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Quo vadis?

I

“Ho bisogno di un biglietto per Torino” disse l’uomo. Indossava un completo nero; sotto una camicia bianca di Sea Island, chiusa fino al colletto, stretto da una cravatta azzurra, con una fantasia a righe blu scuro. Dall’altra parte dello sportello una ragazza minuta prese a controllare sullo schermo del suo computer. Quando non digitava sulla tastiera, la mano destra accarezzava i capelli scuri, seguendone la lunghezza fino alle spalle, sulle quali ricadevano ordinati.
“Il primo treno parte alle diciannove e quindici” disse la ragazza alzando gli occhi sull’uomo. Questi fece “sì” con la testa, prima di spostare lo sguardo sul tabellone elettronico delle partenze. Per un attimo si chiese se fosse necessario tornare a Torino. Avrebbe potuto andare ovunque, o non partire affatto. Cominciò a pensare che stava reagendo in maniera spropositata; che in fondo non era successo nulla.
“Immagino lei preferisca un posto in Business Class” disse la ragazza.
“Preferisco l’economica” disse l’uomo.
La ragazza lo guardò.
“Sono trentotto euro.”
L’uomo sfilò dal portafoglio una banconota da cinquanta e gliela porse.
“Voleva anche il ritorno?”
“Non credo. No. Grazie” disse. Aspettò che la ragazza stampasse il biglietto, poi si allontanò.
Decise di andare alla banchina, anche se in anticipo di due ore. Il tabellone delle partenze indicava solo la destinazione e l’orario: era troppo presto perché informasse anche sul numero del binario. Lui, però, si diresse deciso al nove. Sapeva che il treno sarebbe passato da lì. Tutte le volte che era andato in stazione convinto di partire e tornare a casa, prima che gli venisse a mancare il coraggio e rinunciasse, aveva visto che quel treno si sarebbe fermato a quel binario.
Si sedette a una delle panchine e tirò fuori dalla tasca destra della giacca una busta da lettera piegata in due. Chiuse gli occhi, mentre ne percorreva la superficie con le dita. Ripensò alla prima volta che la prese in mano. Era in casa e stava lavorando nel suo studio, quando sentì il citofono suonare. Pensò fosse pubblicità – anche se accanto al portone una targhetta d’ottone informava che i condomini non desideravano riceverla – e rimase chino sul proprio lavoro. Quando suonarono una seconda volta, però, si decise a rispondere. Mentre aspettava l’ascensore, si chiese cosa avrebbe potuto consegnargli il postino: acquisti per corrispondenza non ne aveva fatti, quindi perché farlo scendere a firmare la ricevuta?
Il postino era un uomo sulla quarantina. Era basso, panciuto, con un cappellino giallo sulla testa, a coprirne le stempiature.
“Lei è il signor Borioso?” chiese.
“Sì.”
“C’è una lettera per lei, una raccomandata con ricevuta di ritorno.” disse “Mi deve mettere una firma qua”.
Porse all’uomo la lettera, poi mise una mano nella tasca posteriore dei pantaloni e ne tirò fuori un piccolo computer palmare.
“Scusi, dove devo firmare?” chiese l’uomo.
“Qua” ripeté e indico lo schermo.
Il signor Borioso guardò il postino raggiungere la propria vettura con passi corti e veloci, poi rimase fermo nell’androne del palazzo con la lettera in mano. Sopra c’era il suo indirizzo, in piccolo, e una grossa scritta a inchiostro blu, di chiara calligrafia femminile, che diceva “Per Iso”. Passò tutta la superficie della busta con l’indice e il medio della mano destra, seguendone le increspature filacciose. Aveva ricevuto altre volte lettere in carta di riso, ma erano passati ormai anni. Serrò la mascella e tornò in casa, pensieroso.

L’altoparlante annunciò un ritardo con seguenti scuse verso gli utenti e questo distrasse l’uomo dai suoi pensieri. Ma solo per un momento. Il fastidio che aveva provato quando aveva aperto la lettera, una volta tornato nel suo studio, non si era ancora consumato, nonostante fossero passati sei giorni. Si chiese allora se stesse facendo la cosa giusta: in fondo perché era là? Che motivo aveva di tornare a Torino?

II

“Lucia si sposa,” pensò “Lucia si sposa.”
Quand’era rientrato in casa, dopo che il postino gli aveva consegnato la lettera, e lui l’aveva aperta, s’era sentito mancare. Un invito al suo matrimonio. Ma con chi poi? Perché? E soprattutto non poteva lasciarlo in pace? La lettera diceva pressappoco “Saremmo felici se tu venissi al nostro matrimonio domenica venticinque marzo. Fabrizio e Lucia.” Un biglietto prestampato. Non gli sembrava possibile. Eppure -se lo ricordava – si erano promessi di sposarsi. Sotto il noce, in quel pomeriggio autunnale. Lei si era stretta a lui, aveva lasciato che la baciasse e poi gli aveva promesso che lui sarebbe stato suo marito.
L’altoparlante avvisò della partenza del treno.

A un’ora dall’arrivo lo scompartimento non si era ancora riempito. I due posti accanto a Iso erano liberi. Davanti a lui un uomo stava dormendo, la testa reclinata indietro e la bocca socchiusa. Aveva un maglione blu scuro, dei jeans che calzavano un po’ larghi e un paio di scarpe da ginnastica. Accanto a lui un bambino di otto – nove anni continuava a chiedere alla madre il telefono cellulare. All’ennesimo tentativo, questa si arrese e il bambino iniziò a premere il pollice su vari punti dello schermo del telefonino. Dopo qualche minuto lo restituì alla donna e prese a muoversi su e giù per il sedile in velluto sgualcito, scivolando fino al pavimento verdognolo. La madre continuava a dirgli di stare fermo, guardandosi attorno imbarazzata.
“Tirati su” disse. “Subito.”
Il bambino la ignorò, ma si fermò comunque. Prese a ispezionare Iso, affascinato dal suo completo nero. Iso guardò il bambino e poi la madre, che arrossì. Si soffermò sul seno, messo in risalto da un’abbondante scollatura. La maglietta scendeva sui fianchi aderendovi, lasciando scoperta parte della pancia. I pantaloni di velluto nero erano attillati alle gambe magre della donna e scomparivano dentro a un paio di stivaletti in pelle senza tacco. Iso pensò che non potesse avere più di trentacinque anni. Alzò lo sguardo fino ad incontrarne gli occhi: erano castani con delle scintille di nero. Lei si voltò a destra, verso il corridoio, e accavallò le gambe con fare provocante. Iso guardò il bambino, che adesso era seduto composto con la testa ciondolante in avanti, poi si alzò ed uscì dallo scompartimento, poggiandosi con la schiena al finestrino del corridoio. Si portò le mani al collo e strinse il nodo della cravatta, tirando in fuori il petto. La donna lo seguì, gli si fermò davanti e proseguì. Il suo modo di camminare, un piede davanti all’altro, scaldò il sangue dell’uomo che, dopo aver chiuso la porta dello scompartimento, le si fece dietro.
Bussò ai servizi.
“Occupato” disse la donna.
“Sono io” rispose Iso.
La porta si aprì ed entrò, noncurante che qualcuno potesse vederlo.
La donna si accese una sigaretta.“Fumi?” chiese.
“Ho smesso.”
Lei gliene porse una e lui se la portò alla bocca.
“Tuo figlio è rimasto da solo con quel vecchio” disse.
“Non gli succederà niente, per cinque minuti.”
“Sei sposata?”
“Ci stiamo separando” disse stringendosi il braccio sinistro sotto il seno.
“Tu sei sposato?”
“No.”
Lei lo guardò per un attimo, speranzosa, poi butto la sigaretta nel gabinetto. Gli si avvicinò e gli prese la testa tra le mani, carezzandogli le guance.

III

Quando la donna uscì, Iso si appoggiò con le mani sul lavandino e si protese in avanti, quasi a sfiorare lo specchio con il naso. Si guardò negli occhi. Erano verdi, piccoli, due fessure. Li chiuse. Rimase fermo e pensò a Lucia e al suo matrimonio. Si chiese se avrebbe potuto cambiare le cose e se lei lo amasse ancora, nonostante fossero passati così tanti anni, nonostante l’avesse abbandonata. Le immagini di quel giorno gli tornarono in mente, vive. Il sole di agosto, l’odore dei mobili in mogano di casa sua, le lacrime di sua madre e le spalle di suo padre.

Riaprì gli occhi e si sciacquò la faccia, poi uscì.

Trovò lo scompartimento vuoto. Un senso di delusione lo strinse. Sperava di ritrovare la donna e di poter continuare a giocare con la sua complicità, ma poi pensò che fosse meglio così, che di lei rimanesse solo un ricordo pronto a sbiadire.
Si sedette vicino al finestrino e guardò fuori, cercando di capire quanta strada ancora lo tenesse lontano dalla sua Lucia. Ricordò il suo viaggio di sola andata per Bologna. Il treno era pieno si ritrovò in piedi nel corridoio, a terra il suo borsone con dentro lo stretto indispensabile. Aveva avuto poco tempo per riempirlo, mentre sua madre continuava a urlare e tirarlo per un braccio, nel tentativo di fargli cambiare idea. Ma lui aveva già preso la sua decisione, il bisogno di uscire da quella casa e di lasciare Torino era troppo forte. Suo padre rimase in soggiorno a leggere il giornale, senza mai degnarlo di uno sguardo.

I suoi pensieri vennero interrotti dalla donna che si precipitò nello scompartimento.
“Mio figlio è sparito” disse sgomenta.
Iso esitò qualche istante, poi si alzò e si avvicinò alla donna.
“Quando sono tornata,” riprese lei “qui non c’era più nessuno. Ho fatto il giro di tutti gli scompartimenti, ma niente.”
La donna scoppiò a piangere e si lasciò andare tra le braccia di Iso che iniziò a sentirsi un po’ in imbarazzo, non tanto per la situazione in sé, quanto per l’idea che si stava facendo strada nella sua testa e cioè di essere colpevole della scomparsa del bambino. Come aveva fatto a lasciare che il suo egoismo e i suoi istinti prendessero il sopravvento sul buon senso? E lei, questa donna che stava sfruttando solo una nuova occasione per stringersi al suo corpo, che razza di madre era?
L’allontanò e le chiese se fosse andata dal controllore. La donna fece no con la testa. Iso uscì sul corridoio e si guardò attorno. Non c’era nessuno, al di fuori di un ragazzo che gesticolava animatamente durante una telefonata.
“Vieni,” disse alla donna “muoviti.”
“Cristina. Mi chiamo Cristina” rispose lei, asciugandosi gli occhi.
Iso non le rispose e si diresse verso la fine del vagone. Lei gli stava appena dietro e lo guardava.
“Non mi hai detto come ti chiami.”
“No” rispose Iso, senza voltarsi.
Cristina gli prese il braccio per farlo fermare.
“Smettila.”
Iso fece finta di niente.
“Ma cosa credi, che sia un oggetto? Finché dovevi divertirti, tutto sorrisi e attenzioni, e adesso che non ti servo più mi tratti come se fossi una puttana.”
“Sto cercando tuo figlio” rispose Iso senza scomporsi.
“Solo perché ti senti in colpa.”
Iso si fermò.
“Li conosco quelli come te. Quelli che muovono il culo solo per il proprio interesse. Ora ti senti in colpa e hai bisogno di levare questa macchiolina dalla tua coscienza. Ma ti dico una cosa, tesoro: sei così sporco che non cambierà niente. Ma tu ti sentirai felice, certo. Penserai di essere una brava persona. Ma non lo sei, credimi. Non lo sei.
Iso si girò bruscamente e la donna si sentì intimorita. La guardò negli occhi, ma lei abbassò lo sguardo. Rimasero così, fermi, in silenzio.

“Mamma.”
Iso e Cristina si voltarono. Davanti a loro, stava in piedi il bambino, tenuto per mano da un controllore.
“E’ lei la tua mamma?” gli chiese l’uomo.
Il bambino annuì. La donna andò ad abbracciarlo e scoppiò a piangere.
Il controllore le spiegò che il vecchio dello scompartimento doveva scendere e, non volendo lasciare da solo il bambino, vedendolo passare, aveva pensato di lasciarglielo in custodia. Di non preoccuparsi, che non era successo niente.
Cristina lo ringraziò e, preso per mano il bambino, fece per tornare allo scompartimento.
Quando gli passò accanto, Iso le sussurrò che doveva scendere.
Lei non lo guardò nemmeno e Iso la seguì con lo sguardo, finché la porta del vagone non le si chiuse alle spalle.
Si appoggiò con la testa al finestrino, stanco, e sospirò.

IV

Esistono due tipi di uomini: quelli che vivono per il futuro e quelli che vivono nel passato.
Con la mano già sul portellone, Iso provò a ricordarsi il sapore dell’aria di Torino. Chiuse gli occhi e inspirò, ignorando l’acredine del vagone. Per un attimo si vide bambino, con il pallone in mano e il fiume alle spalle e gli uomini sdraiati a dorso nudo sull’erba del parco, ad accarezzare i capelli delle loro donne; poi ragazzo, i portici di via Po a proteggere il suo amore per Lucia; infine uomo, l’aria pesante della città a spingerlo sul treno per Bologna.
L’emozione lo colse e decise di abbandonarsi al flusso di passeggeri che lo trascinò fuori dal treno.
Ma il passato è un biglietto di sola andata e questo Iso lo capì solo quando ad accoglierlo fu una stazione sotterranea, ai muri i cartelli che vietavano di fumare, e quell’odore che appartiene solo al progresso, a chi ti ricorda che non hai scampo.

Fuori, la luna aveva già abbracciato Torino. Quella stessa luna che era l’unica cosa di familiare riuscisse a vedere. Un tassista gli fece un cenno, pronto a sacrificarsi per un’ultima corsa. Confortato dal rifiuto di Iso, rientrò nel suo taxi e partì, le luci ancora spente. Iso lo guardò allontanarsi, prima di incamminarsi in direzione opposta. Si ricordava di un albergo del centro. Per quella notte sarebbe andato bene, il giorno dopo sarebbe tornato a casa.
Incrociò lo sguardo di Lucifero, l’angelo che sormontava il gruppo statuario di piazza Statuto. Si diceva controllasse l’ingresso dell’Inferno. Se lo lasciò alle spalle e imboccò una via Garibaldi stranamente deserta e buia. Le serrande dei negozi erano abbassate, eccetto quella di un piccolo bar-tabacchi, che illuminava uno scorcio di strada. Sotto i riflettori, un tavolino in ferro battuto e due sedie di plastica bianca. Si ricordò delle mattinate passate nei dehor dei bar a fumare, provando a leggere le storie scritte nei libri ingialliti e nei movimenti delle persone che scorrevano veloci davanti ai suoi occhi.
Decise di sedersi, ma in quel momento non aveva con sé né libri, né sigarette, né, tantomeno, c’era passaggio. Ordinò comunque un caffè e un pacchetto di leggere. Il sapore di tabacco trovò terreno lasciato fertile dal gusto forte del caffè e Iso si chiese come avesse fatto a privarsi di quel piacere per così tanti anni. Era a metà della terza sigaretta, quando il barista gli fece capire che stavano chiudendo. Iso la spense e si affrettò a pagare.

L’albergo era come lo ricordava: il portone rotto e la luce delle scale, debole, ammiccava con complicità ai pochi avventori.
Un uomo ubriaco dondolava, poggiato al bancone della reception, mentre una donna minuta, ma grassottella, sfogliava le pagine bianche del registro. Aveva i capelli corti e stinti e gli occhi di chi non ha più nulla da vedere.
– Vuoi una camera, tesoro? – chiese annoiata.
La voce della donna, poco più del ronzio prodotto dalle pale del lampadario, sembrò turbare l’ubriaco che, seppur con fatica, si voltò verso Iso. Un movimento macchinoso e speculare a quello del piccolo ventilatore da tavolo alle sue spalle. In quella stanza tutto pareva immobile, opera di uno scultore alle prime armi. L’aria stessa, pigra, restava indifferente alle pale e al ventilatore. Non c’era alcun motivo di muoversi.
– Se ne ha ancora una libera – rispose Iso.
– Prova con la tre, tesoro. La chiave è alla porta, tesoro.
Gli fece scivolare davanti il registro.
– Se aspetti qualcuno, tesoro, basta la tua firma.
– Nessuno, non aspetto nessuno.
– Vuoi un po’ di compagnia, tesoro? – chiese sporgendosi sul bancone.
– No, grazie – rispose Iso.
La donna rimase così, con gli abbondanti seni schiacciati contro il piano di legno scolorito.
– Offre la casa – disse l’ubriaco, senza muovere gli occhi dalla scollatura della donna. Questa rise di un sorriso di femmina.
Iso declinò ancora l’offerta e si diresse verso la stanza numero tre, lasciandosi alle spalle la profanità di quello strano presepe.

La chiave riposava nella toppa, impolverata, e brontolò non poco, prima di rassegnarsi al volere di Iso. La stanza era piccola e l’unica fonte di luce era una abat-jour che, più che illuminare, proiettava ombre sul grosso armadio della parete opposta. Al vetro della finestra era attaccato un foglio strappato, con la parolarottadi un nero sbiadito. Il letto era una branda verde, più corta del materasso che ospitava. Isò aprì l’anta dell’armadio a vi trovò coperte e lenzuola. L’unica traccia del cuscino era una federa sgualcita. Tornò alla reception con l’intenzione di cambiare stanza, ma non vi trovò né la donna, né l’ubriaco. Rassegnato, si mise la chiave in tasca e scese in strada. Era digiuno dalla sera precedente. Si ricordava di un locale vicino, con una bicicletta disegnata sull’insegna. Da ragazzo ci passava le serate.

Lo trovò con facilità, così come lo ricordava. Sbirciò dalla finestra se ci fosse un tavolo libero. Stava per entrare, quando la porta si aprì e la sorpresa lo bloccò, il braccio ancora per aria.

V

Iso sta scendendo in metropolitana, la stazione è quella del Lingotto. L’ha raggiunta dopo dieci fermate di pullman che potevano essere una sola. Ormai ha perso anche la cognizione del tempo. Gli rimane quella del luogo, del dove, ma non può sapere per quanto. Tutto quello che sa, che riesce a percepire, è che la sua testa si svuota sempre di più e ogni pensiero, ogni capacità logica, qualsiasi ragionamento, deve arrendersi davanti al rapido e sconsiderato avanzare di quella domanda composta da un’unica parola: perché? Già, perché Lucia gli ha fatto questo? Se solo avesse un briciolo di lucidità, si interrogherebbe sulla causa. Se solo avesse un briciolo di autostima, non continuerebbe a dirsi che è tutta colpa sua, che ad avere sbagliato qualcosa è stato lui. Eppure, si fidava di lei. L’errore, forse, è stato questo.

Iso sta scendendo in metropolitana, gradino dopo gradino, quando si sente afferrare il braccio. E’ una stretta salda, ma gentile. La stretta di un amico. Per poco non cade e tutto quello che è in grado di fare è balbettare parole. E tra queste c’è anche il nome di lui, Valerio, che un po’ come se fosse stato messo lì da qualcuno, gli restituisce uno sguardo severo e una frase che Iso ancora ricorda.
– Non esistono problemi grandi, ma solo uomini piccoli – ha la prontezza di dire Iso.
Questa volta è Valerio a rimanere disorientato, la mano ancora sulla maniglia, a tenere aperta la porta. Indossa una polo grigia e ha mantenuto un fisico asciutto. Si è fatto crescere la barba, ma la tiene curata, e i capelli neri si sono ritirati fino a lasciare una stempiatura che gli dà l’aria dell’uomo maturo. Dimostra esattamente l’età che ha: trentacinque anni. Né più, né meno.
Ci vuole qualche istante prima che riconosca Iso nell’uomo che gli sta davanti; poi si lascia andare in un abbraccio sincero, più da fratello che da amico. Lo invita a entrare e lo fa accomodare al bancone, come fosse suo ospite. Ma non gli si siede accanto, no. Aggira il bancone e si mette dall’altro lato. Prende un bicchiere, lo riempie, e glielo posa davanti.
– Offre la casa – dice, mentre riempie anche il suo.
Con un cenno richiama l’attenzione di un ragazzetto con il grembiule.
– Sono un con amico, – dice indicando Iso – sta’ un po’ al bancone.
Il ragazzetto annuisce.
Tocca il bicchiere di Iso, che ancora non si era brindato.
– Andiamo fuori, che si sta facendo ressa.

In principio c’è bisogno di tempo. Per quanto l’affetto sia profondo, sentono l’esigenza di argomenti da poco. Si comincia dalla sigaretta offerta – fumi ancora? – e si continua col locale. Che Valerio, quel pub in cui ci passavano le serate e che poi gli ha dato lavoro come cameriere, alla fine se l’è comprato. Si giustifica dicendo che gli piace avere le persone intorno e poterne leggere le storie nei movimenti. Dice che ne ha viste storie diventare un tutt’uno, là dentro. E lui? La ragazza ce l’ha, ma non si vogliono sposare.
– Alla fine che cambia? Nulla, no? – domanda a birra quasi finita.
Iso abbassa la testa. Sono seduti di fronte al locale, sul gradino di un negozio, le schiene poggiate a una serranda che sembra lamentarsene a ogni cigolio. Intorno a loro, ragazzi troppo piccoli si fingono uomini per una notte. Tutti uguali. Persino la voce di uno sembra uguale a quella dell’altro. Le ragazze mostrano le proprie nudità in nome di un’emancipazione ormai tradita.
– Sono tutti così, Iso. Alla loro età, io manco uscivo la sera.
Lo dice con la consapevolezza di aver pronunciato il falso.
– Lucia si sposa – dice Iso.
E’ in quel momento che tutto pare riempirsi del silenzio. Le stesse voci di strada sembrano abbassarsi, consapevoli che ormai si è fatto tardi, che la città è stanca e vuole dormire. Così ogni discussione diventa un sussurro e le strade cedono il posto al più totale immobilismo.
Immobile è anche Valerio, che non sa bene cosa dire. Quando per anni non hai notizie di un caro amico e poi te lo ritrovi davanti, desideri sempre che sia tutto come un tempo, che nulla sia cambiato di un dettaglio. Ma sono quei pensieri fittizi, figli della consapevolezza che siano situazioni non reali. Ma non questa volta. L’impressione è diventata certezza e ora è sicuro che Iso non sia cambiato. Forse è cresciuto, forse è invecchiato. Ma è rimasto lo stesso, è ancora un ragazzo. Un ragazzo che è scappato perché incapace di reggere una delusione, così egoista da non tornare nemmeno per il funerale del fratello. Non è bastato un morto suicida, ma un matrimonio sì. E Valerio glielo dice, non ha problemi. Lo dice con quella pacatezza che rende ogni parola efficace, una lama mascherata da carezza.
Iso non è mai stato capace di replicargli. Ha sempre recepito le sue parole come quelle di un padre cui obbedire incondizionatamente.
Ed è così che si salutano, alla chiusura del locale; come Iso si era salutato con suo padre, prima di partire. Con quella consapevolezza che spesso volersi bene non è abbastanza e che quella persona non la rivedrai più.

VI

Rientra in albergo che non è nemmeno più ora di dormire. Il bancone che fa da reception è orfano della donna minuta e grassottella. La porta numero 3, ancora intorpidita dal sonno, fa un po’ di capricci prima di aprirsi; quando decide di cedere, sbadiglia un cigolio.
Iso si lascia cadere sul letto con ancora le scarpe addosso. Anche se fuori il cielo sta schiarendo, lui ha bisogno di dormire, di chiudere formalmente quella giornata.
Il tonfo di una corda lasciata srotolarsi nel vuoto gli fa spalancare gli occhi. A pochi centimetri dalla sua faccia, le suole lucide di due scarpe da uomo. Sono da completo, con i tacchi ancora inviolati dall’usura. Oscillano descrivendo prima dei cerchi, poi degli ovali e, infine, delle ellissi. E così al contrario, per tornare dei cerchi. Iso ne segue il moto per qualche ciclo, prima di andare oltre. E oltre ci sono dei pantaloni neri con l’orlo curato e preciso, stretti alla vita da una cintura in pelle che ha il riguardo di non fare grinze. Senza pieghe è anche la camicia bianca di lino che, da dentro ai pantaloni, culmina in un colletto abbottonato e stretto da una cravatta scura, intonata con la giacca che segue ed esalta le forme del busto. Unica cosa stonata, e Iso l’ha pensato più di una volta, sono gli occhiali da sole. Dopo qualche istante decide di alzarsi e sfilarli.
L’ultima volta che aveva guardato negli occhi suo fratello, lui gli aveva negato un abbraccio. Li distanziavano pochi passi, ma era stata la rigidità delle pose a sancire la rottura del patto di sangue che Dio aveva stipulato facendoli nascere dalla stessa madre.
Ora che lo fissava, ritrovava lo stesso sguardo fermo. Suo fratello non aveva mai esitato in vita ed era sicuro non lo avesse fatto neanche nell’atto di ripudiarla. Anzi, era proprio nel rifiuto che acquisiva la sicurezza che da sempre li aveva distinti. Anche in quel momento, lui vivo e lui morto, era Iso a esitare. Allungò una mano verso le guance asciutte che gli stavano di fronte e, tremando, si impegnò di riscoprirne la cute. Era imperfetta come la ricordava, al pari di quella di un ragazzino che non è ancora in grado di nasconderla con la barba. Faticava a mantenere quel contatto e cercava incoraggiamento negli occhi scuri di lui, senza ricevere nulla in cambio. Doveva contare solo su di sé, nessun aiuto ormai.
– Ti ho sempre invidiato, – disse – e continuo a farlo. Anche ora.
Gli occhi fissi.
– Pensavo fosse una partita aperta, che si avesse deciso di non barare. Si giocava con le tue regole, che era il fratello maggiore a prendere d’esempio il minore.
Gli occhi fissi.
– E quando tutto era sul punto di cambiare, quando hai capito che ad aver sbagliato non ero io, ma tu…
Gli occhi fissi.
– Hai buttato tabellone e carte all’aria e mi hai lasciato da mettere a posto.
La sicurezza di star agendo nel giusto convinse la mano sinistra a emulare la destra. Stringendo la testa del fratello, Iso si accorse della vacuità del suo sguardo. Si avvicinò fino a che i nasi non si sfiorarono e le labbra non si rivelarono speculari tra loro. Forse aveva la presunzione di restituire la vita con un soffio, o più banalmente era l’istinto a muoverlo nella teatralità di un gesto tanto semplice.
– Ti perdono – sussurrò, le labbra appena schiuse.

***

Dal finestrino del taxi, Iso guardò il cielo diradarsi in un azzurro privo di convinzione, con i banchi di nuvole indecisi sul da farsi. Da ragazzo aveva imparato a riconoscerli: nimbostrati, stratocumuli, strati… Ricordava il nome solo di quelli portatori di pioggia, o che l’avevano appena scaricata. Sorrise ricordando della ragazza che aveva provato a insegnargli quei nomi, a fargli capire senza mezzi termini che la vita stessa era voglia e bisogno di conoscere ciò che ci circonda. Aveva perso tutto questo insieme alla sua innocenza, il giorno in cui l’aveva tradita. Era stata un’esperienza, ma col tempo aveva smarrito anche la necessità di farne di nuove.

Nello scendere dal taxi si chiese se l’unica cosa a tenerlo in vita non fosse Lucia, o il capriccio che incarnava. Perché era questa l’ultima idea che aveva trovato terreno fertile nella fragilità di Iso. Cos’era venuto a fare a Torino? Era uno sciocco a credere di poter cambiare qualcosa. Doveva accettare che Lucia avesse scelto di sposarsi e che lui fosse estraneo alla vicenda. Eppure, se di estraneità si poteva parlare, lei non avrebbe dovuto scrivergli. Quell’invito – e di questo Iso era convinto – rappresentava un’esplicita richiesta di aiuto, il messaggio imbottigliato che naviga nell’oceano, l’ultima richiesta di un impiccato prima che il collo si spezzi.

Fino a che punto potessero protrarsi la follia e la disperazione umana, Iso non lorealizzò nell’analizzare i propri pensieri, ma nel vedere le spesse tende nere che impedivano al sole di irradiare l’interno della seconda abitazione di via Santorre, nel precollina. Interno 2.
Citofonò.
L’apparecchio restituì la voce meccanica di una donna.
– Iso, mamma. Iso – rispose ancor prima che la voce gli chiedesse di identificarsi.

VII

Il cancello si aprì con uno schiocco secco e Iso si trovò davanti un giardino molto curato.
Percorse il vialetto in porfido che conduceva alla porta di casa, davanti alla quale sua madre, una donna alta e magra, lo aspettava con le mani al volto e un’espressione contesa da stupore e gioia.
La donna, ormai in lacrime, abbracciò il figlio.
Profumava di magnolia e cannella e Iso pensò che fosse la fragranza più adatta alla sua carnagione pallida.
Si ricordò dei pomeriggi passati con Lucia sulla riva del fiume e la testa poggiata sulla sua spalla; si spruzzava il collo di un profumo alla vaniglia che lo rilassava al solo respirarlo, dandogli un senso di protezione.
Quell’essenza materna ebbe un effetto simile: gli sciolse i muscoli, ma non lo fece sentire al sicuro.
Il rumore del traffico era attutito dalle chiome degli alberi che recintavano il cortile e i suoni che arrivavano a Iso erano fiacchi e confusi.
Chiudendosi il cancello alle spalle aveva accettato di uscire dalla realtà e dal tempo e dalle regole che lo governano, per entrare in una piccola bolla di vetro; e in quella bolla, in quel microcosmo che altro non era se non il suo passato, i ricordi la facevano da padroni. Erano ovunque e ricoprivano ogni cosa, piccoli come coriandoli e pericolosi come mine.

Entrarono in casa, madre e figlio, la più sacra tra le coppie.
La madre che trascinava il figlio, il Cristo che portava la croce: la sua sofferenza più grande e la sua unica possibilità di riscatto agli occhi di Dio.
Avanzarono con il loro incedere classico, trascinandosi per un corridoio dalle pareti bianche, scandite da numerosi quadri di natura morta. Iso li ricordava uno per uno ed essi gli ricordavano che nulla era cambiato.
Attraversarono una stanza piccola e scura, per poi ritrovarsi nella luce del soggiorno che le ampie tende bianche non riuscivano a trattenere. Molte volte, giocando, Iso vi si era nascosto dietro aspettando che il fratello lo trovasse. E quando ci riusciva, il sipario si apriva e i due si abbracciavano ridendo. Ma adesso erano solo delle tende.
La stanza dava un senso di soffocamento: ogni parete ospitava grossi mobili pieni di cianfrusaglie. Appese ai muri troneggiavano voluminose cornici di ottone, a protezione di tele scure e sgualcite. Il pavimento era un labirinto tra tavoli, tavolini e sgabelli, in un continuo incrociarsi di minuscoli percorsi che conducevano nel medesimo punto e in quel punto – e non avrebbe potuto essere altrimenti – c’era una poltrona di pelle dallo schienale alto e lucido. Di fronte, seppure nascosta, la televisione strideva in una voce ora di donna, ora di uomo.
Iso non esitò e, una volta scelto quello che pensava essere il tragitto migliore, lo percorse tutto d’un fiato, fino a destinazione, fino a che non fu davanti a quella poltrona e a suo padre.
I leoni ammazzano i cuccioli perché temono di essere ammazzati a loro volta. E’ la loro natura e nessuno può definirla deplorevole. Quando uno dei cuccioli riesce a scappare e a eludere la morte, il leone sa che da quel momento dovrà sempre guardarsi le spalle. Sa che verrà il giorno in cui dovrà smettere di ciondolare all’ombra di un’acacia per concludere il parricidio. Sa anche che non vi riuscirà e che l’unico epilogo accettato coincide con la sua morte.
Glielo leggeva negli occhi: lo odiava. Lo disprezzava al punto che poteva credergli: Iso, suo figlio, era morto da anni. Anzi, forse non era mai nato e l’unico figlio avuto era quello che aveva trovato appeso a una trave.

Don-Don-Dondolava mentre Iso comprava il biglietto del treno.
Don-Don-Dondolava mentre Iso si sedeva al suo posto.
Don-Don-Dondolava mentre il treno partiva.

Iso sapeva che sarebbe stato complesso, ma non pensava impossibile. Se si trovava in quella casa, era solo perché si era deciso a risolvere la questione una volta per tutte, o perlomeno scusarsi. In modo composto e adulto. Eppure ebbe l’impressione che suo padre volesse solo la teatralità. E lui, Iso, poteva dargliela?

VIII

Negli occhi di suo padre non riuscì a ritrovare i propri.
Al contrario, vi trovò languore.
In quello sì, poté rivedersi.
Provò rabbia. Una rabbia senza freni, insaziabile. Erano occhi di morto: lo fissavano senza guardarlo. Andavano oltre, a perdersi nei dettagli di qualcosa che forse nemmeno esisteva.
Si chinò su suo padre, sfiorandogli l’orecchio con le labbra appena schiuse.
– Sono stato io – disse.
Si tirò su e rimase in attesa. Cercò tra le rughe del padre un indizio che nascondesse una reazione alle sue parole. Ma erano rughe di morto.
Spazientito, tornò chino su di lui.
– Per questo me ne sono andato. Per questo non sono venuto al funerale. Solo per questo.
Sentì un fremito nel respiro dell’uomo.
– Tu mi hai spinto a farlo. Tu. E io sapevo che lui era d’accordo. Che lo voleva anche lui. A volte credo abbia passato tutta la vita a supplicarmi di farlo. Lui era migliore, sì, e il più capace. Ma una cosa, la più importante, quella che più avrebbe voluto realizzare, non è mai stato in grado di portarla a termine. Io, invece, il buono a nulla, non mi sono tirato indietro. Lui aveva paura, io no. Gli ho fatto capire che la paura precede sempre il sollievo, così come il dubbio precede sempre la certezza. Lui ormai sta bene. E’ a come sto io, che nessuno si interessa. E’ come sto io, che tu dovresti chiederti. Perché non me lo chiedi, papà, come mi sento? Io, che ho avuto la determinazione di trascinarlo fino a quella maledetta trave, che ho avuto la forza di sorreggerlo, che ho retto il suo sguardo fermo mentre il suo corpo si contorceva nella vuota penombra di un magazzino. Sono sopravvissuto, sono io quello vivo, eppure per tutti sono io quello dentro una bara. Per tutti: te, gli amici, Lucia. Ebbene, papà, guardami bene, perché quello uscito vivo da quell’inferno sono io. E non ho nessuna voglia di ritornarci.
Posò una mano sul ginocchio dell’uomo e ne sentì il corpo scosso da lievi spasmi. Si girò senza guardarlo e se ne andò, il silenzio della stanza scandito da singhiozzi.

* * *

Inspirò più aria che poté, perché cos’altro c’era da fare? Non si era mai illuso che dirlo a qualcuno, confessarlo, avrebbe cambiato qualcosa. Ormai aveva imparato a conviverci. All’inizio era stato difficile, sì. Voleva urlarlo al mondo, tornare a casa strisciando e piangendo, scivolare lui stesso nella fossa prima che vi calassero la bara del fratello. Poi, però, la realtà si era fatta ricordo e i ricordi, si sa, fanno in fretta a mischiarsi con la fantasia. Così lo stesso Iso aveva finito per dimenticarsi di ciò che aveva fatto molti anni prima. Non se ne era dimenticato, assolutamente, piuttosto lo aveva messo da parte, isolato. E ora che aveva finito per tirarlo fuori, senza alcun preavviso poi, si sentiva smarrito. Smarrito, ma con una nuova consapevolezza di sé. Un seme piantato inavvertitamente aveva picchiato a lungo il terreno nel tentativo di emergere e ora – ma Iso non ne era ancora conscio – era pronto a germogliare.

Si incamminò verso la sponda del fiume e ne seguì il corso per un paio di ore, dopodiché si fermò a una panchina per riposare. Davanti a lui, alcune canoe seguivano la corrente accompagnate dalle urla di un istruttore a bordo di un motoscafo. Iso guardò annoiato il ripetuto affondare e poi riemergere dei remi dal pelo dell’acqua. Provò a cercare qualcosa di interessante intorno a sé, ma tutto quello che trovò furono un cuore e due nomi incisi sulla corteccia di un albero. Ragazzini pensò.
Si alzò, deciso a tornare in albergo. Aveva bisogno di dormire ancora qualche ora, di chiudere gli occhi e dimenticare. Guardò un’ultima volta i due nomi sull’albero. Lorenzo ed Erica. Tra le radici, nascosto nei ciuffi d’erba, gli sembrò che qualcosa brillasse. Si avvicinò. Un piccolo coltello serramanico. Lo raccolse e se lo passò tra le mani. Lo soppesò. Lo fece scattare. La lama era ancora affilata. Capì che era nuovo, fresco, come l’amore che aveva inciso sulla corteccia. Lo mise in tasca.
Sorrise.
Lorenzo ed Erica

IX

Quella notte Iso dormì. Dormì come non gli era più riuscito da molto tempo. Fu un sonno ristoratore: cupo e privo di sogni.
Svegliatosi, seppe esattamente cosa fare.
Si vestì e recuperò dalla tasca della giacca la lettera di Lucia. Se la rigirò tra le mani, poi lesse l’indirizzo scritto sulla busta.
Uscì dalla stanza.
La proprietaria dell’albergo gli sorrise mentre le restituiva le chiavi.
– Di già, tesoro?
– Devo.
– Sicuro, tesoro? – ammiccò, i pesanti seni poggiati sulla scrivania – Non posso fare proprio nulla per te?

L’aria di Torino era pesante e Iso faceva una certa fatica a respirare. Pensò che presto sarebbe stato a casa. L’indomani, al più tardi.
Via Garibaldi era deserta. I lampioni spenti e il cielo cianotico. I bar iniziavano ad aprire. Sprazzi di luce sul suo cammino.
Non aveva molto tempo. Anche se il sole si nascondeva ancora dietro le colline, non aveva molto tempo. Doveva arrivare prima che lei potesse uscire. Se l’avesse persa, se si fossero sfiorati appena, sarebbe stato tutto inutile.
Camminava velocemente, come faceva da ragazzo. Se anche le serrande non fossero state abbassate, non si sarebbe lasciato distrarre.
Piazza Castello lo costrinse a indugiare. Trovarsi di fronte Palazzo Madama, così, con ai piedi le fontane e la statua gli aveva sempre restituito un certo senso di appartenenza, un orgoglio che gli aveva sempre fatto pensare io sono tuo e non ti lascerò mai.
Non provò nulla e forse se ne dispiacque.
Inconsciamente evitò via Po. Se avesse dovuto trovarsi di fronte piazza Vittorio, con alle spalle la Gran Madre, avrebbe retto? E così eccolo nel reticolo di traverse, in quel labirinto di parallele e perpendicolari che ricordava a memoria.
Contò i numeri.
Sei. Otto. Venti.
Trentadue. Quaranta. Cinquantaquattro.
Prese la lettera dalla tasca.
Cinquantaquattro.
Un portoncino in legno di castagno, con un pomo d’ottone consumato. Un gradino in pietra scura, ruvida.
Si guardò attorno. La strada era deserta.

Per un po’ stette seduto sul gradino. Poi i numerosi portoni della via iniziarono a riversare persone in strada, assonnate e frenetiche, e decise di alzarsi. Attraversò la strada e raggiunse il marciapiede opposto.
Rimase in piedi per ore e non pensò a nulla in particolare. Ogni tanto si rigirava la lettera tra le mani e l’annusava cercando di trovarci sopra ancora tracce di profumo. Si chiese se un profumo potesse sopravvivere alle poste e ai postini e alla tasca della sua giacca. E al profumo di un’altra donna, nel bagno di un treno. Si disse di sì, perché riusciva a ricordarselo e allora non importava che la busta ne fosse ancora impregnata. Quello che importava era che annusandola ne rievocasse il ricordo. Istintivamente se la portò alle labbra e la baciò, ma non successe nulla.

Poi accadde.
Il sole era alto e tra Iso e il cinquantaquattro era un costante viavai di macchine. Un SUV bianco si fermò in coda proprio davanti a lui, impedendogli di vedere il portoncino. Iso non ci fece caso. Poi, tra i clacson che suonavano minacciosi sentì un suono sordo e uno scatto metallico. Fu come un brusco risveglio. Si infilò tra le macchine e attraversò la strada. A pochi passi dal cinquantaquattro una donna che si allontanava, dandogli la schiena. Indossava degli stivali neri e dei jeans che si intravedevano sotto a un cappotto grigio. I capelli castani le cadevano sulle spalle, oppure scomparivano sotto a una sciarpa verde smeraldo. Sembrava dovesse cadere a ogni passo e a ogni passo faceva un piccolo saltello. Quante volte avevano scherzato su questo suo modo di camminare?
E ora era davanti a lui. Poteva guardarla allontanarsi sapendo che non sarebbe scappata e che gli sarebbero bastati pochi istanti per raggiungerla. Provò a immaginarsela. Forse i suoi lineamenti si erano induriti con l’età e non avrebbero più avuto nulla della ragazza che ricordava e forse le sue labbra sempre un po’ schiuse non sarebbero più sembrate chiedere di essere baciate e forse i suoi occhi non avrebbero più avuto quel velo che le dava un’aria così malinconica e forse… Basta, non poteva più aspettare. Si diede una sistemata al colletto della camicia e a quello della giacca.
La raggiunse in una manciata di passi e nel superarla riconobbe il profumo impresso sulla lettera. Sentì una stretta allo stomaco nel girarsi e nel fermarsi davanti a lei.
La guardò e le tempie si contrassero e la mascella si serrò.
Ebbe l’impressione di sentire il battito del proprio cuore e non parlò finché non lo sentì calmarsi.
Il silenzio.
Il prato e le carezze e i baci e i sorrisi e le risa e mi sposerai.
Il letto e le lacrime e i pianti e la rabbia e il dolore e mi sposo.
Il silenzio.
– Ciao Lucia.

Il silenzio.

X

Si sedettero su una panchina e si persero nel gorgoglio del fiume davanti a loro. Lucia avrebbe preferito l’intimità di un bar, ma Iso aveva insistito perché raggiungessero la sponda del Po e passeggiassero come da ragazzi. Non parlarono molto. La sorpresa iniziale di Lucia nel vedersi davanti Iso era svanita con il passare dei minuti. Aveva detto che in fondo se lo aspettava, perché lui era fatto così. Aveva anche aggiunto che non aveva molto tempo, che c’erano alcune faccende da sbrigare per il matrimonio. Guardavano le anatre immergersi nell’acqua.
Passeggiando, Iso aveva pensato a cosa dirle. Sin da quando gli era stata recapitata la lettera, aveva cercato di capire quali parole potesse usare per convincere Lucia. Ma in quel momento, su quella panchina, si rese conto che non c’era un motivo valido perché lei dovesse tornare da lui.
– Lucia, ricordi quanto eravamo felici?
– Io sono ancora felice.
La guardò stringersi nel cappotto. Si era seduta lontana da lui, come se non volesse rischiare di essere sfiorata.
– Lui ti rende felice?
– No, io mi rendo felice.
– E perché lo sposi?
Lucia si girò verso di lui, forse per la prima volta da quando erano seduti. Sembrava serena, di quella serenità che caratterizza chi ha già deciso.
– Perché è quello che voglio – si limitò a dire.
– Non perché lo ami?
– Forse. Ma non è importante. Preferisco la tranquillità. E non è l’amore a dartela.
– Io con te ero tranquillo.
– Allora non era amore.
– E cosa?
– Egoismo, penso. Magari ossessione.
– Egoismo?
– Io ti ho amato, Iso. E non sono mai stata tranquilla. Era come se tu avessi bisogno di qualcuno che si facesse carico dei tuoi problemi. Non che te li risolvesse, questo no, tu non hai mai voluto risolverli. Non potevo continuare. Convivevo con l’ansia, iniziavo a soffrire di attacchi di panico e tu non te ne sei mai accorto. Non riuscivo più a dormire. Il tramonto mi angosciava perché voleva dire che la notte era vicina.
Fece una pausa e Iso provò a interromperla.
– Sono cambiato – disse, ma Lucia sembrò non averlo sentito e continuò.
– Ricordo una notte, una delle ultime. Eravamo nel mio letto e tu dormivi. Mi sono svegliata, il tuo braccio intorno al mio corpo. Era un cappio. Mi sentivo soffocare e non riuscivo a liberarmene. Sentivo il tuo respiro sui miei capelli, caldo e ritmato. L’ho odiato. Ti ho odiato. Tu parlavi di sposarci e io non avrei potuto sopportare il tuo braccio e il tuo respiro ogni maledetta notte. L’ho capito in quel momento. Ho capito che era finita.
Iso non disse nulla, né si voltò verso di lei. Guardava l’acqua incresparsi. Quante volte gli era capitato di avere tante cose da dire e poi, quando arrivava il momento di tirarle fuori, gli era sembrato che non ne valesse più la pena? Da ragazzo, soprattutto, e anche con Lucia. Si sentiva impotente davanti alla risolutezza. Mise le mani nelle tasche della giacca, incapace di tenerle ferme. Con la destra accarezzava la superficie filacciosa della busta in carta di riso, con la sinistra sentiva il manico del coltello che aveva trovato il giorno precedente. Lorenzo ed Erica pensò.
Sentì Lucia dire qualcosa tipo mi dispiace. Rispose distrattamente .
Non si era illuso che la situazione potesse cambiare, in tutti quei giorni. Sapeva che qualcosa sarebbe successo, che in qualche modo sarebbe finita, e forse era là per quello. Forse aveva vagabondato solo per farsi condurre alla conclusione, per scoprire quale sarebbe stato l’epilogo e quale sarebbe stato il suo ruolo. Credette di averlo capito.
– Ora è meglio che vada, – disse Lucia – e per il matrimonio non ti preoccupare. Per l’invito, intendo. Se non vuoi, ecco.
Iso le sorrise, ma non fiatò. Anni prima, in quella situazione Lucia avrebbe detto però parlami, Iso, ti prego. Anni prima, però. Non era più così e infatti non si sentì in dovere di aggiungere altro. Anzi, sussurrò ora capisci?
Prima di alzarsi, gli si avvicinò.
– Penso sia un addio – disse.
Iso annuì.
Lucia lo abbracciò e chiuse gli occhi. Si stupì nel sentirsi ricambiata. Per un istante tornò ai tempi in cui era normale che si abbracciassero e le labbra le si arricciarono. Quando sentì la lama del coltello affondarle nella schiena strinse Iso appena un po’ più forte. Provò a contare quante altre volte la lama penetrò la sua carne ancora tenera, ma si fermò a quattro. Poi non ne fu più capace. Una lacrima le scivolò sullo zigomo e non andò oltre.
Iso la rimise seduta. Sembrava addormentata. Le diede un bacio sulla fronte sudata e si alzò. Non c’era nessuno e pensò che non si era nemmeno preoccupato di poter essere visto. Non gli importava, in fondo, ma meglio così. Chiuse il serramanico, lo soppesò e lo lanciò in acqua. Se ne andò senza guardarla un’ultima volta.

– Ho bisogno di un biglietto per Bologna – disse Iso.
– C’è un treno tra venti minuti – gli rispose la donna minuta dall’altra parte del vetro.
– Va bene.
– Classe?
– Non importa.
– Il ritorno?
– No, sola andata.
– Binario ventuno.

Prima di salire sul treno si fermò davanti a un cestino, prese la lettera e la buttò.

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Aura

La collina più alta di Torino. Non poteva che essere questo, il posto giusto. Ho aspettato tre giorni, Aura, perché anche il momento fosse quello giusto.
Ho imparato, ho imparato il tempismo.
Tre giorni seduto sul nostro prato, due notti a dormire in macchina nel piazzale. La mano a cercarti sul sedile che non è più il tuo. Toccare il vuoto e scoprire che punge più di una spina.
Gli occhi rossi, Aura, come durante quei giorni di afa in cui andavamo in Vespa senza casco per sentire l’aria colpirci la faccia; dicevi che era il vento a schiaffeggiarti per aver scelto una città dal clima fermo e stantio. Tu qui non ci sei mai stata bene, Aura. Ti mancava Portovenere, sederti sugli scogli e pensare. Un libro aperto sulle ginocchia, la tramontana a stropicciarne le pagine.
Ho pensato che avrei dovuto riportarti a casa, che forse era quello il posto giusto. Tu però non ci sei mai voluta tornare. Per le persone, dicevi. Il vento mi ha spinta qui, tra le tue braccia e ridevi. Ma i tuoi occhi tristi dicevano altro, come se ti stessi chiedendo perché quello stesso vento non avesse potuto spazzare via tutto il resto, dalla tua vita.
Mi sono convinto che tornare, per te, sarebbe stato un passo indietro e che non me lo avresti mai perdonato, tu che hai sempre guardato avanti. Anche gli ultimi giorni, quando la malattia ti suggeriva di tirare le somme in vista del traguardo, tu hai preferito provare a spostarlo qualche metro più in là, il traguardo. E allora eccoti a chiamarmi vicino a te per parlarmi del viaggio che avremmo fatto ad agosto, del Grande Nord che avremmo visitato. Io non ti ascoltavo, no. Respiravo il tuo profumo e cercavo di imprimerlo nella mia testa. Ho persino letto un libro, Chiudi i ricordi in un cassetto e impara ad aprirlo quando vuoi, ma non ha funzionato. Forse, se fossi stato più attento alla tua voce, avrei capito se ci credevi davvero a quel viaggio, se davvero pensavi che la tua sola forza bastasse a superare questo novembre dai colori cupi e sbiaditi.
Mi hai istruito sul viaggio che avremmo fatto insieme, ma non su quello che avresti fatto da sola. Confidavi che avrei fatto la scelta giusta? Ti fidavi così tanto di me?
Mi sono detto che non eri mai appartenuta alla terra. Il pensarti dentro a una cassa di legno mi dava gli incubi. Non avrei mai potuto chiuderti in gabbia per l’eternità, sigillare la tua prigionia con tre metri di terra.
So che non sei nemmeno dentro quest’urna anonima che stringo tra le mani. Sei libera, da qualche parte. Forse il vento ti ha riportata a casa, a fare pace col tuo passato, o forse sei riuscita a convincerlo perché ti facesse visitare ancora il mondo.
Quante volte siamo stati quassù, a guardare Torino ai nostri piedi? Quando insieme alla città mi sono inginocchiato anche io, proprio qui, e ho racchiuso me stesso in un anello sottile come il dito che lo indossava.
È questo il posto giusto e lo è anche il momento. Guardalo, il vento, come scuote le chiome e sentilo, il vento, come fa suonare le foglie raccolte per terra. Mi ha fatto aspettare. Ci ha fatti aspettare. Ma non era in ritardo, si stava solo preparando per te. Perché fosse forte abbastanza da accoglierti, perché anche lui ha avuto bisogno di piangere una figlia che portava il suo nome.

Addio, Aura disse l’uomo, prima di aprire l’urna.
Addio, ripeté, mentre le ceneri danzavano alte.
Addio, sussurrò, e il sospiro del vento aveva ormai coperto la sua voce.

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Io e Jacques

Sono stanco. Fuori piove ed è come se Jacques Brel fosse qui, accanto a me.
Schiacciamo i nostri nasi contro il vetro della finestra e ci limitiamo ad appannarlo, di tanto in tanto. Guardiamo le persone: i passi affrettati e le teste basse sotto gli ombrelli. Inutile alzare lo sguardo, se non puoi vedere il cielo.
Le colline fumano d’angoscia e le strade si lasciano impastare dai passi dei viandanti.
Il sole dice: oggi no.
Jacques prende la chitarra e torna accanto a me. Si accende una sigaretta e apre la finestra. Il freddo entra, del calore non c’è più traccia.
Suona qualcosa, Jacques penso.
La mano accarezza le corde, ma sono note di pianoforte.
Alla fermata, un uomo e una donna si abbracciano. Forse si baciano. Aspettano il pullman, o il tram, o che qualcuno dica loro: non potete. Fare cosa chiederanno loro? Amarvi si sentiranno rispondere. Ridacchieranno e risponderanno è vero, siamo amanti. Se ne andranno.
Proteggiamo meno i nostri misteri canta la cicca di Jacques.
Oh, Jacques caro, ma quali misteri? Non li vedi, vestiti ma nudi, rotolare nella pioggia d’ottobre, mentre il sole d’agosto ancora non li ha lasciati? Le mani intrecciate e i capelli bagnati del catrame che li lega ai loro peccati. Se solo potessero dirsi addio, le carni e le anime di cui son fatti, queste danzerebbero fino a noi, sospese come il giudizio di chi ne ha troppo, e si farebbero ritrarre da te e dalle tue parole.
Ma a te non serve, Jacques. Tu che hai gli occhi ribaltati al contrario e che dentro di te vedono tutto quel che basta a vivere felici. Una scena allestita, un palco rialzato e il sipario che si apre.
Oh, Jacques, guardala! Lei che non conosce più il sapore dell’acqua e sta sdraiata ad aspettare. E quando ti avvicini e sei già pronto a carezzarla, e capisci che non è te che aspetta. Guarda fuori, Jacques, presto! Prima che i tuoi occhi piangano, prima che le tue lacrime anneghino il tuo stomaco, tu guarda fuori! E cerchiamo i due amanti, che loro sanno.
Oppure no, lasciamoli stare. A cosa serve chiedere, se già sappiamo? Cosa abbiamo da dire noi, io e te, se non parole spezzate di malinconia, se non frammenti di un mondo che nessuno riesce a vedere. Allora restiamo qui, Jacques, in silenzio. Restiamo qui, dietro questo vetro appannato e freddo, con quello che vorremmo dire e che non riusciamo. Restiamo qui, Jacques, con la chitarra e la sigaretta, e aspettiamo che fuori qualcosa accada.

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Uomini nudi (3/5)

Uomini nudi non è un libro facile da recensire.
Inizialmente pensavo lo fosse: un romanzo scorrevole – e capace di farsi letteralmente divorare – ti dà sempre questa illusione. Eppure, nel fissare i punti cardine di ciò di cui avrei voluto parlare, mi sono reso conto di alcune contraddizioni tenute accuratamente nascoste da una prosa magistrale e da uno stile di scrittura che, visto l’argomento trattato, non poteva essere che quello.
Ma andiamo con ordine.

Uomini nudi è ambientato in una Spagna in piena crisi economica; una crisi che ha costretto uomini e donne a cambiare le proprie abitudini e i propri stili di vita, togliendo loro la certezza del domani e costringendoli a vivere alla giornata.
In questo scenario si muovono i quattro personaggi principali – non me la sento di definirli protagonisti – del romanzo: Javier, Iván, Genoveva e Irene. Sono loro a portare avanti la storia, alternando i propri Io narrante in un corale intreccio di voci.
Come anticipato, la scelta di utilizzare questo tipo di narrazione in prima persona risulta vincente: da un lato permette di immedesimarsi con ciascuno dei personaggi e di comprenderne al meglio la psicologia, dall’altro garantisce un ritmo narrativo incalzante e privo di tempi morti.
Per quanto possa sembrare contraddittorio, però, è proprio qui che a freddo ho iniziato a intravedere una crepa in quello che sembrava un prodotto confezionato ad arte. I monologhi dei personaggi, così come il loro modo di raccontare uno stesso frammento narrativo, rivelano le profonde differenze strutturali che li caratterizzano, elevandone due a protagonisti e relegandone due a un ruolo meramente funzionale alla narrazione. Se due personaggi si evolvono in un arco narrativo ben studiato e privo di colpi di testa, con i rispettivi monologhi interiori a esplorarne l’animo in profondità, gli altri due si spengono in soliloqui ridondanti e fini a sé stessi, mascherati dalla sempre ottima prosa. Nulla che renda sgradevole la lettura – come ho detto, a caldo non ci si fa caso – semplicemente un’occasione persa da parte dell’autrice.
Occasione persa sopratutto perché il romanzo si concentra prevalentemente sull’esplorazione della psicologia dei personaggi per far conoscere al lettore quella che è la cruda realtà della crisi che attanaglia l’Europa: una crisi economica ma anche di valori. Cos’è disposto a fare un uomo pur di avere una vita tranquilla? Su quante azioni, reputate deplorevoli dall’opinione pubblica, è disposto a chiudere un occhio in nome di un futuro riscatto sociale? E soprattutto: questo riscatto sociale può avvenire? L’autrice è convinta di no. Quello che sembra voler farci capire è che la società è mossa unicamente dall’individualismo, che anche la ricerca di una relazione non è altro che un ulteriore strumento in grado di assicurare al proprio sé un’egoistica sicurezza. I rapporti tra le persone sono regolati da compromessi, soppesati in funzione del vantaggio che possono garantire: sono contratti di lavoro e come tali hanno un prezzo. In una società amorale, è la moneta che comanda. Tutto può essere acquistato e allo stesso tempo tutto perde di valore. L’uomo non può cambiare il proprio destino, può solo accettarlo. Ed è solo chi lo accetta, chi riesce a vivere nella condizione assegnatagli, che potrà salvarsi.
L’accettazione è la stessa cui deve rassegnarsi il lettore nel vedere la storia di questo romanzo precipitare su binari che conducono sempre più nelle profondità di un tunnel di cui non si vede la luce. Alla fine di tutto, letta anche l’ultima pagina, il lettore non potrà che arrendersi all’idea che il romanzo non poteva chiudersi in altro modo, che era cosi che doveva andare.

Alicia Giménez-Bartlett muove magistralmente i fili di questa commedia umana, aprendoci gli occhi su di una lotta di classe e su di una lotta tra sessi che si dimostrano latenti motori del nostro mondo. Si fa regista di uno spettacolo capace di tenerci incollati alle pagine per lunghe ore della giornata, prima di calare magistralmente il sipario e dirci ora che sai, prova a continuare a vivere come se nulla fosse.

 

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Titolo: Uomini nudi
Autrice: Alicia Giménez-Bartlett
Editore: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2016
Prezzo di copertina: 16,00 euro

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Il mio 11 settembre

Capisci di essere arrivato a Ground Zero perché la città di colpo tace, come se le fronde degli oltre 400 alberi del parco riuscissero a trattenere le molte voci della città di New York. Ci vuole un po’ di tempo prima che le tue orecchie riescano a sostituire il vociare delle persone con il cinguettio degli uccelli e il rumore del traffico con il gorgoglio dell’acqua che scorre della fontane della rimembranza. Il tempo sembra fermarsi. O meglio: il tempo sembra essersi fermato quattordici anni prima. Ti guardi attorno sperduto: New York torna a essere a misura d’uomo.
Avvicinandoti alle due fontane, che poi sono due vasche ricavate dalle fondamenta delle Torri Gemelle, non puoi fare a meno di provare un senso di vuoto. Un senso di vuoto fisico, sì, ma anche spirituale. Perché ogni mattina, là, si aggiravano migliaia di persone e ora non più.
Di quegli uomini e di quelle donne, ora, non rimane altro che i nomi incisi sulle due cornici delle fontane. Inizi a leggerne uno, poi un altro, e vai avanti perché non riesci a fermarti. Vorresti sapere chi sono, la loro storia. È la forza nascosta di questo memoriale, il ricordarti che quelli non sono soltanto dei nomi. Sono quei nomi. E dietro quei nomi ci sono delle vite sgretolatesi in un istante che non è soltanto un istante, ma è quell’istante.
Tanti sono cognomi italiani, figli e nipoti di emigranti. Ti chiedi cosa li abbia portati là. In fondo conosci la risposta, ma cerchi un’individualità che forse non esiste.
Sottolinei i nomi con l’indice, come si fa quando si impara a leggere. Vuoi essere sicuro di non sbagliare neppure una sola lettera.
Ogni tanto una rosa rossa: il gambo infilato nel vuoto delle lettere di un nome. Emily, leggi. Ti dicono che oggi sarebbe stato il suo compleanno. Trattieni il respiro. La rosa non ha spine, ma è come se ti avesse punto comunque. È il compleanno anche di John. E di Mark e di Joy. Di Mary.
Fa male, sì.
Guardi l’acqua scorrere nelle vasche. Viene risucchiata non appena tocca il fondo. Vorrebbe riempire quel vuoto, ma non può farlo. Ti ricorda che non può farlo.
Abbandoni le fontane, ma vorresti tornare sui tuoi passi. Ti sembra di non aver dedicato abbastanza tempo a quei nomi.

Ti metti in fila per entrare nel museo. I parenti delle vittime entrano gratis. Torni bruscamente alla realtà. Esistono dei mariti, delle mogli, dei genitori e dei figli. Quel giorno non è poi così lontano. Per noi è storia, per loro sono quattordici anni.
Mostri il biglietto e ti avvii verso il controllo sicurezza. Svuoti le tasche, passi il detector. Ti chiedi se ce ne sia davvero bisogno. In un mondo normale no. Poi ti guardi attorno, pensi a cos’hai appena visto e cosa stai per visitare, e ti ricordi che qui di normale non c’è proprio nulla.

Ti trovi davanti una smisurata parete di mattonelle blu. Una frase al centro no day shall erase you from the memory of time. Virgilio.
Continui a scendere nelle viscere di quelle che erano le fondamenta delle due torri. Un pilastro è rimasto in piedi, ora è ricoperto di nomi e foto. Capisci che da quel momento non sarà facile.
Viene ricostruito quel giorno, ora per ora. Ti spiegano chi fossero i terroristi. Puoi guardarli in faccia, ci sono anche le loro foto.
Ti muovi tra camion dei pompieri distrutti ed effetti personali recuperati intatti ed esposti in piccole teche di vetro. Scarpe col tacco che non hanno più ritrovato i loro piedi, bambolotti, ventiquattrore. Un telefono nero. Alzi la cornetta e la porti all’orecchio. La voce di un uomo che dice alla moglie che la ama, che il volo è stato dirottato, che non si rivedranno mai più. Quell’uomo era sull’aereo, la donna no. Posi la cornetta e piangi.
Continui ad aggirarti nella ricostruzione di quel giorno spettrale, senza sapere che sarà sempre peggio. Ti trovi a fissare una foto di Mike Kehoe, un ragazzo vestito da pompiere immortalato su una delle scale mentre sgrana gli occhi verso la camera. Cosa sta succedendo si chiede. Mike, in quel momento, mentre aiutava nelle operazioni di soccorso, non sapeva che sarebbe sopravvissuto.
Prosegui, passi davanti a un’enorme bandiera americana fatta di brandelli mandati da ogni stato del mondo e cuciti insieme. La fratellanza esiste solo nei momenti drammatici?
Tra i molti oggetti personali raccolti, una bandana rossa attira la tua attenzione. Leggi il pannello descrittivo, scopri la storia di Welles Crowther, piangi. La rileggi, piangi di nuovo. L’uomo con la bandana rossa. Nei fumetti, il supereroe si salva sempre. È per questo che continui a rileggere quel maledetto pannello: speri che il finale possa cambiare. Non è così. Welles è morto. Ti allontani per riprendere il controllo sulla tua respirazione, ma dietro l’angolo vedi la proiezione di un filmato: una donna si lascia cadere da una finestra della torre in fiamme (Un passo appena). Un gesto ripetuto da più di duecento persone.
Nella sala regna il silenzio, ma tu vorresti scappare. Senti il frastuono dei pilastri che cedono, delle torri che crollano, le urla di chi cerca disperatamente aiuto senza trovarlo. Vorresti gridare anche tu, dire basta, ma non succede nulla. Così come non successe nulla quando sono state quelle persone a chiedere disperatamente che tutto finisse.
Ormai non ti importa più di quello che puoi vedere. Sei pronto a tutto. O quasi. Perché di trovarti davanti a un muro con sopra più di 2800 facce, proprio non te lo aspetti. Ti fermi, ti perdi nei loro occhi. Capisci cosa voglia dire vita spezzata. Alle tue spalle c’è una piccola saletta. Prima di entrare, scorri il dito sui dei pannelli touch-screen: puoi vedere la biografia di ciascuna vittima. Lo fai. Quando capisci di essere al limite, che forse quelle storie non volevi davvero conoscerle, sposti finalmente la tenda ed entri nella piccola saletta.
Da un altoparlante, la voce di una donna legge dei nomi. Per ogni nome, viene proiettata una foto sul muro. Un cenno biografico. E così per sempre, senza sosta. Le tue gambe non reggono e ti siedi su di una delle panche di legno ospitate dalle pareti nere. Ai lati di ogni panca c’è un distributore di fazzoletti. Decidi di alzarti prima di doverli usare. Alle tue spalle, mentre esci, quei nomi scanditi nell’eternità e il rumore di fazzoletti strappati via.
Via.

Via.
Esci dal museo e il gorgoglio dell’acqua delle fontane ti sembra ora l’infrangersi di una cascata. Puoi sentire quei nomi urlare e vedere le rose appassire. Entri di fretta nella Freedom Tower e sali al centoduesimo piano.
New York si estende davanti ai tuoi occhi. Cerchi la Statua della Libertà. La trovi.
Sorridi.

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Brucia la strega (1/2)

In questo momento non riesco a non pensare a Don Antonio e alle sue omelie. Una in particolare. Citava un passo del vangelo, forse Luca 15:2, che diceva più o meno vivrà nel fuoco della Bestia/brucerà il peccatore che ha dimenticato/come colui che ha tradito Cristo/ogni debito verrà pagato. Quella notte ho sognato di essere una strega, che molti uomini venissero a prendermi nel sonno e mi portassero in un bosco per bruciarmi viva. Il mio peccato? Aver fatto l’amore a quindici anni.

***

Eravamo al supermercato.
Sono scoppiata a ridere per una battuta di mio marito e, con un movimento brusco, ho fatto cadere un pacco di pasta dal carrello. Un signore si è avvicinato per raccoglierlo e io gli ho sorriso per ringraziarlo. Rimasti soli, mi è tornato da ridere. Non a mio marito, però. Mi ha guardata per qualche istante, poi si è limitato a dire vergogna.
Arrivati a casa, avevo appena posato le buste della spesa, quando mi ha afferrata per il polso e mi ha dato uno schiaffo in faccia. Io non me lo aspettavo e sono caduta per terra. Il pavimento era freddo; la mia guancia bruciava. Vergogna ha ripetuto e si è sfilato la cintura dai pantaloni. Io ho provato a replicare, ma la prima cinghiata mi ha ricacciato la voce in gola.

***

Non avevo fatto l’amore a cuor leggero, la prima volta. Come tutte le ragazze mi sono chiesta se fosse la persona giusta e se io fossi pronta. Ma il mio corpo, ormai, era quello di una donna e di donna erano anche le mie voglie. Così ho deciso di lasciarmi andare, felice e orgogliosa della mia decisione.
L’entusiasmo, o forse il non credermi più una ragazzina, mi ha portato a vedere mia madre come un’amica con cui confidarmi. E così ho fatto.
La mia era una madre moderna. Non se ne stava nell’angolo della cucina, zitta a guardare cosa facesse mio padre. No, lei era al passo coi tempi e spesso lo sfidava per dimostrargli che fossero sullo stesso piano. Così, subito dopo la mai confidenza, che aveva più il tono di una confessione, mi ha picchiata proprio come se fosse mio padre. E mentre lo faceva, continuava a darmi della svergognata e a chiedermi perché le avessi voluto fare del male. Perché la gente avrebbe parlato e loro che razza di genitori sarebbero stati, agli occhi degli altri?
Il lavandino era pieno dei miei capelli castani, strappati da quelle stesse mani in cui cercavo delle carezze. Ho contato le ciocche e per ciascuna di esse ho letto la definizione della parola vergogna.
La ricordo ancora adesso: vergogna s. f. Sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento, propri o altrui, sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti.

***

Io Massimo non l’ho mai giustificato.
Lui mi aveva picchiata e lo aveva fatto con crudeltà: la voce era fredda e pacata, la mano non aveva esitato. Non era stato un raptus. Eppure, ho creduto di doverlo aiutare. Aiutare, sì, perché da subito ho pensato che il suo fosse un problema. Ho sempre avuto la tendenza ad attribuire ogni azione, sbagliata o giusta che sia, a un fatto pregresso. Non so, magari qualcosa legato all’infanzia, su cui poi una persona costruisce un lato del proprio carattere. Ecco, quando mi ha picchiata, io Massimo lo conoscevo da otto anni e stavamo insieme da sette.
Ricordo quel ventiduenne gentile e sicuro di sé che mi fermava nei corridoi dell’università e che si faceva sempre avanti per offrirmi un caffè. Ricordo anche che più imparavo a conoscerlo, più quella sicurezza si mostrava fragilità. Massimo aveva paura che il suo ruolo di uomo venisse sovvertito. Per esempio aveva bisogno di pagare per me; oppure aveva bisogno che io non indossassi i tacchi, così da non essere più alta di lui. Aveva persino bisogno di diventare l’unica persona che riuscisse a farmi stare bene, perché credeva che solo così sarei rimasta con lui.

***

Anche se avevo solo quindici anni, dovevo sposarmi. Era questo che pensavano i miei genitori. Devi sposarti dicevano. Secondo loro – secondo tutti – solo il matrimonio avrebbe potuto restituirmi l’onore che avevo buttato via stupidamente. Me lo ripetevano ogni giorno, da quando avevano iniziato a parlarmi di nuovo. Io, però, invece di convincermene, iniziai solo a sentire crescere qualcosa dentro di me che mi avrebbe accompagnato per anni. Ogni volta che ero attratta da un ragazzo, o che più semplicemente sentivo il bisogno di averne uno, mi sentivo a disagio. Forse anche sporca. Di sicuro meritevole di una punizione. Sì, temevo che Dio mi avrebbe punita per le mie pulsioni impure.
Quando decidevo di andare a letto con un ragazzo, provavo uno sprizzante senso del pericolo e dello sbagliato. Mi lasciavo trascinare dalla passione e dai miei desideri, ma ero sempre consapevole che una parte di me pensasse che fosse sbagliato e che avrei dovuto fermarmi finché fossi stata in tempo. Durante i rapporti, il piacere schiacciava questa pulsione, ma, per quanto fossi trasportata e coinvolta, più i miei sensi si avvicinavano al culmine, più sentivo crescere, martellante, il senso di colpa. I miei orgasmi erano un’esplosione di gioia e tristezza allo stesso tempo ed era solo quest’ultima a trascinarsi fino alla fine, a tenermi compagnia anche quando ero rimasta sola nel mio letto.

***

Massimo non fu più lo stesso.
Forse è stato proprio il suo improvviso cambiamento a non farmi andare via, a convincermi che non potessi lasciarlo solo. Dopotutto negli anni avevo avuto anche io delle crisi e lui, rimanendo al mio fianco, mi aveva aiutata. Quando l’ho visto chiudersi sempre più in sé stesso e diventare solo uno spettatore del nostro rapporto, ho capito che aiutarlo fosse una mia responsabilità. Non ho mai sopportato chi distrugge una relazione solo perché sfaldare è più semplice che ricucire. E io ci ho provato: mi sono costretta ad arginare quella prima volta – che nella mia testa era anche l’ultima – nel cassetto delle esperienze sbagliate.
Una volta, a lezione, avevo sentito dire che persino un’esperienza negativa può essere un’opportunità. Ne ho fatto la mia filosofia di vita: trasformare una brutta situazione in un punto di partenza e non di arrivo. Io e Massimo avremmo potuto sfruttare l’occasione e, insieme, avremmo potuto cambiare e risolvere quelle debolezze della sua personalità che gli impedivano di vivere serenamente. E che la prima di queste sue fragilità si chiamasse vergogna, lo avevo ormai intuito.

***

E’ servito del tempo prima che riuscissi a trovarmi a mio agio con la mia sessualità. Ho dovuto fare un lungo lavoro su me stessa, a partire dalla rimozione di qualsiasi concetto cattolico che mi era stato inculcato durante l’infanzia. Forse è un po’ spietato affermare che il sesso e l’anima abbiano poco da spartire, ma la realtà ti costringe al cinismo. Mi sono ritrovata a usare gli uomini e a illuderli del contrario. Il modo migliore di sedurre è essere sedotti.
Per seguire l’università avevo dovuto trasferirmi. Dividevo un piccolo appartamento con una ragazza di Perugia. Spesso, quando uscivamo la sera, qualche ragazzo si faceva avanti per offrirmi da bere. Io accettavo. Non avevo remore nell’approfittare della stupidità maschile. Finivo il bicchiere, mostravo un bel sorriso e me ne tornavo a casa. Oppure decidevo di rimanere e di non tornarci da sola, a casa.
Avevo un’ottima media e agli occhi dei miei genitori era la dimostrazione che fossi diventata una brava ragazza. Come se non la fossi sempre stata… Poi è arrivato Massimo. Lui sì che speravo volesse offrirmi qualcosa. E infatti lo fece, più volte, ma io accettai solo la prima. Le altre, ognuno il suo. Con lui mi interessava avere un rapporto alla pari, anzi: con lui mi interessava avere un rapporto. Da allora, per anni, è stato l’unico uomo che ho frequentato.

***

Sapevo che Massimo sarebbe peggiorato.
Inizialmente sembrava non solo aver capito il suo errore, ma anche disposto ad affrontare i propri lati più torbidi. Io l’ho trattato amorevolmente, forse ancora più di prima, come se l’essere consapevole della sua debolezza mi spingesse a prendermi cura di lui. E’ stata la contraddizione maggiore con cui abbia dovuto convivere, perché io, quello schiaffo e quelle cinghiate, non ho potuto scordarli. Non era una questione di orgoglio ferito, si trattava proprio dell’essere stata ferita, nell’animo e fisicamente. Ho provato quel dolore che è figlio del tradimento e nella mia testa si è ricreata l’immagine di uno specchio che, illuminato al centro di una stanza buia, va in frantumi. Lo stesso specchio che avevo visto frantumarsi già una volta, da ragazza; l’identica sensazione di impotenza e incredulità, quando a mancare è proprio quell’appiglio che reputavamo eterno, solido, dalle radici profonde e incorruttibili. Avevo capito, inequivocabilmente, che tra me e Massimo era finita. Alle mie amiche, quando sfogavano le proprie frustrazioni di coppia, ripetevo che l’amore è solo un fatto di equilibrio e che i problemi devono essere relegati entro certi confini indelebili. Quando non si riesce ad arginarli, a ridurli, sforano e corrodono tutto e tu lo sai, tu te ne rendi conto, perché qualcosa in te muore e la senti morire, ma ormai non puoi più fare niente. Rattoppare è inutile. E’ tutto lì, l’amore.

***

Ero tornata ragazza. Era così che mi sentivo, che mi vedevo. Quando ero seduta al tavolino di un bar, mi sorprendevo a guardare un uomo poco distante: ne immaginavo il profumo, le carezze e persino l’intensità dei baci. Finivo per sorridere, imbarazzata ma felice. Finché non mi ricordavo di dover tornare a casa e di dover vedere Massimo, di dover passare del tempo con lui senza poterlo evitare. Vivevo di espedienti. La sera andavo a letto presto, anche se non avevo sonno, e se Massimo mi raggiungeva nell’immediato, fingevo di dormire. A fatica resistevo alle sue mani sul mio corpo. Avevo voglia, ma non con lui. Non cedevo. Non ero più una ragazzina, potevo controllarmi. L’astinenza mi confermò quello che già sapevo e cioè che non provavo più nulla per Massimo, nemmeno l’attrazione sufficiente per il sesso. Avrei potuto farlo, ma sarebbe stato come fare l’amore da sola. Era finita e me ne rammaricai. Era arrivato il momento di voltare pagina.

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Ciao, Gianmaria

Gianmaria l’ho conosciuto tanti anni fa, durante un viaggio in macchina Torino – Catanzaro. Mio padre, appena partiti, mise un suo disco. Mi disse di ascoltare, che era un poeta. Io non gli diedi retta, un po’ perché per me gli unici poeti erano Baudelaire e Verlaine, un po’ perché era quel principio di adolescenza in cui non puoi fare a meno che contraddire.

Nel 2012 frequentavo la Scuola Holden. Era novembre e dovevo scegliere da una lista i workshop ai quali avrei voluto partecipare. Uno di questi aveva come docente Gianmaria Testa. Ricordai quel viaggio in macchina Torino – Catanzaro e quel disco che non avevo voluto ascoltare. Fu naturale spuntare quel nome e metterlo in cima alle mie preferenze.

Arrivò in aula con addosso una maglietta nera e in spalla l’immancabile custodia della chitarra. La posò per terra, come farebbe un qualsiasi artista di strada, e si presentò Io sono Gianmaria. Ciao, piacere, salve a tutti. Prese la chitarra e si adoperò per accordarla. Io non sono un insegnante, quindi questa non è una lezione. Ci guardò, eravamo una quindicina. Vi va se parliamo un po’? E’ necessario parlare, solo così si può imparare qualcosa. Non ho mai avuto l’occasione di stare nella stessa stanza con quindici scrittori. E’ un’opportunità.

Ci chiese di raccontargli di noi, uno per uno. Era interessato alle nostre esperienze, alle nostre storie, con indosso l’abitudine di raccontarle nelle sue canzoni. Volle sapere se qualcuno di noi suonasse. Sì? Tieni la chitarra, facci sentire qualcosa. E così sedeva tra noi e si faceva spettatore. Gli occhi chiusi, ascoltava col cuore. Applaudiva, incoraggiava, dava consigli. Io ero capotreno, non mollare.

Tirò fuori dalla tasca del cappotto un ep ancora nel cellofan. Questo me l’hanno mandato da ascoltare. Lo facciamo insieme, avete voglia? Mise su il disco. Era osceno. Lui non si scompose. Cercava ciò che vi fosse di buono. Alla fine si arrese e spense lo stereo. Vi va una sigaretta?

Gli chiedemmo di suonare qualcosa per noi. Disse di sì, felice. Eseguì Ventimila leghe e ce ne spiegò il significato. Bisogna insegnare ai bambini – perché questa è canzone per i bambini – che non si deve temere il diverso, che non bisogna credere a dei coglioni razzisti – è chiaro a chi mi riferisca, è nel titolo – che siamo tutti uguali. 

La lezione era finita. Lui non se n’era accorto, noi nemmeno. Beviamo qualcosa, vi va? Brindiamo a quest’esperienza che ho fatto oggi, all’avervi potuto conoscere. 
Tirò fuori dalla borsa delle bottiglie di vino rosso, dei bicchieri e dei grissini. Forza, ragazzi!

Ero in balcone con un amico che fumava. Lui ci raggiunse e tocco i nostri bicchieri col suo. Chiese da accendere, poi cominciammo a parlare di scrittura e di musica. Mi ascoltava e annuiva. Lo ascoltavo e annuivo. Quanti anni hai, Andrea? Venti. Mi studiò. Mi mise una mano sulla spalla e bevve un sorso di vino, guardando dritto davanti a sé. Feci lo stesso. Vuoi fare lo scrittore? Sì. Fai bene, servono dei buoni scrittori. Già. Continuammo a bere.

Come ultima cosa gli chiesi di autografarmi dei cd. Sono per papà, ti ho conosciuto grazie a lui. Sorrise. A Pino, con affetto. Gianmaria.

L’ho visto per l’ultima volta l’anno seguente. La vecchia Holden chiudeva e lui venne a suonare per dirle addio. Eravamo tutti attorno a lui, i bambini sdraiati sul pavimento, chiusi in una grossa aula. Lo ascoltammo tutti, quel poeta umile e generoso, mentre ci raccontava storie di uomini come noi, come lui.
Un bicchiere di rosso vi va? chiese, posata la chitarra.

Lasciami andare

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Racconto estratto dal libro “Io e la mia storia”

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Il volume completo, edito Mondadori, da un progetto di AIL, TITA e Scuola Holden, è scaricabile gratuitamente in pdf al link:
http://www.ail.it/ioelamiastoria/

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Nobiltà di strada

Tutto è cominciato una domenica mattina.

Ero nel letto con la mia puttana preferita, Sasha, una slava di vent’anni che se ne fregava dei miei quaranta. Se ne fregava di mia moglie, se ne fregava di mia figlia, se ne fregava del mio lavoro. A lei importava solo dei soldi e a me andava bene così. Non si faceva problemi a dire che si faceva rompere il culo solo per mettere altri cinquanta euro sotto il materasso. Che gran troia, Sasha. Ma comunque meno di tutti gli altri, quei leccaculo che mi circondano ogni giorno nella speranza di essere notati.

Ad ogni modo me ne stavo là a guardare il soffitto, con la sua testa tra le gambe, quando il cellulare ha iniziato a squillare. L’ho lasciato fare, non avevo alcuna intenzione di interrompere quel momento. Poi ha ripreso, con lo schermo illuminato e la vibrazione a farlo muovere per tutto il comodino. Sasha ha fatto per alzare la testa. Io l’ho ricacciata giù con la mano prima che riuscisse a guardarmi negli occhi. Ma ormai tutto era finito. La mia voglia aveva lasciato posto alla curiosità di sapere chi rompesse i coglioni alle otto di mattina. Persino Dio si riposò la domenica. Ma noi siamo uomini e non abbiamo proprio nulla di divino.

Il telefono riprese a squillare e questa volta risposi.

Era Mancosu, il brigadiere più stupido che conoscessi.

“Marescia’, la disturbo?” disse.

“Sì.”

“Senta, qui c’abbiamo un morto. Anzi, una morta.”

Non dissi nulla.

“So che è domenica, marescia’, ma mi hanno detto di chiamare lei, che questa c’ha i soldi e vogliono lei.”

“Dov’è?”

“Precollina, marescia’, Via delle Viole 4. La passo a prendere?”

“No, Mancosu. Adesso vengo.”

Non mi ero nemmeno fatto una doccia. Quella giornata non se lo meritava. Questa città di merda non se lo meritava. Avevo lasciato la macchina a tre isolati da casa di Sasha, in Via De Sanctis. I palazzi più brutti che abbia mai visto. Di giorno è la zona più lercia di Torino, di notte la più trafficata. Qui alle puttane ci tengono. Hanno pure messo una corsia apposta per loro, così uno non le tira sotto mentre passa. Ogni dieci metri ce n’è una e si alternano: quelle che ti mostrano il culo e quelle che allungano la gamba per fermarti, per farti capire che hanno la cocaina. Le ho provate tutte. Poi è arrivata Sasha e ho iniziato a essere fedele, come è giusto che sia un uomo della mia età. La prima volta che l’ho caricata in macchina non ha detto niente, a differenza delle altre. Guardava dritto davanti a sé e per un momento ho pensato che fosse una principiante e che avessi sbagliato. Ma una puttana non puoi mica lasciarla in mezzo alla strada. Quando l’hai presa te la devi tenere. Le ho messo una mano tra le cosce ed era così bagnata che ho pensato fosse predestinata a quel lavoro. E che sarebbe stata una bella scopata.

Mentre passavo in macchina da Corso Vittorio vedevo le persone entrare in chiesa. Io non sono credente. Ho fatto finta di esserlo quando ho sposato Giulia, quindici anni fa. Lei era così felice. Si era convinta della mia conversione, che fossi diventato un uomo migliore. Diceva che un carabiniere doveva essere un buon cristiano, che non poteva rischiare di morire e trovarsi le porte del Paradiso chiuse. E se tu muori, Massimo? Se ti sparano, come la trovo la pace io, sapendo che sei allInferno diceva. Forse aveva ragione e per un po’ ci ho creduto anche io. Poi un pallettone ha fatto saltare la testa a Filippo mentre era seduto accanto a me e, un po’ per questo, un po’ perché il proiettile non me lo sono beccato io, ho smesso di credere a tutte quelle puttanate. Filippo sì che era un brigadiere. Sceglievo sempre lui come compagno per i turni. Aveva un umorismo tutto suo, un’ironia cinica che non ti saresti mai aspettato da un ragazzetto con la faccia d’angelo. Avrebbe fatto carriera, lo sapevano tutti. Era glaciale, ambizioso, duro. Quello che dovremmo essere tutti noi. Pace all’anima sua.

Quando sono arrivato in Via delle Viole, ho riconosciuto il posto dalle macchine dei colleghi lasciate in mezzo alla strada, davanti al cancello. Quelle villette sono tutte uguali: bianche, con un po’ di edera, il giardino ben curato. Banali e scontate, come i loro proprietari. Ho inchiodato e sono tornato indietro di duecento metri. Volevo farmeli a piedi, avevo bisogno di fumare senza che nessuno mi disturbasse. Ho assaporato ogni singolo tiro di quella sigaretta. Ho riempito i polmoni di quel fumo grigio e denso, sperando che vi ci si appiccicasse. Mi ero rotto i coglioni. Volevo morire. E volevo farmi una striscia.

Quello che ho imparato di questo lavoro e più in generale della vita, è che devi mostrarti agli altri come se fosse impossibile scalfirti. Devi dominarli, intimorirli, umiliarli. Così ho gettato con forza il mozzicone per terra, senza pestarlo, lasciandolo là a consumarsi sull’asfalto. Ho percorso quei duecento metri come se mi portassero alla mia tomba. Testa alta, sguardo fermo nel vuoto.

Sono entrato in casa strappando il nastro giallo alla porta e ho puntato Mancosu.

“Che cazzo è successo?” ho detto prima che aprisse bocca.

Mancosu ha balbettato qualcosa e mi ha indicato il piano di sopra, la stanza che stava proprio sopra di noi. Sembrava un topo, Mancosu, con quei suoi baffetti neri, gli occhi schiacciati e le orecchie pelose. Mentre salivo per le scale, lo sentivo sgattaiolare dietro di me, squittendo ad ogni passo su quella moquette rossa che rivestiva i gradini. Sono entrato nella stanza da letto facendomi spazio tra quelle nullità che si facevano da parte al mio passare, riverendomi e abbassando la testa.

“Di chi è il cadavere?”

Mancosu si affrettò a rispondermi, ma io non gli prestai attenzione. Sapevo esattamente di chi fosse.

La baronessa Veronica Verri, una di quelle donne convinte che si stia ancora nell’ottocento. Di quelle che conoscono le persone giuste nei posti giusti. Di quelle che la mattina guanti rosa, pelliccia e un foulard stretto al collo come un guinzaglio, mentre portano a passeggio il loro cane da concorso. La feccia. Ti guardano dall’alto della loro condizione, coperte dalle loro maschere di finto pudore. Ma io ho imparato a conoscerle. So che non possono reggere questo inganno, che prima o poi il trucco cola e la loro debolezza si manifesta sotto forma di vizio. Quello che è successo a questa Veronica Verri, che mi stava davanti sdraiata nel suo letto, nuda nella sua guepière nera, la testa sfondata da un martello.

Quel cazzone di Mancosu si stava trattenendo dal vomitare e non faceva nulla per nasconderlo. Filippo, invece, avrebbe ghignato e detto qualcosa tipo che una massaia aveva lasciato là il mortaio con cui stava preparando il paté di olive, con il pestello ancora dentro e il lavoro da finire. E avremmo riso. Cristo se avremmo riso.

“Mancosu, cazzo.”

“Sì, commissa’.”

Se avesse vomitato, l’avrei preso a schiaffi davanti a tutti. Il suo sguardo mi stava implorando di lasciarlo andare in bagno, come se avesse annusato delle briciole di formaggio, ma io non avevo alcuna intenzione di dargli quella soddisfazione. Doveva imparare a essere uomo. E così lo guardavo farfugliare e boccheggiare, la pelle grigia, e pensavo che doveva essere la stessa faccia che faceva quella poveretta della moglie quando se lo ritrovava nudo in camera da letto.

“Che schifo, Mancosu. Che schifo.”

Il cadavere della Verri fu coperto con un telo bianco, ma questo non lo avrebbe aiutato a nascondersi da me, a mentirmi sulla sua morte. Avevo già capito ogni cosa. La puttana si era portata il suo giocattolo a casa per farsi scopare, e magari prima l’aveva pure fatto ubriacare, ma alla fine qualcosa doveva essere andato storto ed era finita a martellate in testa. Un ragazzo adescato con l’unico scopo di sbattere quella carne flaccida, che ora si ritrovava rovinato per il resto della sua vita. Perché io l’avrei trovato e lui sarebbe finito a marcire in galera, poco ma sicuro. Mi sarebbe dispiaciuto, ma è il mio lavoro. L’unica cosa che so fare bene, l’unica cosa che mi piace.

Levai il lenzuolo da quello che restava della testa. L’occhio destro era di poco fuori orbita, una pallina bianca che sembrava fissarmi. Il copriletto bordeaux era ricamato dal sangue nero che era colato dalla parte cava della faccia. Frattaglie di cervello e osso erano incrostate tutto intorno. Mi chiesi perché un martello e non un proiettile. Ma il disgusto per quello che rappresentava quella persona mi spinse a compiacermi di questa sua morte, avvenuta con la stessa intensità che vi avrei messo io.

Ero lì, fermo in un ghigno, quando il dottor Verano mi raggiunse. Disse che sarebbe stato un caso semplice, che sul manico del martello erano ben visibili le impronte dell’assassino. Questo gli fece dedurre che poteva essere stato un raptus e che l’omicida doveva essere scappato in preda al panico, una volta realizzata la cosa.

“Lei lo sa come vanno queste cose, commissario. Quanti ne ha visti, di questi casi? Comunque, io me ne vado a casa. Mia moglie mi starà preparando un bel pranzetto. La fortuna che abbiamo, Aressa. Non come questi disperati, questi figli della strada, pronti ad ammazzarti per una mela marcia.”

Dissi di sì, ma pensavo a Sasha. Pensavo a lei nuda sotto di me. Pensavo a lei che soffocava le urla nel cuscino. E alle grida di Aurora, mia figlia, che ogni notte spazzavano via il silenzio e il mio desiderio per Giulia. L’unica fortuna che avevo con lei era che non si lamentasse quando me ne andavo e la lasciavo ad occuparsi di nostra figlia. Era una donna forte, poteva farcela benissimo da sola. E poi non ho mai sopportato di stare in tre nello stesso letto, con la bambina in mezzo, a ricordarmi ogni istante la distanza che c’era tra me e sua madre.

Ai due lati del letto della baronessa c’erano due comodini in legno di chissà quale epoca, con sopra due lampade in oro e alcune fotografie. In una, dalla cornice in legno lucido, se ne stava sorridente accanto a quella che doveva essere stata la sua servitù anni prima; nell’altra, più recente, veniva tenuta sottobraccio da un uomo molto più anziano di lei, con i capelli bianchi ben pettinati e un completo nero. Avevano entrambi un’espressione composta, ma lasciavano trasparire un velo di triste umanità dei loro occhi. Quelli di lui scuri, quelli di lei di un azzurro sciupato, quasi verdi. Pensai fosse il maggiordomo, magari uno che aveva passato la vita a servire e riverire quella famiglia. Mi domandai ad alta voce dove potesse essere in quel momento.

“In cucina” rispose Mancosu.

Alzai gli occhi su di lui, che subito li abbassò.

“E’ il marito, marescia’. Vuole parlare con lei. Scende o gli dico che sale?”

“Domani, Mancosu. In caserma. Oggi è domenica.”

La notizia di un marito mi aveva sorpreso. Invece di stringersi, il cerchio si allargava e tutte le certezze che avevo avuto fino a quel momento erano diventate polvere. Uscii dalla casa passando per la porta di servizio. Non avevo voglia di parlare né con quell’uomo, né con i giornalisti, così diedi a Mancosu carta bianca sul da farsi. Che ci mettesse lui la faccia, che i cittadini rimanessero soddisfatti nel vedere che il loro ideale di carabiniere si realizzava in quel sorcio balbettante frasi di circostanza in televisione.

Raggiunsi la macchina e mi voltai per guardare il gruppo di persone che si era riunito davanti alla casa. I flash degli scatti schiarivano quella giornata invernale che non si decideva a iniziare. Entrai e presi il mio secondo cellulare. Chiamai l’unico numero salvato, quello di Sasha.

Tornai a casa alle quattro del mattino, ubriaco e con il naso imbottito di cocaina. Giulia aveva lasciato accesa la lampada del mio comodino. Era rannicchiata nella sua metà di letto, quella che dava alla porta, coperta di una sola vestaglia di raso nera. Ricordai di quando gliel’avevo regalata. Stavamo insieme da quattro anni e io ero stato via per lavoro, dalle parti di Roma. La vestaglia era in una vetrina e pensai a come sarebbe caduta sui suoi seni e poi sui suoi fianchi. La immaginai ballare sotto la luna, con i capelli castani a rifletterne i raggi. Avremmo fatto l’amore e le avrei chiesto di sposarmi. Avrei voluto ricordarmi solo di quello e per una volta dimenticare quello che venne poi. Il suo respingermi tutta la notte, le sue lacrime, lei che confessa di avermi tradito. La vestaglia di raso per terra, ai piedi del letto, calpestata.

Stava là e ogni cosa mi ricordava il cadavere della baronessa. Pensai di estrarre la pistola dalla fondina e di sfondarle la testa con il calcio. Poi di andare nella stanza di Aurora e urlarle che la mamma era morta. Le avrei messo la canna della pistola in bocca e avrei sparato due colpi. Le pareti della cameretta sarebbero state finalmente di quel rosso che Giulia voleva tanto. Sarei andato in bagno a guardarmi nello specchio sopra il lavandino e mi sarei passato le mani sporche di sangue sulla faccia. Avrei sparato al mio riflesso e avrei potuto iniziare una nuova vita.

Di colpo smisi di fantasticare e mi sorpresi in ginocchio sul letto. Con una mano spostavo la vestaglia dal culo di Giulia, con l’altra mi tenevo il cazzo. Non indossava gli slip e la luce della lampada creava il suo gioco di ombre tra quelle cosce ancora sode. Iniziai a masturbarmi in silenzio e avrei voluto fosse tutto lì, che il solo guardarla svestita potesse restituirmi un’eccitazione quasi infantile. Ma come sempre qualcosa mi ricordò che non c’era più nulla. Prima la mia lingua tra le labbra umide di Sasha, poi il cazzo di Filippo tra le cosce di mia moglie.

Le misi la mano sinistra sulla schiena per tenerla ferma e glielo spinsi dentro con un unico colpo di bacino. Sentii una fitta di dolore e digrignai i denti. Era il prezzo da pagare per riprendermi mia moglie. Rimasi zitto e lasciai che fosse lei a urlare. Mi limitai a tenere fermo l’arco della sua schiena sotto la mia mano e a spingere. Sentivo la mia testa più pesante a ogni colpo. Mi pentii. Sperai finisse presto. Venni.

“Giulia.”

Poi nulla.

Torino di notte è la Città Nera, quella che dà vita insieme a Londra e San Francisco al triangolo della magia oscura. E’ la città di Satana, che dall’alto della statua di Piazza Statuto tiene d’occhio l’ingresso per gli Inferi. E che uno creda o meno a queste cose, non può non pensare che qualcosa di vero ci sia, che l’atmosfera che viene a crearsi è quella della dolce scoperta del peccato, quella del nulla è reale e tutto è lecito. Torino ti strega e ti seduce, prima di abbandonarti nel bel mezzo dell’amplesso, quell’istante che precede il sole alzarsi dietro al Faro della Maddalena per dare vita a quella che sarà per tutta la giornata la Città Bianca, al pari di Praga e Lione. Chiunque abbia vissuto almeno due giorni per le sue strade si sarà accorto di questo bipolarismo cromatico, di questa strana influenza che mostra l’uomo per quello che è: agnello di giorno e lupo di notte.

Rimasi con gli occhi sbarrati al soffitto, a chiedermi se la mia vita fosse tutta lì. Se le mie giornate dovessero soltanto essere un mal di testa cronico e un continuo bruciore di stomaco. Mi sentii soffocare dal profumo di Giulia, che era diventato lentamente il più pesante dei fetori. Per la prima volta nella mia vita provai compassione per Mancosu. Riuscivo a capire come si sentisse un topo in gabbia. E’ che una scappatoia pensi sempre di averla e ci basi sopra ogni tua strategia di vita. Ma è proprio come il sorcio e il labirinto, perché il sollievo arriva solo quando hai svoltato l’angolo dell’ostacolo e ti trovi davanti un corridoio, quello che pensi sia l’ultimo, quello che ti porterà fuori e ti farà gridare che sei libero. Ma alla fine il corridoio finisce e ti trovi di nuovo di fronte a due strade e non importa quale prenderai, perché sarà sempre quella sbagliata. Non si esce dai labirinti, è tutta una balla di chi li ha creati. Sono progettati per farti arrendere e morire, come questa vita di merda. Ma io non sono fatto così e me lo ripetei una volta, poi due, serrando i denti fino a sentire il sapore del sangue che mi usciva dalle gengive. Mi alzai e recuperai i vestiti dal pavimento. Erano le sette ed io scappavo da casa mia come l’amante perfetto, quello che non lascia tracce per il marito cornuto. Che poi ero io.

Feci tutta via Garibaldi, poi piazza Statuto, via Cernaia e corso Vinzaglio, dove vivevano i veri ricchi di Torino, quelli che non avevano bisogno di ostentare il proprio benessere e nascondevano le proprie ricchezze dentro palazzoni comuni, al più provvisti di un bel balcone in pietra.

Entrai in caserma senza salutare i due di guardia. Andai nel mio ufficio, al piano di sopra, e mi sedetti al buio, i gomiti sulla scrivania. Con una mano buttai per terra i pacchetti di sigarette vuoti, con l’altra presi la cornice con la foto di Sasha e la guardai negli occhi. Erano grigi. Come tutto. Sembrava più piccola di quello che fosse realmente e pensai che ero entrato nell’Arma che lei ancora doveva nascere. Pensai che avevo iniziato a scopare che lei ancora doveva nascere. Pensai che la mia vita era finita che lei ancora doveva nascere. Pensai. Pensai e basta.

Mancosu arrivò che erano le nove, sudato e con il sorriso di uno che stava per iniziare il suo primo giorno di lavoro. Aprì la porta del mio ufficio convinto non ci fosse nessuno e si mise a canticchiare una stupida canzoncina. Abbozzò anche un balletto, finché non si accorse di me è si fermò. Tra noi iniziò un inutile gioco di sguardi. Inutile perché sapevo già come sarebbe finito, con io vincitore e lui a guardarsi le scarpe di pelle consumata.

“Sai a cosa pensavo, Mancosu?”

“No, marescia’.”

“Che sono felice di averti come brigadiere.”

Mancosu sorrise, ma io continuai prima che potesse aprire bocca.

“Sono fortunato perché sei un coglione. E quelli come te, che ce l’hanno così moscio da pisciarsi le palle, sono come dei pesci rossi, che non reagiscono nemmeno quando li tiri fuori dall’acqua. Sì, certo, fai onestamente il tuo lavoro e magari a qualcuno piacerai anche, nulla da dire in contrario, ma questa è la tua misura, la tua boccia di vetro. Ti guardo il muso e so di avere le spalle coperte, di non avere nessuno che vuole fottermi il posto, né qui dentro né fuori. Sei fortunato perché tu non rischi un pallettone in testa. Chi potrebbe mai voler fare del male al povero Mancosu?”

Continuò a guardarmi, in silenzio.

Vaffanculo, pensai, vaffanculo Mancosu. Abbassa gli occhi su quelle cazzo di scarpe e faremo finta che non sia successo nulla.

Ma lui si limitò ad uscire, lasciandomi nel buio in cui mi ero rintanato. La giornata continuava a non promettere bene.

E infatti quel pomeriggio ricevetti una telefonata dal dottor Verano che mi comunicò l’identità dell’assassino della baronessa, tale Ivan Jonelus. Feci lasciare a Mancosu l’incarico di trovare qualsiasi cosa su di lui, mentre io mi preparai a ricevere il marito della baronessa.

Non ci mise molto ad arrivare. Il barone Gustavo Verri, così si era presentato, preoccupandosi di mettere bene in evidenza il suo titolo. Ebbi la stessa impressione di quando lo vidi in foto e cioè che avrebbe potuto essere tranquillamente il maggiordomo di quella casa da una vita. Racchiudeva in sé qualsiasi luogo comune, tant’è che pensai il suo comportamento fosse figlio di anni e anni di emulazione. La “r” moscia, il braccio destro sempre piegato in avanti e mai lungo il corpo, le labbra flesse verso il basso, in un sorriso di disprezzo.

“Sono il barone Gustavo Verri, marito dell’ormai defunta baronessa Veronica Verri” disse.

“Sì, sì, so chi è. Si sieda.”

“Volevo anzitutto manifestarle il mio sdegno e la mia incredulità per il trattamento ricevuto nella giornata di ieri da lei e i suoi uomini. Trovo insolito che il capitano Arnì, mio personalissimo amico, nonché compagno di innumerevoli doppi di tennis, non abbia comandato di seguire con urgenza l’omicidio della mia povera moglie, e devo quindi dedurne che la decisione sia la sua, maresciallo. Ovviamente mi aspetto delle scuse e delle spiegazioni.”

“L’unica spiegazione che posso darle è che sua moglie stava stesa sul vostro letto con il cranio sfondato da un martello, in intimo nero.”

Il barone mi fissò sorpreso. Non aveva capito che quelli come lui me li mangiavo quando volevo.

“Quindi,” continuai “perché non mi spiega dov’era lei mentre sua moglie veniva ammazzata?”

“Come si permette a insinuare una cosa del genere?”

“Senta, senza fare storie. Mi dica dov’era lei. È un formalità, mi serve il suo alibi. Io non ho voglia di stare qui ad ascoltarla e lei non mi trova molto simpatico, giusto? Avanti.”

“A un’importante serata di beneficenza a casa di un amico, il professor Santomoro, che lei di sicuro conoscerà.”

“No e non mi interesserebbe farlo.”

Non riuscivo più a sopportare di respirare la stessa aria di quell’uomo. Avevo la strana impressione che avesse ancora la sua bella maschera di trucco che non si decideva a colare. Mi alzai e me ne andai dal mio ufficio e dalla caserma.

Quella sera ricevetti due telefonate, una dal capitano Arnì, che non stetti manco ad ascoltare, e l’altra da Mancosu, che telegraficamente mi riferì che avevano tentato di mettersi in contatto con Ivan Jonelus, ma la madre aveva detto che era sparito da qualche giorno. Decisi che saremmo andati da lei il mattino seguente. Quella storia iniziava a non piacermi. Poi fu il turno della mia telefonata.

Mi svegliai con una serie di immagini che mi sfilavano in testa. Io che entravo in casa con un mazzo di fiori e trovavo sul mio letto Filippo e io accanto a lui in quel bar e io che vedevo uno che tirava fuori il cannone davanti a noi e io che mi abbassavo e Filippo che no e i suoi capelli biondi che non c’erano più e nemmeno la sua testa e lui che cadeva a terra e con lui il suo cervello. Proprio accanto a me. Ed ora accanto a me c’era Sasha e le sue labbra sul mio cazzo erano l’unica cosa reale di cui mi ricordassi.

La signora Jonelus aveva un viso asciutto e gli zigomi alti, i capelli corti e a boccoli. Disse che faceva le pulizie in una piccola azienda locale e che suo figlio non tornava a casa da tre giorni. Ci guardò con diffidenza e ci mostrò la camera di Ivan. Appesi al muro i poster di alcuni calciatori e qualche fotografia. Mancosu le chiese perché non ne avesse denunciato la scomparsa e la signora rispose che era già capitato che il figlio sparisse nei fine settimana, soprattutto quando aveva a che fare con dei clienti esigenti.

“Che genere di clienti, signora? Che lavoro fa suo figlio?” chiesi davanti a una tazza di caffè.

“Clienti molto importanti. Donne, perlopiù. Loro pagare bene, no?”

“Pagare bene per cosa, signora? Non abbiamo molto tempo da perdere.”

“Ma per sesso, no? Mio Ivan molto bello e tutte lo vogliono.”

“Lei vuole dire che suo figlio si prostituisce?”

“No. Mio Ivan porta a casa soldi della cena.”

“Vede signora,” si intromise Mancosu “suo figlio è ricercato per omicidio. Abbiamo trovato le sue impronte sull’arma del delitto.”

Dentro la mia testa tutto iniziò a sistemarsi come avrebbe dovuto. Veronica Verri approfitta del ricevimento del marito, un’amica le consiglia un ragazzo rumeno, Ivan, e lei lo chiama. Se lo coccola, lo riempie di soldi, ma lui vuole di più. E così la uccide. E tutti felici e contenti, pensai.

“Lei ha idea di dove potrebbe essere suo figlio?” domandai aggirandomi per la cucina e guardando le foto di Ivan appese.

L’idea ce la facemmo noi qualche giorno dopo, quando trovammo il suo cadavere sventrato in un sentiero di collina. Sul braccio destro si leggeva ancora la parola “libertà” tatuata in caratteri gotici. Nella tempia destra un buco da cui doveva essere colata via l’anima. Lo mettemmo in un telo bianco e lo maledicemmo per averci rovinato le indagini. Io ero particolarmente incazzato e un Mancosu così dedito al lavoro mi toglieva ogni possibilità di sfogo. Decisi di montare da solo in macchina e di andare a casa del barone Verri, per aggiornarlo sullo sviluppo delle indagini, come ordinatomi dal capitano.

Fu un’accoglienza fredda, ma di certo non mi ero fatto troppe aspettative. Mi trovai di nuovo a guardare le fotografie della baronessa, ma questa volta con svogliatezza. Informai il barone della morte di Ivan e lo avvertii che le indagini sarebbero andate avanti a lungo, ora che non c’era più un colpevole da far confessare.

“Le impronte sul martello, no? Quelle non bastano?” disse il barone, scocciato.

Stavo per rispondere, quando la frase del barone risuonò nella mia testa.

“Come dice?”

“Che mi sembrano un chiara prova.”

“Chi le ha detto delle impronte” chiesi, avvicinandomi.

I balbettii del barone mi ricordarono quelli di Mancosu e subito ripensai al topo nel labirinto e l’unica cosa che può stanarlo: il gatto.

“Dovremmo farci una bella chiacchierata, vero baronuccio? C’è forse qualcosa che non ci ha detto?”

Il signor Verri indietreggiò fino al muro, muovendo in avanti le sue mani coperte di guanti in pelle, come per allontanarmi.

“Vediamo se indovino. Lei torna a casa e trova sua moglie nel letto con un bel ragazzo. Sì, li trova avvinghiati nel suo letto che si divertono e magari lei urla pure di smettere che è tornato suo marito. Allora lei, signor Verri, spara in testa al ragazzo e poi ammazza sua moglie, giusto? Magari con quei guanti di pelle per non lasciare tracce. Poi cos’ha fatto? Ha messo il pestello in mano a Ivan quand’era già morto?”

Il barone si lasciò scivolare in terra e scoppiò a piangere. E nel mentre che piangeva sfoderò la pistola da dietro la schiena e fece fuoco. Uno contro uno.

Ho visto il proiettile partire e attraversare la testa di Filippo e la bocca di mia figlia Aurora. L’ho visto perforare le orecchie di Mancosu e i seni di mie moglie. Poi gli occhi di Sasha e fermarsi. Ho sentito Dio chiedermi se valesse la pena andare avanti, in un tripudio di colori e in preda a un’euforia mai provata. Io l’ho guardato negli occhi e gli ho detto che no, non ne valeva la pena. Poi ho sparato anche io, senza saperlo, e quel bastardo è rimasto inchiodato al muro.

 

“Non c’è lieto fine, non c’è nulla. Ci saremo solo noi, io e te. E la nostra bambina. Che poi sarà tutto quello che avremo. E la chiameremo Aurora, per ricordarci che c’è sempre il sole, prima e dopo ogni raggio di tenebra, no?”

“Sì…”

“E sarà la bambina più bella di tutte, perché sarà uguale a te e a nessun’altra. E riderà e guarderà il mondo come fai tu. E amando lei, io potrò amarti due volte.”

“Adesso stringimi, ho freddo. E dimmi che sarò solo tua.”

“Sì.”

“E tu solo mio.”

“Sì.”

“E che mi ami. Dimmi che mi ami.”

“Ti amo.”

“Anche io.”

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