incrostate tutto intorno. Mi chiesi perché un martello e non un proiettile. Ma il disgusto per quello che rappresentava quella persona mi spinse a compiacermi di questa sua morte, avvenuta con la stessa intensità che vi avrei messo io.

Ero lì, fermo in un ghigno, quando il dottor Verano mi raggiunse. Disse che sarebbe stato un caso semplice, che sul manico del martello erano ben visibili le impronte dell’assassino. Questo gli fece dedurre che poteva essere stato un raptus e che l’omicida doveva essere scappato in preda al panico, una volta realizzata la cosa.

“Lei lo sa come vanno queste cose, commissario. Quanti ne ha visti, di questi casi? Comunque, io me ne vado a casa. Mia moglie mi starà preparando un bel pranzetto. La fortuna che abbiamo, Aressa. Non come questi disperati, questi figli della strada, pronti ad ammazzarti per una mela marcia.”

Dissi di sì, ma pensavo a Sasha. Pensavo a lei nuda sotto di me. Pensavo a lei che soffocava le urla nel cuscino. E alle grida di Aurora, mia figlia, che ogni notte spazzavano via il silenzio e il mio desiderio per Giulia. L’unica fortuna che avevo con lei era che non si lamentasse quando me ne andavo e la lasciavo ad occuparsi di nostra figlia. Era una donna forte, poteva farcela benissimo da sola. E poi non ho mai sopportato di stare in tre nello stesso letto, con la bambina in mezzo, a ricordarmi ogni istante la distanza che c’era tra me e sua madre.

Ai due lati del letto della baronessa c’erano due comodini in legno di chissà quale epoca, con sopra due lampade in oro e alcune fotografie. In una, dalla cornice in legno lucido, se ne stava sorridente accanto a quella che doveva essere stata la sua servitù anni prima; nell’altra, più recente, veniva tenuta sottobraccio da un uomo molto più anziano di lei, con i capelli bianchi ben pettinati e un completo nero. Avevano entrambi un’espressione composta, ma lasciavano trasparire un velo di triste umanità dei loro occhi. Quelli di lui scuri, quelli di lei di un azzurro sciupato, quasi verdi. Pensai fosse il maggiordomo, magari uno che aveva passato la vita a servire e riverire quella famiglia. Mi domandai ad alta voce dove potesse essere in quel momento.

“In cucina” rispose Mancosu.

Alzai gli occhi su di lui, che subito li abbassò.

“E’ il marito, marescia’. Vuole parlare con lei. Scende o gli dico che sale?”

“Domani, Mancosu. In caserma. Oggi è domenica.”

La notizia di un marito mi aveva sorpreso. Invece di stringersi, il cerchio si allargava e tutte le certezze che avevo avuto fino a quel momento erano diventate polvere. Uscii dalla casa passando per la porta di servizio. Non avevo voglia di parlare né con quell’uomo, né con i giornalisti, così diedi a Mancosu carta bianca sul da farsi. Che ci mettesse lui la faccia, che i cittadini rimanessero soddisfatti nel vedere che il loro ideale di carabiniere si realizzava in quel sorcio balbettante frasi di circostanza in televisione.

Raggiunsi la macchina e mi voltai per guardare il gruppo di persone che si era riunito davanti alla casa. I flash degli scatti schiarivano quella giornata invernale che non si decideva a iniziare. Entrai e presi il mio secondo cellulare. Chiamai l’unico numero salvato, quello di Sasha.

Tornai a casa alle quattro del mattino, ubriaco e con il naso imbottito di cocaina. Giulia aveva lasciato accesa la lampada del mio comodino. Era rannicchiata nella sua metà di letto, quella che dava alla porta, coperta di una sola vestaglia di raso nera. Ricordai di quando gliel’avevo regalata. Stavamo insieme da quattro anni e io ero stato via per lavoro, dalle parti di Roma. La vestaglia era in una vetrina e pensai a come sarebbe caduta sui suoi seni e poi sui suoi fianchi. La immaginai ballare sotto la luna, con i capelli castani a rifletterne i raggi. Avremmo fatto l’amore e le avrei chiesto di sposarmi. Avrei voluto ricordarmi solo di quello e per una volta dimenticare quello che venne poi. Il suo respingermi tutta la notte, le sue lacrime, lei che confessa di avermi tradito. La vestaglia di raso per terra, ai piedi del letto, calpestata.

Stava là e ogni cosa mi ricordava il cadavere della baronessa. Pensai di estrarre la pistola dalla fondina e di sfondarle la testa con il calcio. Poi di andare nella stanza di Aurora e urlarle che la mamma era morta. Le avrei messo la canna della pistola in bocca e avrei sparato due colpi. Le pareti della cameretta sarebbero state finalmente di quel rosso che Giulia voleva tanto. Sarei andato in bagno a guardarmi nello specchio sopra il lavandino e mi sarei passato le mani sporche di sangue sulla faccia. Avrei sparato al mio riflesso e avrei potuto iniziare una nuova vita.

Di colpo smisi di fantasticare e mi sorpresi in ginocchio sul letto. Con una mano spostavo la vestaglia dal culo di Giulia, con l’altra mi tenevo il cazzo. Non indossava gli slip e la luce della lampada creava il suo gioco di ombre tra quelle cosce ancora sode. Iniziai a masturbarmi in silenzio e avrei voluto fosse tutto lì, che il solo guardarla svestita potesse restituirmi un’eccitazione quasi infantile. Ma come sempre qualcosa mi ricordò che non c’era più nulla. Prima la mia lingua tra le labbra umide di Sasha, poi il cazzo di Filippo tra le cosce di mia moglie.

Le misi la mano sinistra sulla schiena per tenerla ferma e glielo spinsi dentro con un unico colpo di bacino. Sentii una fitta di dolore e digrignai i denti. Era il prezzo da pagare per riprendermi mia moglie. Rimasi zitto e lasciai che fosse lei a urlare. Mi limitai a tenere fermo l’arco della sua schiena sotto la mia mano e a spingere. Sentivo la mia testa più pesante a ogni colpo. Mi pentii. Sperai finisse presto. Venni.

“Giulia.”

Poi nulla.

Torino di notte è la Città Nera, quella che dà vita insieme a Londra e San Francisco al triangolo della magia oscura. E’ la città di Satana, che dall’alto della statua di Piazza Statuto tiene d’occhio l’ingresso per gli Inferi. E che uno creda o meno a queste cose, non può non pensare che qualcosa di vero ci sia, che l’atmosfera che viene a crearsi è quella della dolce scoperta del peccato, quella del nulla è reale e tutto è lecito. Torino ti strega e ti seduce, prima di abbandonarti nel bel mezzo dell’amplesso, quell’istante che precede il sole alzarsi dietro al Faro della Maddalena per dare vita a quella che sarà per tutta la giornata la Città Bianca, al pari di Praga e Lione. Chiunque abbia vissuto almeno due giorni per le sue strade si sarà accorto di questo bipolarismo cromatico, di questa strana influenza che mostra l’uomo per quello che è: agnello di giorno e lupo di notte.

Rimasi con gli occhi sbarrati al soffitto, a chiedermi se la mia vita fosse tutta lì. Se le mie giornate dovessero soltanto essere un mal di testa cronico e un continuo bruciore di stomaco. Mi sentii soffocare dal profumo di Giulia, che era diventato lentamente il più pesante dei fetori. Per la prima volta nella mia vita provai compassione per Mancosu. Riuscivo a capire come si sentisse un topo in gabbia. E’ che una scappatoia pensi sempre di averla e ci basi sopra ogni tua strategia di vita. Ma è proprio come il sorcio e il labirinto, perché il sollievo arriva solo quando hai svoltato l’angolo dell’ostacolo e ti trovi davanti un corridoio, quello che pensi sia l’ultimo, quello che ti porterà fuori e ti farà gridare che sei libero. Ma alla fine il corridoio finisce e ti trovi di nuovo di fronte a due strade e non importa quale prenderai, perché sarà sempre quella sbagliata. Non si esce dai labirinti, è tutta una balla di chi li ha creati. Sono progettati per farti arrendere e morire, come questa vita di merda. Ma io non sono fatto così e me lo ripetei una volta, poi due, serrando i denti fino a sentire il sapore del sangue che mi usciva dalle gengive. Mi alzai e recuperai i vestiti dal pavimento. Erano le sette ed io scappavo da casa mia come l’amante perfetto, quello che non lascia tracce per il marito cornuto. Che poi ero io.

Feci tutta via Garibaldi, poi piazza Statuto, via Cernaia e corso Vinzaglio, dove vivevano i veri ricchi di Torino, quelli che non avevano bisogno di ostentare il proprio benessere e nascondevano le proprie ricchezze dentro palazzoni comuni, al più provvisti di un bel balcone in pietra.

Entrai in caserma senza salutare i due di guardia. Andai nel mio ufficio, al piano di sopra, e mi sedetti al buio, i gomiti sulla scrivania. Con una mano buttai per terra i pacchetti di sigarette vuoti, con l’altra presi la cornice con la foto di Sasha e la guardai negli occhi. Erano grigi. Come tutto. Sembrava più piccola di quello che fosse realmente e pensai che ero entrato nell’Arma che lei ancora doveva nascere. Pensai che avevo iniziato a scopare che lei ancora doveva nascere. Pensai che la mia vita era finita che lei ancora doveva nascere. Pensai. Pensai e basta.

Mancosu arrivò che erano le nove, sudato e con il sorriso di uno che stava per iniziare il suo primo giorno di lavoro. Aprì la porta del mio ufficio convinto non ci fosse nessuno e si mise a canticchiare una stupida canzoncina. Abbozzò anche un balletto, finché non si accorse di me è si fermò. Tra noi iniziò un inutile gioco di sguardi. Inutile perché sapevo già come sarebbe finito, con io vincitore e lui a guardarsi le scarpe di pelle consumata.

“Sai a cosa pensavo, Mancosu?”

“No, marescia’.”

“Che sono felice di averti come brigadiere.”

Mancosu sorrise, ma io continuai prima che potesse aprire bocca.

“Sono fortunato perché sei un coglione. E quelli come te, che ce l’hanno così moscio da pisciarsi le palle, sono come dei pesci rossi, che non reagiscono nemmeno quando li tiri fuori dall’acqua. Sì, certo, fai onestamente il tuo lavoro e magari a qualcuno piacerai anche, nulla da dire in contrario, ma questa è la tua misura, la tua boccia di vetro. Ti guardo il muso e so di avere le spalle coperte, di non avere nessuno che vuole fottermi il posto, né qui dentro né fuori. Sei fortunato perché tu non rischi un pallettone in testa. Chi potrebbe mai voler fare del male al povero Mancosu?”

Continuò a guardarmi, in silenzio.

Vaffanculo, pensai, vaffanculo Mancosu. Abbassa gli occhi su quelle cazzo di scarpe e faremo finta che non sia successo nulla.

Ma lui si limitò ad uscire, lasciandomi nel buio in cui mi ero rintanato. La giornata continuava a non promettere bene.

E infatti quel pomeriggio ricevetti una telefonata dal dottor Verano che mi comunicò l’identità dell’assassino della baronessa, tale Ivan Jonelus. Feci lasciare a Mancosu l’incarico di trovare qualsiasi cosa su di lui, mentre io mi preparai a ricevere il marito della baronessa.

Non ci mise molto ad arrivare. Il barone Gustavo Verri, così si era presentato, preoccupandosi di mettere bene in evidenza il suo titolo. Ebbi la stessa impressione di quando lo vidi in foto e cioè che avrebbe potuto essere tranquillamente il maggiordomo di quella casa da una vita. Racchiudeva in sé qualsiasi luogo comune, tant’è che pensai il suo comportamento fosse figlio di anni e anni di emulazione. La “r” moscia, il braccio destro sempre piegato in avanti e mai lungo il corpo, le labbra flesse verso il basso, in un sorriso di disprezzo.

“Sono il barone Gustavo Verri, marito dell’ormai defunta baronessa Veronica Verri” disse.

“Sì, sì, so chi è. Si sieda.”

“Volevo anzitutto manifestarle il mio sdegno e la mia incredulità per il trattamento ricevuto nella giornata di ieri da lei e i suoi uomini. Trovo insolito che il capitano Arnì, mio personalissimo amico, nonché compagno di innumerevoli doppi di tennis, non abbia comandato di seguire con urgenza l’omicidio della mia povera moglie, e devo quindi dedurne che la decisione sia la sua, maresciallo. Ovviamente mi aspetto delle scuse e delle spiegazioni.”

“L’unica spiegazione che posso darle è che sua moglie stava stesa sul vostro letto con il cranio sfondato da un martello, in intimo nero.”

Il barone mi fissò sorpreso. Non aveva capito che quelli come lui me li mangiavo quando volevo.

“Quindi,” continuai “perché non mi spiega dov’era lei mentre sua moglie veniva ammazzata?”

“Come si permette a insinuare una cosa del genere?”

“Senta, senza fare storie. Mi dica dov’era lei. È un formalità, mi serve il suo alibi. Io non ho voglia di stare qui ad ascoltarla e lei non mi trova molto simpatico, giusto? Avanti.”

“A un’importante serata di beneficenza a casa di un amico, il professor Santomoro, che lei di sicuro conoscerà.”

“No e non mi interesserebbe farlo.”

Non riuscivo più a sopportare di respirare la stessa aria di quell’uomo. Avevo la strana impressione che avesse ancora la sua bella maschera di trucco che non si decideva a colare. Mi alzai e me ne andai dal mio ufficio e dalla caserma.

Quella sera ricevetti due telefonate, una dal capitano Arnì, che non stetti manco ad ascoltare, e l’altra da Mancosu, che telegraficamente mi riferì che avevano tentato di mettersi in contatto con Ivan Jonelus, ma la madre aveva detto che era sparito da qualche giorno. Decisi che saremmo andati da lei il mattino seguente. Quella storia iniziava a non piacermi. Poi fu il turno della mia telefonata.

Mi svegliai con una serie di immagini che mi sfilavano in testa. Io che entravo in casa con un mazzo di fiori e trovavo sul mio letto Filippo e io accanto a lui in quel bar e io che vedevo uno che tirava fuori il cannone davanti a noi e io che mi abbassavo e Filippo che no e i suoi capelli biondi che non c’erano più e nemmeno la sua testa e lui che cadeva a terra e con lui il suo cervello. Proprio accanto a me. Ed ora accanto a me c’era Sasha e le sue labbra sul mio cazzo erano l’unica cosa reale di cui mi ricordassi.

La signora Jonelus aveva un viso asciutto e gli zigomi alti, i capelli corti e a boccoli. Disse che faceva le pulizie in una piccola azienda locale e che suo figlio non tornava a casa da tre giorni. Ci guardò con diffidenza e ci mostrò la camera di Ivan. Appesi al muro i poster di alcuni calciatori e qualche fotografia. Mancosu le chiese perché non ne avesse denunciato la scomparsa e la signora rispose che era già capitato che il figlio sparisse nei fine settimana, soprattutto quando aveva a che fare con dei clienti esigenti.

“Che genere di clienti, signora? Che lavoro fa suo figlio?” chiesi davanti a una tazza di caffè.

“Clienti molto importanti. Donne, perlopiù. Loro pagare bene, no?”

“Pagare bene per cosa, signora? Non abbiamo molto tempo da perdere.”

“Ma per sesso, no? Mio Ivan molto bello e tutte lo vogliono.”

“Lei vuole dire che suo figlio si prostituisce?”

“No. Mio Ivan porta a casa soldi della cena.”

“Vede signora,” si intromise Mancosu “suo figlio è ricercato per omicidio. Abbiamo trovato le sue impronte sull’arma del delitto.”

Dentro la mia testa tutto iniziò a sistemarsi come avrebbe dovuto. Veronica Verri approfitta del ricevimento del marito, un’amica le consiglia un ragazzo rumeno, Ivan, e lei lo chiama. Se lo coccola, lo riempie di soldi, ma lui vuole di più. E così la uccide. E tutti felici e contenti, pensai.

“Lei ha idea di dove potrebbe essere suo figlio?” domandai aggirandomi per la cucina e guardando le foto di Ivan appese.

L’idea ce la facemmo noi qualche giorno dopo, quando trovammo il suo cadavere sventrato in un sentiero di collina. Sul braccio destro si leggeva ancora la parola “libertà” tatuata in caratteri gotici. Nella tempia destra un buco da cui doveva essere colata via l’anima. Lo mettemmo in un telo bianco e lo maledicemmo per averci rovinato le indagini. Io ero particolarmente incazzato e un Mancosu così dedito al lavoro mi toglieva ogni possibilità di sfogo. Decisi di montare da solo in macchina e di andare a casa del barone Verri, per aggiornarlo sullo sviluppo delle indagini, come ordinatomi dal capitano.

Fu un’accoglienza fredda, ma di certo non mi ero fatto troppe aspettative. Mi trovai di nuovo a guardare le fotografie della baronessa, ma questa volta con svogliatezza. Informai il barone della morte di Ivan e lo avvertii che le indagini sarebbero andate avanti a lungo, ora che non c’era più un colpevole da far confessare.

“Le impronte sul martello, no? Quelle non bastano?” disse il barone, scocciato.

Stavo per rispondere, quando la frase del barone risuonò nella mia testa.

“Come dice?”

“Che mi sembrano un chiara prova.”

“Chi le ha detto delle impronte” chiesi, avvicinandomi.

I balbettii del barone mi ricordarono quelli di Mancosu e subito ripensai al topo nel labirinto e l’unica cosa che può stanarlo: il gatto.

“Dovremmo farci una bella chiacchierata, vero baronuccio? C’è forse qualcosa che non ci ha detto?”

Il signor Verri indietreggiò fino al muro, muovendo in avanti le sue mani coperte di guanti in pelle, come per allontanarmi.

“Vediamo se indovino. Lei torna a casa e trova sua moglie nel letto con un bel ragazzo. Sì, li trova avvinghiati nel suo letto che si divertono e magari lei urla pure di smettere che è tornato suo marito. Allora lei, signor Verri, spara in testa al ragazzo e poi ammazza sua moglie, giusto? Magari con quei guanti di pelle per non lasciare tracce. Poi cos’ha fatto? Ha messo il pestello in mano a Ivan quand’era già morto?”

Il barone si lasciò scivolare in terra e scoppiò a piangere. E nel mentre che piangeva sfoderò la pistola da dietro la schiena e fece fuoco. Uno contro uno.

Ho visto il proiettile partire e attraversare la testa di Filippo e la bocca di mia figlia Aurora. L’ho visto perforare le orecchie di Mancosu e i seni di mie moglie. Poi gli occhi di Sasha e fermarsi. Ho sentito Dio chiedermi se valesse la pena andare avanti, in un tripudio di colori e in preda a un’euforia mai provata. Io l’ho guardato negli occhi e gli ho detto che no, non ne valeva la pena. Poi ho sparato anche io, senza saperlo, e quel bastardo è rimasto inchiodato al muro.

 

“Non c’è lieto fine, non c’è nulla. Ci saremo solo noi, io e te. E la nostra bambina. Che poi sarà tutto quello che avremo. E la chiameremo Aurora, per ricordarci che c’è sempre il sole, prima e dopo ogni raggio di tenebra, no?”

“Sì…”

“E sarà la bambina più bella di tutte, perché sarà uguale a te e a nessun’altra. E riderà e guarderà il mondo come fai tu. E amando lei, io potrò amarti due volte.”

“Adesso stringimi, ho freddo. E dimmi che sarò solo tua.”

“Sì.”

“E tu solo mio.”

“Sì.”

“E che mi ami. Dimmi che mi ami.”

“Ti amo.”

“Anche io.”

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ALBERGO A ORE

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– Me li hanno incartati nei bianchi lenzuoli e l’ultimo viaggio l’hanno fatto da soli. Però non è giusto morire a vent’anni e poi proprio lì.
– La morte non ha luogo, o età.
Il vecchio pescatore prese un verme e lo poggiò alla pietra che gli stava accanto, poi estrasse un piccolo coltello dalla tasca.
– Né specie – aggiunse, affondando la lama nell’esca.
Il ragazzo rimase a guardarlo in silenzio.
– Come San Pietro, gli ho dato le chiavi. Gli ho dato le chiavi di quel paradiso e ho chiuso la stanza sul loro sorriso.
– Ognuno è mano del Signore.
– Perché io? – urlò il ragazzo, alzandosi.
Il pescatore si girò a guardarlo.
– Dove hai detto che lavori?
– Io lavoro al bar d’un albergo a ore. Porto su il caffè a chi fa l’amore.
– E allora.
– Allora cosa?
– Ti sei risposto da solo.
Il vecchio ritrasse la lenza dall’acqua.
– Diavolo! – imprecò, vedendo l’amo privo di esca e preda.
– Vedi? Tu sei un verme.
– Come ti permetti, vecchio?
– Lui, – continuò tranquillo il vecchio indicando il cielo – ti ha infilzato all’amo della sua canna e ti ha usato. A differenza mia, però, ha fatto pesca grossa.
Bestemmiò e prese un’altra esca dal barattolo che teneva in tasca.
– E come pensi che ci si senta? Mi hanno chiesto una stanza. Gli ho fatto vedere
la meno schifosa, la numero tre… Puliti, educati, sembravano finti. Sembravano proprio due santi dipinti.
– E pure i santi muoiono – tagliò corto il vecchio.

– Sorella Luna, tu che ci guardi sempre, in silenzio di madre, ti prego, portami via. Fammi fuggire, che nessuno possa riconoscere in me quello che ha dato loro le chiavi di quel Paradiso. Io porto su il caffè a chi fa l’amore. E fanno su e giù, coppie tutte uguali, e non le vedo più, manco con gli occhiali. Perché loro, invece, li ho visti così bene? Perché so che non potrò più dimenticarmi delle loro facce? L’acqua del fiume scorre e pulisce e ci cambia e, forse, pur io avrei bisogno di lavarmi via questo rimorso, questa convinzione che mi infilza. Tu, pallida, che mi guardi a fare, se poi non consigli?
Il ragazzo si avvicinò alla riva e rimase a guardare l’acqua.
– lo sarò un cretino, ma, chissà perché, non mi va di dare a nessuno la chiave del tre.
Raccolse un sasso e lo lasciò cadere.
– Non l’avevo mai data a nessuno. E ho messo nel letto i lenzuoli più nuovi.
– Né fiori, né gente. Soltanto un furgone, ma, là dove stanno, staranno benone – canticchiò, mentre l’acqua gli cingeva la vita.

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L’UOMO E’ LIBERO!

Rimase a guardare il vecchio seduto alla sua tavola. Mangiava con foga, tanto da sporcarsi la barba col brodo. Il suo aspetto era tanto trascurato da impedirgli di capire con esattezza quanti anni avesse. Non era suo solito portare in casa degli sconosciuti, ma aveva temuto che se l’avesse lasciato fuori, gli sarebbe rimasto sulla coscienza quella notte. In fondo, quel gesto gli aveva riempito il cuore di orgoglio ed una certa eccitazione gli scuoteva il corpo. Il buon Signore non avrebbe che potuto essere fiero di lui, pensava.
– Gabriela, – urlò – il nostro ospite è con il piatto vuoto. Vieni a riempirlo!
Una donna corpulenta arrivò in gran spolvero dall’altra stanza, aggiustandosi la scollatura del vestito. Prese la pentola di coccio e riempì il piatto con tre mestolate abbondanti. Il vecchio le rivolse uno sguardo di gratitudine. Gabriela ricambiò con un sorriso imbarazzato e sedette  a una sedia in legno, nell’angolo più scuro della cucina.
Quando vide svuotarsi nuovamente il piatto, pensò fosse arrivato il momento di parlare con lui.
– Gradite ancora qualcosa? – chiese
– Va bene così, grazie – scosse la testa il vecchio – Siete stati già troppo gentili con me.
– Bisogna sempre aiutare chi è in difficoltà  – disse lei tornando a sparecchiare la tavola – Sicuro, niente più?
– Non voglio approfittare del vostro buon cuore – disse il vecchio, compiacendosi.
Abraham si alzò e andò ad un piccolo mobile in legno. Prese una vecchia pipa scolorita, dal becco nero, e tornò a sedersi, tenendo il proprio sguardo fisso sul vecchio – Perdonatemi, ma credo di non ricordare il vostro nome –
– Non ve lo ricordate –  ridacchiò l’uomo ripulendosi la barba – non lo ricordate perché non me l’avete chiesto – E senza aspettare risposta, riprese. – Mi chiamo Knulp Woyzeck.
– Io sono Abraham Albrecht. E lei è mia moglie.
Il vecchio piantava gli occhi  al tavolo.
– Allora, – riprese Abraham – da dove viene, signor Woyzeck?
– Per favore, sarò anche un povero vecchio, ma diamoci del tu. Non c’è alcuna distanza tra un cane affamato e la mano che lo ciba.
– Certamente – annuì Abraham con un piccolo imbarazzo.
– Lipsia, comunque.
– E’ una bella città? – lo interruppe Gabriela, intenta a cucire un vestito sgualcito.
– Un tempo. Un tempo lo era. – rispose rabbuiato –  Non ci torno da anni.
Abraham cambiò argomento.
–  E hai moglie e figli, Knulp?
– No! Dio me ne scampi!- rispose ridendo l’uomo – Le donne sono solo un’inutile scocciatura. Infami meretrici che ti succhiano via l’anima. E i figli sono ancora peggio! Inutili larve che credono di avere diritto a qualsiasi cosa. Mai una soddisfazione! Sempre in combutta con le loro stupide madri.
La coppia lo guardò in silenzio. Knulp cercò un tono più pacato – Mi dispiace, non volevo mancarvi di rispetto. Avete avuto così tanta premura della mia persona.
Abraham lo assecondò – Non preoccuparti. Ognuno è libero di pensarla come vuole.
– Vedo che anche in questa casa non ci sono marmocchi – riprese l’altro.
– Non abbiamo i soldi. E ci piacerebbero sì, ma non riusciremmo a mantenerli – rispose
– Che lavoro fai?
– Il taglialegna.
– Sano lavoro spaccaossa. Solo per veri uomini.
– Già. – disse Abraham, gonfiando il petto – Stavo appunto tornando, quando ti ho trovato delirante tra gli alberi che fiancheggiano il Lech.
– E fortuna che mi hai trovato!
– Cosa ci facevi da queste parti, Knulp?
– E’ una lunga storia.
– Domattina, domattina ce la racconterai.
– Certamente sì – disse Knulp, allargando le labbra in un sorriso sornione.
– Ora è tardi, è meglio andare a dormire. Gabriela ti preparerà la branda, qua in cucina.

L’hanno detto loro: sei hai bisogno, non esitare a svegliarci. E noi non abbiamo esitato. E noi avevamo bisogno, vero? Certo che è vero. Un bisogno irrefrenabile, l’esigenza di un bambino.
Ma loro sono stati tanto gentili con noi.
E noi con loro.
Menti.
No. Ti ricordi il pastore? Lui non era stato gentile con noi. E noi non siamo stati gentili con lui.
Hai ragione. Come sei saggio.
Devi fidarti di più di me.
La colpa era grande.
Enorme.
Contro la parola del Signore.
Lo nascondevano.
Non dovevano?
Non dovevano.
Lo dice Gesù?
Lo dice Gesù e lo dice Dio.
Dobbiamo pregare?
Chiedere perdono.
Padre, perdonaci, noi, umili peccatori e servi della tua volontà. Abbiamo fatto ciò che dovevamo. La morte non è giunta per mano nostra, ma per mano tua, santa e divina.
Se ne vergognavano.
Ed è sbagliato.
Due genitori così indegni.
Meglio non averli.
Come noi.
Sì. Come noi.

La prima luce del giorno si fece strada dalla finestra con le imposte rotte. Un unico fascio che si proiettava vicino al lavello, sui coltelli che lo riflettevano sulla parete. Knulp Woyzeck ascoltava i rumori che venivano dalla stanza da letto, contorcendosi sulla branda. Ricordò di quand’era piccolo e, a trovare sua madre, veniva il tamburmaggiore. Gli affidava i battenti e gli diceva di battere sulla grancassa più che potesse. Mentre Knulp iniziava a colpire la membrana di pelle dello strumento, l’uomo, sulla trentina, prendeva la mano della madre e la guidava verso la stanza da letto. Quando il soldato andava via e lui restava di nuovo solo con la donna, lei lo picchiava, dicendogli che era tutta colpa sua. Non capiva e restava fermo, a prendersi le botte, e a piangerle tutte fuori. Poi la madre, Johanna, si fermava e lo tirava a sé, stringendolo ai seni. Guardava fuori dalla finestra ed iniziava a recitare passi della Bibbia.
-“C’era una volta un povero bambino, che non aveva né padre né madre – tutti erano morti e non aveva nessuno al mondo, e moriva di fame e piangeva giorno e notte. E perché non aveva più nessuno al mondo…” . Stai ascoltando, Knulp?
– Sì, Abraham. Prego, Gabriela, procedi.
– Se ti annoi, possiamo smettere.
– Come ci si può stufare della sacra Bibbia? – chiese il vecchio sorridendo.
– Tu sei un uomo di fede, Knulp? – insistette il padrone di casa, sostenuto dallo sguardo curioso della moglie.
– Solo un pazzo può non seguire i precetti del nostro signore Gesù Cristo martire.
Gabriela tornò soddisfatta con la faccia sul libro.

Il coltello affonda nel collo e recide vene e capillari. Il sangue cola e schizza e si raggruma sulla vestaglia. Gli occhi sono spalancati dal terrore e cercano aiuto. Aiuto che, però, i cadaveri non possono dare. Abraham l’avrebbe difesa, se fosse toccato prima a lei. Ora stava sdraiato, le mani sul ventre aperto, a tenere le viscere.
– Devi morire, Johanna. Per tutto il male che hai fatto a quel povero bambino, devi chiedere scusa al signore Iddio.
– Gabriela – provava a sussurrare la donna con un filo di vita.
Knulp spingeva il coltello con entrambe le mani, poggiando le labbra a quelle della sua vittima.
– Ti amo, Johanna Christiane, ma devi morire.
Il peso della testa di Gabriela spinse il collo a piegarsi, finché orecchio e spalla non si toccarono.
Con la barba cremisi di sangue, il vecchio si girò a guardare il bambino che stava in piedi sulla porta, sbattendo le mani e saltando.
– Hai visto che bello? Non ci daranno più fastidio. Nessuno si vergognerà più di noi. Nessuno ci terrà più nascosti.
Il bambino si fermò e guardò il letto: l’uomo che si teneva le viscere e quello seduto sulla donna, che restava con il collo reciso e gocciolante. Per un attimo sembrò turbato e si strinse la piccola testa pelata tra le mani.
– No, no! – urlò Knulp, facendosi vicino al bambino – Non le ascoltare! Non ascoltare quello che ti dicono. Ascolta solo la voce di Dio e dei suoi angeli. Il diavolo tentatore caccialo fuori.
Il bambino cominciò a parlare da solo, dicendo frasi sconnesse e senza senso. Knulp lo strinse a sé, tenendogli la testa con le mani imbrattate di sangue.- Adesso vieni con me, o gli altri bambini verranno a cantarti che tua madre è morta.

– Ti piacciono le barbabietole? – chiese Gabriela.
– Non farti scrupoli, io mangio tutto – la rassicurò il vecchio.
– Abraham dovrebbe tornare a momenti.
– Tuo marito è proprio un brav’uomo.
– Ma Abraham non è mio marito! – disse la donna ridacchiando.
Knulp rimase attonito e guardò la donna.
– Noi non siamo sposati.
– Come mai? – il volto dell’uomo si irrigidì.
– Non c’è stata occasione, – minimizzò la donna – e poi il matrimonio impone dei vincoli dai quali, invece, io sono libera.
Gabriela si sistemò la scollatura, che lasciava vedere molto dei suoi seni prosperosi.

Poi è arrivato.
Sì, comparso.
Un bambino.
Debole.
Denutrito.
Pelato?
Senza capelli.
Come noi.
Sì.
Illegittimo.
Odiato.
Figlio di Satana.
O di dio?
Sì.
La vergogna.
Sulle sue labbra.
Johanna.
Christiane.
Come spiegarlo?
La vergogna.
Davanti a un vecchio.
Per l’amore di Dio.
Che è potente e misericordioso. Gli ultimi saranno i primi.
Caino uccise Abele e l’uomo conobbe l’omicidio.

–  Siamo molto dispiaciuti per l’inconveniente di oggi. Gabriela mi ha spiegato tutto.
– Non preoccupatevi.
– Vedi, Knulp, non volevamo ti spaventassi. Mats è un bambino… strano.
– Non preoccupatevi.
– Noi gli vogliamo tanto bene, ma è difficile con lui – aggiunse Gabriela.
– Posso ben capire.
Knulp sorrise.
– Ora è tardi, è meglio dormire. Se hai bisogno, non esitare a svegliarci.

Racconto incluso nell'antologia digitale del Premio Perelà. Download gratuito dell'ebook al link http://premioperela.blogspot.it/2013/07/on-road-o-in-spiaggia.html

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http://premioperela.blogspot.it/2013/07/on-road-o-in-spiaggia.html

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